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Intervista all’imam di viale Jenner

La voce di un protagonista, per la comprensione di una vicenda.

D. Shaykh Abu Imad, lei che idea si è fatto sul problema del Venerdi e sullo spostamento del Centro di Viale Jenner?
R. E’ tutto un gioco politico. Partiti come la Lega o La Destra utilizzano questa vicenda a fini elettorali, non volendo trovare una soluzione seria.
Noi è da quattro anni che cerchiamo soluzioni alternative in vari immobili, pagando anche caparre di migliaia di euro ma poi saltano sempre fuori dei problemi. O è il Comune che dice che il posto da noi scelto non è idoneo, o èsono la Lega ed i comitati cittadini che insorgono per nulla: sono convinto che se ci fosse un po’ di coraggio da parte delle istituzioni, questa vicenda si potrebbe risolvere in un mese. Per ora, ci affidiamo al Prefetto.

D. Quali sono le cause di questo problema, ed in generale delle vicende sorte intorno a questo Centro?
R. Questo problema si ricollega comunque alle vicende che purtroppo hanno toccato la moschea. Il Venerdi in strada è riconducibile al fatto che il numero dei fedeli è aumentato nel corso degli anni, e noi non siamo riusciti a contrattare con il Comune un posto idoneo per contenere tutti i credenti.
Comunque l’ attuale situazione è legata anche alla paura che questo Centro suscita, e questo senza motivo.

D. In che senso?
R. Questa moschea è sempre stata attiva da due punti di vista: all’ interno della Comunità, da un lato, e con la società italiana, fin dalla sua nascita, dall’altro. Grazie anche all’apporto che shaykh Said Abu Ziad (che Iddio abbia Misericordia di lui) diede, c’è sempre stato un intenso lavoro sociale, che però gradualmente negli anni è stato infangato dalle inchieste giudiziarie.
Già la situazione afghana e l’ invasione sovietica provarono molto il Centro: soffrivamo per i fratelli e cercavamo di aiutarli con pacchi umanitari ed altre forme di aiuti. Gli anni ’90 poi hanno portato il conflitto in Bosnia, e anche qui sentivamo il bisogno di contribuire al sostentamento dei fratelli. La Bosnia, poi, era vicina, e questo aumentava la nostra preoccupazione. Anche lì mandammo aiuti in cibo e vestiti, ed alcuni fratelli andarono in Bosnia personalmente, per aiutare la resistenza islamica, come ad esempio shaykh Anwar, che morì là (che Iddio abbia Misericordia di lui).

Proprio in questi anni incominciarono i problemi. Nel 1995, durante l’Operazione della Digos “Sfinge”,  venni arrestato con altri egiziani, con l’ accusa di terrorismo e reclutamento.
Quante volte gli agenti sono venuti qui a perquisire il Centro! Dicevano che avevamo armi, progetti, che volevamo creare un stato islamico in Italia.. In realtà non hanno mai trovato nulla. Che dire? Dovranno pur lavorare anche loro! Operazioni del genere possono essere molto utili per far carriera nelle forze dell’ordine.
Comunque sono tutte parole. Tutta l’architettura accusatoria faceva riferimento alla testimonianza di un macellaio egiziano, un bugiardo che affermava di essere stato con noi mentre parlavamo di progetti ed altro; ma sono solo parole, senza alcuna prova reale e non suffragate da fatti concreti.
Dopo l’arresto fummo sottoposti al 416bis, come i mafiosi. Poco tempo dopo ci tolsero il regime duro. Nel 1999, la Terza  Sezione del Tribunale di Milano decretò la mia totale assoluzione per insufficienza di prove. Attualmente sono ancora sotto processo, sempre a Milano, per presunto reclutamento terroristico; ad ottobre ho altre udienze, che Iddio mi aiuti.

Ritornando alle attività del Centro, a fine anni Novanta iniziarono ad esserci pressioni dai governi arabi per limitare le nostre attività, come ad esempio la scuola per bambini e ragazzi. Il Consolato Egiziano iniziò ad esortare gli egiziani di Milano a portar i loro figli a scuola da loro, diffamando il Centro ed affermando che qui i bambini sarebbero stati indottrinati. In verità, la stessa scuola del Consolato Egiziano era nata anche per evitare che i bambini egiziani venissero a studiare qui da noi.

D. E perché secondo lei tutto questo? Tutte queste inchieste e pressioni?
R. Alcuni Paesi arabi – soprattutto dopo alcune nostre dichiarazioni sulle ingiustizie e sull’oppressione perpetrate da alcuni regimi su quelle popolazioni, come in Algeria ed in Egitto – incominciarono a far pressioni a Roma affinché fossero effettuare indagini e perquisizioni a nostro carico. Tutto questo, naturalmente, è stato poi intensificato dall’ 11 Settembre 2001.

D. Come possono i giovani aiutare il Centro Islamico di viale Jenner, e in generale la comunità islamica italiana?
R. Il vostro ruolo è fondamentale. Essendo cittadini italiani, avete un vantaggio in più: in quanto stranieri, benché abbiamo certe garanzie, noi potremmo facilmente essere perseguiti e rimpatriati per i motivi più diversi. Voi invece siete nati qui, vi impegnate per il Paese e contribuite allo sviluppo dell’Italia: voi avete il compito di portare avanti quel lavoro che altri hanno iniziato, facendo conoscere l’Islam meglio di quanto sia conosciuto oggi. Questo è un dovere, per voi.

D. In che modo i giovani possono cercare di contrastare il pregiudizio e la cattiva immagine che si addebitano ai musulmani in Italia?
R. Questo si può fare con un continuo dialogo con la cittadinanza, tramite la comunicazione. Ci sono diversi modi, per comunicare: pubblicate lavori sull’Islam, libri e cassette, cimentatevi nei campi che più v’interessano, impegnatevi a scrivere sui giornali più diffusi. Queste potrebbero essere delle soluzioni per comunicare positivamente con la cittadinanza e con la società italiana.

D. E aprire le moschee, per visite ed incontri?
R. Certo, è già capitato: qui sono tutti benvenuti.

D. Un ultima domanda sul Medio Oriente.
E’ possibile una pace in quelle zone? Se sì, come?
R. La pace si avrà quando l’ establishment israeliana cambierà il suo modo di vedere la situazione. Finché penseranno di essere gli eletti presso Dio e che sia un loro diritto costruire uno stato esclusivamente ebraico in Palestina, è difficile che la situazione possa pacificarsi.

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