LA CONOSCENZA RENDE LIBERI

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Visti da lontano: la Lega Nord

Tramite il blog di Maryam, risalgo ad un articolo di Paul Bompard tratto dal Financial Times dello scorso Agosto, ma di certo ancora attuale, di cui ripropongo una traduzione.
Miei i grassetti ed il commento a margine.

La Lega Nord italiana – il movimento populista, xenofobo, e qualche volta separatista, che è una componente chiave della coalizione di governo di Silvio Berlusconi – ha proposto una nuova legge che in pratica bloccherebbe la costruzione di nuovi luoghi di culto islamici.
Il provvedimento – che il capo dei deputati della Lega, Roberto Cota, dovrebbe presentare in parlamento la prossima settimana (all’inizio di settembre, ndt) – richiederebbe l’approvazione regionale per la costruzione delle moschee. Imporrebbe inoltre la convocazione di un referendum locale, il divieto per minareti ed altoparlanti che chiamino i fedeli alla preghiera, e l’utilizzo dell’italiano nei sermoni, invece dell’arabo.

Le possibilità che questa proposta di legge sia approvata così com’è sono poche, poiché contrasta con numerosi diritti costituzionali e non ha ottenuto l’immediato sostegno del partito dello stesso Berlusconi, Forza Italia, né del partito postfascista Alleanza Nazionale.
C’è però stato il cauto assenso del piccolo partito ultra-cattolico dell’Udc, e la proposta di una legge contro le moschee riflette indubbiamente un sentimento diffuso tra gli Italiani, secondo cui ci sarebbe bisogno di qualche difesa contro la rapida crescita della presenza Islamica. Attualmente, la popolazione musulmana in Italia è stimata attorno al milione di persone, con 258 centri islamici riconosciuti.

La Lega Nord – che teoricamente caldeggia la secessione dell’Italia settentrionale da quella centrale e meridionale – ha ottenuto più dell’8 per cento dei consensi nelle elezioni politiche dello scorso Aprile, ed ha sempre strombazzato la difesa dei valori nazionali della “razza” padana come un naturale prodotto della sua terra.
Senza fornire dettagli, Roberto Maroni, il conservatore ministro degli Interni in quota Lega, in Aprile disse anche che “i nomadi” – come gli Italiani chiamano gli Zingari, benché i più si dedichino soltanto a piccoli spostamenti – che non fossero cittadini italiani e non realizzassero le condizioni per restarre, sarebbero stati deportati nei loro “Paesi d’origine”.
La Lega ha capitalizzato un’ondata di xenofobia, paura per i crimini commessi da stranieri, e preoccupazione per gl’immigrati irregolari, che ha fatto molto per aiutare la coalizione di Berlusconi a vincere le elezioni.

Commentando l’articolo del FT, il sito di informazione Islamonline.net ha poi appuntato alcune ulteriori osservazioni, sui musulmani in Italia e sull’identità leghista.

[..] I musulmani stanno già incontrando diverse difficoltà per ottenere l’approvazione per la costruzione di moschee, ben prima di questa nuova legge. I cittadini di Genova protestarono lo scorso Settembre, per il piano di costruzione di una moschea in città, reclamando che sarebbe stato offensivo per la sua vicinanza ad una chiesa. Nella paese di Colle Val d’Elsa, molti cittadini vedono una moschea in fase di costruzione come un simbolo di “occupazione”. Le autorità italiane si sono piegate alle pressioni di gruppi di destra ed hanno abbandonato i piani di costruzione di una moschea a Bologna.

La Lega Nord è apertamente accusata di razzismo, e molti critici la chiamano “il BNP d’Italia”, un riferimento al partito inglese di estrema destra. La sua campagna elettorale si è giocata sui temi dell’immigrazione, del crimine, e delle paure economiche e culturali connesse con l’immigrazione. Presentandosi come difensore delle radici cristiane dell’Italia, cominciò a Maggio la sua opera nel nuovo governo chiudendo una moschea nella città di Verona. Lo scorso settembre, la Lega celebrò il successo della sua campagna per bloccare la costruzione di una moschea nella città di Bologna. L’8 Agosto, il dirigente della Lega Mario Borghezio irruppe in una chiesa nella città di Genova proclamando slogan islamofobi: ha giurato di “continuare la lotta dei Cavalieri dell’Ordine di Malta per difendere la Cristianità“. […]

L’intellighenzia leghista si muove sull’equilibrio precario tra efficienza amministrativa – soprattutto a livello locale – e retorica xenofoba. Questa evoca il consenso che quella consolida. Si tratta di un circuito vincolante, da cui la Lega non può uscire: essa nasce contrappositiva, e nel nemico esterno – nel Federico Barbarossa di turno: Roma, i meridionali, gl’immigrati, l’Islam – riconosce la sua intima, imprescindibile ragion d’essere. Il mitologema leghista si nutre dell’epica del Carroccio; l’ordinaria contabilità amministrativa è lo sfondo necessario ad una primaria narrazione neocampanilista.
Come già annotammo, generalmente la retorica del conflitto si fa tanto più acuta quanto più scarsa è l’efficienza realpolitica. Così come il Partito Repubblicano statunitense esalta la centralità della sicurezza nazionale per celare i suoi fallimenti in politica interna, allora, allo stesso modo la Lega annuncia una legge anti-moschee proprio nel momento in cui gli enti locali definiscono la “sua” riforma federale “un’araba fenice“.

Il successo politico della Lega, d’altra parte, è correlato all’intrinseco provincialismo della classe politica italiana, per cui la stampa estera può frequentemente rilevare una vergognosa confusione tra osteria ed istituzione. E’ in quest’ottica e con questo spirito che, in diverse occasioni, tra vilipendi alla bandiera ed all’inno nazionale, minacce di rivolte armate e disordini di piazza, e la definizione dei cittadini musulmani come “un tumore da estirpare“, le criminogene boutades di alcuni leaders hanno incontrato soltanto una sospirosa alzata di spalle, o tutt’al più un’indignazione di giornata, quando non proprio un’assuefatta indifferenza.

Ma se per alcuni esponenti politici l’unico orizzonte internazionale è quello di un raduno estremista continentale in cui si gareggia a spararla più grossa, quanto tempo ancora la società civile italiana potrà invece tacitamente acconsentire a che una delle minacce più serie all’immagine del Paese sia proprio la possibilità che i suoi dirigenti politici siano davvero presi sul serio?


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Intervista all’imam di viale Jenner

La voce di un protagonista, per la comprensione di una vicenda.

D. Shaykh Abu Imad, lei che idea si è fatto sul problema del Venerdi e sullo spostamento del Centro di Viale Jenner?
R. E’ tutto un gioco politico. Partiti come la Lega o La Destra utilizzano questa vicenda a fini elettorali, non volendo trovare una soluzione seria.
Noi è da quattro anni che cerchiamo soluzioni alternative in vari immobili, pagando anche caparre di migliaia di euro ma poi saltano sempre fuori dei problemi. O è il Comune che dice che il posto da noi scelto non è idoneo, o èsono la Lega ed i comitati cittadini che insorgono per nulla: sono convinto che se ci fosse un po’ di coraggio da parte delle istituzioni, questa vicenda si potrebbe risolvere in un mese. Per ora, ci affidiamo al Prefetto.

D. Quali sono le cause di questo problema, ed in generale delle vicende sorte intorno a questo Centro?
R. Questo problema si ricollega comunque alle vicende che purtroppo hanno toccato la moschea. Il Venerdi in strada è riconducibile al fatto che il numero dei fedeli è aumentato nel corso degli anni, e noi non siamo riusciti a contrattare con il Comune un posto idoneo per contenere tutti i credenti.
Comunque l’ attuale situazione è legata anche alla paura che questo Centro suscita, e questo senza motivo.

D. In che senso?
R. Questa moschea è sempre stata attiva da due punti di vista: all’ interno della Comunità, da un lato, e con la società italiana, fin dalla sua nascita, dall’altro. Grazie anche all’apporto che shaykh Said Abu Ziad (che Iddio abbia Misericordia di lui) diede, c’è sempre stato un intenso lavoro sociale, che però gradualmente negli anni è stato infangato dalle inchieste giudiziarie.
Già la situazione afghana e l’ invasione sovietica provarono molto il Centro: soffrivamo per i fratelli e cercavamo di aiutarli con pacchi umanitari ed altre forme di aiuti. Gli anni ’90 poi hanno portato il conflitto in Bosnia, e anche qui sentivamo il bisogno di contribuire al sostentamento dei fratelli. La Bosnia, poi, era vicina, e questo aumentava la nostra preoccupazione. Anche lì mandammo aiuti in cibo e vestiti, ed alcuni fratelli andarono in Bosnia personalmente, per aiutare la resistenza islamica, come ad esempio shaykh Anwar, che morì là (che Iddio abbia Misericordia di lui).

Proprio in questi anni incominciarono i problemi. Nel 1995, durante l’Operazione della Digos “Sfinge”,  venni arrestato con altri egiziani, con l’ accusa di terrorismo e reclutamento.
Quante volte gli agenti sono venuti qui a perquisire il Centro! Dicevano che avevamo armi, progetti, che volevamo creare un stato islamico in Italia.. In realtà non hanno mai trovato nulla. Che dire? Dovranno pur lavorare anche loro! Operazioni del genere possono essere molto utili per far carriera nelle forze dell’ordine.
Comunque sono tutte parole. Tutta l’architettura accusatoria faceva riferimento alla testimonianza di un macellaio egiziano, un bugiardo che affermava di essere stato con noi mentre parlavamo di progetti ed altro; ma sono solo parole, senza alcuna prova reale e non suffragate da fatti concreti.
Dopo l’arresto fummo sottoposti al 416bis, come i mafiosi. Poco tempo dopo ci tolsero il regime duro. Nel 1999, la Terza  Sezione del Tribunale di Milano decretò la mia totale assoluzione per insufficienza di prove. Attualmente sono ancora sotto processo, sempre a Milano, per presunto reclutamento terroristico; ad ottobre ho altre udienze, che Iddio mi aiuti.

Ritornando alle attività del Centro, a fine anni Novanta iniziarono ad esserci pressioni dai governi arabi per limitare le nostre attività, come ad esempio la scuola per bambini e ragazzi. Il Consolato Egiziano iniziò ad esortare gli egiziani di Milano a portar i loro figli a scuola da loro, diffamando il Centro ed affermando che qui i bambini sarebbero stati indottrinati. In verità, la stessa scuola del Consolato Egiziano era nata anche per evitare che i bambini egiziani venissero a studiare qui da noi.

D. E perché secondo lei tutto questo? Tutte queste inchieste e pressioni?
R. Alcuni Paesi arabi – soprattutto dopo alcune nostre dichiarazioni sulle ingiustizie e sull’oppressione perpetrate da alcuni regimi su quelle popolazioni, come in Algeria ed in Egitto – incominciarono a far pressioni a Roma affinché fossero effettuare indagini e perquisizioni a nostro carico. Tutto questo, naturalmente, è stato poi intensificato dall’ 11 Settembre 2001.

D. Come possono i giovani aiutare il Centro Islamico di viale Jenner, e in generale la comunità islamica italiana?
R. Il vostro ruolo è fondamentale. Essendo cittadini italiani, avete un vantaggio in più: in quanto stranieri, benché abbiamo certe garanzie, noi potremmo facilmente essere perseguiti e rimpatriati per i motivi più diversi. Voi invece siete nati qui, vi impegnate per il Paese e contribuite allo sviluppo dell’Italia: voi avete il compito di portare avanti quel lavoro che altri hanno iniziato, facendo conoscere l’Islam meglio di quanto sia conosciuto oggi. Questo è un dovere, per voi.

D. In che modo i giovani possono cercare di contrastare il pregiudizio e la cattiva immagine che si addebitano ai musulmani in Italia?
R. Questo si può fare con un continuo dialogo con la cittadinanza, tramite la comunicazione. Ci sono diversi modi, per comunicare: pubblicate lavori sull’Islam, libri e cassette, cimentatevi nei campi che più v’interessano, impegnatevi a scrivere sui giornali più diffusi. Queste potrebbero essere delle soluzioni per comunicare positivamente con la cittadinanza e con la società italiana.

D. E aprire le moschee, per visite ed incontri?
R. Certo, è già capitato: qui sono tutti benvenuti.

D. Un ultima domanda sul Medio Oriente.
E’ possibile una pace in quelle zone? Se sì, come?
R. La pace si avrà quando l’ establishment israeliana cambierà il suo modo di vedere la situazione. Finché penseranno di essere gli eletti presso Dio e che sia un loro diritto costruire uno stato esclusivamente ebraico in Palestina, è difficile che la situazione possa pacificarsi.


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Scacco all’immigrato in dieci mosse

1° MOSSA. Ignora il fatto che nella tua città ci sono degli immigrati, salvo quando commettono reati o s’incontrano a gruppi per la strada o pregano.
Non dargli il diritto di voto, non costruire alloggi per loro, lascia svolgere alla Chiesa il lavoro di integrazione.

2° MOSSA. Non permettere agli immigrati di costruirsi una moschea , ma costringili ad usare uno spazio troppo piccolo per la comunità. Un garage. Il che significa che quando c’è qualche centinaio di persone che prega, dentro non c’è abbastanza posto, quindi i fedeli sono costretti a pregare per strada.

3° MOSSA. Scatta qualche foto di musulmani che pregano per la strada.
Organizza una manifestazione davanti alla moschea chiedendo di chiuderla. Coinvolgi gli abitanti del quartiere.

4° MOSSA. Suggerisci alcune alternative ridicole. Un velodromo esposto alle intemperie e circondato da gente ricca che sta già raccogliendo firme contro l’uso di quello spazio. O forse – sono parole del vicesindaco di Milano, De Corato – un luogo “dove non ci sono abitazioni né negozi“. O magari l’ex stabilimento dell’Alfa Romeo ad Arese, che non si trova neanche sul territorio di Milano e dove l’amministrazione comunale ha già tentato in passato (senza riuscirci) di “deportare” la comunità cinese per toglierla dal centro cittadino.

5° MOSSA. Proponi di multare chi prega per la strada per “occupazione di suolo pubblico”. Una mossa particolare: è stata suggerita da un uomo che dicono sia di sinistra, il presidente della provincia di Milano, Filippo Penati.

6° MOSSA. Fai in modo che la sinistra si spaventi così tanto per il “problema immigrazione e sicurezza” da imitare il linguaggio della Lega e della destra (vedi quinta mossa).

7° MOSSA. Diventa sempre più severo con la comunità musulmana, per esempio obbligandola a svolgere i servizi religiosi in italiano. Ma qualcuno l’ha detto al Papa? Era lui che voleva tornare alla messa in latino..

8° MOSSA. Blocca ogni possibilità di dialogo. Alza la posta in gioco.
Usa un linguaggio e una propaganda incendiari e razzisti, così nessuno con la testa sulle spalle vorrà mai una moschea davanti a casa sua.

9° MOSSA. Vittoria. Congratulazioni! Hai creato una “emergenza moschea di viale Jenner“, come con la famosa “emergenza Rom“: un’emergenza che esiste solo nella testa delle persone e sulla stampa.
Il numero dei tuoi elettori aumenta. La sinistra è disorientata. In Italia la “sicurezza” diventa la questione politica numero uno, al posto della corruzione, della crisi economica, dell’inquinamento. Ma il prezzo di questa “vittoria” è molto alto per tutti, immigrati e milanesi.

Questa vittoria ha emarginato un’intera comunità di persone, molte delle quali sono il motore dell’economia italiana. A Milano basta andare in un cantiere o in un negozio, oppure ordinare online la spesa al supermercato: gli addetti sono quasi tutti immigrati, e molti sono musulmani. Sono le stesse persone che stanno pagando la pensione a milioni di italiani. E non hanno un posto dove pregare. A Milano non c’è neanche una moschea, al coperto o all’aperto. Neanche un minareto. Niente. Solo un garage.

Io a Viale Jenner ci abito. Davanti alla moschea sono passato centinaia di volte. Non ho mai visto tensioni o violenze. Ma dopo anni di propaganda e di strumentalizzazione della paura dell’immigrato, le persone sono convinte che viale Jenner sia un posto pericoloso. Non è vero, ma è ormai troppo tardi.

Ah, dimenticavo. Effettivamente viale Jenner si è rivelato un posto molto pericoloso, ma per una sola persona. Si chiamava Abu Omar, era in Italia con lo status di rifugiato e nel febbraio del 2003 stava andando a piedi alla moschea, quando è stato rapito da agenti statunitensi con l’aiuto di agenti italiani, che l’hanno portato in una base militare americana dove è stato caricato su un aereo e trasferito in Egitto. Qui è stato torturato. Mentre scrivo non è ancora cominciato il processo per questo atto illegale. Intanto, continua “l’emergenza viale Jenner“.

John Foot, su Internazionale


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Da via Quaranta al Vigorelli

Da venerdì scorso il centro islamico di via Quaranta può orgogliosamente vantare un servizio regolare di parcheggiatori volontari.
Già in precedenza, in vista della preghiera comunitaria, alcune persone si premuravano di aiutare i fedeli ad attraversare la strada, in un tratto particolarmente trafficato – dove, circa tre anni fa, fu anche investito un bambino, nonostante la presenza di strisce pedonali – e scoraggiavano l’assembramento di biciclette sul marciapiede antistante. Questo venerdì, munite di vistosi gilet – che avranno strappato più di qualche sorriso – quelle stesse persone si sono date da fare per impedire la sosta di veicoli in doppia fila ed indicare parcheggi di minore intralcio per la viabilità e per i residenti.

Il clima di novità è stato confermato durante la khutba, il sermone che precede il culto. Solitamente, alla predica in arabo seguiva subito la preghiera, e solo in un secondo momento la traduzione italiana – soprattutto per le esigenze lavorative della maggior parte dei presenti. Oggi, invece, la traduzione del sermone ha preceduto la preghiera, e con un’esplicita attestazione di riguardo nei confronti dei credenti non-arabofoni presenti. Perfino la sua qualità lessicale è risultata di gran lunga superiore al solito.
Una lunga premessa ha riguardato specificamente le questioni più concrete: evitare le soste in doppia fila, cercare parcheggi più distanti e liberarli appena terminata la preghiera; non affollare le strade circostanti, impegnarsi a non essere motivo di disagio e rispettare le abitudini e le sensibilità degli abitanti della zona.

La spinosa vicenda di viale Jenner ha certamente contribuito ad incentivare nella comunità islamica un qual certo senso di positiva urgenza, di rinnovata attenzione per se stessa e per la società italiana, di spiccata responsabilizzazione collettiva. Così i temi della sostenibilità viabilistica e delle esigenze del quartiere si sono affiancati alla promozione dei corsi di arabo e di italiano, attivi ormai già da qualche tempo.
Si tratta, naturalmente, di germogli che richiedono tutta la nostra cura e dedizione.
A partire, se Dio vuole, da venerdì prossimo: credo che i musulmani – milanesi e non – che ne avessero la possibilità, dovrebbero prendere in considerazione l’idea di celebrare la preghiera comunitaria al velodromo Vigorelli. Si tratterebbe di un’attestazione concreta di solidarietà ai fratelli di viale Jenner, e di un atto civile di denuncia verso una situazione di precarietà cultuale, insopportabile tanto per la cittadinanza quanto per la tradizione liberale del capoluogo lombardo.


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Viale Jenner e il posto dei musulmani

Da qualche giorno la Lega ha dato inizio alla sua campagna d’estate. Non c’era più tempo da perdere, perchè le incrinature della strategia leghista nell’attuale coalizione governativa si erano fatte ormai troppo profonde e stridenti. Dal referendum irlandese contro il trattato europeo di Lisbona alle crescenti difficoltà economiche degli enti locali, dallo stallo della situazione di Alitalia fino al moltiplicarsi dei provvedimenti a personale favore del premier: la Lega della Padania Libera, del federalismo e della lotta contro i privilegi del palazzo sbiadiva ormai in quel magma di interessi e scambi di favori che lo stesso Bossi ha definito “un bordello“.
Il polverone, insomma, andava sollevato, ed i leghisti si sono affrettati a farlo andando a rispolverare i campi Rom, prima, ed i marciapiedi di viale Jenner, a Milano, poi.

Il Centro Culturale Islamico di viale Jenner 50, a Milano, nacque nel 1988. A proposito della sua fama di “moschea dei terroristi“, è interessante notare che, a fronte di un “bacino di utenza” stabile di circa 4000 persone – ma molte di più vi avranno fatto riferimento, nel corso degli anni – meno dell’1% è stato imputato in indagini giudiziarie relative al terrorismo internazionale, ed una percentuale ancora minore ha subìto una reale condanna.
Nemmeno il discorso politico, peraltro, si spinge più a denunciare la pericolosità del centro islamico; il motivo polemico, oggi, è invece il disagio creato agli abitanti del quartiere da parte dei credenti musulmani che durante la preghiera del venerdì, a causa dello spazio limitato, si ritrovano a pregare all’esterno del centro, sistemandosi sui marciapiedi antistanti. E’ dunque sintomo di una spiccatissima sensibilità urbanistica, probabilmente, il diretto interessamento – addirittura – del Ministero dell’Interno, per un marciapiede occupato un’ora alla settimana, che provoca minori disagi alla viabilità di un qualsiasi mercato all’aperto.
E’ comunque da parecchi anni, ormai, che i responsabili del centro islamico hanno a più riprese dimostrato la più ampia disponibilità a superare questa situazione di precarietà; tuttavia, le loro numerose lettere al Comune di Milano non hanno ricevuto alcun riscontro, e la ricerca di uno spazio alternativo si è arenata nei cavilli urbanistici e nella renitenza dei potenziali offerenti.

Posta e condivisa la necessità di uno spostamento del centro islamico, ora il problema sta nella localizzazione della nuova sede, che secondo alcuni orientamenti dovrà sorgere “fuori della città, in una zona non urbanizzata, non residenziale e non commerciale“. Insomma, dove li mettiamo, ‘sti musulmani?
Al centro islamico di via Padova 142 – dove il venerdì la preghiera è celebrata a turni, per mancanza di spazio – avevano già provato a rispondere a questo grattacapo, acquistando uno stabile in fondo alla strada, al 366 (verso l’infinito, ed oltre). Eppure, anche il loro tentativo si è rivelato fallimentare: nel loro caso, infatti, la compresenza di una vasta area edificabile, di un’ampia zona per il parcheggio, della fermata della metropolitana e di un’uscita della tangenziale cittadina non venne salutata come un sintomo risolutivo di decoro ed accessibilità, ma piuttosto come l’incentivo ad “un flusso quotidiano di musulmani che rischia di [..] sfociare nella formazione di un ghetto straniero. Attualmente il progetto di adeguamento del terreno – pagato interamente dalla comunità islamica – è sospeso a causa di una legge regionale ad hoc, che ha reso necessari ulteriori specifici permessi burocratici per quelle comunità religiose non convenzionate da un’Intesa con lo Stato. In una parola: il problema delle moschee sono i musulmani che le vogliono frequentare.

Oggi, a Milano, per i circa 70 mila credenti di fede islamica, il diritto costituzionale di esercitare il proprio culto è “garantito” da una piccola moschea fuori della città (Segrate), da pochissimi piccoli stabili, inadeguati ma tollerati dal Comune (viale Jenner, via Padova e via Quaranta, tra gli altri) e dalla prossima agibilità temporanea del velodromo cittadino, per 4 ore alla settimana e dietro pagamento di un regolare, oneroso affitto.
Il ritardo della metropoli lombarda, a confronto con tutte le altre grandi città europee, nella garanzia sostanziale del diritto all’esercizio della fede islamica è del tutto evidente ed inescusabile.

Va detto che per un credente qualsiasi posto è buono per tributare il culto dovuto al suo Creatore – nei limiti delle prescrizioni rituali, naturalmente.
E’ però chiaro interesse di tutta la cittadinanza, al di là di ogni schema ideologico, comprendere che un centro islamico non è soltanto un luogo di preghiera e raccoglimento per molte delle persone che vivono in città; esso può fungere soprattutto da incentivo alle più svariate iniziative di alfabetizzazione, socializzazione, scolarizzazione, avviamento lavorativo, educazione civica e sanitaria, e così via. Spesso queste strutture rappresentano anche gli snodi privilegiati per la promozione dei rapporti organici tra immigrati e territorio, nonché per la saldatura tra rappresentanze linguistiche ed istituzioni locali.

E’ dunque evidente che la tutela della dignità e della riconoscibilità di questi luoghi, qualora condotta con scienza e coscienza, rappresenta un valore per tutta la comunità civile. In questa prospettiva, la proposta di Aldo Brandirali – che prevede l’apertura di piccole moschee di riferimento per le diverse zone di Milano – coglie esattamente il senso e la misura della questione, meritando ogni riconoscimento.
La comunità islamica milanese deve ora dimostrare il miglior grado di compattezza e di maturità politica. Il recente appello di Hamza Piccardo – che sottoscriviamo pienamente – va proprio in questa direzione, auspicando la più solida unità d’intenti e di azioni, innanzi tutto tra i musulmani milanesi. Bisogna riconoscerlo: è giunto il tempo in cui rialzare il capo è divenuta una necessità, prima che una scelta, ed in cui la rivendicazione della propria dignità rappresenta un dovere, ben prima che un diritto.