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Disoccupazione: intervista al Presidente Associazione Lavoro Over 40

di Luchino Galli, blogger e mediattivista

Dopo la pubblicazione di una serie di dati qui sul blog  ricevuti in un commento da parte del  Dottor Zaffarano, ecco un intervista di Luchino Galli collaboratore del blog sui temi delle disoccupazione e gestore della pagine facebook Maipiùdisoccupati.

1) Dottor Zaffarano, quando è stata costituita l’Associazione Lavoro Over 40, e a quali scopi?  

 L’associazione è sorta nel 2003 a cura di un gruppo di persone che hanno vissuto sulla propria pelle la disoccupazione in età matura con difficoltà infinite al reinserimento lavorativo, e che hanno deciso di dare voce a questa difficoltà, raccogliendo da subito un buon gruppetto di soci e simpatizzanti. Allo stereotipo di moltissime aziende che rifiutavano, ed ancora oggi rifiutano, il lavoratore maturo, si accompagnava anche una mancanza di strumenti legislativi idonei a sostenere queste persone ed una sordità del sindacato, che continuava invece la politica di dismissione dei lavoratori maturi  in accordo con le associazioni di categoria.

Il risultato? Una fascia di persone over 40 completamente dimenticata. Ecco perché occorreva fare emergere la propria voce.

2) Chi si rivolge all’associazione, e per quali motivi? Com’è cambiato negli anni l’utente dell’associazione? 

L’associazione viene contattata da persone – che si trovano in diverse situazioni lavorative, o meglio non lavorative: disoccupati di lunga durata, persone in CIG, mobilità – che si aspettano una esclusione dal mondo lavorativo a breve, lavoratori che sono in mobbing; insomma persone che provano una sofferenza lavorativa e che non riescono più a ritrovare la loro dignità di lavoratore, e l’identità di uomo. Non esiste una tipologia precisa: si presentano donne, uomini, operai impiegati, dirigenti, direttori, ex artigiani, lavoratori autonomi. Una panorama umano quindi; sono accomunati da due elementi: l’aver perso la loro sicurezza con poca speranza di riconquistarla e il non vedere un futuro per sé e per i propri cari. Un panorama che mostra tutti i lati di difficoltà, e a volte di tragicità, nel vivere tale condizione di difficoltà, con l’aggravante di avere  avanti a sé un muro fatto di incomprensione ed un rifiuto spesso secco al reinserimento con la conseguenza di sentirsi zavorra e relegato ai margini della società.

Negli anni l’utente non è cambiato molto: mostra sempre le medesime difficoltà ma in un mondo in crisi che accentua ancor più la criticità del lavora al pari e ancor più dei giovani. 

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Intervista ad Alessandro Tambellini, candidato sindaco per la coalizione di centrosinistra a Lucca

Sviluppo sostenibile, contrasto alla disoccupazione adulta e giovanile, welfare locale e reddito minimo garantitoCinque domande ad Alessandro Tambellini, candidato sindaco per la coalizione di centrosinistra * a Lucca.

* (Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà, Federazione della Sinistra, Italia dei Valori, Lucca civica Tambellini Sindaco)

Luchino Galli, blogger e mediattivista, intervista Alessandro Tambellini

Il sindaco del centrodestra Mauro Favilla è in corsa per il sesto mandato, ma nello scenario politico lucchese consolidati equilibri si sono rotti e saranno undici i candidati sindaco alle prossime elezioni amministrative del 6 e 7 maggio. 

Dottor Tambellini, come è nata la Sua candidatura a sindaco, e quali sono le Sue parole d’ordine “per aprire una nuova stagione” nella città di Lucca?

La mia candidatura è nata da un percorso condiviso dei partiti del centrosinistra che mi hanno scelto come candidato sindaco all’unanimità. Insieme ai partiti c’è stato, e c’è, un pezzo importante della società civile che mi accompagna e mi sostiene da tempo e che rappresenta un valore aggiunto notevole. Sono persone che fanno parte di associazioni e gruppi organizzati o singoli cittadini che hanno sempre spinto affinché nella classe politica ci fossero persone nuove, competenti e oneste. In questi mesi sto poi ricevendo attestati di stima e anche sostegno da parte di persone storicamente legate alla cultura e ai partiti di centrodestra le quali, avendo visto il livello di divisioni, opacità nelle scelte e immobilismo della classe politica che ha amministrato la città negli ultimi anni, sono stufe di certi spettacoli e credono che la mia candidatura possa essere comunque positiva per la città. Stiamo portando avanti una campagna solida e sobria, orientata all’incontro con i cittadini, alla trasparenza nelle intenzioni programmatiche, alla partecipazione. Stiamo svolgendo veri e propri “tour” nei quartieri e nei paesi della lucchesia che mi portano a parlare e confrontarmi con tante persone. Sulla scorta del modello campagna di Pisapia a Milano, si sono creati nel territorio una decina di comitati locali che sostengono la mia candidatura e organizzano incontri e attività. Al programma elettorale hanno lavorato duecento persone, militanti dei partiti e cittadini fuori dalla politica partitica: il programma nasce dalle esigenze quotidiane che la nostra città continua a disattendere ed è molto concreto. È il disegno della città del futuro, una città nuova e vivibile per tutti.

L’economia lucchese è trainata dalle esportazioni verso i mercati esteri (nella nostra provincia, nei primi nove mesi del 2011, il valore dell’export ha segnato un aumento del 10,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), ma l’occupazione cala, peggiora la qualità complessiva del lavoro; diminuiscono, in termini reali, il reddito disponibile e il potere d’acquisto della maggioranza delle famiglie; stentano i consumi; si acuiscono le diseguaglianze sociali. 

E’ possibile un modello di sviluppo sostenibile che, a partire dal territorio locale, crei occupazione stabile e redditi decorosi, conciliando crescita economica e benessere sociale anche all’insegna di una più diffusa ed equa distribuzione della ricchezza?

Credo che uno dei compiti più importanti di una buona politica sia quello di dimostrare che è ancora capace di essere realmente al servizio dei cittadini e del reale benessere. Incontrando ogni giorno molte persone, noto che la cosiddetta “antipolitica” è un sentimento che si sta diffondendo a macchia d’olio: i cittadini non hanno più fiducia che i partiti possano risolvere realmente i problemi quotidiani. Le casse delle amministrazioni pubbliche languono – anche quella del Comune di Lucca le cui finanze mal gestite hanno portato ad una situazione drammatica che sarà impegnativo risanare – sono vuote o hanno limitate disponibilità ed è facile arrendersi e limitarsi a “gestire” la situazione facendo finta che niente stia accadendo sui territori. Ma come dice lei, sui territori la situazione sta diventando allarmante: anche per quello che riguarda le politiche del lavoro un Comune – che pur ha poche competenze – può fare molto. E lo può fare anche partendo dal sostegno concreto ad imprese che hanno in mente un modello di sviluppo sostenibile. Per questo l’equità nelle politiche locali deve tornare centrale. Per questo devono essere sostenuti progetti dei giovani che siano innovativi. Per questo la burocrazia delle macchine amministrative deve essere veramente semplificata per fare in modo che chi ha idee e talento possa affermarsi e crescere. Le amministrazioni locali devono coordinare il loro impegno per il mantenimento dei livelli occupazionali esistenti, rafforzando i distretti industriali sul territorio. Ma devono anche dimostrare di avere il coraggio e la fantasia di dare attenzione alla nuova economia, quella che non consuma risorse, ma le rispetta, quella che non cancella i diritti dei lavoratori ma li promuove, quella che si basa anche sulle relazioni di fiducia fra le persone come dimostra il filone dell’economia solidale che anche nel nostro territorio è molto forte e presente. Un Comune può fare tanto per promuovere, sostenere ed appoggiare queste iniziative a cominciare dal settore agricolo.

La questione occupazionale sarà il problema centrale dei prossimi anni anche nel nostro territorio. Le ricadute della crisi economica sul mercato del lavoro sono pesanti: nell’area lucchese continuano  ad aumentare i lavoratori precari, mentre sono migliaia i disoccupati e gli inattivi scoraggiati. Come può il sindaco di un’importante città fronteggiare la precarietà lavorativa, la disoccupazione adulta e giovanile nel territorio che amministra?

Purtroppo i giovani sono i più colpiti dalla situazione di crisi che viviamo: a Lucca circa il 30% dei giovani non trova lavoro. Per questo è urgente operare per rafforzare l’incontro della domanda e l’offerta di lavoro anche tramite una maggiore informazione e coordinamento e finanziando i progetti più significativi che verranno proposti dai giovani stessi. Così come è necessario coordinare le politiche locali con le molte possibilità per i giovani che giungono dal progetto “GiovaniSì” della Regione Toscana e dai fondi europei. Ma il problema non riguarda solo i giovani: il Comune deve fare tutto il possibile per fare in modo che le realtà economiche continuino ad investire su Lucca, mettendo in campo tutte le azioni possibili sul piano delle infrastrutture, del coordinamento con gli altri enti del territorio, della concertazione con le aziende in crisi. Il Comune deve fare la sua parte, l’immobilismo non porta alcun risultato e peggiora la situazione dei lavoratori.

La precarizzazione del mercato del lavoro, le basse retribuzioni, la disoccupazione e la mancanza di adeguati ammortizzatori sociali espongono a nuove forme di povertà un numero sempre crescente di cittadini lucchesi.

Il dossier “Comunità in ascolto. Rapporto sulle povertà e le risorse nella Diocesi di Lucca 2010”, curato dalla Caritas Lucca in collaborazione con la Fondazione Volontariato e Partecipazione, fotografa il crescente disagio sociale connesso al progressivo impoverimento economico che anche nella nostra città sta segnando le  vite di tante persone e famiglie.

Come realizzare un sistema di welfare locale che dia risposte concrete ed efficaci ai nuovi bisogni esplosi con la crisi economica? E come creare sul territorio forme di protezione sociale che preservino i cittadini dalla povertà?

Per aiutare le famiglie lucchesi non basta la beneficenza, ma occorrono politiche sociali innovative ed efficaci. Il sostegno pubblico è insufficiente, ma le famiglie non possono essere lasciate sole di fronte alla crisi. Anche su questo tema serve lavorare molto sulla prevenzione e il sostegno ai problemi quotidiani delle famiglie, a partire dagli aspetti più concreti. Ricostruendo ad esempio una rete di servizi di supporto educativo, che va dal nido al dopo scuola fino alle attività ricreative e di tempo libero, collegata ad una proposta per un’adeguata politica rivolta alle realtà giovanili, nelle diverse fasce di età. Lavoreremo ad un miglioramento nell’accesso ai servizi a domanda individuale (dal nido alle mense scolastiche ai trasporti), ridefinendo criteri e priorità di accesso e le fasce di contribuzione ai costi. La scuola e l’educazione saranno al centro dell’azione amministrativa: rafforzeremo le attività rivolte al recupero di quei ragazzi che hanno difficoltà di inserimento attraverso specifici programmi di assistenza sociale. Daremo priorità al rafforzamento dei servizi territoriali e a domicilio per disabili e anziani.  Infine, ma non meno importante, la casa: realizzeremo nuovi complessi di edilizia residenziale pubblica e recupereremo beni abitativi rimasti abbandonati. Particolare attenzione sarà data alle giovani famiglie, con contributi in conto affitto e affitti a canone concordato dove, anche in questo caso, l’amministrazione comunale dovrà svolgere ruolo di garanzia. Vorremmo che finalmente i cittadini trovassero nel Comune un alleato nei problemi che incontrano quotidianamente, non una controparte che agisce secondo logiche proprie ed inefficienti.

Un’ultima domanda. Nell’Unione europea solo Ungheria, Grecia e Italia non hanno istituito il reddito minimo garantito. Recentemente Elsa Fornero, ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha dichiarato: “L’Italia è un Paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per 9 mesi l’anno, e con un reddito di base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”.

Dottor Tambellini, qual è la Sua posizione in merito al reddito minimo garantito, ed eventualmente in che termini può essere introdotto nel nostro ordinamento giuridico e come finanziarlo?

Sono questioni che esulano dalle competenze del Comune a cui rispondo però volentieri da cittadino. Credo che ogni sforzo per sostenere ed accompagnare i giovani e tutti coloro che hanno problemi di lavoro sia da sperimentare. Altri paesi che hanno politiche sociali avanzate lo fanno e non vedo perché non si possa aprire la discussione anche in Italia. Purtroppo mi sembra che in generale ci sia sempre più interesse ad ideologizzare i problemi, le discussioni e le soluzioni, mentre un po’ più di pragmatismo farebbe solo bene. Il problema di tutte queste misure che sarebbero utili al sistema Italia è proprio come reperire i fondi: basterebbe trovare il coraggio di tagliare alcune spese inutili e razionalizzare e ripristinare le misure utili come i fondi sociali agli enti locali che gli ultimi governi hanno praticamente azzerato. Ma serve una riforma complessiva perché il nostro ordinamento è cresciuto con misure troppo frammentate e sovrapposte. E serve fissare in ogni ambito dei livelli essenziali per fare in modo che su certe conquiste non si torni più indietro. A quel punto sarebbe possibile anche sperimentare nuove misure come potrebbe essere il reddito minimo garantito o anche altre che sono ugualmente interessanti.


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Come ti cambio il mercato del lavoro italiano… con l’immigrazione! ( 1 parte )

Nel nostro Paese, la crisi economica sta producendo effetti contraddittori nel mercato del lavoro: ad una drammatica caduta del tasso di occupazione degli italiani corrisponde una consistente crescita del tasso di occupazione dei lavoratori stranieri: in soli tre anni, gli immigrati che lavorano regolarmente sono aumentati del 40%, passando dal milione e mezzo del 2007 agli oltre 2’200’000 del 2010, occupati prevalentemente in aziende di piccole dimensioni del settore terziario, e per lo più inquadrati con la qualifica professionale di operaio.

 Dalla sintesi del rapporto 2011 “L’immigrazione per lavoro in Italia: evoluzione e prospettive” a cura del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali: “In Italia, secondo i dati Istat, il bilancio nei due anni della crisi (2009-2010) indica una perdita di 554 mila posti di lavoro, […] ripartiti tra un calo degli occupati italiani pari a circa 863 mila unità (- 4%) ed una crescita dell’occupazione immigrata di 309 mila unità (+ 17.6%); occupazione immigrata che contribuisce in misura sempre più significativa all’occupazione complessiva (dal 7.5% del 2008 al 9.1% del 2010). Ai lavoratori stranieri in regola si aggiungono, secondo stime alquanto prudenziali della Fondazione ISMU (Iniziative e Studi sulla Multietnicità), oltre 500’000 lavoratori stranieri utilizzati – in nero – prevalentemente in agricoltura, nell’edilizia e nel settore dei servizi.

 Questa tendenza è confermata per il 2011 dai dati Istat: nel primo trimestre 2011 continua il calo dell’occupazione italiana (- 160’000 unità), mentre aumenta significativamente l’occupazione straniera (+ 276’000 unità); nel secondo trimestre si è accentuato il trend (- 81’000 occupati italiani; + 168’000 occupati stranieri); nel terzo trimestre 2011 a una modesta crescita dell’occupazione italiana (+ 39’000 unità) si associa un significativo incremento di quella straniera (+ 120’000 unità).

Una società civile non può che essere cosmopolita, interrazziale e – soprattutto – fondata sull’accoglienza, e l’accoglienza è una delle questioni sensibili su cui si misura la democraticità di una società.

Ma davvero possiamo parlare di un’effettiva integrazione del cittadino straniero nel nostro Paese in base a principi di uguaglianza e pari dignità sociale, solidarietà, libertà personale?

 Insigni accademici e blasonati esperti sostengono – supportati dai mass media – che milioni di immigrati svolgono in prevalenza lavori manuali faticosi e umili, snobbati e rifiutati sdegnosamente da tanti italiani che possono permettersi di “non fare”, e sottolineano come senza il fondamentale apporto della manodopera straniera interi settori produttivi – ormai senza addetti – rischierebbero il collasso.

 E’ corretta e soprattutto veritiera una simile interpretazione?

A Lucca, al bando di “Sistema Ambiente S.P.A.” promosso per selezionare 4 addetti allo spazzamento e tre conducenti dei relativi veicoli e mezzi d’opera, hanno risposto 1’400 persone; in provincia di Caltanisetta, per tre posti a tempo determinato di tre mesi nella discarica di Timpazzo, tra Gela e Mazzarino, le domande presentate sono state oltre 1’300; migliaia di candidature, nella quasi totalità di nostri concittadini, tra i quali tanti diplomati e laureati!

In particolare, per quanto riguarda i giovani, i dati Istat smentiscono clamorosamente quanto dichiarato a suo tempo alla presentazione del “Piano di azione per l’occupabilità dei giovani” – dal ministro della Gioventù dell’ultimo governo Berlusconi, Giorgia Meloni, la quale aveva sostenuto che i giovani italiani soffrono di “inattitudine all’umiltà”; secondo l’Istat, invece, ben il 47.1% dei giovani fino ai 34 anni d’età già nel secondo trimestre 2009 svolgeva un lavoro con uno titolo di studio superiore a quello richiesto per le mansioni espletate, non disdegnando – pur di lavorare – impieghi umili, anche manuali.

 Italiani, dunque, per niente “indolenti bamboccioni”, ma caparbi, combattivi e determinati a non gettare la spugna; disponibili anche ad emigrare: solo negli ultimi 4 anni, un milione di nostri connazionali under 40 ha lasciato stabilmente il nostro Paese, non rassegnandosi alla mancanza di opportunità occupazionali, alla realtà di un mercato del lavoro che li condanna a un presente di precarietà e a un futuro di disoccupazione; tant’è che solo 1 su 4 intenderebbe ritornare in Italia… gli altri si dicono pienamente soddisfatti della loro scelta.

La realtà è che agli italiani tanti lavori sono sempre meno proposti ed offerti!

Nel nostro Paese, infatti, è in atto una deriva del mercato del lavoro (accelerata ed accentuata dalla crisi economica) che ha determinato un vero e proprio processo di sostituzione dei lavoratori italiani, svolgenti le mansioni meno qualificate, con lavoratori stranieri; forza lavoro “low cost” – a basso costo – con ridotti, pochi o nessun diritto!

Dal comunicato stampa relativo al capitolo “Lavoro, professionalità, rappresentanze” del 45° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese 2011: “Tra il 2005 e il 2010, a fronte di un crollo dei lavoratori italiani occupati in professioni manuali (- 842’000, -11%), si registra un aumento praticamente identico dei lavoratori stranieri (+ 725’000, +83.8%) la cui incidenza passa dal 10.2% al 19% del totale”.

Manodopera ideale – quella straniera – perché generalmente più ricattabile, incline a subire situazioni di grave sfruttamento lavorativo, spremuta impunemente da imprenditori che non di rado – in violazione alle leggi vigenti a partire da quelle in materia fiscale, contributiva e di sicurezza sul lavoro – offrono “occupazione” a condizioni economiche e modalità di svolgimento tali che ritengono prudente e opportuno non proporre ai cittadini italiani… per quanto tempo, infatti, questi le subirebbero passivamente?

 E i nostri Governi, che conoscono bene la realtà di un Paese stravolto dalla disoccupazione crescente – ormai endemica e strutturale – sollecitati da una classe imprenditoriale sempre più cinica e ingorda, continuano a predisporre anno dopo anno nuovi decreti di flussi migratori, nonostante – dati Istat 2010 alla mano – 266’000 disoccupati stranieri, 1’811’000 disoccupati italiani (come riportato nella tabella 3 della sintesi del rapporto 2011 “L’immigrazione per lavoro in Italia: evoluzione e prospettive” a cura del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali), 2’890’000 inattivi (tra i quali circa 1’500’000, in base al Report novembre 2011 dell’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali, sono gli scoraggiati che hanno rinunciato a cercare lavoro viste le tante ricerche infruttuose già effettuate), e oltre 2’000’000 di lavoratori coinvolti in processi di cassa integrazione (dei quali 576’455 in cassa integrazione a zero ore per l’intero 2010, secondo i dati dell’Osservatorio CIG del dipartimento Settori produttivi della CGIL Nazionale), rendendosi così complici dello sfruttamento perpetuato ai danni degli anelli più deboli della nostra società!

Questi “decreti flussi” regolamentano l’arrivo di nuovi immigrati fissando il numero di stranieri non comunitari (per i cittadini comunitari è prevista infatti la libera circolazione all’interno dei Paesi membri dell’Unione europea) ammessi ogni anno in Italia; esseri umani che saranno disposti a tutto pur di lavorare, e in tanti casi andranno a sostituire sia i lavoratori italiani che quelli stranieri a condizioni ancora più vantaggiose per i datori di lavoro.

In soli 5 anni, gli stranieri residenti in Italia sono quasi raddoppiati, passando dai 2’402’157 del 1° gennaio 2005 ai 4’570’317 del 1° gennaio 2011 (dati Istat). Senza contare i cittadini non comunitari presenti irregolarmente sul territorio nazionale, in quanto sprovvisti di permesso di soggiorno, stimati tra le 500’000 e le 750’000 unità (dati Ocse).

 Molti italiani, va detto, si sono rassegnati a salari miseri, a condizioni, carichi e ritmi lavorativi indecorosi, indegni di una società civile, nell’ambito di una triste competizione “tra poveri” con i lavoratori immigrati, in particolare i non comunitari che, necessitando di un contratto di lavoro per regolarizzare la propria posizione con l’agognato permesso di soggiorno, sono – tra gli stranieri – i più esposti e vulnerabili!

Imprenditori privi di coscienza ne approfittano annichilendo l’esistenza di donne e uomini, italiani e stranieri, accomunati da identiche storie di bisogno, povertà e sfruttamento!

Angela, cittadina italiana residente in una città toscana, ha quasi quarant’anni e un disperato bisogno di lavorare. Su segnalazione di un conoscente, si propone ad un imprenditore commerciale del posto che l’assume in qualità di lavoratore a chiamata. In realtà, Angela svolge un lavoro stagionale continuativo di 40 ore settimanali, retribuite 2.88 euro all’ora, con un forfettario complessivo di 500 euro mensili. Compenso mensile ritenuto dall’imprenditore “esoso”, dato l’orario ridotto (!!) per cui viene corrisposto; “un compenso che può essere pagato solo in alta stagione, per massimizzare la produttività dell’azienda”… Per Angela, sola ed emarginata – condizioni comuni a tanti poveri – quei 500 euro mensili sono comunque una piccola boccata d’ossigeno, visto che non è riuscita a trovare altro lavoro: per quattro mesi potrà in qualche modo tirare avanti e forse, anche quest’anno, non finirà in strada…

Nella stessa impresa lavorano da anni due giovani cittadini non comunitari, Dinesh e Jedda. Ad Angela, Jedda e Dinesh è affidata la cucina; improvvisati operatori professionali del settore, senza alcuna preparazione specifica, sono sprovvisti persino del patentino haccp obbligatorio per il personale addetto alla produzione, preparazione, somministrazione e distribuzione di alimenti…

 In anni, mai un controllo del personale da parte delle autorità preposte!! Istituzioni a volte indifferenti e sorde alle stesse denunce dei dipendenti!

 Jedda e Dinesh hanno un contratto part-time a tempo indeterminato; in realtà entrambi lavorano a tempo pieno, anzi pienissimo: Jedda per almeno dieci ore giornaliere; Dinesh – in qualità di factotum e svolgendo saltuariamente diverse incombenze presso l’abitazione del titolare – anche fino a quattordici ore giornaliere; entrambi sono retribuiti con un forfettario di 650 euro mensili. La busta paga è una mera formalità… che non valga niente quello che c’è scritto lo ripete spesso il titolare!

Dinesh, il collaboratore di fiducia, non riuscendo a trovare un alloggio, è ospitato per la notte da amici o dorme nello scantinato (non attrezzato all’uso) dei locali sede dell’impresa…

 Italiani e stranieri… esseri umani mortificati e offesi; cittadini del mondo abbandonati, dimenticati, traditi! Persone in esubero diventate avanzi, scarti umani… trasformate in merci a basso costo, in strumenti di produzione a perdere, usa e getta.

di Luchino Galli, per Mai Più Disoccupati


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Dalla DISOCCUPAZIONE ADULTA al REDDITO MINIMO DI CITTADINANZA

pubblicata su FB da Mai Più Disoccupati Due il giorno domenica 6 novembre 2011 alle ore 22.01

di Luchino Galli, per Mai Più Disoccupati

 In base ai dati Istat sulle forze lavoro del primo trimestre 2011, da gennaio a marzo di quest’anno sono cessati oltre 262mila rapporti di lavoro, di cui il 47% riguardava lavoratori di età inferiore ai 35 anni, e il 53% lavoratori over 35 (rielaborazione Datagiovani).

Si accentua la tendenza già evidenziata nel Rapporto annuale Istat, che rimarcava quanto la crescita più consistente di disoccupazione avesse riguardato la fascia tra i 30 e i 49 anni, e solo in seconda battuta quella dei più giovani (*).

La disoccupazione over 35 è misconosciuta dalla politica, trascurata dai sindacati e sottaciuta dai mass media nonostante abbia assunto, in Italia, rilievo di drammatico e dilagante fenomeno sociale che ha sconvolto – solo nel 2010 – la vita di oltre 2’100’000 (**) persone e dei loro nuclei familiari. Infatti, laddove il dramma della disoccupazione colpisce gli adulti, le famiglie coinvolte spesso non sono più in grado di “fare fronte” neanche alle scadenze economiche più impellenti: rate del mutuo, canone di locazione, bollette (acqua, luce e gas in primis), spese per la salute, per l’istruzione dei figli e le stesse spese alimentari!

 Quanti possibili disoccupati over 35 tra gli oltre 2milioni di lavoratori coinvolti nel 2010 da processi di cassa integrazione?

Quanti potenziali disoccupati over 35 tra i 576’455 lavoratori in cassa integrazione a zero ore per tutto il 2010?  

Cassa integrazione che è un ammortizzatore sociale comunque temporaneo e destinato ad esaurirsi…

Quanti futuri disoccupati over 35 tra i milioni di lavoratori precari, tanto esposti alla disoccupazione (***) ?

Milioni di vite sospese, interrotte, umiliate da una precarietà totalizzante che giorno dopo giorno annichilisce e avvelena l’esistenza, solo per i più fortunati alleviata da una rete di protezione informale – pilastro del welfare “all’italiana” – intessuta di rapporti parentali e amicali. Lo Stato italiano infatti non c’è!! I disoccupati italiani sono tra i meno aiutati dell’Unione Europea; solo il 31% è supportato da ammortizzatori sociali e mancano politiche organiche mirate al loro ricollocamento lavorativo.

Milioni di persone, già vittime – anche nel nostro Paese – di una crisi economica globale, ulteriormente colpite dall’incoerenza tutta italiana di un mondo imprenditoriale che da un lato reclama a gran voce l’innalzamento dell’età pensionabile – magari anche a 70 anni – in nome di una maggiore competitività dell’industria nazionale, e dall’altro non assume, proprio in quanto “anziani”, gli over 35 in cerca di occupazione…

La disoccupazione adulta è troppo spesso anticamera di un’indigenza assoluta e di emarginazione sociale.

Mario Furlan, fondatore dei City Angels che in tutta Italia aiutano i senzatetto, dichiara: “In 17 anni di attività umanitaria non abbiamo mai visto una situazione tanto difficile, in cui tante persone si sono rivolte a noi, persone che si presentano bene e che non diresti affatto si trovino in situazioni drammatiche,  che ci chiedono cibo, vestiti e addirittura coperte e sacchi a pelo […]. Per queste persone una spesa anche di pochi euro può essere proibitiva. Sono moltissime le persone laureate, qualificate, che passano da uno stato di relativo benessere a una situazione drammatica, di vera e propria indigenza”.

Nel nostro Paese, i senzatetto sono almeno 60’000 e sono in continuo aumento; tra questi cresce costantemente la percentuale di nazionalità italiana, prevalentemente uomini che hanno superato i 40 anni e che hanno perso il LAVORO!

Nel corso del 2010, in base al Report Istat – Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora – Caritas Italiana, ci sono state oltre 2’600’000 richieste di aiuto da parte di persone in condizioni di grave emarginazione sociale; nella metà dei casi, la richiesta concerneva bisogni primari quali cibo, indumenti, farmaci, igiene personale.

L’Italia, in quanto “Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (art. 1 della Costituzione), che” riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”(art. 4 della Costituzione)  viene meno ai propri principi fondativi quando abbandona i disoccupati al solo sostegno della famiglia, degli istituti caritatevoli e delle associazioni e organizzazioni di volontariato, rinunciando al proprio compito istituzionale  di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese” (art. 3 della Costituzione).

 Alla Repubblica competono  politiche sociali che prevengano e risolvano queste drammatiche situazioni di bisogno, a partire dall’introduzione del reddito minimo di cittadinanza, come richiesto dal Parlamento Europeo a tutti gli Stati membri dell’Unione e che ben 24 Paesi su 27 hanno da tempo già provveduto ad istituire (con eccezione di Italia, Grecia e Ungheria).

Reddito minimo di cittadinanza che ha il suo fondamento giuridico nella stessa Costituzione Italiana, all’art. 38, co. 2: “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, DISOCCUPAZIONE INVOLONTARIA”.

 Le risorse non mancano di certo, e vanno recuperate contrastando efficacemente la corruzione capillarmente diffusa nel nostro Paese, l’evasione fiscale, il lavoro nero, gli assurdi sprechi e i privilegi corporativi che tutti insieme rappresentano la vera emorragia delle ricchezze nazionali; quella che manca, invece, è la volontà politica di intraprendere un simile percorso!

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(*) Nel momento in cui scrivo di disoccupazione adulta non intendo contrapporla a quella giovanile, ma denunciarne l’esistenza. Oggi più che mai, in un contesto socio-economico caratterizzato da una disoccupazione diffusa a carattere endemico e strutturale, il primo passo per affrontare questo drammatico fenomeno sociale è riconoscerne le effettive dinamiche e peculiarità, contrastandolo con interventi  qualificati e mirati.

(**) Il numero indicato è il risultato di una approssimazione per difetto ed è ottenuto mediante rielaborazione di dati Istat 2010, sommando  al numero dei disoccupati over 35 quello degli inoccupati over 35, gli scoraggiati che, pur essendo disponibili a lavorare, non cercano più attivamente un’occupazione, in quanto il mercato del lavoro nega loro qualsiasi opportunità di reinserimento lavorativo, discriminandoli  per motivi anagrafici.

(***) Nel 2009, il 63% di chi ha perso il lavoro era precario.


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DISOCCUPAZIONE ADULTA: Mai Più Disoccupati intervista Stefano Giusti, Presidente di Atdal Over40


Luchino Galli, per Mai Più Disoccupati, intervista il Dottor Stefano Giusti.16 settembre 2011

Dottor Giusti, quando nasce l’associazione Atdal Over 40, e con che finalità e obiettivi? Quali  iniziative ed eventi avete realizzato e quali sono in programmazione?

 L’ass.ne Atdal Over 40 (Atdal sta per Associazione Tutela dei Diritti dei Lavoratori) nasce a Milano nel 2002 su iniziativa di Armando Rinaldi, con base volontaria, per sensibilizzare le istituzioni sul problema dell’espulsione dei lavoratori in età matura. Problema che ne porta un altro con sé, quello della difficilissima se non impossibile ricollocazione di queste persone. Il nostro slogan “Troppo vecchi per lavorare, troppo giovani per la pensione” riassume precisamente il cuore del problema e il nostro pensiero.

In questi anni abbiamo realizzato tante iniziative da quelle di pubblicizzazione del problema tramite convegni e seminari sul tema, a quelle più pratiche di servizio.

In tre occasioni ATDAL è stata ricevuta al Senato ed ha presentato relazioni sul fenomeno dei disoccupati over40 e una serie di proposte di intervento legislativo. Dalle nostre proposte in tema di diritto al lavoro è nato un Disegno di Legge a firma del Sen. Pizzinato, mai discusso nella passata legislatura e riproposto in seguito al Senato dal Senatore Giorgio Roilo e alla Camera dall’Onorevole Gloria Buffo.  Nel corso della sua attività ATDAL ha promosso raccolte di firme su specifiche Petizioni ai Presidenti di Camera e Senato. Le oltre 8.000 firme raccolte sono state consegnate nel Maggio del 2003, Aprile 2004 e Ottobre 2006.

Poi abbiamo attivato iniziative pratiche come gli sportelli di orientamento e sostegno, ed accordi con Enti e istituzioni per corsi di formazione mirati direttamente al ricollocamento degli over 40. Va detto che noi non siamo e non vogliamo essere un’agenzia di collocamento  ma un punto di riferimento per tutti coloro che, vivono questo problema e sono abbandonati dalle istituzioni e da chi, fino al giorno prima, ha usufruito di loro come forza lavoro sia manuale che intellettuale. In futuro ci riserviamo di continuare su questa strada che fino ad oggi ha ottenuto se non altro il risultato di aver fatto parlare di questo problema sempre nascosto. In programma abbiamo tante iniziative soprattutto pubbliche per sensibilizzare al problema.

La disoccupazione adulta è un fenomeno sociale che sconvolge la vita delle persone, e ne devasta le famiglie; quanti sono i disoccupati adulti in Italia?

 Nessun Ente di ricerca ha mai fatto una campionatura esatta su questo fenomeno. I dati Istat non contemplano questa fascia e quindi i numeri che circolano sono  quelli che vengono raccolti  da Enti e Istituzioni locali (soprattutto regionali) che cercano di definire quantitativamente il problema  e dai dati che faticosamente riusciamo a mettere insieme nelle nostre strutture territoriali. Si può tranquillamente affermare che la disoccupazione Over 40 riguarda almeno 1,5 milioni di persone. E ovviamente a cascata, dietro questo dato ci sono i nuclei familiari. Fare il calcolo di cosa significhi questo dramma sociale è abbastanza semplice anche se le Istituzioni non vogliono riconoscerlo ufficialmente…

Quali sono le dinamiche e i caratteri della disoccupazione adulta?

 

L’insorgere del problema della ricollocazione lavorativa degli “over 40” risale alla metà degli anni ’90, anche se la questione ha cominciato a farsi sentire in misura più grave e patologica con l’arrivo del nuovo millennio. Strutturalmente il fenomeno nasce come maldestra conseguenza di una delle varie e cicliche enunciazioni teoriche di organizzazione aziendale, volte a ridefinire equilibri economici sempre nuovi e spesso contrari ai precedenti. In questo caso la matrice del fenomeno è riconducibile alla teoria dell’ “Old Out Young In”, tradotto letteralmente “vecchi fuori, giovani dentro”. È una teoria organizzativa che viene dall’altra parte dell’Oceano, da aree economiche come quelle americane, giapponesi e sud-coreane e naturalmente prende piede in Europa con circa dieci anni di ritardo, quando in quei paesi viene già vista con sospetto e più volte rivisitata e modificata.

Come tutte le teorie importate belluinamente, non tiene conto della diversa situazione cultural-economica dell’Europa e nel nostro caso dell’Italia, ma diventa in breve tempo una moda, una parola d’ordine aziendale da tutti accettata e vista come funzionale a chissà quale sviluppo. Ovviamente mai nessuno spiega effettivamente perché debba funzionare e su quali basi oggettive, però la si accetta come indispensabile e funzionante e se ne giustifica l’uso con il solito gioco di prestigio tautologico per cui la si applica perché funziona e funziona in quanto si applica (!) ignorando completamente il salato prezzo sociale che porta con sé.   La sua conseguenza più grave, è la difficoltà (per non chiamarla impossibilità) di ricollocazione per tutta questa fascia di lavoratori discriminata in tutte le maniere. Basta guardare i giornali specializzati e scoprire che oltre il 60% degli annunci contiene limiti di età compresi tra i 25 e i 35 anni. Limiti che oltre ad essere pazzeschi da un punto di vista sociale sono anche fuorilegge. Esiste infatti un Decreto Legislativo del 9 luglio 2003, n. 216 “Attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro” pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 187 del 13 agosto 2003 che all’articolo 3 recita:

Il principio di parità di trattamento senza distinzione di età si applica a tutte le persone sia nel settore pubblico che privato con specifico riferimento alle seguenti aree: accesso all’occupazione e al lavoro, sia autonomo che dipendente, compresi i criteri di selezione e le condizioni di assunzione…”

Insomma è illegittimo discriminare in base all’età e mettere un limite nelle offerte di lavoro, ma lo fanno quasi tutti, aziende multinazionali o piccole società, agenzie per il lavoro e grandi società di head hunting. Naturalmente non esiste nessun garante o figura che faccia rispettare questa legge dello Stato. L’anno scorso il Senato della Repubblica ha bandito un concorso per l’assunzione di personale impiegatizio. Tale concorso, in barba alle leggi vigenti, conteneva il limite di età fissato tra i 18 ed i 40 anni.

È chiaro che non basta togliere una riga con scritto “età compresa tra x ed y” per eliminare il problema ma riuscire a far rispettare le leggi sarebbe già un buon punto di partenza per arrivare a considerare il lavoratore Over 40, sia uomo che donna, ancora un protagonista attivo. Oltretutto, paradosso nel paradosso, in Italia come in tutti i paesi industrializzati, la lunghezza del periodo scolastico formativo anche per le posizioni medie, si prolunga ormai fino quasi ai trent’anni (laurea, + master + stage), in presenza di una dichiarata obsolescenza professionale e conseguente rischio licenziamento, che si presenta non appena si toccano i 40!

In questo deserto sociale, le uniche forme di assistenza vengono da organizzazioni di volontariato, spesso costituite da persone che hanno vissuto questo dramma e che affrontano in prima istanza questo problema. Fino a quando le istituzioni continueranno a far finta di niente?

E’ un dato di fatto che la disoccupazione adulta sia misconosciuta: sottaciuta dai mass media, ignorata dalla politica e trascurata dagli stessi sindacati; quali le ragioni e i motivi?

 

Non c’è un’unica causa  ma diversi fattori concomitanti. I mass media spesso peccano di superficialità e non fanno lo sforzo di diversificare e approfondire i temi. Preferiscono cavalcare le mode e parlare di “disoccupazione giovanile” come se a 35 o 40 anni si fosse anziani. I sindacati hanno una visione del problema obsoleta: loro difendono principalmente il lavoro, chi lo perde esce fuori dai loro schemi e non viene troppo considerato. Oltretutto molti dei loro dirigenti pensano ancora al disoccupato over 40 su stereotipi superati: non sa usare il computer,  non conosce l’inglese. Non vedono o a volte fanno finta di non vedere la trasformazione del problema. La politica beh, che dire, ormai politici e gruppi di potere partitico ragionano solo per numeri: i disoccupati Over 40 per ora non riescono a fare lobby, a far capire il loro peso politico ed elettorale. Quando lo faranno i politici li inseguiranno col cappello in mano… Su quest’ultimo punto poi si inseriscono anche le “responsabilità” dei disoccupati. Spesso molte persone che hanno questo problema, specie quelle che non sono state estromesse da grandi ristrutturazioni  industriali tipo Alitalia ma hanno perso individualmente il lavoro, quasi si vergognano della loro situazione, ne fanno una colpa non si manifestano pubblicamente. Così facendo rendono quasi impossibile far emergere la reale portata del problema.

Le persone discriminate per motivi anagrafici nel mercato del lavoro sono sempre più giovani: over 50, over 40, ed ora anche over 35. Perché questa deriva, e dove ci porterà?

 

La deriva rischia di essere inarrestabile e di finire per travolgere tutta la popolazione lavorativa e rendere i luoghi di lavoro ingestibili . Questo principalmente per via di alcune scellerate politiche del lavoro che permettono sgravi fiscali per fasce di età giovanili rendendo così quasi impossibile la ricollocazione dopo i 35 anni, Le stesse politiche che hanno usato la flessibilità per destrutturare il Diritto del Lavoro creando un universo di precarietà che inizia in età giovanile e continua in maniera sempre più esasperata con l’aumentare dell’età, finendo per emarginare chi perde il lavoro dopo i 40 anni. Tutto questo mentre gli stessi politici su altri tavoli tentano in tutti i modi di allungare l’età pensionabile. Una contraddizione insanabile:  tanto per fare un esempio pratico citiamo Montezemolo che di Confindustria è stato presidente nel periodo 2005-2007. Da presidente  degli industriali si batteva  strenuamente  per alzare l’età pensionabile e quindi per trattenere più tempo possibile i lavoratori in azienda. Nello stesso periodo come membro del CdA della Fiat  si prodigava  altrettanto strenuamente per ottenere una serie di prepensionamenti per i lavoratori della suddetta azienda, quindi mandarli a casa il prima possibile!

Non manca all’appello delle contraddizioni l’attuale presidente di Confindustria Marcegaglia che ha recentemente dichiarato che “Sull’innalzamento dell’età pensionabile dobbiamo seguire gli altri paesi dell’Unione Europea”. Naturalmente nelle sue aziende la Marcegaglia se ne guarda bene dall’applicare le strategie nord europee di incentivazione all’occupazione e persegue invece la politica più in voga degli ultimi decenni, quella che vede estromettere i lavoratori in età matura a favore di quelli più giovani. Anche lei ci dovrebbe anche spiegare come pensa che queste persone possano arrivarci alla pensione, considerando che per loro è difficilissimo ritrovare lavoro e che quasi nessuno ha un qualche sostegno al reddito. Ma forse il piano è proprio questo; a forza di allungare l’età pensionabile si spera che il lavoratore alla pensione non ci arrivi proprio così da risolvere il problema dei conti alla radice, non pagandole proprio.

La disoccupazione, nella fascia d’età tra i 30 e i 49 anni, è in costante crescita; per l’economista Francesco Daveri “potremmo assistere a una nuova emergenza, quella di un forte aumento di disoccupazione tra gli over 50” (La Stampa, 24 maggio 2011). A Suo avviso, quali politiche vanno attuate per contrastare efficacemente la disoccupazione adulta?

 

Atdal su questo ha una politica propositiva ben chiara con proposte mirate a combattere questa situazione. Atdal 40 ritiene che il discorso di un reddito sganciato dal lavoro debba essere una delle soluzioni con cui affrontare  le nuove forme di occupazione precaria e disoccupazione strutturale. Per questo avanza alcune proposte operative:

A) Istituzione di una indennità di disoccupazione generalizzata per tutti coloro che si trovano privi di lavoro calcolata in percentuale su l’ultimo salario percepito e comunque tale da garantire un reddito dignitoso e per un periodo di tempo idoneo a sostenere la ricerca senza angoscia di un nuovo lavoro;

B) L’ indennità di disoccupazione deve entrare in vigore anche per coloro che svolgono lavori precari nei periodi di inattività e deve prevedere la corresponsione dei contributi previdenziali figurativi;

C) Accanto all’indennità di disoccupazione occorre prevedere un sostegno economico per la copertura dei versamenti previdenziali volontari per disoccupati over50 che abbiano maturato almeno 30 anni di versamenti contributivi o, in alternativa, prevedere percorsi di accesso anticipato alla pensione per disoccupati over50 di lunga durata, considerati non più ricollocabili, eventualmente prevedendo una trattenuta sulla pensione pari ai contributi che dovrebbero ancora versare fino al raggiungimento dei requisiti anagrafici o contributivi di legge.

Nell’attuale contesto economico, la disoccupazione non è una colpa: persone e famiglie la subiscono. Come Lei puntualizza: “la società del lavoro si è trasformata e il lavoro stesso in alcuni casi tende a scomparire o quanto meno a riguardare la vita di sempre meno persone”. Tuttavia, molti vivono la disoccupazione con rassegnazione e vergogna, rinunciando a denunciarla e combatterla, accentuando il proprio isolamento. Dottor Giusti, cosa può convincere il disoccupato a cambiare atteggiamento e modificare il proprio comportamento?

 

Come dicevamo anche prima, solo convincendosi sull’utilità di far emergere le proprie situazioni, le proprie storie. Se questa massa per ora composta solo di individui che tendono ad agire isolatamente, saprà identificarsi e sentire una sorta di coscienza collettiva allora verrà anche considerata all’esterno. Poi, in termini anche utilitaristici, “fare rete” con altre persone nella stessa situazione, significa avere più possibilità di avere accesso a fonti utili per la ricollocazione. Insomma solo uscendo fuori dall’isolamento si ha la possibilità di far sentire la propria voce.

Lei scrive: “nel nostro strano paese il 69% dei disoccupati non ha nessun accesso a forme di sostegno reddituale né di ammortizzatore sociale. Secondo l’ultimo monitoraggio del Ministero del Lavoro, gli ammortizzatori sociali italiani coprono solo il 31% dei disoccupati con sussidi di varia natura. Gli altri devono arrangiarsi da soli”. Infatti, come ha evidenziato la CGIA (Associazione Artigiani e Piccole Imprese) di Mestre, il welfare italiano è caratterizzato da un pacchetto di ammortizzatori sociali riservato a determinate categorie di lavoratori: cassa integrazione ordinaria, straordinaria, mobilità, etc.; questi ammortizzatori intervengono – osserva il segretario Giuseppe Bortolussi –  “prima della perdita definitiva del posto di lavoro”, “prima che il rapporto tra lavoratore e impresa sia compromesso definitivamente”. Inoltre, le stesse indennità di disoccupazione sono temporanee e il loro importo è inversamente proporzionale al tempo di durata dell’inattività lavorativa! Tuttavia in Italia, come Lei precisa, “tra coloro che perdono il lavoro, solo il 25% lo ritrova entro i primi sei mesi, per gli altri le attese oltrepassano anche l’anno, con esiti ovviamente disastrosi sotto tutti i punti di vista”. In un tessuto socio economico caratterizzato da alta disoccupazione e precarizzazione crescente, diffuse e strutturali, è ormai prioritaria la riforma del sistema degli ammortizzatori sociali, per assicurare protezione ai tanti (troppi) che oggi ne sono esclusi!  Come realizzarla, e con quali risorse?

In Italia ogni volta che si parla di reddito di sostegno, di cittadinanza, o di qualsiasi altra forma di supporto, ci si scontra subito col discorso del debito pubblico e con l’impossibilità di mettere mani a riforme strutturali. Recentemente la Banca Mondiale ha calcolato che il costo della corruzione in Italia si aggira intorno ai 50 miliardi di Euro. L’evasione fiscale, combattuta nel nostro paese sempre a parole ma raramente nei fatti se non con scudi e condoni tesi a favorire chi aveva già allegramente evaso o esportato capitali all’estero,  sfiora i 250 miliardi di Euro. Volendo, i soldi per una riforma veramente rivoluzionaria ci sarebbe dove prenderli, senza contare poi che in Italia la spesa sociale (al netto della spesa pensionistica e delle indennità di disoccupazione riservate a pochi) è una delle più basse d’Europa, pari al 9,6% del Pil. Il problema dei soldi è un falso problema.

 

 


1 Commento

Morire di non lavoro……

Aumentano i suicidi di chi rimane senza lavoro ed ha  famiglia che non riesce a mantenere…..

Aumentano i suicidi di  piccoli imprenditori che si sentono responsabili di mettere sul lastrico i  dipendenti e  le loro  famiglie ……

Aumentano i “clienti” delle mense per i poveri della Caritas…

Aumentano i senza tetto….

Aumenta la disperazione e la rabbia di chi non sa come fare a vivere…

Aumentano le mamme  povere, spesso sole con  figli piccoli ( 1.600.000 in Italia )…………

In questo scenario di guerra c’è anche chi riesce ad essere ottimista e trova la forza di organizzarsi e resistere.

Su Facebook è nato un Gruppo :

Mai Più Disoccupati

“Noi rifiutiamo di consegnarci a un sistema economico fondato non sul lavoro, ma sulla sua progressiva scomparsa.”

Il primo degli eventi  previsti da questo gruppo è

1° MAGGIO 2010 – 1° MAGGIO 2011: LA BANDIERA DEL LAVORO AD OGNI FINESTRA !

per contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica nazionale sul dramma occupazionale che minaccia la nostra identità, il nostro “progetto di vita”, il nostro stesso diritto di vivere …

ESPONIAMO DA UNA FINESTRA LA NOSTRA BANDIERA DEL LAVORO A PARTIRE DAL 1° MAGGIO, PER 1 ANNO, PERCHÉ NESSUNO DIMENTICHI CHE SIAMO TUTTI UNITI PER OTTENERE DEI RISULTATI CONCRETI !!!

Realizza la Tua personale BANDIERA su un tessuto bianco sul quale avrai scritto, col colore che più Ti sta a cuore e a caratteri ben leggibili: LAVORO !
Coinvolgi nell’Iniziativa gli Amici col passaparola, condividi l’Evento sulla Tua bacheca e invialo come messaggio!
_____________________________

– non c’è lotta che non abbia la sua bandiera…
– la bandiera del lavoro è una protesta continua, ben visibile e non ignorabile,
– la bandiera del lavoro esprime una protesta non violenta, perciò non attaccabile!
– ognuno di noi dispone di una finestra, un lenzuolo, un pennarello indelebile: la nostra protesta può essere dunque condivisa da TUTTI e diventare … contagiosa!
– esporre la bandiera del lavoro costituisce un primo passo per intraprendere INSIEME la nostra protesta!

RIVENDICHIAMO UNITI IL NOSTRO DIRITTO AL LAVORO!
UNA SOCIETA’ SENZA LAVORO E’ UNA SOCIETA’ SENZA FUTURO ! ”

Franca


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LA PENISOLA DEI DISOCCUPATI

Segnalo questo post  di Giovanni e lo dedico a chi la Pasqua non la passerà serena ( e non solo quella) a chi è senza lavoro o chi lo sta per perdere.

di Giovanni Chianta

Da sempre in tutto il mondo  esistono i tabù, argomenti innominabili e proibiti spesso per ragioni sacre.

In Italia esistono dei nuovi tabù che hanno soppiantato quelli vecchi ,ormai del tutto superati. I nuovi tabù i sono : il lavoro, la disoccupazione e la crisi. Infatti la maggior parte dei media evita di parlarne perché sono in fondo inutili argomenti , perché creano angoscia, preoccupazione, pessimismo e magari fanno pure abbassare gli ascolti,  quindi si occupano volentieri di gossip, proprio per creare un falso ottimismo  e poi con il gossip sai che audience!

Cerchiamo  di spiegare anche attraverso le cifre, perché viviamo nella penisola dei disoccupati. Gli occupati nella media 2009 sono diminuiti di ben 380mila unità rispetto alla media 2008 e il tasso di disoccupazione è dell’8,2%

La perdita dell’occupazione è la sintesi di una riduzione molto accentuata della componente italiana (-530mila unità), a fronte di una crescita, con ritmi inferiori al passato, di quella straniera. Al protrarsi del calo dell’occupazione autonoma, dei dipendenti a termine, dei collaboratori si associa l’amplificarsi della riduzione dei dipendenti a tempo indeterminato, in particolare nelle piccole imprese. Il tasso di occupazione è pari al 57,1%, con una diminuzione di 1,4 punti percentuali rispetto al quarto trimestre 2008 (58,5%), mentre il numero delle persone in cerca di occupazione è di 2.145mila unità (+369mila unità), con un aumento del 20,8 per cento rispetto al quarto trimestre 2008. L’incremento della disoccupazione continua a concentrarsi nel centro-nord e tra gli individui che hanno perso la precedente occupazione.

Alla crescita della disoccupazione si accompagna un incremento degli inattivi pari all’1,7 per cento (+253mila unità), in particolare di quelli che non cercano attivamente un lavoro perché pensano di non trovarlo e di coloro che rimangono in attesa dei risultati di passate azioni di ricerca di lavoro. Il tasso di disoccupazione è pari, nella media del quarto trimestre, all’8,6% (7,1% nel quarto trimestre 2008). Il tasso di disoccupazione destagionalizzato aumenta di tre decimi di punto rispetto al trimestre precedente.

Certamente effetti anche della crisi. La crisi finanziaria produce disoccupazione industriale su larga scala perché l’industria è diventata essa stessa un settore della finanza, infatti, in circa trent’anni  l’industria è totalmente legata alla finanza.

Di fronte a tutto questo immane disastro si è preferito mettere la testa sotto la sabbia, negare che la crisi stesse uccidendo  l’economia italiana,  già da anni in coma profondo e addirittura negare l’esistenza della stessa crisi.

Il teorema del Governo è stato questo: se non si parla della crisi la crisi non esiste.

continua sul blog di Giovanni Chianta