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La Russa ed i soldatini di piombo

La Russa non può fare a meno di far brillare gli occhi e di sorridere con pavido godimento ogni volta che si ha a che fare con la guerra ed i suoi soldatini.

Solo che questi soldatini non sono di piombo come quando ci giocava da bambino, piccolo balilla, ma sono in carne ed ossa e sangue.

La smetta con le pose marziali e volitive che sembra uscito da una gag di Fiorelloo , peggio, di Corrado Guzzanti,  oppure sia coerente fino in fondo ed ordini a suo figlio Geronimo di mettersi la divisa e condividere col babbo i furori guerrafondai…

Quanta gente mediocre ed al posto sbagliato ci è toccata subire in questi anni di basso impero…

(AGI) – Roma, 17 mag. – Ventidue militari italiani hanno perso la vita in Afghanistan. Non tutti per attentati, alcuni per incidenti, altri, come il tenente colonnello Carlo Liguori, morti per infarto il 2 luglio 2007 ad Herat, o il caporal maggiore Alessandro Caroppo, deceduto per un malore sempre ad Herat il 21 settembre 2008.

L’attacco di questa mattina, 25 chilometri a sud dui Bala Murghab è costato la vita a due alpini con il ferimento di altri due, e fra questi una donna, e’ solo l’ultimo degli attacchi contro le forze della coalizione. L’ultimo contro gli italiani avvenne il 17 settembre del 2009 a Kabul e provoco’ la morte di sei militari.

Le vittime sono il sergente Massimiliano Ramadù e il caporalmaggiore Luigi Pascazio. La Russa annuncia : “Rischio connesso alla missione“. La Nato blandisce : “Dall’Italia un lavoro eccellente“. Un aereo della Pamir Airways disperso tra Kabul e Kunduz con a bordo 46 persone.

In realtà l’amministrazione USA ha da tempo abbandonato l’idea di esportare la democrazia sulla punta delle baionette – anzi dei missili – e cerca  una strategia politica da affiancare a quella militare, finora  inutile e dal dolciastro sapore di sangue ed ingiustizia.

Ora si scopre che il mondo dei Talebani non sempre è sovrapponibile a quello dei terroristi di Osama bin laden e del mullah Omar e che anzi converrebbe iniziare a trattare con i signori della guerra che dominano incontrastati in Afghanistan da secoli.

Solo noi ormai abbiamo ministri che si eccitano con l’odore del napalm e godono a passare in rassegna le truppe, ma tant’é…

Ripropongo una arguta riflessione su questa guerra del nostro antico redattore Abdannur, un post fatto diverso tempo fa ma ancora molto interessante e secondo me piuttosto attuale.

Ne approfitto per salutarlo ed invitarlo a farsi sentire…

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La guerra afghana assomiglia notevolmente al conflitto vietnamita. Territorio impervio, guerriglia con forti basi di consenso popolare, solide motivazioni ideologiche di resistenza allo straniero.
L’errore americano, ora come allora, si sta configurando allo stesso modo, come d’altronde stenta a fare altrimenti in quasi tutti i teatri d’intervento internazionale, dalla Somalia all’Iraq: massiccio uso della forza – ma Tora Bora non s’è potuto defoliare come le foreste tropicali – ed un interesse per la ricostruzione civile che risulta apparentemente strumentale ai soli fini di una vittoria strategica, di un’egemonia politica, la cosiddetta “conquista dei cuori e delle menti“. In una parola, la tutela e la promozione delle condizioni di vita delle popolazioni civili intese non come fine dell’intervento, ma come strumento alla sua miglior riuscita (o quantomeno come antidoto al suo fallimento più eclatante).

Oggi il Pentagono afferma esplicitamente la necessità di “negoziare coi talebani“, quantomeno coi loro rappresentanti più disponibili ad un’intesa costruttiva con le forze Isaf. In Italia, tuttavia, questo sembra ancora un argomento tabù, e negli ultimi mesi equivaleva praticamente ad un’attestazione di connivenza all’estremismo oscurantista.
Ciò equivale a non aver compreso per nulla l’orizzonte geostrategico entro cui ci si muove, all’interno del quale i talebani rappresentano – nel bene e nel male – un’espressione autentica della società tradizionale afghana, nei suoi tratti e nelle sue frammentazioni etno-tribali, e pur con diverse influenze e distorsioni esterne, pakistane e saudite in primis. Quella stessa società afghana che in diversi secoli ha combattuto strenuamente la presenza straniera, senza mai rassegnarsi ad una condizione di sostanziale subordinazione, tanto tramite un’endemica tendenza alla guerriglia armata quanto attraverso brillanti episodi di resistenza nonviolenta organizzata su scala sociale.

Noi sappiamo che le vie del gas centroasiatico sono almeno altrettanto importanti delle corsie del traffico di eroina che fanno a capo alle mafie di tutti i Paesi, ben oltre che alla guerriglia taliban – sotto il cui governo furono fatti diversi sforzi, e con discreti risultati, per la riconversione delle colture agricole. Capiamo benissimo, dunque, come gl’interesse economici transnazionali – di volta in volta, più o meno legali o virtuosi – abbiano un peso decisivo nelle scelte di politica estera dei diversi attori coinvolti della crisi della regione.
E’ dunque un cambio di mentalità, prim’ancora che di strategia, quel che serve alla coalizione Isaf; una mentalità nuova e radicalemente diversa, che veda negli afghani un dignitoso soggetto storico autonomo con cui allacciare rapporti alla pari, piuttosto che un muto oggetto inerte di politica estera, od un anonimo consumatore passivo di modelli politici e finanziari. Un cambio di mentalità particolarmente difficoltoso, per una cultura politica che adotta sistematicamente una falsa coscienza moralista per giustificare variabili indipendenti di tutt’altra natura; una cultura politica che sembra non aver ancora smesso di scorgere penne indiane, all’orizzonte di un Lontano West apparentemente sconfinato.

Abdannur