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Il nuovo antisemitismo

Nel 1555, papa Paolo IV descriveva come “oltremodo assurdo” che gli ebrei potessero “ingiuriare” i cristiani vivendo indistintamente nei pressi delle chiese, prendendo in affitto delle abitazioni nelle zone centrali delle città, ed acquistando immobili di proprietà. Si risolse dunque ad emanare un vasto decreto pontificio (Cum nimis absurdum), che tra l’altro obbligava le persone di fede ebraica ad indossare un distintivo giallo, ad edificare un solo luogo di culto in quartieri separati dalla popolazione cristiana – i famigerati ghetti – ed a redigere i documenti relativi all’amministrazione sinagogale in lingua italiana o latina.

Tali provvedimenti rappresentarono la più compiuta espressione legislativa di un lungo processo di disumanizzazione di un gruppo religioso, che fino a partire dalla predicazione di alcuni Padri della Chiesa aveva indicato negli ebrei “gente rapace, bugiarda, ladra ed omicida (Giovanni Crisostomo; Omelie IV,1); serpenti la cui preghiera è un raglio d’asino (Girolamo); razza di vipere, oscuratori della mente, lapidatori, nemici di tutto ciò che è bello (Gregorio di Nissa)”, i cui luoghi di culto sarebbero stati “caverne di ladri e tane di bestie rapaci e sanguinarie (cit; Omelie I,2)”. Gli effetti concreti di queste affermazioni, che interesseranno ancora drammaticamente tutta l’età moderna, durante il basso Medioevo assunsero addirittura i tratti della psicosi collettiva: “Con il passare del tempo, l’ossessiva predicazione degli ordini mendicanti contro gli ebrei “assassini” fissò a tal punto nella mentalità comune lo stereotipo dell’ebreo diabolico che neppure l’autorità del papa fu più in grado di tenere sotto controllo le sanguinose conseguenze dell’odio popolare” (Ghiretti, Storia dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo; ed. Mondadori, pp.99).

Benché la Chiesa Cattolica abbia perlopiù largamente superato, ormai da diverso tempo, queste dure espressioni di intolleranza – prima col Concilio Vaticano II, poi col pontificato di papa Wojtyla – la loro sostanza è ben lontana dall’esaurirsi. Essa ha soltanto mutato il suo obiettivo polemico, nella retorica discriminatoria come nel pregiudizio popolare.
Nel 2008, in una vera e propria traduzione del sentimento antisemita, alla figura dell’ebreo assassino ed infanticida” si è infatti sostituita quella del musulmano terrorista e tagliagole“; il “giudeo bugiardo e demoniaco” ha fatto posto al “dissimulatore islamico nemico della democrazia“. Oggi non è dunque un “complotto ebraico mondiale” (cfr. Protocolli dei Savi dei Sion) a dover turbare le notti delle persone perbene, bensì una silenziosa, strisciante “invasione islamica” (Bat Ye’or, Eurabia; 2005); alla medievale minaccia ebraica di avvelenamento dei pozzi, oggi si è succeduto il pericolo della contaminazione di interi acquedotti da parte dei musulmani (Allam, Corriere 5.7.08). Affermati esponenti politici ed influenti opinion makers non hanno alcuna difficoltà a definire i musulmani come “un tumore da estirpare” (Gentilini); luridi cornuti, che evocherebbero la necessità di una pulizia etnica (Borghezio)”.

La polemica islamofoba si fa, se possibile, ancor più virulenta nei confronti dei luoghi di culto islamici: moschee e centri di cultura islamica sono indistintamente, esplicitamente esecrati come “centri d’affari, dove si riparano tutti i terroristi, e dove si architettano programmi per distruggere la nostra civiltà, la nostra tradizione, la nostra religione (Gentilini); migliaia di focolai di cellule terroristiche (Taormina, secondo cui “tutti i musulmani dovrebbero essere cacciati dall’Italia“); luoghi di indottrinamento ad un’ideologia di odio, violenza e morte, che tramite un lavaggio del cervello trasforma le persone in robot della morte (Allam, Il Gazzettino 22.6.08)”.

Le prime espressioni legislative di questo processo di discriminazione di un determinato gruppo religioso, ancora una volta, non hanno infine tardato a manifestarsi.
In ambito nazionale, Roberto Cota – capogruppo leghista alla Camera – ha presentato una proposta di legge (n.1246/2008) “per arginare la proliferazione in casa nostra delle moschee, luoghi politici e simbolici di una civiltà che ha avuto un percorso di 1400 anni in antitesi alla cultura occidentale, spesso luoghi militari, teatro di eventi raccapriccianti (Repubblica 11.9.08)”. In quanto “luoghi di culto di una religione che non ha (ancora) sottoscritto Intese con lo Stato“, solo le moschee subiranno specifiche restrizioni legislative; queste andranno dal “divieto di attività non strettamente collegate all’esercizio del culto, ivi comprese l’istruzione e la formazione a qualunque titolo esercitate (art.4/4e)”, al “divieto di lingue diverse da quella italiana in tutte le attività pubbliche che non siano strettamente legate all’esercizio del culto (4/4f)”. Soltanto le moschee non potranno situarsi entro “il raggio di un chilometro (3/1b)” da edifici legati ad altre confessioni religiose; sarà genericamente vietato “l’utilizzo in luoghi aperti al pubblico di strumenti per la diffusione di suoni o di immagini da parte di confessioni o associazioni religiose che non abbiano stipulato un’Intesa con lo Stato (3/1c)”. L’approvazione per l’edificazione o la ridestinazione d’uso d’una moschea sarà demandata all’arbitrio delle singole Regioni, e sottoposta ad avallo referendario (2/1); guide di culto e catechisti dovranno iscriversi in appositi registri presso il Ministero dell’Interno (4/2).
A Milano – “vera capitale della ‘Ndrangheta“, secondo il magistrato calabrese Vincenzo Macrì, dove tuttavia ci si è finora rifiutati di creare una commissione di controllo per gli appalti del prossimo Expo 2015 – l’estate scorsa il Ministro dell’Interno Roberto Maroni ha ritenuto opportuno intervenire in prima persona per sgomberare un tratto di marciapiedi in viale Jenner: l’atavica carenza di spazio del prospiciente Istituto Culturale Islamico costringeva alcuni fedeli ad occuparne una porzione per circa due ore alla settimana, durante la preghiera del Venerdì. Nel corso degli anni, l’Istituto ha ripetutamente inoltrato diverse comunicazioni e richieste di assistenza alle autorità comunali, ed ha versato caparre per diverse migliaia di euro, nella ricerca di una sistemazione più adeguata; i suoi sforzi, tuttavia, hanno incontrato soltanto una consapevole, ideologica irresponsabilità istituzionale, la mercantile sordità delle forze politiche, ed una legge regionale ad hoc, destinata di fatto ad intralciare proprio i tentativi di trasferimento dei centri islamici (L.R.12/2005 art.74/4.bis, il cui autore, Davide Boni, aveva invocato la “chiusura di tutte le moschee” e “la schedatura obbligatoria per tutti coloro che frequentano le moschee“). Secondo il vicesindaco di Milano, De Corato, la prossima sede dell’Istituto Culturale dovrà sorgere “fuori della città, in una zona non urbanizzata, non residenziale e non commerciale“.

Oggi, diversi attori politici e culturali invocano garanzie di sicurezza e legalità, ma al contempo profondono il più grande impegno nell’intralciare – culturalmente e giuridicamente – il concreto percorso di partecipazione e responsabilizzazione dei centri islamici. Rappresentanti delle istituzioni gareggiano per negare con altisonante fermezza quei finanziamenti pubblici che i musulmani non hanno mai domandato, per opere che le comunità islamiche hanno ripetutamente assicurato di poter (difficoltosamente) pagare di tasca propria. Numerosi esponenti politici esigono per l’apertura di un luogo di culto quelle consultazioni referendarie, che s’impegnano invece ad osteggiare accuratamente, in occasione dell’ampliamento di una base militare (Vicenza) o della costruzione di un nuovo inceneritore (Milano).
Domani, i programmi di integrazione linguistica, di welfare di base e di avviamento al lavoro – tuttora parte integrante delle prime attività dei centri islamici – potrebbero essere proibite, e costrette a cessare. Le comunità islamiche dovranno forse adeguarsi – quasi cinque secoli più tardi, e nell’ambito della legislazione di uno Stato laico – alle medesime restrizioni che una bolla pontificia impose precedentemente alle stesse comunità ebraiche: dalla segregazione dei luoghi di culto rispetto al resto del corpo cittadino, all’imposizione per legge di una lingua da adottare nell’ambito delle proprie attività.
Dopodomani, infine, potrebbe dunque venire il momento del distintivo giallo?


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Visti da lontano: la Lega Nord

Tramite il blog di Maryam, risalgo ad un articolo di Paul Bompard tratto dal Financial Times dello scorso Agosto, ma di certo ancora attuale, di cui ripropongo una traduzione.
Miei i grassetti ed il commento a margine.

La Lega Nord italiana – il movimento populista, xenofobo, e qualche volta separatista, che è una componente chiave della coalizione di governo di Silvio Berlusconi – ha proposto una nuova legge che in pratica bloccherebbe la costruzione di nuovi luoghi di culto islamici.
Il provvedimento – che il capo dei deputati della Lega, Roberto Cota, dovrebbe presentare in parlamento la prossima settimana (all’inizio di settembre, ndt) – richiederebbe l’approvazione regionale per la costruzione delle moschee. Imporrebbe inoltre la convocazione di un referendum locale, il divieto per minareti ed altoparlanti che chiamino i fedeli alla preghiera, e l’utilizzo dell’italiano nei sermoni, invece dell’arabo.

Le possibilità che questa proposta di legge sia approvata così com’è sono poche, poiché contrasta con numerosi diritti costituzionali e non ha ottenuto l’immediato sostegno del partito dello stesso Berlusconi, Forza Italia, né del partito postfascista Alleanza Nazionale.
C’è però stato il cauto assenso del piccolo partito ultra-cattolico dell’Udc, e la proposta di una legge contro le moschee riflette indubbiamente un sentimento diffuso tra gli Italiani, secondo cui ci sarebbe bisogno di qualche difesa contro la rapida crescita della presenza Islamica. Attualmente, la popolazione musulmana in Italia è stimata attorno al milione di persone, con 258 centri islamici riconosciuti.

La Lega Nord – che teoricamente caldeggia la secessione dell’Italia settentrionale da quella centrale e meridionale – ha ottenuto più dell’8 per cento dei consensi nelle elezioni politiche dello scorso Aprile, ed ha sempre strombazzato la difesa dei valori nazionali della “razza” padana come un naturale prodotto della sua terra.
Senza fornire dettagli, Roberto Maroni, il conservatore ministro degli Interni in quota Lega, in Aprile disse anche che “i nomadi” – come gli Italiani chiamano gli Zingari, benché i più si dedichino soltanto a piccoli spostamenti – che non fossero cittadini italiani e non realizzassero le condizioni per restarre, sarebbero stati deportati nei loro “Paesi d’origine”.
La Lega ha capitalizzato un’ondata di xenofobia, paura per i crimini commessi da stranieri, e preoccupazione per gl’immigrati irregolari, che ha fatto molto per aiutare la coalizione di Berlusconi a vincere le elezioni.

Commentando l’articolo del FT, il sito di informazione Islamonline.net ha poi appuntato alcune ulteriori osservazioni, sui musulmani in Italia e sull’identità leghista.

[..] I musulmani stanno già incontrando diverse difficoltà per ottenere l’approvazione per la costruzione di moschee, ben prima di questa nuova legge. I cittadini di Genova protestarono lo scorso Settembre, per il piano di costruzione di una moschea in città, reclamando che sarebbe stato offensivo per la sua vicinanza ad una chiesa. Nella paese di Colle Val d’Elsa, molti cittadini vedono una moschea in fase di costruzione come un simbolo di “occupazione”. Le autorità italiane si sono piegate alle pressioni di gruppi di destra ed hanno abbandonato i piani di costruzione di una moschea a Bologna.

La Lega Nord è apertamente accusata di razzismo, e molti critici la chiamano “il BNP d’Italia”, un riferimento al partito inglese di estrema destra. La sua campagna elettorale si è giocata sui temi dell’immigrazione, del crimine, e delle paure economiche e culturali connesse con l’immigrazione. Presentandosi come difensore delle radici cristiane dell’Italia, cominciò a Maggio la sua opera nel nuovo governo chiudendo una moschea nella città di Verona. Lo scorso settembre, la Lega celebrò il successo della sua campagna per bloccare la costruzione di una moschea nella città di Bologna. L’8 Agosto, il dirigente della Lega Mario Borghezio irruppe in una chiesa nella città di Genova proclamando slogan islamofobi: ha giurato di “continuare la lotta dei Cavalieri dell’Ordine di Malta per difendere la Cristianità“. […]

L’intellighenzia leghista si muove sull’equilibrio precario tra efficienza amministrativa – soprattutto a livello locale – e retorica xenofoba. Questa evoca il consenso che quella consolida. Si tratta di un circuito vincolante, da cui la Lega non può uscire: essa nasce contrappositiva, e nel nemico esterno – nel Federico Barbarossa di turno: Roma, i meridionali, gl’immigrati, l’Islam – riconosce la sua intima, imprescindibile ragion d’essere. Il mitologema leghista si nutre dell’epica del Carroccio; l’ordinaria contabilità amministrativa è lo sfondo necessario ad una primaria narrazione neocampanilista.
Come già annotammo, generalmente la retorica del conflitto si fa tanto più acuta quanto più scarsa è l’efficienza realpolitica. Così come il Partito Repubblicano statunitense esalta la centralità della sicurezza nazionale per celare i suoi fallimenti in politica interna, allora, allo stesso modo la Lega annuncia una legge anti-moschee proprio nel momento in cui gli enti locali definiscono la “sua” riforma federale “un’araba fenice“.

Il successo politico della Lega, d’altra parte, è correlato all’intrinseco provincialismo della classe politica italiana, per cui la stampa estera può frequentemente rilevare una vergognosa confusione tra osteria ed istituzione. E’ in quest’ottica e con questo spirito che, in diverse occasioni, tra vilipendi alla bandiera ed all’inno nazionale, minacce di rivolte armate e disordini di piazza, e la definizione dei cittadini musulmani come “un tumore da estirpare“, le criminogene boutades di alcuni leaders hanno incontrato soltanto una sospirosa alzata di spalle, o tutt’al più un’indignazione di giornata, quando non proprio un’assuefatta indifferenza.

Ma se per alcuni esponenti politici l’unico orizzonte internazionale è quello di un raduno estremista continentale in cui si gareggia a spararla più grossa, quanto tempo ancora la società civile italiana potrà invece tacitamente acconsentire a che una delle minacce più serie all’immagine del Paese sia proprio la possibilità che i suoi dirigenti politici siano davvero presi sul serio?


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Scacco all’immigrato in dieci mosse

1° MOSSA. Ignora il fatto che nella tua città ci sono degli immigrati, salvo quando commettono reati o s’incontrano a gruppi per la strada o pregano.
Non dargli il diritto di voto, non costruire alloggi per loro, lascia svolgere alla Chiesa il lavoro di integrazione.

2° MOSSA. Non permettere agli immigrati di costruirsi una moschea , ma costringili ad usare uno spazio troppo piccolo per la comunità. Un garage. Il che significa che quando c’è qualche centinaio di persone che prega, dentro non c’è abbastanza posto, quindi i fedeli sono costretti a pregare per strada.

3° MOSSA. Scatta qualche foto di musulmani che pregano per la strada.
Organizza una manifestazione davanti alla moschea chiedendo di chiuderla. Coinvolgi gli abitanti del quartiere.

4° MOSSA. Suggerisci alcune alternative ridicole. Un velodromo esposto alle intemperie e circondato da gente ricca che sta già raccogliendo firme contro l’uso di quello spazio. O forse – sono parole del vicesindaco di Milano, De Corato – un luogo “dove non ci sono abitazioni né negozi“. O magari l’ex stabilimento dell’Alfa Romeo ad Arese, che non si trova neanche sul territorio di Milano e dove l’amministrazione comunale ha già tentato in passato (senza riuscirci) di “deportare” la comunità cinese per toglierla dal centro cittadino.

5° MOSSA. Proponi di multare chi prega per la strada per “occupazione di suolo pubblico”. Una mossa particolare: è stata suggerita da un uomo che dicono sia di sinistra, il presidente della provincia di Milano, Filippo Penati.

6° MOSSA. Fai in modo che la sinistra si spaventi così tanto per il “problema immigrazione e sicurezza” da imitare il linguaggio della Lega e della destra (vedi quinta mossa).

7° MOSSA. Diventa sempre più severo con la comunità musulmana, per esempio obbligandola a svolgere i servizi religiosi in italiano. Ma qualcuno l’ha detto al Papa? Era lui che voleva tornare alla messa in latino..

8° MOSSA. Blocca ogni possibilità di dialogo. Alza la posta in gioco.
Usa un linguaggio e una propaganda incendiari e razzisti, così nessuno con la testa sulle spalle vorrà mai una moschea davanti a casa sua.

9° MOSSA. Vittoria. Congratulazioni! Hai creato una “emergenza moschea di viale Jenner“, come con la famosa “emergenza Rom“: un’emergenza che esiste solo nella testa delle persone e sulla stampa.
Il numero dei tuoi elettori aumenta. La sinistra è disorientata. In Italia la “sicurezza” diventa la questione politica numero uno, al posto della corruzione, della crisi economica, dell’inquinamento. Ma il prezzo di questa “vittoria” è molto alto per tutti, immigrati e milanesi.

Questa vittoria ha emarginato un’intera comunità di persone, molte delle quali sono il motore dell’economia italiana. A Milano basta andare in un cantiere o in un negozio, oppure ordinare online la spesa al supermercato: gli addetti sono quasi tutti immigrati, e molti sono musulmani. Sono le stesse persone che stanno pagando la pensione a milioni di italiani. E non hanno un posto dove pregare. A Milano non c’è neanche una moschea, al coperto o all’aperto. Neanche un minareto. Niente. Solo un garage.

Io a Viale Jenner ci abito. Davanti alla moschea sono passato centinaia di volte. Non ho mai visto tensioni o violenze. Ma dopo anni di propaganda e di strumentalizzazione della paura dell’immigrato, le persone sono convinte che viale Jenner sia un posto pericoloso. Non è vero, ma è ormai troppo tardi.

Ah, dimenticavo. Effettivamente viale Jenner si è rivelato un posto molto pericoloso, ma per una sola persona. Si chiamava Abu Omar, era in Italia con lo status di rifugiato e nel febbraio del 2003 stava andando a piedi alla moschea, quando è stato rapito da agenti statunitensi con l’aiuto di agenti italiani, che l’hanno portato in una base militare americana dove è stato caricato su un aereo e trasferito in Egitto. Qui è stato torturato. Mentre scrivo non è ancora cominciato il processo per questo atto illegale. Intanto, continua “l’emergenza viale Jenner“.

John Foot, su Internazionale