LA CONOSCENZA RENDE LIBERI

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Nessun sacrifico per arricchire speculatori e sfruttatori

Negli ultimi anni si è assistito alla trasformazione delle società cosiddette “opulente” ed “occidentali” in masse di lavoratori proletarizzati, con la liquidazione degli strati sociali intermedi. In altre parole, siamo giunti a quella situazione storica in cui la società si è drasticamente polarizzata, come aveva previsto Engels, tra il proletariato e i cosiddetti “tagliatori di cedole”, ossia il capitale finanziario. E poiché i proletari, per mancanza di reddito, non riescono più ad acquistare tutte le merci che hanno prodotto, l’attuale risultato è semplicemente un misero (e, aggiungo, vano) tentativo di sopravvivenza del capitalismo sulla base delle sperequazioni materiali esistenti tra i vari Paesi del mondo.

Ma è una fase che durerà poco, se pensiamo che oggi sono le ex colonie a soccorrere gli ex Paesi colonialisti: ad esempio, l’Angola sta acquistando i grandi beni immobiliari di Lisbona e il Portogallo sta sopravvivendo grazie agli aiuti (in termini di risorse alimentari) forniti dal Brasile, oppure la Spagna viene soccorsa dall’Argentina. E’ evidente che le ex colonie dispongono di autentiche ricchezze materiali, infatti l’Angola possiede ingenti risorse minerali, mentre l’Argentina è assai ricca di prodotti alimentari.

Nel contempo brucia un’inimmaginabile ricchezza virtuale giocata nelle borse, che sono in preda agli andamenti schizofrenici degli indici, incluso il famigerato “spread”. Di passaggio, ricordo con il vecchio barbuto di Treviri che lo “spread”, ossia il rendimento dei titoli di stato, è semplicemente il plusvalore che il capitale finanziario estrae dai titoli di ogni Paese e la preoccupazione del capitalismo finanziario internazionale è difendere o addirittura accrescere questi profitti che non generano alcun reddito reale.

Se non si può definire fallito, impazzito, dunque in profonda crisi, un sistema economico come il capitalismo, temo si debbano rivedere concetti essenziali quali (appunto) “crisi”, “fallimento” e così via. Se queste ed altre disfunzioni strutturali, insite nella natura stessa del capitalismo, non inducono a ritenerlo un sistema che produce solo crisi, miseria, guerra e sottosviluppo, dunque un modello fallimentare e rovinoso, da cancellare definitivamente dalla scena storica, francamente non saprei aggiungere altro.

Sia chiaro una volta per tutte. Il sottoscritto (come tutti i proletari coscienti e incazzati) non è disposto a subire alcun sacrificio per salvare gli interessi e le franchigie di banche, capitali finanziari, evasori fiscali, nonché le rendite e prebende delle caste privilegiate.

Preferisco il crollo dell’euro e del capitalismo, piuttosto che pagare i debiti accumulati da un sistema di affaristi, parassiti, speculatori e delinquenti istituzionali. Monti ha annunciato provvedimenti di “equità”, ma simili promesse fanno solo ridere (o piangere) se pensiamo per un solo istante a come il nostro Paese sia scombinato, iniquo e corrotto.

E non mi riferisco banalmente al solo ceto politico, bensì all’intera classe “digerente”.

Lucio Garofalo


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Una fuoriuscita non dall’euro, ma dal capitalismo

I mezzi di comunicazione ufficiali e la stragrande maggioranza dei partiti politici si mostrano asserviti ai poteri forti ed insistono nel raccontarci una moltitudine di ipocrisie e luoghi comuni (oltretutto banali) sulla crisi, sulle cause, sugli effetti e sui presunti rimedi, spacciati come “riforme”, ma che sono controriforme reazionarie che tendono ad abolire le più avanzate conquiste di civiltà e di progresso ottenute dai popoli europei, un bagaglio di preziosi successi storici conseguiti grazie alle lotte dei movimenti di massa sorti nel ‘68: stato sociale, diritti e tutele a beneficio del mondo del  lavoro, ecc.

Questi servi prezzolati professano (a chiacchiere) il nobile intento di scongiurare un duro “scontro generazionale” tra padri e figli, ma nei fatti agiscono per aizzare l’odio sociale attraverso drastiche controriforme che hanno precarizzato il mercato del lavoro ed hanno impoverito notevolmente le condizioni di lavoro e di vita di intere generazioni. Mi riferisco a quegli interventi legislativi assolutamente iniqui e devastanti (cito il pacchetto Treu e la Legge 30, meglio nota come “Legge Biagi”) rispetto ai quali le responsabilità dei governi succedutisi negli ultimi 15 anni, di centro-destra e “centro-sinistra”, sono praticamente trasversali agli schieramenti parlamentari. Gli stessi organi di informazione che ieri hanno preparato il terreno ideologico per promuovere le suddette controriforme, oggi agitano lo spauracchio propagandistico dello spread per esigere ulteriori sacrifici dei padri a favore dei figli, in nome di un presunto “patto generazionale” che è l’ennesimo raggiro istituzionale contro le famiglie dei lavoratori.

Un’altra menzogna propinata dai mezzi di comunicazione, è lo stereotipo secondo cui la crisi finanziaria sarebbe esplosa in quanto “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”. In realtà, le famiglie dei lavoratori, sia i padri che a maggior ragione i figli, negli ultimi 15 anni hanno visto ridursi drammaticamente il proprio reddito e il proprio tenore di vita, per cui la percentuale di chi ha effettivamente vissuto al di sopra delle proprie possibilità si riferisce a ristrette élite che fanno capo alle rendite e ai profitti capitalistici che hanno origine nell’alta finanza, ovvero nei giochi virtuali delle borse.

A coronamento di queste colossali bugie si propone la classica ciliegina sulla torta, vale a dire la persuasione comune, assolutamente falsa e mistificatoria, che solo il governo Monti “può salvarci dalla catastrofe”. Ma in che modo? Si pretende di curare il malato (nella fattispecie l’economia italiana, tuttavia il discorso è valido anche per altri Paesi) prescrivendo lo stesso trattamento farmacologico applicato finora, che si traduce in una serie di politiche basate sulle privatizzazioni e sulle liberalizzazioni selvagge, sulla restrizione dei diritti e degli spazi di libertà, sull’abbattimento dei salari e del potere d’acquisto dei lavoratori in seguito a scelte politiche (non “tecniche”) che produrranno una spirale viziosa e inarrestabile di rincari dei prezzi e delle imposte indirette, insomma tutte le “terapie ultraliberiste” che hanno provocato la malattia, ossia la crisi.

Si esigeranno sacrifici crescenti da parte delle masse popolari su cui si scaricheranno gli effetti dolorosi della crisi, inasprendo la pressione fiscale tramite l’aumento dell’IVA, la reintroduzione dell’ICI, il balzo dei prezzi dei generi di prima necessità ed altre misure di austerità che deprimeranno ulteriormente i consumi e serviranno solo ad acuire e accelerare la recessione, le cui radici affondano nelle contraddizioni strutturali insite nel sistema stesso, riconducibili a fenomeni ciclici di sovrapproduzione e sottoconsumo.

Un’altra idea ingannevole è lo “spread”, che implica l’esistenza di un’identità nazionale degli acquirenti dei titoli di stato, che ovviamente non ha alcun fondamento, nel senso che in un’economia globale non può esistere, né si può concepire, un’identità nazionale degli indici di borsa, delle transazioni finanziarie e delle operazioni speculative sui mercati azionari, che per natura e per definizione sono sovranazionali. Lo spread, ossia il rendimento dei titoli di stato, è semplicemente il plusvalore che il capitale  finanziario estrae da ogni Paese e l’assillo dei detentori del potere nell’alta finanza è conservare o accrescere questo plusvalore, poiché negli ultimi anni i profitti industriali sono calati del 40% in Europa a causa del trasferimento delle produzioni manifatturiere in quei Paesi (ad esempio Brasile, Cina e India) dove il costo della manodopera è assolutamente irrisorio.

Il capitale finanziario internazionale ha dovuto esporre direttamente i suoi emissari, in Grecia e in Italia, per salvaguardare l’estrazione di plusvalore e mantenerlo esente da tasse. Ma se i provvedimenti annunciati da Monti non hanno determinato finora significative variazioni nell’andamento dei mercati azionari, vuol dire che neanche i suoi mandanti hanno la garanzia che riesca a compiere il piano di macelleria sociale che gli hanno commissionato. I governi europei, in evidente difficoltà di fronte alla crisi che incalza, pretendono sacrifici sempre maggiori dai lavoratori, ma nel contempo temono la minaccia di un default, addirittura il rischio di un crollo “catastrofico” dell’euro. Ma che senso ha tutto ciò per i proletari, per quei lavoratori precari a vita che non hanno nulla da perdere, se non le loro catene, e un avvenire senza dubbio migliore da guadagnare?

Se le élite finanziarie hanno deciso di impossessarsi direttamente del governo di alcuni Stati nazionali (vedi Italia e Grecia) rimuovendo ogni mascheramento politico dei propri interessi ed esautorando l’autorità politica per sostituirsi ad essa ed essere artefice in prima persona della società capitalistica, vuol dire che principi costituzionali come “democrazia”, “sovranità popolare”, “stato sociale”, non hanno più ragion d’essere.

Dopo che sarà svanita l’immagine apparentemente “tecnica” del governo (un concetto che implica un presupposto di neutralità che è assolutamente inesistente, e non potrebbe essere altrimenti) nel lungo periodo sarà evidente che la lotta politica non è contro la “destra berlusconiana”, bensì contro i signori del denaro e dell’alta finanza, cioè le nuove oligarchie economiche che ormai spadroneggiano in Europa e nel mondo.

Al punto in cui siamo, urge una fuoriuscita non dall’euro, ma dal capitalismo stesso. Il superamento di un sistema corrotto e fallito come il capitalismo, non potrà avvenire solo con l’indignazione, ma serve una lotta cosciente e volontaria per eliminarlo. Servono l’azione e la creatività politica dell’odierno proletariato precario per elaborare la coscienza comune di questa necessità ed immaginare uno sbocco rivoluzionario in un’altra formazione storica. Per assurdo, il proletariato potrà vincere solo nel momento in cui abolirà se stesso in una realtà sociale senza antagonismi o divisioni tra le classi.

Lucio Garofalo


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Ma quando finiscono i titoli di coda di questo brutto film?

E ‘ un po’ di tempo che non so più che dire. Non ce la faccio a ripetere sempre le stesse analisi. Dopo il voto per i sindaci e per il referendum che ha portato un po’ di aria pura, si è tornati come se niente fosse nel tanfo del regime ormai crollato. Ma quanto dura questo crollo? Quante macerie devono ancora cascare? I più cinici dicono che i titoli di coda di questo film dureranno tantissimo , diciamo il tempo che serve  – non solo al nano con la testa asfaltata ma anche a qualche decina dei suoi  complici  – per acquisire qualche garanzia futura, qualche salvacondotto, qualche ennesima schifezza con cui contrattare l’uscita di scena senza troppi guai.

Nè puo’ dirsi che dall’altra parte abbiano capito bene la strada da prendere :  nonostante abbiano beneficiato temporaneamente della rabbia elettorale , non sembra abbiano capito l’atmosfera politica presente, basti pensare alle stupidaggini similberlusconiche che ha detto Bersani l’altro ieri  sulla macchina del fango.

In un Italia commissariata da organismi internazionali ed europei e da un ristretto gruppo di operatori di emergenza capitanati da Napolitano, con Tremonti alle prese con uno scandalo che ne limiterà il raggio di azione e le velleità future, a che serve ancora perdere tempo con analisi sempre uguali?

In un paese cristallizzato da un anno e mezzo nella medesima forma ed espressione, con gli squali della finanza che ormai l’hanno messo nel mirino per mangiarselo in un boccone quanto prima e con un premier ormai completamente ed esclusivamente dedito al  ruolo di zavorra inutile e pericolosa, che altro rimane da dire?

Per il resto non val la pena aggiungere niente, queste poche righe sono già troppe, basta leggere la cronaca di un qualsiasi quotidiano di oggi.

Ah dimenticavo: mi sovviene un esempio che non posso non proporre , una sola  piccola chicca tanto per gradire e salutare chi va in ferie.

Con la norma passata oggi al senato, se si commette un omicidio in un bar sparando due colpi di pistola, la difesa potrà portare come testi non solo coloro che erano presenti nel bar, ma tutti coloro che, abitando nel quartiere dove è sito il bar  –  uno per uno rintracciandoli con l’elenco telefonico –  potrebbero in teoria aver udito il rumore dei due colpi sparati. Ed il giudice non potrebbe  valutarne nè la congruenza nè la rilevanza. Dovrebbe ammetterli e basta…

ps. mi immagino la faccia dei vari mediolungo e panattoni : chissà dove sono finiti? Chissà se hanno ancora il fegato di difendere questo regime di corrotti ed incapaci come mai nella storia si era visto?

De resto ognuno di noi conosce sotto casa qualche mediolungo o panattoni e sa bene come reagiscano attualmente: interrogati oggi fan finta di non aver mai conosciuto un tizio di nome Berlusconi, del resto cosa aspettarsi da italiani veri come loro?

La cronaca politica di oggi dal Messaggero.

ROMA – Il governo ha incassato al Senato la fiducia sul processo lungo. Si tratta della fiducia numero 48 posta in tre anni dal governo Berlusconi. Il provvedimento, che torna all’esame della Camera, ha ottenuto 160 voti a favore di Pdl, Lega e Coesione nazionale (gli ex Responsabili), mentre i voti contrari sono stati 139, da parte di Pd, Idv, Udc e Terzo polo. Nell’occasione ha debuttato Il nuovo ministro della Giustizia, Francesco Nitto Palma.

Finocchiaro: Berlusconi strozzato da un dentifricio? «All’assenza dall’approvazione della manovra qui al Senato si rispose dicendo che il presidente Berlusconi era scivolato su una saponetta. Mi chiedo se stamattina, vista la sua assenza, si sia strozzato con il dentifricio – attacca Anna Finocchiaro, nella dichiarazione di voto del Pd contro la fiducia – Abbiamo un premier che non parla al suo popolo. La verita è che questo paese non ha un premier e non ha un governo mentre l’Italia attraversa la crisi piu grave dal dopoguerra. Negli ultimi 15 giorni si ricorda una sola affermazione del Capo del governo, non certo per rassicurare il Paese e i mercati: “se dicessi quello che penso davvero non coinciderebbe con gli interessi del paese”».

«Credo che quando sfilerete sotto quel banco per dire il vostro sì, sentirete sul collo il piede del padrone, dentro di voi qualcosa ribollirà – urla Anna Finocchiaro al termine della sua dichiarazione di voto – Sarebbe il tempo dei liberi e forti e non dubito che molti di voi sarebbero in grado di esserlo e di esprimere la loro natura di liberi e forti e di dare oggi all’Italia la prova che questo governo è capace di badare ad altro che a un premier braccato che si chiude nelle sue stanze».

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Crazyhorse70


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Cosa possiamo fare per aiutare i libici ? Proposta in 6 punti di Bernard-Henri Lévy

Se qualcuno si fosse perso l’interessante articolo di Bernard-Henri Lévy, lo ripropongo qui nel nostro blog in modo che sia base di discussione sulla crisi internazionale in atto. Con il titolo ” Cosa possiamo fare per aiutare i libici ? Proposta in 6 punti”, Bernard-Henri Lévy analizza il 06/03/2011, sul CORRIERE della SERA, la situazione in Libia.

Cosa possiamo fare per la giovane rivoluzione libica? È la domanda che il mondo si pone su quella, fra le rivoluzioni arabe, che fin d’ora è oggetto della repressione più selvaggia. E, ahimè, non è finita qui. Allora, a Tobruk, la prima città della Libia libera arrivando via terra dall’Egitto, pongo la domanda a Farid Rafa, 37 anni, ex ufficiale che fin dal primo giorno dell’insurrezione ha fraternizzato con il popolo e «tiene» , con altre persone riunite sotto una tenda, l’ex piazza della Jamahiriya ribattezzata con il nome di una vittima del regime, Mahdi Elias. La pongo a Ali Fadil, vecchio professore di fisica e chimica che espone, in una scuola in disuso, i disegni di alcuni giovani: si vede Gheddafi con baffi ridicoli e grotteschi; Gheddafi travestito da re dei topi; Gheddafi nelle sembianze di una donna truccata e piena di botulino; Gheddafi nudo, con le mani che nascondono il sesso, mentre fugge da una folla insolente e gioiosa; la testa di Gheddafi che annega in un mare di sangue, e così via— meraviglie di immaginazione spassosa e di invenzione popolare. La rivoluzione genera talento… Pongo la domanda, vicino a Derna, ad Ali Ramadan e a Najib Ektet, due contadini che ricostituiscono, per Gilles Hertzog e per me, la battaglia che con 300 dei loro compagni hanno condotto, il 27 febbraio, per il controllo dell’aeroporto di Alabraj, dove la Guida aveva fatto atterrare otto aerei carichi di truppe, carri armati e pick-up destinati a prendere, con la forza, la città di Beida, a pochi chilometri da lì: il giorno del nostro passaggio, si vedevano ancora centinaia di bossoli vuoti, a testimonianza del contrattacco, riuscito, degli abitanti del villaggio; coperte di lana abbandonate, fra gli arbusti, da mercenari kenioti, nigeriani, algerini e ciadiani ai quali i loro ufficiali non avevano detto nulla, come al solito, della loro missione, se non dopo che gli aerei erano di nuovo decollati verso Tripoli; e, sulla pista, mucchi di pietre, erpici, un camion dei pompieri capovolto, il radar della torre di controllo, sedili, tutto quello che si era potuto trovare per neutralizzare, dopo la vittoria, l’aeroporto e impedire che un’operazione simile si potesse mai riprodurre. Pongo la domanda, a Bengasi, capitale della Libia libera, ai rappresentanti del Consiglio nazionale di transizione che mi hanno fatto l’onore di poter assistere a uno dei loro consigli e di prendervi la parola; la pongo in particolare a Abdul Hafiz Gogha, avvocato, ex presidente del Tribunale libico, che incarna l’aumento di prestigio e potenza dei giudici in seno a questa amministrazione provvisoria. Dico provvisoria, poiché questi amministratori di circostanza, decine di uomini e donne che si sono reciprocamente cooptati, fra il 17 e il 25 febbraio, per far funzionare i servizi pubblici dopo il fuggifuggi dei funzionari del vecchio regime, insistono tanto sul fatto che non ci potrà essere, a termine e a loro avviso, altra soluzione se non quella unitaria per una Libia solidale fra le sue tre immense province di Cirenaica, Tripolitania e del Sud. La pongo ad altri ancora, ovunque io passi, a seconda degli incontri. E tutti sono d’accordo su una serie di richieste semplici, chiare, alla portata delle grandi democrazie e che non hanno nulla a che vedere, soprattutto, con un intervento militare terrestre, da loro non auspicato (increscioso precedente della guerra americana in Iraq) e di cui non hanno bisogno (Tripoli è così lontana…; organizzare un’offensiva terrestre supporrebbe, per Gheddafi, una logistica di cui non ha più i mezzi nello stato di sbandamento avanzato in cui si trovano oggi, secondo nostre informazioni, il suo regime e il suo esercito… La minaccia, in realtà, viene dal cielo, come testimoniano, a tutti gli incroci di tutte le città che attraversiamo, i pick-up equipaggiati di batterie antiaeree obsolete, con la bocca ansiosamente puntata verso il cielo…). 1. Tutti chiedono sia instaurata una zona di esclusione aerea che impedirebbe quindi ai Mirage e ai Mig di Tripoli di bombardare, come hanno tentato di fare durante il nostro soggiorno, i terminal di Buraydah, a cento chilometri da Bengasi, nella speranza di provocarvi quel viva la muerte petrolifero sognato dall’autore del Libro verde. Che ai Mirage e ai Mig impedirebbe anche, come hanno fatto quindici giorni fa— crimine senza precedenti nella storia delle controrivoluzioni contemporanee— di venire a mitragliare in picchiata le folle di civili che manifestavano pacificamente per le strade di Tripoli o altrove. 2. Oppure chiedono attacchi mirati sul principale aeroporto militare, da cui si può decollare: è l’aeroporto di Sirte, 500 chilometri a est della capitale; altri attacchi su un altro aeroporto militare che si trova a Sebha, nella parte sud del Paese, vicino alla frontiera con il Ciad e che serve da testa di ponte al trasporto di mercenari, simili a quelli di Alabraj, reclutati a prezzo d’oro da un Gheddafi che non ha mai avuto fiducia nel proprio esercito e che, ora più che mai, non ha altra scelta se non quella di pagare i «cani da guerra» ; e un terzo attacco, infine, sul tristemente celebre Bab Al-Aziziya che, a Tripoli, è il centro di comando della Guida, il suo bunker e, probabilmente, un luogo di tortura paragonabile a quello che il popolo di Bengasi ha assalito e incendiato: è la sua presa della Bastiglia! 3. Oppure chiedono che siano distrutti, o in ogni caso disturbati a distanza, i sistemi di trasmissione che, da soli, come in tutte le guerre moderne, consentono al sistema militare libico, per quanto sfasciato esso sia, di operare. Abdeljalil Mohamed Mayuf, dirigente dell’Arab Gulf Oil Company, vedendo, una sera, nell’albergo dove cenavamo, che i rappresentanti della stampa internazionale tentavano, invano, di far funzionare i loro pc, cellulari e satellitari Thuraya, mi dice: «Ma come, Mohamed Gheddafi, il figlio maggiore del dittatore, avrebbe i mezzi, a partire dalla penosa “Autorità generale di comunicazione”che presiede, di paralizzare i vostri computer e di impedire, a me, di telefonare alla mia famiglia che si trova a Tripoli? E la flotta americana, nel Golfo di Sirte, non sarebbe capace di mandare in tilt gli strumenti del padre e di incollare al suolo i suoi aerei? Ma scherziamo?» . 4. Tutti chiedono ancora un’azione concertata nei confronti dei regimi africani (ma anche di quelli serbo e ucraino) che tollerano il vergognoso traffico che permette di scaricare sul suolo libico reggimenti di mercenari che formano, lo ripeto, la massa dell’esercito ufficiale e di cui ho visto i resti, alla frontiera con l’Egitto, tentare di fondersi nella coorte dei rifugiati del Bangladesh in fuga dal caos. Questa domanda è rivolta in particolare alla Francia. È rivolta alla Gran Bretagna, di cui si valuta l’influenza in Kenia. Ma ancora di più alla Francia, di cui conosciamo il peso negli altri Paesi africani che forniscono i professionisti della morte; una Francia che inoltre, per tutti i libici che ho incontrato, resta la patria dei diritti dell’uomo. «Non capisco» , mi dice con la voce tremante per l’emozione, Abdulatif Gebril, professore di francese in un Paese dove l’insegnamento delle lingue, specialmente del francese, è stato per molto tempo vietato, «come mai un consigliere del vostro Presidente» (Henri Guaino), «accompagnato da un ambasciatore della Francia» (che invece non ho potuto identificare) «abbia potuto passare il Natale scorso» a Tripoli. «Ma non è mai troppo tardi per rifarsi! Fate in modo che la vostra francofonia serva a convincere i vostri amici di Lomé e di N’Djamena che sono i complici di una nuova Tratta dei negri, e sarete assolti» . 5. Abbiamo visto arrivare, a Bengasi, giovedì sera, un convoglio umanitario francese proveniente dall’Egitto. «Bene» , mi dice un altro rappresentante del Governo provvisorio di transizione «vi siamo riconoscenti per questo gesto d’amicizia» . Ma subito aggiunge, con un sorriso la cui ironia non riusciva a cancellare la profondissima tristezza: «Bene, ma potrete constatare che qui, fino alla linea del fronte, a Brega o a Ras Lanuf, non ci manca nulla, i negozi sono ben forniti; mentre ci sono altre città libere, Misurata e Zawiya, a ovest, che sono completamente circondate e, mentre vi parlo, mancano di tutto. Non è lì che le navi dovrebbero portare gli aiuti?» . È la loro quinta domanda. Forse la più difficile da soddisfare. Forse quella che dovrebbe obbligarci a farla finita con i colpi umanitari ciechi e lanciati a caso che ci fanno sentire con la coscienza a posto. Qualsiasi azione umanitaria non la spunterà mai con la legge dei massacri (ancora l’altra notte, a Bengasi, per l’esplosione di un deposito di munizioni, ci sono stati la bagattella di trenta morti). Non potevo non evocarlo. 6. Tanto più che i rivoluzionari libici aspettano finalmente un gesto forte, che consisterebbe nel proclamare che il rappresentante legittimo del loro Paese sulla scena internazionale non è più Gheddafi, ma il Consiglio nazionale di transizione. «Guardi questo palazzo» , mi dice Abeir Drakhim, uno studente, amico di Almahdi Ziou, il giovane martire che, la sera del 17, si è scagliato con l’auto piena di esplosivo contro il cancello della caserma di Bengasi, consentendo al popolo di attaccarla. «Guardi l’indecenza — insiste conducendoci ai resti carbonizzati della residenza del dittatore dove un animo ribelle e burlone aveva scritto, in memoria di Bob Marley: “Stand up, get up, he will give up”. Gheddafi— quando veniva in Francia o in Italia, vi raccontava che poteva vivere solo sotto la sua tenda da beduino e beveva solo latte di cammella; ma qui, in Libia, viveva in case come quelle dei suoi amici Ben Ali e Mubarak. Pensate sia degno di rappresentare la fierezza di questo Paese?» . C’è un gesto, dichiara in sostanza, che potreste compiere senza indugio e che, per i libici, cambierebbe tutto: dire, semplicemente dire, che tutta la rappresentatività riconosciuta finora a quel demente viene trasferita, dopo 2000 morti, al governo provvisorio. La rivoluzione libica appartiene ai libici, hanno ripetuto tutti i miei interlocutori. Ma tutti sanno, al tempo stesso, che Gheddafi è molto più coriaceo, temibile, suicida di Mubarak e Ben Ali. Tutti sanno che qui non c’è un vero esercito che costituisca la spina dorsale del regime e sia capace, come in Egitto e in Tunisia, di spingerlo ad andare via. E tutti, quindi, sono d’accordo su queste preghiere semplici ma vitali: senza interventi energici, di cui indubbiamente si rallegrerebbero le folle immense che si danno il cambio nelle strade di Bengasi, la rivoluzione libica vivrà sotto la minaccia di un folle che non ha più niente da perdere e, prima o poi, farà di tutto perché la Libia sparisca con lui.

(traduzione di Daniela Maggioni)

Alfredo Cantera


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FIOM : 16 ottobre una boccata di ossigeno tra i miasmi…

La crisi morde sempre di più ( 8 milioni di poveri, 3 milioni di disoccupati, cassa integrazione e mobilità dappertutto, precari in aumento e senza alcuna tutela), il tessuto sociale è in completo disfacimento ( violenza ed insicurezza aumentano nella città, altro che tolleranza zero) la criminalità organizzata impera ed ha ormai le proprie salde radici in politica fino al parlamento. Il governo del prestigiatore è ormai occupato continuamente a guardarsi l’ombelico in modo sterile ed autoreferenziale, lo hanno capito anche molti tra i cialtroni che lo hanno votato e sostenuto, mentre intere classi sociali e generazionali sono fuori da ogni rappresentanza politica e giuridica.

I media a differenza che in passato ( sotto il governo Prodi seguendo  i TG e la altre trasmissioni di orientamento sembrava che l’Italia fosse in mano alla criminalità rumena e stesse per cadere nello stupro etnico della intera popolazione femminile) hanno l’ordine di sminuire stemperare alleviare e far dimenticare.

Oppure censurare e colpire le voci del mondo reale che ogni tanto fanno capolino da qualche  – pochissime – trasmissione di approfondimento.

Vedi la recentissima vicenda del Direttore della RAI, Masi, che come un guerriero Kamikaze a cui non hanno ancora detto che la guerra è finita, esegue gli ordini del capo con la bava alla bocca anche a costo di trovarsi la cittadinanza onoraria dello Zimbabwe e colpisce appena può la trasmissione Anno Zero di Michele Santoro. Possibile non si renda conto che tutti hanno letto le intercettazione dell’indagine di Trani? Cosa deve rappresentasre Berlusconi per uno come questo Masi, se per lui è disposto a sprofondare nel fango e rinunciare ad ogni dignità e reputazione?

In questa situazione di degrado e di crisi cresce di giorno in giorno lo spessore politico della manifestazione di sabato prossimo  a Roma della FIOM, a difesa dei diritti del lavoro, conculcati della nuova strategia di Marchionne, che intende approfittare del berlusconismo per far digerire un ritorno alla relazioni industriali degli anni ’50.

Comprensibile, dal suo punto di vista; meno comprensibile la situazione di stallo e di confusione dell’opposizione parlamentare più numerosa – il PD – il cui segretario si arrotola la maniche della camicia e minaccia sfracelli porta a porta ma è il ruggito di un amministratore di condominio il cui eco non arriva neanche ai più vicino dei suoi collaboratori, ed infatti  arriva l’ordine di non aderire ma partecipare alla manifestazione a titolo personale. Vergogna

Anche Maroni che gioca a fare il Kossiga provocando poco fa con la storia degli incidenti previsti mostra l’importanza crescente della manifestazione , con il crescere della tensione e delle relative strategie poste in essere per approfittarne.

Sempre più cittadini, studenti,lavoratori, popolo viola, disoccupati, grillini, neocomunisti, vendoliani, indignati ed i tanti  senza rappresentanza si avvicinano al corteo del 16 con una nuova speranza unitaria : ritrovare una boccata di ossigeno che faccia ripartire l’opposizione dal basso, mentre nel palazzo decisa la caduta del nano, si prendono le misure del come e del quando finirlo.

Crazyhorse70


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Stanno sostituendo uno eccessivamente ricattabile a cui hanno già fatto fare il lavoro sporco…

In attesa che si compi la profezia del maestro Ligio Gelli il blog si ritira in buon ordine per qualche giorno.

C’è un pletora di pescecani che come nel ’19 con Mussolini, hanno creato, allevato,  sostenuto il novello dittatorello da operetta in chiave antipopolare.

Dopo la caduta del muro di Berlino l’Italia avrebbe dovuto cominciare a funzionare come un paese normale ed invece la spectre in salsa vaticana ha creato le condizioni per un nuovo galleggiamento ventennale che tenesse lontane le orde comuniste dalla fontana del cuppolone ed anzi approfondisse il divario tra un dieci per cento che detiene la metà della ricchezza ed il resto a patire peggio di prima.

Chi meglio del pagliaccio per gli effetti speciali? Chi meglio del nano maledetto per distrarre e concupire un popolo bue di tanti, troppi cialtroni pronti a farsi lobotomizzare?

In cambio Il Silvio ha voluto che fosse riconosciuto impunibile per ogni schifezza compiuta prima e durante la sa reggenza ed oltre a ciò che le sue aziende passassero dallo stato prefallimentare del 1993 ai grandi dividendi attuali.

Gli è stato concesso ma avrebbe dovuto essere più determinato nell’eseguire il Piano di Rinascita, pensando  – un po’ più di quanto non abbia fatto –  all’interesse di quel blocco di potere che lo espimeva più che a se stesso.

Ha peccato di ecceso di ingordigia e goliardia e di poca determinazione fascistoide e quindi fra un po’, come previsto da Gelli, lascerà il posto a gente meno funambolica ed in conflitto di interessi, ma altrettanto prone verso certe esigenze…

Io per conto mio , d’accordo con Franca e gli altri, mi ritiro in buon ordine in attesa degli eventi, per qualche giorno…

Ci rivediamo il 15 p.v.

Rosellina970


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In poche ore a destra scavano ben 6 buche sotto palazzo grazioli sempre meno stabile…

Sei motivi freschi freschi per sospettare che la frantumazione della destra populista al governo porti alle elezioni anticipate.

1) Stamattina il ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola si è presentato davanti ai giornalisti ed ha annunciato le proprie dimissioni. “Vivo da 10 giorni una grande sofferenza“, dice in conferenza stampa, e “in questa situazione che non auguro a nessuno, devo difendermi. E per difendermi, non posso più continuare a fare il ministro“. Il ministro,  ha detto di sentirsi al centro di “una campagna mediatica senza precedenti“. “Probabilmente hanno pagato al posto mio senza avvisarmi“Poi ha aggiunto: “Sono certo che le mie dimissioni permetteranno al governo di andare avanti con il lavoro che anche io ho contribuitoa fare in questi due anni.”

Sciaboletta dicendo che hanno pagato al posto suo senza avvisarlo concorre al primo pieno per la battuta più carina dell’anno

2) ROMA – Contribuiti all’editoria percepiti illecitamente dalle sue società: questa l’accusa rivolta al senatore Giuseppe Ciarrapico dalla procura di Roma, che indaga anche sul figlio dell’imprenditore, Tullio, e su altre cinque persone, per lo più prestanome: Umberto Silva, Antonio Maria Sinapi, Leopoldo Pagliari, Giulio Caradonna, Marco Tartarini e Silvio Giuliani. Sequestrati dalla guardia di finanza beni per circa 20 milioni di euro tra immobili, quote societarie e una imbarcazione di lusso. Venti milioni è il valore dei contributi di cui, tra 2002 e 2007, Ciarrapico avrebbe goduto impropriamente, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti.

Ciarrapico fascista ciociaro di lungo corso ed allievo di Andreotti negli affari è sempre stato un truffatore, ultimamente ha preso la residenza in una baracca sul tevere per evitare alcuni pignoramenti della innumerevole schiera di creditori. E’ un personaggio stravagante che neanche Alberto Sordi potrebbe riuscire a ridicolizzare più di quanto ci riesca da solo

3) Una campagna mediatica capillare, fatta di messaggi «forti». E’ questa la strategia che Gianfranco Fini porta avanti dopo lo strappo con Berlusconi. Che da ieri viaggia anche sul web. Il presidente della Camera interviene con un video messaggio sul sito di ”Generazione Italia”, la nuova associazione di area finiana, fondata da Italo Bocchino e lancia i circoli «per la buona politica, fatta di legalità, rispetto delle regole e del principio che chi sbaglia deve pagare, anche se in tempi brevi e con processi certi». Obiettivo: coinvolgere migliaia di volontari sul territorio. Di fatto, è la nascita ufficiale della corrente del Pdl che fa capo all’ex leader di An e punta a conquistare i tanti scontenti di questa politica «basata su slogan, sondaggi e immagine», suscitando voglia di partecipazione, soprattutto nei giovani, che sono i principali utenti di Internet.

A Berlusconi sono fischiate così tanto le orecchie che per tutta la mattinata Letta ha dovuto parlargli col megafono per farsi sentire…

4) Roma 4 mag. (Apcom) – “I Circoli territoriali di Generazione Italia rappresentano la chiara strutturazione di una corrente territorializzata, cioè diverse cellule che costituiscono la metastasi. L’auspicio è che non diventino mai la gemma di fioritura di un nuovo soggetto politico”. Lo dice Massimo Corsaro, colonna della Destra lombarda e uomo forte di Ignazio La Russa.

Fini ha cambiato idea, la Destra no. La vera An siamo noi”, aggiunge Corsaro, che spiega così la nascita della neonata area di destra nel Pdl fondata da La Russa:Abbiamo ritenuto che ce ne fosse bisogno specie in un momento di disorientamento generato dall’atteggiamento incomprensibile di alcuni amici che provenivano da An, come il presidente della Camera Fini, che hanno messo improvvisamente in difficoltà il Pdl aprendo un dibattito fortemente polemico all’indomani di un successo elettorale che, invece, avrebbe meritato una migliore sottolineatura“. Ma attenzione a non chiamarla corrente “perché nel Pdl non ci sono correnti organizzate e non vogliamo che ce ne siano”.

Ed il Predellino di Straquadanio? Ed i promotori della libertà della Brambilla? Ed i circoli di Dell’Utri ? Infine ora Fini ed anche La Russa: più o meno le stesse correnti della D.C. ai tempi d’oro…

5) Roma, 3 mag. (Apcom) – “Vogliamo creare un partito nuovo, lo faremo entro l’anno, che parli il linguaggio dell’unità“. Lo dice il leader Udc, Pier Ferdinando Casini, al Tg1. “Mi dispiace fare la parte dell’antipatico” ma “noi l’avevamo detto che salendo sul predellino sarebbe nato un partito particolare, che Lega sarebbe stata l’arbitro di vita e morte del governo“. Sul federalismo, aggiunge, occorre “spiegare la moltiplicazione dei centri di spesa“.
Casini, vecchio troione D.C. di lungo corso, sente odore di governi tecnici e di elezioni e si prepara ad imbarcare Rutelli e Montezemolo, per non dire di Fini…

6) Roma, 4 mag. (Apcom) – “Il federalismo va realizzato. Punto”. Lo dice il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, in una intervista a Sette, in edicola domani. “Bossi è stato chiaro. Se non si fa il federalismo tanti saluti e tutti a casa”, taglia corto.

La Lega nervosa ha capito che quasi quasi le sarebbe convenuto non vincere le elezioni perchè il risultato ha dato la stura ad una lunga serie di se e di ma sul federalismo, una serie di perplessità molto più lunga di quanto non dica la conta delle prime ore dell’esercito di Fini.

Del resto nessuno della Lega ha mai saputo spiegare e convincere alcuno della bontà del federalismo così come è stato concepito e la paura che al momento delle votazioni sui decreti attuativi tutti questi distinguo diventino dei veti comincia a salire come un brivido sulle schiene dei leghisti.

Pur sforzandomi di essere obiettivo  -con questa destra è difficile – io non ho sentito altro che risposte evasive e confuse fino ad ora sui costi di questo marchingegno : la verità è che la Lega ha funzionato sul razzismo antistranieri, ma sul federalismo è tutt’ora un puro atto di fede che al momento giusto molti non si sentiranno in grado di accettare.

Conclusione
I guai giudiziari dei parlamentari e dei ministri del governo ormai hanno raggiunto un livello di guardia per quantità di persone e per numero di reati: mai nessun governo è stato così in odore di corruzione nella storia come questo.
Come se ci fosse un copione già scritto, tutti i soggetti politici sono tarantolati da mille movimenti e riposizionamenti e sebbene non lo si dica tutti i giorni, la lenta ma inesorabile caduta del cinghiale, iniziata l’anno scorso di questi tempi, ha ricevuto una nuova accellerazione in questo periodo post elettorale.
A riprova  non solo della schizofrenia di interessi molteplici e contrastanti con quelli degli italiani, ma anche della ragionevolezza di alcune analisi più approfondite del vero risultato elettorale delle scorse elezioni.

Intanto il debito pubblico italiano, tra il  gennaio 2008 ( 1.621miliardi euro) ed il  febbraio 2010 ( 1795 miliardi euro) è cresciuto di 174 miliardi euro in 20 mesi di governo berlusconi.

Il primo maiale dei 5 PIGS ( o Gipsi  ) è già caduto( Grecia ), con questo governo stiamo solo a guardare ciò che accade, eppure avrebbe i numeri per fare molto, ma sappiamo  già che dovremo occuparci solo delle cause di Berlusconi per 3 anni e nient’altro!

Questo paese, pur se imbottito di cialtroni, complessivamente merita di meglio.

Crazyhorse70