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Come ti cambio il mercato del lavoro italiano… con l’immigrazione! ( 1 parte )

Nel nostro Paese, la crisi economica sta producendo effetti contraddittori nel mercato del lavoro: ad una drammatica caduta del tasso di occupazione degli italiani corrisponde una consistente crescita del tasso di occupazione dei lavoratori stranieri: in soli tre anni, gli immigrati che lavorano regolarmente sono aumentati del 40%, passando dal milione e mezzo del 2007 agli oltre 2’200’000 del 2010, occupati prevalentemente in aziende di piccole dimensioni del settore terziario, e per lo più inquadrati con la qualifica professionale di operaio.

 Dalla sintesi del rapporto 2011 “L’immigrazione per lavoro in Italia: evoluzione e prospettive” a cura del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali: “In Italia, secondo i dati Istat, il bilancio nei due anni della crisi (2009-2010) indica una perdita di 554 mila posti di lavoro, […] ripartiti tra un calo degli occupati italiani pari a circa 863 mila unità (- 4%) ed una crescita dell’occupazione immigrata di 309 mila unità (+ 17.6%); occupazione immigrata che contribuisce in misura sempre più significativa all’occupazione complessiva (dal 7.5% del 2008 al 9.1% del 2010). Ai lavoratori stranieri in regola si aggiungono, secondo stime alquanto prudenziali della Fondazione ISMU (Iniziative e Studi sulla Multietnicità), oltre 500’000 lavoratori stranieri utilizzati – in nero – prevalentemente in agricoltura, nell’edilizia e nel settore dei servizi.

 Questa tendenza è confermata per il 2011 dai dati Istat: nel primo trimestre 2011 continua il calo dell’occupazione italiana (- 160’000 unità), mentre aumenta significativamente l’occupazione straniera (+ 276’000 unità); nel secondo trimestre si è accentuato il trend (- 81’000 occupati italiani; + 168’000 occupati stranieri); nel terzo trimestre 2011 a una modesta crescita dell’occupazione italiana (+ 39’000 unità) si associa un significativo incremento di quella straniera (+ 120’000 unità).

Una società civile non può che essere cosmopolita, interrazziale e – soprattutto – fondata sull’accoglienza, e l’accoglienza è una delle questioni sensibili su cui si misura la democraticità di una società.

Ma davvero possiamo parlare di un’effettiva integrazione del cittadino straniero nel nostro Paese in base a principi di uguaglianza e pari dignità sociale, solidarietà, libertà personale?

 Insigni accademici e blasonati esperti sostengono – supportati dai mass media – che milioni di immigrati svolgono in prevalenza lavori manuali faticosi e umili, snobbati e rifiutati sdegnosamente da tanti italiani che possono permettersi di “non fare”, e sottolineano come senza il fondamentale apporto della manodopera straniera interi settori produttivi – ormai senza addetti – rischierebbero il collasso.

 E’ corretta e soprattutto veritiera una simile interpretazione?

A Lucca, al bando di “Sistema Ambiente S.P.A.” promosso per selezionare 4 addetti allo spazzamento e tre conducenti dei relativi veicoli e mezzi d’opera, hanno risposto 1’400 persone; in provincia di Caltanisetta, per tre posti a tempo determinato di tre mesi nella discarica di Timpazzo, tra Gela e Mazzarino, le domande presentate sono state oltre 1’300; migliaia di candidature, nella quasi totalità di nostri concittadini, tra i quali tanti diplomati e laureati!

In particolare, per quanto riguarda i giovani, i dati Istat smentiscono clamorosamente quanto dichiarato a suo tempo alla presentazione del “Piano di azione per l’occupabilità dei giovani” – dal ministro della Gioventù dell’ultimo governo Berlusconi, Giorgia Meloni, la quale aveva sostenuto che i giovani italiani soffrono di “inattitudine all’umiltà”; secondo l’Istat, invece, ben il 47.1% dei giovani fino ai 34 anni d’età già nel secondo trimestre 2009 svolgeva un lavoro con uno titolo di studio superiore a quello richiesto per le mansioni espletate, non disdegnando – pur di lavorare – impieghi umili, anche manuali.

 Italiani, dunque, per niente “indolenti bamboccioni”, ma caparbi, combattivi e determinati a non gettare la spugna; disponibili anche ad emigrare: solo negli ultimi 4 anni, un milione di nostri connazionali under 40 ha lasciato stabilmente il nostro Paese, non rassegnandosi alla mancanza di opportunità occupazionali, alla realtà di un mercato del lavoro che li condanna a un presente di precarietà e a un futuro di disoccupazione; tant’è che solo 1 su 4 intenderebbe ritornare in Italia… gli altri si dicono pienamente soddisfatti della loro scelta.

La realtà è che agli italiani tanti lavori sono sempre meno proposti ed offerti!

Nel nostro Paese, infatti, è in atto una deriva del mercato del lavoro (accelerata ed accentuata dalla crisi economica) che ha determinato un vero e proprio processo di sostituzione dei lavoratori italiani, svolgenti le mansioni meno qualificate, con lavoratori stranieri; forza lavoro “low cost” – a basso costo – con ridotti, pochi o nessun diritto!

Dal comunicato stampa relativo al capitolo “Lavoro, professionalità, rappresentanze” del 45° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese 2011: “Tra il 2005 e il 2010, a fronte di un crollo dei lavoratori italiani occupati in professioni manuali (- 842’000, -11%), si registra un aumento praticamente identico dei lavoratori stranieri (+ 725’000, +83.8%) la cui incidenza passa dal 10.2% al 19% del totale”.

Manodopera ideale – quella straniera – perché generalmente più ricattabile, incline a subire situazioni di grave sfruttamento lavorativo, spremuta impunemente da imprenditori che non di rado – in violazione alle leggi vigenti a partire da quelle in materia fiscale, contributiva e di sicurezza sul lavoro – offrono “occupazione” a condizioni economiche e modalità di svolgimento tali che ritengono prudente e opportuno non proporre ai cittadini italiani… per quanto tempo, infatti, questi le subirebbero passivamente?

 E i nostri Governi, che conoscono bene la realtà di un Paese stravolto dalla disoccupazione crescente – ormai endemica e strutturale – sollecitati da una classe imprenditoriale sempre più cinica e ingorda, continuano a predisporre anno dopo anno nuovi decreti di flussi migratori, nonostante – dati Istat 2010 alla mano – 266’000 disoccupati stranieri, 1’811’000 disoccupati italiani (come riportato nella tabella 3 della sintesi del rapporto 2011 “L’immigrazione per lavoro in Italia: evoluzione e prospettive” a cura del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali), 2’890’000 inattivi (tra i quali circa 1’500’000, in base al Report novembre 2011 dell’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali, sono gli scoraggiati che hanno rinunciato a cercare lavoro viste le tante ricerche infruttuose già effettuate), e oltre 2’000’000 di lavoratori coinvolti in processi di cassa integrazione (dei quali 576’455 in cassa integrazione a zero ore per l’intero 2010, secondo i dati dell’Osservatorio CIG del dipartimento Settori produttivi della CGIL Nazionale), rendendosi così complici dello sfruttamento perpetuato ai danni degli anelli più deboli della nostra società!

Questi “decreti flussi” regolamentano l’arrivo di nuovi immigrati fissando il numero di stranieri non comunitari (per i cittadini comunitari è prevista infatti la libera circolazione all’interno dei Paesi membri dell’Unione europea) ammessi ogni anno in Italia; esseri umani che saranno disposti a tutto pur di lavorare, e in tanti casi andranno a sostituire sia i lavoratori italiani che quelli stranieri a condizioni ancora più vantaggiose per i datori di lavoro.

In soli 5 anni, gli stranieri residenti in Italia sono quasi raddoppiati, passando dai 2’402’157 del 1° gennaio 2005 ai 4’570’317 del 1° gennaio 2011 (dati Istat). Senza contare i cittadini non comunitari presenti irregolarmente sul territorio nazionale, in quanto sprovvisti di permesso di soggiorno, stimati tra le 500’000 e le 750’000 unità (dati Ocse).

 Molti italiani, va detto, si sono rassegnati a salari miseri, a condizioni, carichi e ritmi lavorativi indecorosi, indegni di una società civile, nell’ambito di una triste competizione “tra poveri” con i lavoratori immigrati, in particolare i non comunitari che, necessitando di un contratto di lavoro per regolarizzare la propria posizione con l’agognato permesso di soggiorno, sono – tra gli stranieri – i più esposti e vulnerabili!

Imprenditori privi di coscienza ne approfittano annichilendo l’esistenza di donne e uomini, italiani e stranieri, accomunati da identiche storie di bisogno, povertà e sfruttamento!

Angela, cittadina italiana residente in una città toscana, ha quasi quarant’anni e un disperato bisogno di lavorare. Su segnalazione di un conoscente, si propone ad un imprenditore commerciale del posto che l’assume in qualità di lavoratore a chiamata. In realtà, Angela svolge un lavoro stagionale continuativo di 40 ore settimanali, retribuite 2.88 euro all’ora, con un forfettario complessivo di 500 euro mensili. Compenso mensile ritenuto dall’imprenditore “esoso”, dato l’orario ridotto (!!) per cui viene corrisposto; “un compenso che può essere pagato solo in alta stagione, per massimizzare la produttività dell’azienda”… Per Angela, sola ed emarginata – condizioni comuni a tanti poveri – quei 500 euro mensili sono comunque una piccola boccata d’ossigeno, visto che non è riuscita a trovare altro lavoro: per quattro mesi potrà in qualche modo tirare avanti e forse, anche quest’anno, non finirà in strada…

Nella stessa impresa lavorano da anni due giovani cittadini non comunitari, Dinesh e Jedda. Ad Angela, Jedda e Dinesh è affidata la cucina; improvvisati operatori professionali del settore, senza alcuna preparazione specifica, sono sprovvisti persino del patentino haccp obbligatorio per il personale addetto alla produzione, preparazione, somministrazione e distribuzione di alimenti…

 In anni, mai un controllo del personale da parte delle autorità preposte!! Istituzioni a volte indifferenti e sorde alle stesse denunce dei dipendenti!

 Jedda e Dinesh hanno un contratto part-time a tempo indeterminato; in realtà entrambi lavorano a tempo pieno, anzi pienissimo: Jedda per almeno dieci ore giornaliere; Dinesh – in qualità di factotum e svolgendo saltuariamente diverse incombenze presso l’abitazione del titolare – anche fino a quattordici ore giornaliere; entrambi sono retribuiti con un forfettario di 650 euro mensili. La busta paga è una mera formalità… che non valga niente quello che c’è scritto lo ripete spesso il titolare!

Dinesh, il collaboratore di fiducia, non riuscendo a trovare un alloggio, è ospitato per la notte da amici o dorme nello scantinato (non attrezzato all’uso) dei locali sede dell’impresa…

 Italiani e stranieri… esseri umani mortificati e offesi; cittadini del mondo abbandonati, dimenticati, traditi! Persone in esubero diventate avanzi, scarti umani… trasformate in merci a basso costo, in strumenti di produzione a perdere, usa e getta.

di Luchino Galli, per Mai Più Disoccupati

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Disoccupati over 35: ecco le cifre!

Disoccupati italiani: tanti …troppi!

Disoccupati amministrativi: quelli registrati dai Centri per l’Impiego.

Disoccupati ISTAT: quelli censiti con rilevazioni campionarie.

Disoccupati miracolati (solo il 31%): quelli beneficiari di indennità di disoccupazione o di mobilità.

Disoccupati dannati (ben il 69%!): quelli abbandonati completamente a se stessi e che – all’insegna del motto “si salvi chi può” – le provano tutte, magari indossando la muta e dandosi all’economia sommersa, riemergendo dai “neri flutti” solo per sbucciarsi le nocche bussando alle porte di familiari, parenti e amici con il cappello in mano… Rischiano, i più soli, di finire letteralmente per strada!

Disoccupati under 35: sono temporaneamente senza lavoro, ma in quanto esplorati dai mass media, indagati dagli esperti, blanditi dai politici, e destinatari di “attenzioni” istituzionali, è contemplato che possano essere “utilmente” reinseriti nel mondo del lavoro.

Disoccupati over 35: considerati – per motivi anagrafici – difettosi, carenti, inadeguati; sono lavoratori non desiderati, condannati a una continua, dolorosa, infruttuosa ricerca di occupazione; dimenticati, relegati ai margini o esclusi tout court dal sistema produttivo, quali lavoratori superflui definitivamente in esubero…

Disoccupati over 35, in continua crescita, un drammatico fenomeno sociale. Il loro è un mondo misconosciuto, inesplorato, invisibile; così vuole una precisa costruzione culturale e sociale che li condanna a un’impietosa marginalizzazione e ne minaccia l’identità personale e lo stesso diritto di vivere!

In base a dati ISTAT, in Italia – nel 2010 – erano 2’102’000 i disoccupati; tra questi, i disoccupati over 35 erano così suddivisi:tra i 35 e i 64 anni 939’000 (443’000 donne e 496’000 uomini): il 44.67% del totale dei disoccupati; tra i 65 e i 74 anni circa 4’000: lo 0.19%.

Il restante 55.13%, 1’159’000 disoccupati, erano persone di età compresa fra i 15 e i 34 anni.

Nelle tabelle che seguono, abbiamo rielaborato – per macroaree geografiche (nord, centro e mezzogiorno) – i dati ISTAT del 2010 relativi ai disoccupati delle classi di età comprese tra i 35 e i 64 anni di età:

– al nord, i disoccupati erano circa 366’000 (51.50% donne e 48.50% uomini);

– al centro erano circa 186’000 (51.10% donne e 48.90 uomini);

– al mezzogiorno circa 387’000 (41.10% donne e 58.90% uomini).

  I dati considerati sono relativi ai disoccupati censiti dall’ISTAT(media 2010).

Per definizione ISTAT, i disoccupati comprendono le persone non occupate tra i 15 e i 74 anni che:

– hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane che precedono la settimana di riferimento e sono disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive;

– oppure, inizieranno un lavoro entro tre mesi dalla settimana di riferimento, e sarebbero disponibili a lavorare (o ad avviare un’attività autonoma) entro le due settimane successive, qualora fosse possibile anticipare l’inizio del lavoro.

 I dati presi in esame non riguardano le forze lavoro potenziali (che nel 2010 erano 2’890’000 persone fra i 15 e i 74 anni), comprensivi degli inattivi disponibili a lavorare, ma che non cercano lavoro (2’764’000, suddivisi in 1’700’000 donne e 1’064’000 uomini), e di coloro che cercano lavoro, ma non sono temporaneamente disponibili (126’000).

Sommando ai disoccupati le forze di lavoro potenziali, si ottengono le persone potenzialmente impiegabili nel processo produttivo: nella media del 2010 quasi 5 milioni di individui!

Si precisa che i lavoratori in Cig (Cassa integrazione guadagni) vengono classificati e censiti dall’ISTAT – seguendo la raccomandazione dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) – come occupati.

Nel corso del 2010, si stima siano stati oltre 2’000’000 i lavoratori coinvolti in processi di cassa integrazione, dei quali 576’455 in cassa integrazione a zero ore per l’intero anno…

Nota pubblicata da Mai Più Disoccupati Due


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Dalla DISOCCUPAZIONE ADULTA al REDDITO MINIMO DI CITTADINANZA

pubblicata su FB da Mai Più Disoccupati Due il giorno domenica 6 novembre 2011 alle ore 22.01

di Luchino Galli, per Mai Più Disoccupati

 In base ai dati Istat sulle forze lavoro del primo trimestre 2011, da gennaio a marzo di quest’anno sono cessati oltre 262mila rapporti di lavoro, di cui il 47% riguardava lavoratori di età inferiore ai 35 anni, e il 53% lavoratori over 35 (rielaborazione Datagiovani).

Si accentua la tendenza già evidenziata nel Rapporto annuale Istat, che rimarcava quanto la crescita più consistente di disoccupazione avesse riguardato la fascia tra i 30 e i 49 anni, e solo in seconda battuta quella dei più giovani (*).

La disoccupazione over 35 è misconosciuta dalla politica, trascurata dai sindacati e sottaciuta dai mass media nonostante abbia assunto, in Italia, rilievo di drammatico e dilagante fenomeno sociale che ha sconvolto – solo nel 2010 – la vita di oltre 2’100’000 (**) persone e dei loro nuclei familiari. Infatti, laddove il dramma della disoccupazione colpisce gli adulti, le famiglie coinvolte spesso non sono più in grado di “fare fronte” neanche alle scadenze economiche più impellenti: rate del mutuo, canone di locazione, bollette (acqua, luce e gas in primis), spese per la salute, per l’istruzione dei figli e le stesse spese alimentari!

 Quanti possibili disoccupati over 35 tra gli oltre 2milioni di lavoratori coinvolti nel 2010 da processi di cassa integrazione?

Quanti potenziali disoccupati over 35 tra i 576’455 lavoratori in cassa integrazione a zero ore per tutto il 2010?  

Cassa integrazione che è un ammortizzatore sociale comunque temporaneo e destinato ad esaurirsi…

Quanti futuri disoccupati over 35 tra i milioni di lavoratori precari, tanto esposti alla disoccupazione (***) ?

Milioni di vite sospese, interrotte, umiliate da una precarietà totalizzante che giorno dopo giorno annichilisce e avvelena l’esistenza, solo per i più fortunati alleviata da una rete di protezione informale – pilastro del welfare “all’italiana” – intessuta di rapporti parentali e amicali. Lo Stato italiano infatti non c’è!! I disoccupati italiani sono tra i meno aiutati dell’Unione Europea; solo il 31% è supportato da ammortizzatori sociali e mancano politiche organiche mirate al loro ricollocamento lavorativo.

Milioni di persone, già vittime – anche nel nostro Paese – di una crisi economica globale, ulteriormente colpite dall’incoerenza tutta italiana di un mondo imprenditoriale che da un lato reclama a gran voce l’innalzamento dell’età pensionabile – magari anche a 70 anni – in nome di una maggiore competitività dell’industria nazionale, e dall’altro non assume, proprio in quanto “anziani”, gli over 35 in cerca di occupazione…

La disoccupazione adulta è troppo spesso anticamera di un’indigenza assoluta e di emarginazione sociale.

Mario Furlan, fondatore dei City Angels che in tutta Italia aiutano i senzatetto, dichiara: “In 17 anni di attività umanitaria non abbiamo mai visto una situazione tanto difficile, in cui tante persone si sono rivolte a noi, persone che si presentano bene e che non diresti affatto si trovino in situazioni drammatiche,  che ci chiedono cibo, vestiti e addirittura coperte e sacchi a pelo […]. Per queste persone una spesa anche di pochi euro può essere proibitiva. Sono moltissime le persone laureate, qualificate, che passano da uno stato di relativo benessere a una situazione drammatica, di vera e propria indigenza”.

Nel nostro Paese, i senzatetto sono almeno 60’000 e sono in continuo aumento; tra questi cresce costantemente la percentuale di nazionalità italiana, prevalentemente uomini che hanno superato i 40 anni e che hanno perso il LAVORO!

Nel corso del 2010, in base al Report Istat – Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora – Caritas Italiana, ci sono state oltre 2’600’000 richieste di aiuto da parte di persone in condizioni di grave emarginazione sociale; nella metà dei casi, la richiesta concerneva bisogni primari quali cibo, indumenti, farmaci, igiene personale.

L’Italia, in quanto “Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (art. 1 della Costituzione), che” riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”(art. 4 della Costituzione)  viene meno ai propri principi fondativi quando abbandona i disoccupati al solo sostegno della famiglia, degli istituti caritatevoli e delle associazioni e organizzazioni di volontariato, rinunciando al proprio compito istituzionale  di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese” (art. 3 della Costituzione).

 Alla Repubblica competono  politiche sociali che prevengano e risolvano queste drammatiche situazioni di bisogno, a partire dall’introduzione del reddito minimo di cittadinanza, come richiesto dal Parlamento Europeo a tutti gli Stati membri dell’Unione e che ben 24 Paesi su 27 hanno da tempo già provveduto ad istituire (con eccezione di Italia, Grecia e Ungheria).

Reddito minimo di cittadinanza che ha il suo fondamento giuridico nella stessa Costituzione Italiana, all’art. 38, co. 2: “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, DISOCCUPAZIONE INVOLONTARIA”.

 Le risorse non mancano di certo, e vanno recuperate contrastando efficacemente la corruzione capillarmente diffusa nel nostro Paese, l’evasione fiscale, il lavoro nero, gli assurdi sprechi e i privilegi corporativi che tutti insieme rappresentano la vera emorragia delle ricchezze nazionali; quella che manca, invece, è la volontà politica di intraprendere un simile percorso!

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(*) Nel momento in cui scrivo di disoccupazione adulta non intendo contrapporla a quella giovanile, ma denunciarne l’esistenza. Oggi più che mai, in un contesto socio-economico caratterizzato da una disoccupazione diffusa a carattere endemico e strutturale, il primo passo per affrontare questo drammatico fenomeno sociale è riconoscerne le effettive dinamiche e peculiarità, contrastandolo con interventi  qualificati e mirati.

(**) Il numero indicato è il risultato di una approssimazione per difetto ed è ottenuto mediante rielaborazione di dati Istat 2010, sommando  al numero dei disoccupati over 35 quello degli inoccupati over 35, gli scoraggiati che, pur essendo disponibili a lavorare, non cercano più attivamente un’occupazione, in quanto il mercato del lavoro nega loro qualsiasi opportunità di reinserimento lavorativo, discriminandoli  per motivi anagrafici.

(***) Nel 2009, il 63% di chi ha perso il lavoro era precario.


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L’Italia, agli ultimissimi posti nell’Unione Europea per tasso di occupazione, è ancora senza un reddito minimo di cittadinanza!

di Luchino Galli per Mai Più Disoccupati

 

Il tasso di occupazione in Italia per le persone in età lavorativa fra i 15 e i 64 anni – primario indicatore economico di riferimento – è stato nel 2010 del 56,90%, in base ai dati EUROSTAT.

Questo dato colloca il nostro Paese al terzultimo posto, 25° tra i 27 Stati membri dell’Unione Europea. Peggio di noi solo Malta (56%) e Ungheria (55,40%)!!

Da evidenziare come Italia e Ungheria, insieme alla Grecia – che si posiziona invece al 20° posto con un 59,60% – siano le uniche nazioni facenti parte dell’Unione Europea a non aver ancora istituito un reddito minimo di cittadinanza, nonostante nell’ottobre 2010 il Parlamento Europeo abbia approvato una risoluzione che ne chiede l’istituzione in tutti i paesi dell’Unione, per un importo pari almeno al 60% dello stipendio medio di ogni paese.

Reddito minimo di cittadinanza del quale avrebbero potuto beneficiare gli oltre 2’100’000 disoccupati censiti dall’Istat nel 2010 (media su base annua) che rimangono invece tra i meno aiutati d’Europa e dei quali non più del 30% ha potuto usufruire di sussidi di varia natura comunque destinati ad esaurirsi in un breve lasso di tempo, quando le difficoltà economiche connesse a una prolungata disoccupazione si acuiscono.

In particolare, da specifici sussidi drammaticamente e paradossalmente sono esclusi proprio i disoccupati che hanno lavorato di meno… (si vedano a riguardo i requisiti necessari per accedere all’indennità di disoccupazione ordinaria e a quella con requisiti ridotti).

Reddito minimo di cittadinanza del quale avrebbero potuto beneficiare inoltre circa 2’100’000 persone inattive (dato 2010) che hanno rinunciato a cercare attivamente occupazione pur essendo immediatamente disponibili a lavorare. Si tratta di persone scoraggiate, in larga parte over 35, arrese all’evidenza di un mercato del lavoro che nega loro qualsiasi possibilità di ricollocazione professionale.

 Reddito minimo di cittadinanza del quale potrebbero beneficiare anche gli adulti (over 60, 55, 50, 45, 40, 35… ormai una deriva inarrestabile!) che costituiscono quasi il 45% dei disoccupati censiti ufficialmente dall’Istat e la stragrande maggioranza degli inattivi! Adulti che sono i primi ad essere licenziati e gli ultimi ad essere riassunti, discriminati per motivi anagrafici, pervicacemente esclusi tout court dal mercato del lavoro e destinati – se non supportati da una robusta rete di solidarietà familiare o amicale – a finire letteralmente per strada, precipitando in una dimensione di emarginazione, esclusione sociale e povertà assoluta dalle quali è difficilissimo risollevarsi! Nel nostro Paese le persone che vivono per strada sono in continuo aumento. I senzatetto sono in maggioranza uomini, soprattutto 40enni, che hanno perso il LAVORO…

 Reddito minimo di cittadinanza del quale potrebbe beneficiare, a integrazione, anche quella parte di lavoratori precari che non raggiunge una determinata soglia di reddito.

In Italia, tra l’inizio del 2008 e il giugno 2010 sono stati attivati 27,4 milioni di contratti di lavoro, di cui ben il 73,4% precari!

Si tratta di una variegata moltitudine di lavoratori, quali: lavoratori subordinati a termine, in somministrazione, intermittenti, accessori, lavoratori parasubordinati, quali collaboratori a progetto e associati in partecipazione, titolari di partita iva monocommittente (precari con partita iva).

Lavoratori precari che la crisi economica trasforma spesso in disoccupati: nel 2009, ben il 63% di chi ha perso il lavoro era infatti precario…


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La DISOCCUPAZIONE ADULTA… quella di cui più si tace! LO SAI CHE ?

Dei due milioni e centomila disoccupati ufficialmente censiti nel 2010 dall’Istat, circa il 45% aveva più di 35 anni.

Del milione di disoccupati di lunga durata che cercano lavoro da oltre un anno, quasi il 43% ha un’età compresa tra i 35 e i 54 anni.

“La crescita più consistente di disoccupazione nel 2010 ha riguardato la fascia tra i 30 e i 49 anni, solo in seconda battuta quella dei più giovani”. Lo dice il Rapporto annuale Istat, presentato il 23 maggio c.a. a Montecitorio.

Secondo l’ultimo rapporto IREF-ACLI sul “lavoro scomposto”, il lavoro atipico, il lavoro temporaneo colpiscono FORTEMENTE anche i lavoratori ADULTI !!

Il 48% dei  contratti precari, difatti, sono stipulati tra datori di lavoro e lavoratori di età compresa tra i 30 e i 49 ANNI !

In base a un’indagine dell’Associazione Direttori Risorse Umane (G.I.D.P./H.R.D.A.), le nuove risorse umane da assumere per le aziende saranno soprattutto giovani: il 75%, infatti, dovrà avere un’età compresa tra i 25 e i 34 anni; il 14% tra i 35 e i 44 anni e solo l’1% più di 45 anni.

Una rilevazione del 2009 ad opera della SDA Bocconi e di Astra Demoskopea su 5’000 annunci di lavoro pubblicati dai giornali evidenziava che quasi il 60% delle inserzioni poneva un vincolo di età che nella maggioranza dei casi si attestava attorno ai 35 anni.

Le risorse messe a disposizione dal nostro Paese per i disoccupati nel 2008 (ultimo dato disponibile) hanno toccato lo 0,5% del PIL. In pratica, per ogni disoccupato italiano sono stati spesi in media 4’691 euro, contro i 17’921 per il disoccupato irlandese, i 16’652 per quello austriaco, i 15’570 per quello tedesco e gli 11’483 per quello francese…

“Una chicca”: a Treviso, nel cuore dell’opulento Veneto, un cinquantenne che avesse perso il lavoro aveva nel 2007 il 32% di possibilità di ritrovarlo; nel 2010 solo l’8% !!

Mai Più Disoccupati Due


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DISOCCUPAZIONE ADULTA: Mai Più Disoccupati intervista Stefano Giusti, Presidente di Atdal Over40


Luchino Galli, per Mai Più Disoccupati, intervista il Dottor Stefano Giusti.16 settembre 2011

Dottor Giusti, quando nasce l’associazione Atdal Over 40, e con che finalità e obiettivi? Quali  iniziative ed eventi avete realizzato e quali sono in programmazione?

 L’ass.ne Atdal Over 40 (Atdal sta per Associazione Tutela dei Diritti dei Lavoratori) nasce a Milano nel 2002 su iniziativa di Armando Rinaldi, con base volontaria, per sensibilizzare le istituzioni sul problema dell’espulsione dei lavoratori in età matura. Problema che ne porta un altro con sé, quello della difficilissima se non impossibile ricollocazione di queste persone. Il nostro slogan “Troppo vecchi per lavorare, troppo giovani per la pensione” riassume precisamente il cuore del problema e il nostro pensiero.

In questi anni abbiamo realizzato tante iniziative da quelle di pubblicizzazione del problema tramite convegni e seminari sul tema, a quelle più pratiche di servizio.

In tre occasioni ATDAL è stata ricevuta al Senato ed ha presentato relazioni sul fenomeno dei disoccupati over40 e una serie di proposte di intervento legislativo. Dalle nostre proposte in tema di diritto al lavoro è nato un Disegno di Legge a firma del Sen. Pizzinato, mai discusso nella passata legislatura e riproposto in seguito al Senato dal Senatore Giorgio Roilo e alla Camera dall’Onorevole Gloria Buffo.  Nel corso della sua attività ATDAL ha promosso raccolte di firme su specifiche Petizioni ai Presidenti di Camera e Senato. Le oltre 8.000 firme raccolte sono state consegnate nel Maggio del 2003, Aprile 2004 e Ottobre 2006.

Poi abbiamo attivato iniziative pratiche come gli sportelli di orientamento e sostegno, ed accordi con Enti e istituzioni per corsi di formazione mirati direttamente al ricollocamento degli over 40. Va detto che noi non siamo e non vogliamo essere un’agenzia di collocamento  ma un punto di riferimento per tutti coloro che, vivono questo problema e sono abbandonati dalle istituzioni e da chi, fino al giorno prima, ha usufruito di loro come forza lavoro sia manuale che intellettuale. In futuro ci riserviamo di continuare su questa strada che fino ad oggi ha ottenuto se non altro il risultato di aver fatto parlare di questo problema sempre nascosto. In programma abbiamo tante iniziative soprattutto pubbliche per sensibilizzare al problema.

La disoccupazione adulta è un fenomeno sociale che sconvolge la vita delle persone, e ne devasta le famiglie; quanti sono i disoccupati adulti in Italia?

 Nessun Ente di ricerca ha mai fatto una campionatura esatta su questo fenomeno. I dati Istat non contemplano questa fascia e quindi i numeri che circolano sono  quelli che vengono raccolti  da Enti e Istituzioni locali (soprattutto regionali) che cercano di definire quantitativamente il problema  e dai dati che faticosamente riusciamo a mettere insieme nelle nostre strutture territoriali. Si può tranquillamente affermare che la disoccupazione Over 40 riguarda almeno 1,5 milioni di persone. E ovviamente a cascata, dietro questo dato ci sono i nuclei familiari. Fare il calcolo di cosa significhi questo dramma sociale è abbastanza semplice anche se le Istituzioni non vogliono riconoscerlo ufficialmente…

Quali sono le dinamiche e i caratteri della disoccupazione adulta?

 

L’insorgere del problema della ricollocazione lavorativa degli “over 40” risale alla metà degli anni ’90, anche se la questione ha cominciato a farsi sentire in misura più grave e patologica con l’arrivo del nuovo millennio. Strutturalmente il fenomeno nasce come maldestra conseguenza di una delle varie e cicliche enunciazioni teoriche di organizzazione aziendale, volte a ridefinire equilibri economici sempre nuovi e spesso contrari ai precedenti. In questo caso la matrice del fenomeno è riconducibile alla teoria dell’ “Old Out Young In”, tradotto letteralmente “vecchi fuori, giovani dentro”. È una teoria organizzativa che viene dall’altra parte dell’Oceano, da aree economiche come quelle americane, giapponesi e sud-coreane e naturalmente prende piede in Europa con circa dieci anni di ritardo, quando in quei paesi viene già vista con sospetto e più volte rivisitata e modificata.

Come tutte le teorie importate belluinamente, non tiene conto della diversa situazione cultural-economica dell’Europa e nel nostro caso dell’Italia, ma diventa in breve tempo una moda, una parola d’ordine aziendale da tutti accettata e vista come funzionale a chissà quale sviluppo. Ovviamente mai nessuno spiega effettivamente perché debba funzionare e su quali basi oggettive, però la si accetta come indispensabile e funzionante e se ne giustifica l’uso con il solito gioco di prestigio tautologico per cui la si applica perché funziona e funziona in quanto si applica (!) ignorando completamente il salato prezzo sociale che porta con sé.   La sua conseguenza più grave, è la difficoltà (per non chiamarla impossibilità) di ricollocazione per tutta questa fascia di lavoratori discriminata in tutte le maniere. Basta guardare i giornali specializzati e scoprire che oltre il 60% degli annunci contiene limiti di età compresi tra i 25 e i 35 anni. Limiti che oltre ad essere pazzeschi da un punto di vista sociale sono anche fuorilegge. Esiste infatti un Decreto Legislativo del 9 luglio 2003, n. 216 “Attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro” pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 187 del 13 agosto 2003 che all’articolo 3 recita:

Il principio di parità di trattamento senza distinzione di età si applica a tutte le persone sia nel settore pubblico che privato con specifico riferimento alle seguenti aree: accesso all’occupazione e al lavoro, sia autonomo che dipendente, compresi i criteri di selezione e le condizioni di assunzione…”

Insomma è illegittimo discriminare in base all’età e mettere un limite nelle offerte di lavoro, ma lo fanno quasi tutti, aziende multinazionali o piccole società, agenzie per il lavoro e grandi società di head hunting. Naturalmente non esiste nessun garante o figura che faccia rispettare questa legge dello Stato. L’anno scorso il Senato della Repubblica ha bandito un concorso per l’assunzione di personale impiegatizio. Tale concorso, in barba alle leggi vigenti, conteneva il limite di età fissato tra i 18 ed i 40 anni.

È chiaro che non basta togliere una riga con scritto “età compresa tra x ed y” per eliminare il problema ma riuscire a far rispettare le leggi sarebbe già un buon punto di partenza per arrivare a considerare il lavoratore Over 40, sia uomo che donna, ancora un protagonista attivo. Oltretutto, paradosso nel paradosso, in Italia come in tutti i paesi industrializzati, la lunghezza del periodo scolastico formativo anche per le posizioni medie, si prolunga ormai fino quasi ai trent’anni (laurea, + master + stage), in presenza di una dichiarata obsolescenza professionale e conseguente rischio licenziamento, che si presenta non appena si toccano i 40!

In questo deserto sociale, le uniche forme di assistenza vengono da organizzazioni di volontariato, spesso costituite da persone che hanno vissuto questo dramma e che affrontano in prima istanza questo problema. Fino a quando le istituzioni continueranno a far finta di niente?

E’ un dato di fatto che la disoccupazione adulta sia misconosciuta: sottaciuta dai mass media, ignorata dalla politica e trascurata dagli stessi sindacati; quali le ragioni e i motivi?

 

Non c’è un’unica causa  ma diversi fattori concomitanti. I mass media spesso peccano di superficialità e non fanno lo sforzo di diversificare e approfondire i temi. Preferiscono cavalcare le mode e parlare di “disoccupazione giovanile” come se a 35 o 40 anni si fosse anziani. I sindacati hanno una visione del problema obsoleta: loro difendono principalmente il lavoro, chi lo perde esce fuori dai loro schemi e non viene troppo considerato. Oltretutto molti dei loro dirigenti pensano ancora al disoccupato over 40 su stereotipi superati: non sa usare il computer,  non conosce l’inglese. Non vedono o a volte fanno finta di non vedere la trasformazione del problema. La politica beh, che dire, ormai politici e gruppi di potere partitico ragionano solo per numeri: i disoccupati Over 40 per ora non riescono a fare lobby, a far capire il loro peso politico ed elettorale. Quando lo faranno i politici li inseguiranno col cappello in mano… Su quest’ultimo punto poi si inseriscono anche le “responsabilità” dei disoccupati. Spesso molte persone che hanno questo problema, specie quelle che non sono state estromesse da grandi ristrutturazioni  industriali tipo Alitalia ma hanno perso individualmente il lavoro, quasi si vergognano della loro situazione, ne fanno una colpa non si manifestano pubblicamente. Così facendo rendono quasi impossibile far emergere la reale portata del problema.

Le persone discriminate per motivi anagrafici nel mercato del lavoro sono sempre più giovani: over 50, over 40, ed ora anche over 35. Perché questa deriva, e dove ci porterà?

 

La deriva rischia di essere inarrestabile e di finire per travolgere tutta la popolazione lavorativa e rendere i luoghi di lavoro ingestibili . Questo principalmente per via di alcune scellerate politiche del lavoro che permettono sgravi fiscali per fasce di età giovanili rendendo così quasi impossibile la ricollocazione dopo i 35 anni, Le stesse politiche che hanno usato la flessibilità per destrutturare il Diritto del Lavoro creando un universo di precarietà che inizia in età giovanile e continua in maniera sempre più esasperata con l’aumentare dell’età, finendo per emarginare chi perde il lavoro dopo i 40 anni. Tutto questo mentre gli stessi politici su altri tavoli tentano in tutti i modi di allungare l’età pensionabile. Una contraddizione insanabile:  tanto per fare un esempio pratico citiamo Montezemolo che di Confindustria è stato presidente nel periodo 2005-2007. Da presidente  degli industriali si batteva  strenuamente  per alzare l’età pensionabile e quindi per trattenere più tempo possibile i lavoratori in azienda. Nello stesso periodo come membro del CdA della Fiat  si prodigava  altrettanto strenuamente per ottenere una serie di prepensionamenti per i lavoratori della suddetta azienda, quindi mandarli a casa il prima possibile!

Non manca all’appello delle contraddizioni l’attuale presidente di Confindustria Marcegaglia che ha recentemente dichiarato che “Sull’innalzamento dell’età pensionabile dobbiamo seguire gli altri paesi dell’Unione Europea”. Naturalmente nelle sue aziende la Marcegaglia se ne guarda bene dall’applicare le strategie nord europee di incentivazione all’occupazione e persegue invece la politica più in voga degli ultimi decenni, quella che vede estromettere i lavoratori in età matura a favore di quelli più giovani. Anche lei ci dovrebbe anche spiegare come pensa che queste persone possano arrivarci alla pensione, considerando che per loro è difficilissimo ritrovare lavoro e che quasi nessuno ha un qualche sostegno al reddito. Ma forse il piano è proprio questo; a forza di allungare l’età pensionabile si spera che il lavoratore alla pensione non ci arrivi proprio così da risolvere il problema dei conti alla radice, non pagandole proprio.

La disoccupazione, nella fascia d’età tra i 30 e i 49 anni, è in costante crescita; per l’economista Francesco Daveri “potremmo assistere a una nuova emergenza, quella di un forte aumento di disoccupazione tra gli over 50” (La Stampa, 24 maggio 2011). A Suo avviso, quali politiche vanno attuate per contrastare efficacemente la disoccupazione adulta?

 

Atdal su questo ha una politica propositiva ben chiara con proposte mirate a combattere questa situazione. Atdal 40 ritiene che il discorso di un reddito sganciato dal lavoro debba essere una delle soluzioni con cui affrontare  le nuove forme di occupazione precaria e disoccupazione strutturale. Per questo avanza alcune proposte operative:

A) Istituzione di una indennità di disoccupazione generalizzata per tutti coloro che si trovano privi di lavoro calcolata in percentuale su l’ultimo salario percepito e comunque tale da garantire un reddito dignitoso e per un periodo di tempo idoneo a sostenere la ricerca senza angoscia di un nuovo lavoro;

B) L’ indennità di disoccupazione deve entrare in vigore anche per coloro che svolgono lavori precari nei periodi di inattività e deve prevedere la corresponsione dei contributi previdenziali figurativi;

C) Accanto all’indennità di disoccupazione occorre prevedere un sostegno economico per la copertura dei versamenti previdenziali volontari per disoccupati over50 che abbiano maturato almeno 30 anni di versamenti contributivi o, in alternativa, prevedere percorsi di accesso anticipato alla pensione per disoccupati over50 di lunga durata, considerati non più ricollocabili, eventualmente prevedendo una trattenuta sulla pensione pari ai contributi che dovrebbero ancora versare fino al raggiungimento dei requisiti anagrafici o contributivi di legge.

Nell’attuale contesto economico, la disoccupazione non è una colpa: persone e famiglie la subiscono. Come Lei puntualizza: “la società del lavoro si è trasformata e il lavoro stesso in alcuni casi tende a scomparire o quanto meno a riguardare la vita di sempre meno persone”. Tuttavia, molti vivono la disoccupazione con rassegnazione e vergogna, rinunciando a denunciarla e combatterla, accentuando il proprio isolamento. Dottor Giusti, cosa può convincere il disoccupato a cambiare atteggiamento e modificare il proprio comportamento?

 

Come dicevamo anche prima, solo convincendosi sull’utilità di far emergere le proprie situazioni, le proprie storie. Se questa massa per ora composta solo di individui che tendono ad agire isolatamente, saprà identificarsi e sentire una sorta di coscienza collettiva allora verrà anche considerata all’esterno. Poi, in termini anche utilitaristici, “fare rete” con altre persone nella stessa situazione, significa avere più possibilità di avere accesso a fonti utili per la ricollocazione. Insomma solo uscendo fuori dall’isolamento si ha la possibilità di far sentire la propria voce.

Lei scrive: “nel nostro strano paese il 69% dei disoccupati non ha nessun accesso a forme di sostegno reddituale né di ammortizzatore sociale. Secondo l’ultimo monitoraggio del Ministero del Lavoro, gli ammortizzatori sociali italiani coprono solo il 31% dei disoccupati con sussidi di varia natura. Gli altri devono arrangiarsi da soli”. Infatti, come ha evidenziato la CGIA (Associazione Artigiani e Piccole Imprese) di Mestre, il welfare italiano è caratterizzato da un pacchetto di ammortizzatori sociali riservato a determinate categorie di lavoratori: cassa integrazione ordinaria, straordinaria, mobilità, etc.; questi ammortizzatori intervengono – osserva il segretario Giuseppe Bortolussi –  “prima della perdita definitiva del posto di lavoro”, “prima che il rapporto tra lavoratore e impresa sia compromesso definitivamente”. Inoltre, le stesse indennità di disoccupazione sono temporanee e il loro importo è inversamente proporzionale al tempo di durata dell’inattività lavorativa! Tuttavia in Italia, come Lei precisa, “tra coloro che perdono il lavoro, solo il 25% lo ritrova entro i primi sei mesi, per gli altri le attese oltrepassano anche l’anno, con esiti ovviamente disastrosi sotto tutti i punti di vista”. In un tessuto socio economico caratterizzato da alta disoccupazione e precarizzazione crescente, diffuse e strutturali, è ormai prioritaria la riforma del sistema degli ammortizzatori sociali, per assicurare protezione ai tanti (troppi) che oggi ne sono esclusi!  Come realizzarla, e con quali risorse?

In Italia ogni volta che si parla di reddito di sostegno, di cittadinanza, o di qualsiasi altra forma di supporto, ci si scontra subito col discorso del debito pubblico e con l’impossibilità di mettere mani a riforme strutturali. Recentemente la Banca Mondiale ha calcolato che il costo della corruzione in Italia si aggira intorno ai 50 miliardi di Euro. L’evasione fiscale, combattuta nel nostro paese sempre a parole ma raramente nei fatti se non con scudi e condoni tesi a favorire chi aveva già allegramente evaso o esportato capitali all’estero,  sfiora i 250 miliardi di Euro. Volendo, i soldi per una riforma veramente rivoluzionaria ci sarebbe dove prenderli, senza contare poi che in Italia la spesa sociale (al netto della spesa pensionistica e delle indennità di disoccupazione riservate a pochi) è una delle più basse d’Europa, pari al 9,6% del Pil. Il problema dei soldi è un falso problema.

 

 


5 commenti

Caro Signor Presidente Napolitano, lei dovrebbe rappresentare……….

Esimio Signor Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano,

mi permetto di rivolgermi a lei, quale unico referente ormai, per i cittadini senza voce, i deboli del paese che Lei rappresenta. Sottopongo alla Sua attenzione la mia storia e le mie problematiche, la storia di un povero, un disperato. Vorrei che la mia storia in qualche modo servisse come metafora di quelle di molti, di quei moltissimi che si stanno impoverendo in questo paese. Ho nel tempo esposto sulla rete questa mia storia:
http://neuroniattivi.blogspot.com/2010/08/stavolta-faccio-sul-serio.html
Personalmente credo di rappresentare bene il grottesco che in questo paese riduce molti all’indigenza e coloro che la burocrazia estromette da ogni diritto in base a calcoli ragionieristici e ai tagli orizzontali che non guardano mai quante teste e quali cadano dentro al taglio. Avevo deciso Signor Presidente di fare lo sciopero della fame, avevo deciso di dimostrare alla politica che anche un disperato poteva avere il senso dell’orgoglio e della propria dignità, reagire in qualche modo al proprio declino…reputare ingiusto che questo sia definitivo e senza speranza. Ho avuto molte adesioni, presidente, molti amici che mi hanno consigliato di non farlo, di non abusare della mia cardiopatia e di non sfidare la mia invalidità.
Mi hanno dimostrato con la loro solidarietà che c’è anche una strada alternativa, una possibilità che comprenda i molti e che mi liberi da una solitudine e dalla paura della stessa, certo questo non risolve il problema ma lo pone su un diverso piano.
http://veritaedemocrazia.blogspot.com/2010/09/continuo-fare-sul-serio.html
Mi permetta quindi Signor Presidente di sottoporLe questa realtà, così descritta negli articoli segnalanti.
La povertà, signor presidente che descrive questo stato che così tanti nel nostro Paese stanno vivendo e che è una precisa realtà, il burocratese ci definisce i “nuovi poveri” senza, mi permetta, alcun rispetto per la umana dignità della nostra vita.
Come infatti definire degno di un essere umano un assegno di 256 euro al mese per vivere in dignità?
Come non affrontare quindi la discussione sul Reddito di Cittadinanza, sul quale si sta organizzando una petizione per proporre una legge di iniziativa popolare:
http://www.petizionionline.it/petizione/per-una-legge-di-iniziativa-popolare-che-istituisca-il-reddito-di-cittadinanza/1992
o di Salario Minimo Legale che è anche oggetto di petizione:
http://www.petizionionline.it/petizione/per-una-legge-di-iniziativa-popolare-che-istituisca-il-salario-minimo-legale/2008
Caro Signor Presidente, lei dovrebbe rappresentare, credo e davvero mi perdoni se sbaglio, la voce di coloro che sono senza voce o quantomeno la voce di tutti gli italiani, anche di questi ultimi che, mi perdoni il gioco di parole, finiscono proprio per essere ultimi.
Non sempre signor Presidente è una libera scelta, anzi oserei dirle quasi mai e questo paese non può non considerare questi sfortunati o peggio ancora spingerli verso avventure sconsiderate o verso azioni estreme o ancor peggio senza ritorno.
Credo, Signor Presidente, che la crisi e le sue funeste conseguenze abbiano messo questo Paese sufficientemente alla prova per non farci comprendere come un adeguamento ad un quadro europeo in materia di Welfare e di sostegno all’invalidità e comunque di giusto atteggiamento nei confronti delle povertà e degli ammortizzatori sociali sia divenuto prioritario ed indispensabile.

La ringrazio per la Sua attenzione e spero di avere Sue graditissime notizie

In fede
Giandiego Marigo
In allegato: la mia prima lettera e la raccolta delle firme di adesione che ha ricevuto.
http://www.facebook.com/note.php?note_id=457307285730