LA CONOSCENZA RENDE LIBERI

per favorire l'incontro di idee anche diverse


5 commenti

Attenzione al genere femminile !

 

ITALIA = nome proprio  di genere femminile

Repubblica = nome  importante di  genere femminile

Costituzione = nome  importante di  genere femminile

 

Pace = nome  importante di  genere femminile

 

Società = nome  importante di  genere femminile

Libertà = nome  importante di  genere femminile

Democrazia = nome  importante di  genere femminile

Giustizia = nome  importante di  genere femminile

Solidarietà = nome  importante di  genere femminile

Eguaglianza  = nome  importante di  genere femminile

Fratellanza = nome  importante di  genere femminile

Solidarietà = nome  importante di  genere femminile

Dignità = nome  importante di  genere femminile

Onestà = nome importante di genere femminile

 

Indignazione = nome inquietante di genere femminile….

 

Donna = nome  importante di  genere femminile

 

ma in Italia c’è attenzione per il genere femminile ???

Annunci


6 commenti

Democrazia è innanzitutto diritto al lavoro, diritto alla vita !

L’orribile “accordo” di Pomigliano targato Marchionne con appoggio del governo è un gravissimo attentato alla democrazia.
Si tenta di cancellare anni di battaglie dei lavoratori.
Si tenta di rendere ancora più inerme chi chiede soltanto di lavorare per poter vivere.

E’ un ricatto e dei peggiori.

E’ un fatto di una gravità inaudita, si torna alla fine 800………..
( sciopero= licenziamento, pausa pranzo non prima di 8 ore di lavoro, controllo dei tempi e rendimento di produzione con sistemi informatici ecc.)

Solo la FIOM non lo ha firmato ed ha proclamato 8 ore di sciopero per il giorno 25 giugno.

Non rendersi conto della gravità della cosa , significa non capire il disegno in atto.

Impoverire i già poveri e coloro che sono a rischio povertà……
Indebolire i più deboli…..

Calpestare i calpestati….

In questo clima sarà facile far passare qualsiasi altro attentato alla democrazia , qualsiasi altro attentato alla Costituzione.

La legge Bavaglio è solo l’ultima in ordine cronologico.

Non dobbiamo stupirci se chi ha seri problemi di sopravvivenza ( in continuo aumento …) non sarà sufficientemente “sensibile” a questi temi ed avrà difficoltà a scendere in piazza per queste battaglie.

Siamo noi , consapevoli di tutto ciò che sta avvenendo in Italia, a dover scendere in piazza per loro e con loro , per il diritto al lavoro , per il diritto alla vita e affinchè non siano calpestati i diritti costituzionali, questi per primi !

E’ necessario lasciare da parte ogni divisione, ogni remora ed unirsi in un solo grande coro.

Questo è un appello agli “uomini ( e alle donne ) di buona volontà” .
ORA, SUBITO …. non c’è più tempo di attendere ………blocchiamo l’Italia intera scendendo in piazza il 25 giugno a fianco degli operai di Pomigliano e sosteniamo il coraggio dimostrato dalla FIOM .

http://www.facebook.com/pages/25-giugno-si-blocchi-lItalia-a-fianco-dei-lavoratori-di-Pomigliano/134930766520100?ref=mf

Franca


1 Commento

Morire di non lavoro……

Aumentano i suicidi di chi rimane senza lavoro ed ha  famiglia che non riesce a mantenere…..

Aumentano i suicidi di  piccoli imprenditori che si sentono responsabili di mettere sul lastrico i  dipendenti e  le loro  famiglie ……

Aumentano i “clienti” delle mense per i poveri della Caritas…

Aumentano i senza tetto….

Aumenta la disperazione e la rabbia di chi non sa come fare a vivere…

Aumentano le mamme  povere, spesso sole con  figli piccoli ( 1.600.000 in Italia )…………

In questo scenario di guerra c’è anche chi riesce ad essere ottimista e trova la forza di organizzarsi e resistere.

Su Facebook è nato un Gruppo :

Mai Più Disoccupati

“Noi rifiutiamo di consegnarci a un sistema economico fondato non sul lavoro, ma sulla sua progressiva scomparsa.”

Il primo degli eventi  previsti da questo gruppo è

1° MAGGIO 2010 – 1° MAGGIO 2011: LA BANDIERA DEL LAVORO AD OGNI FINESTRA !

per contribuire a sensibilizzare l’opinione pubblica nazionale sul dramma occupazionale che minaccia la nostra identità, il nostro “progetto di vita”, il nostro stesso diritto di vivere …

ESPONIAMO DA UNA FINESTRA LA NOSTRA BANDIERA DEL LAVORO A PARTIRE DAL 1° MAGGIO, PER 1 ANNO, PERCHÉ NESSUNO DIMENTICHI CHE SIAMO TUTTI UNITI PER OTTENERE DEI RISULTATI CONCRETI !!!

Realizza la Tua personale BANDIERA su un tessuto bianco sul quale avrai scritto, col colore che più Ti sta a cuore e a caratteri ben leggibili: LAVORO !
Coinvolgi nell’Iniziativa gli Amici col passaparola, condividi l’Evento sulla Tua bacheca e invialo come messaggio!
_____________________________

– non c’è lotta che non abbia la sua bandiera…
– la bandiera del lavoro è una protesta continua, ben visibile e non ignorabile,
– la bandiera del lavoro esprime una protesta non violenta, perciò non attaccabile!
– ognuno di noi dispone di una finestra, un lenzuolo, un pennarello indelebile: la nostra protesta può essere dunque condivisa da TUTTI e diventare … contagiosa!
– esporre la bandiera del lavoro costituisce un primo passo per intraprendere INSIEME la nostra protesta!

RIVENDICHIAMO UNITI IL NOSTRO DIRITTO AL LAVORO!
UNA SOCIETA’ SENZA LAVORO E’ UNA SOCIETA’ SENZA FUTURO ! ”

Franca


Lascia un commento

16 MAGGIO 2010: Marcia per la Pace PERUGIA-ASSISI e Mantra per il LAVORO!

Il 16 maggio la Marcia per la Pace Perugia-Assisi sarà dedicata anche ai temi della serenità familiare e della pace sociale, connessi alla difesa del DIRITTO AL LAVORO e dei DIRITTI DEI LAVORATORI.
Senza che siano tutelati questi fondamentali principi, la vita di tutti i giorni viene ad essere stravolta sia in famiglia che in società!

Raccogliendo l’invito degli ideatori (*) della Mantratona costituzionale http://www.facebook.com/album.php?aid=7308&id=100000867604564&saved#!/group.php?gid=114088041941620&v=info&ref=ts
Mai Più Disoccupati chiama a partecipare alla Marcia per la Pace, durante la quale leggeremo gli articoli 1, 4 e 11 della Costituzione della Repubblica, per reclamarne insieme l’effettiva attuazione:

Art. 1 – L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 4 – La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 11 – L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
__________________________________________________________
(*) Stefano Bonaga, Mario Bovina, Ambrogio Vitali e Riccardo Lenzi


Lascia un commento

Il 25 aprile e la Costituzione tradita – seconda parte

Continua Il carattere apertamente antifascista e partigiano, egualitario, democratico e pluralista, pacifista e internazionalista della Costituzione, la rende un testo all’avanguardia, addirittura rivoluzionario sul piano internazionale, ma è anche il motivo principale per cui essa è invisa, temuta e osteggiata nei settori più oltranzisti e reazionari della società italiana, ed è la medesima ragione per cui essa è negata e disattesa nella realtà concreta. E’ superfluo elencare gli articoli della Costituzione reiteratamente violati e traditi, a cominciare dall’art. 11, in cui emerge lo spirito pacifista e internazionalista della Costituzione del 1948: “l’Italia ripudia la guerra (…), è l’incipit dell’articolo.

Questa è una preziosa lezione della storia che oggi, in tempi bui, dominati dall’indifferenza, dal fatalismo, dall’apatia e antipatia politica, si tenta di mettere in discussione e addirittura negare alle giovani generazioni. Questo “fatalismo”, assai diffuso tra la gente, è il peggior nemico della gente stessa, in quanto induce a pensare che nulla possa cambiare e tutto sia già deciso da una sorta di destino superiore, una forza trascendente contro cui i miserabili sarebbero impotenti, ma così non è.

In materia di fatalismo, indifferenza e apatia politica, non si può non citare un famoso pezzo giovanile di Antonio Gramsci, “Odio gli indifferenti”, in cui il grande comunista sardo scriveva che vivere vuol dire “Essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia (…) Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”. Questo è il miglior messaggio che si possa trasmettere ai giovani, una sorta di inno che esprime in forma lirica e nel contempo in modo inequivocabile, l’amore per la vita e la libertà, tradotte in termini di partecipazione attiva alle decisioni che riguardano il destino della collettività umana.

Sempre in tema di assenteismo e non partecipazione alla vita politica, rammento un celebre brano di Bertolt Brecht: “Il peggior analfabeta è l’analfabeta politico”. Non c’è nulla di più vero e più saggio. Brecht sostiene che l’analfabeta politico “non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell’affitto, delle scarpe e delle medicine dipendono dalle decisioni politiche. L’analfabeta politico è talmente asino che si inorgoglisce, petto in fuori, nel dire che odia la politica. Non sa, l’imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il minore abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi, che è il politico disonesto, leccapiedi delle imprese nazionali e multinazionali.”. Ed io vorrei aggiungere: “delle imprese locali”.

Nella circostanza odierna mi preme rilanciare l’idea della Politica in quanto espressione della volontà popolare e della libera creatività dell’animo umano, che si concretizza nel confronto interpersonale, nella pacifica convivenza e nella dialettica democratica e pluralista tra persone libere ed uguali, ovviamente diverse sul versante spirituale e culturale. Inoltre, la Politica dovrebbe essere un mezzo di aggregazione e partecipazione sociale, uno strumento diretto e corale per intervenire concretamente sui processi decisionali che investono l’intera comunità, una modalità di socializzazione tra gli individui, la più elevata e raffinata forma di socialità umana. Del resto, l’antica etimologia del termine, dal greco “Polis” (città), indica il senso della più nobile attività dell’uomo, denota la somma manifestazione delle potenzialità e delle prerogative attitudinali dell’essere umano in quanto “animale politico”. Tale capacità dell’uomo si estrinseca nella Politica come organizzazione dell’autogoverno della Città.

Il senso originario della Politica si è svuotato ed è degenerato nella più ignobile “professione”, nell’esercizio del potere fine a se stesso, riservato agli “addetti ai lavori”, ai carrieristi e affaristi della politica. Quella che un tempo era una “nobile arte”, la suprema occupazione dell’uomo, oggi è percepita e praticata come mezzo per impadronirsi della città e delle sue risorse territoriali, una squallida carriera per mettere le proprie luride mani sulle ricchezze del bilancio economico comunale. Un bene che, invece, dovrebbe appartenere a tutti ed essere gestito dalla comunità dei cittadini.

La nuova Resistenza è l’opposizione a questo stato di cose, è la rivolta contro una visione e una pratica del potere come appannaggio di un’esigua minoranza di privilegiati, ossia i padroni del Palazzo. Tale situazione va respinta e combattuta con fermezza, perché il soggetto che si organizza in comitato o partito politico, convenzionalmente definito “ceto politico dirigente”, non appena conquista il privilegio derivante dal potere esclusivo sulla Città, si disinteressa del bene comune per occuparsi dei loschi affari della casta, o dei singoli individui. Questo stato di corruzione della politica, che non coincide con un’esperienza di autogoverno dei cittadini, ma risponde agli interessi egoistici e corporativi di una cerchia elitaria e circoscritta, è la causa principale che genera un sentimento di indifferenza e disaffezione dei cittadini verso la politica, cioè il governo della Polis, in quanto rappresentativo degli interessi privati di pochi affaristi, nella misura in cui tali vicende sono recepite come estranee agli interessi della gente.

Pertanto, occorre rilanciare l’idea dell’autogestione e dell’autogoverno dei cittadini, sperimentando nelle comunità locali l’idea della politica come rifiuto radicale del potere scisso dalla collettività, come partecipazione diretta della popolazione ai processi decisionali, ai canali di controllo e gestione del bilancio economico comunale.

L’utopia della democrazia diretta non è solo possibile e praticabile localmente, ma è necessaria di fronte all’avvento di un fenomeno autoritario globale che minaccia quel poco di sovranità democratica vigente in alcuni Stati nazionali. I quali sono soppiantati da organismi economici sovranazionali che dirigono le dinamiche dell’economia e dei suoi assetti bancari e finanziari. Questo fenomeno di globo-colonizzazione ha favorito l’ascesa dei gruppi finanziari più forti e delle corporation multinazionali, con danni irreparabili per i diritti civili e sindacali, le libertà democratiche, i redditi dei lavoratori del sistema produttivo, la cui condizione si fa sempre più precaria e ricattabile.

Lucio Garofalo


3 commenti

INCOSTITUZIONALITA’ DELLE LEGGI ELETTORALI

Partendo dall’idea comune che la Costituzione rimane  ( e deve rimanere ) la MADRE di tutte le leggi, ho fondato su Facebbook una pagina  Sto con la Costituzione che cerca di analizzare lo stato di attuazione della Costituzione, cercando di elaborare un progetto , consapevoli che:

la Costituzione è tutto : è un manifesto di intenti,una linea di condotta, un programma politico,un programma di governo….

Ecco uno dei primi contributi che vi segnalo molto volentieri e a proposito del quale  vorrei i vostri pareri.

E’ di Lamberto Roberti che si è  candidato anche  al Parlamento Europeo utilizzando la facoltà di elettorato passivo data dalla Costituzione.

Ovviamente invito chi è su FB ad iscriversi alla pagina  e contribuire alla buona riuscita di questo  “gruppo di studio “.

Franca


INCOSTITUZIONALITA’ DELLE LEGGI ELETTORALI

Una Legge che afferma l’applicazione di un “premio di  maggioranza”, il quale “regala” a dei partiti dei deputati senza che essi abbiano ottenuto il suffragio degli elettori, in Democrazia in Italia ed in Europa, ha motivazioni di rilevante incostituzionalità.
Qualsiasi Legge che escluda “per soglia minima” l’elezione di deputati che abbiano raggiunto il quorum, in Democrazia, in Italia ed in Europa, ha motivazioni di rilevante incostituzionalità .
Dalle elezioni del Parlamento tenutosi il 09 aprile 2006, l’Italia da Repubblica  Democratica si è trasformata in Repubblica  Partitocratrica, dove il potere , detenuto attraverso l’elettorato passivo, è stato sottratto al Popolo Sovrano.
Il Popolo vota un secondo turno di nominati da capi di Partito, senza alcun potere di scelta.
Il primo rilievo a supporto, deriva dall’art. 48 della Costituzione che afferma: “il voto è personale ed uguale, libero e segreto”.
Significato: il voto ha come unità di misura l’individuo; che è l’unità.
L’entità individuo si trasforma in numero, equivalente ad 1 (uno); tanti voti individuali, di valore 1, (uno) la cui sommatoria fornisce il risultato elettorale in valore totale.
Quando questo valore raggiunge il quorum, cioè un numero ottenuto dalla somma algebrica del totale dei voti validi, diviso i deputati da eleggere, e fornisce almeno un numero intero, in Democrazia si ha il diritto e la certezza dell’elezione, perché quel numero corrisponde al numero di individui che attraverso il voto ha deciso in modo irretrattabile chi sia il loro delegato.
Nella nostra Costituzione non sono contemplate norme che deviano da quanto affermo.
Quindi qualsiasi norma legislativa che premiando alcuni, in danno di altri, che hanno raggiunto il quorum e li esclude, è chiaramente incostituzionale.
In sostanza l’art. 1 II comma “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” supporta il concetto che il voto, unico mezzo di partecipazione attiva in Democrazia, del cittadino elettore, non può essere annullato, come nel caso degli esclusi per soglia, ossia il voto di quei cittadini non può assumere valore 0 (zero) in disuguaglianza ad altri cittadini, per i quali assume il valore 1 (uno) e neppure l’opposto come per gli eletti per premio di maggioranza, che può assumere valori illimitati, ossia 10, 100, 1.000, 10.000 o 100.000.

Perché chi nominato per “premio” potrebbe non avere ricevuto un solo voto. (Lamberto Roberti)


1 Commento

La scuola prevista dalla Costituzione è una scuola liberale

Ho trovato interessante lo spunto di Franca Corradini sulla scuola e la costituzione.

Io sono di idee liberali e come ho già scritto tempo fa, sono assolutamente deluso dalla politica del governo Berlusconi.

Silvio Berlusconi non è politicamente lo stesso Erasmo da Rotterdam che  scese  in campo  come un folle nel 1994 prospettando una rivoluzione liberale, nè può dirsi che la Lega di Zaia e Cota sia la stessa Lega liberista e liberale degli inizi, quella  di Giancarlo Paglarini per intenderci.

Oggi costoro sono un’altra cosa.

Tornando alle idee liberali sono convinto che occorra smentire un’altra leggenda, secondo la quale la Costituzione vigente sarebbe un’arma dei comunisti, frutto di un comporomesso post resistenza fra la sinistra moderata e quella bolscevica.

E’ una leggenda alimentata forse dagli stessi comunisti per decenni e poi ripresa strumentalmente dalla attuale destra.

Cercherò di dimostrarlo indicando anche la strada di un vero buon governo liberale sulla istruzione pubblica e privata.

Per un liberale una scuola privata, una università libera seguono gli indirizzi, specie quelli etici, scelti da chi la gestisce, religioso o laico che sia. Questa piena libertà di insegnamento, anche del privato, è una grande conquista tipica dello Stato liberaldemocratico: la finalità della scuola non è indottrinare bensì formare i valori dell’individualismo critico, della conoscenza, della tolleranza e del cittadino responsabile.

Non c’è da credere che questa impostazione aperta alla diversità e al pluralismo sia un dato  acquisito  una volta per sempre : niente di più sbagliato. Tale linea di tendenza deve essere sviluppata e trasmessa nel tempo altrimenti si rischia di giungere al paradosso ( attualmente in auge ) che proprio la libertà di insegnamento di culture diverse finisca  per rivoltarsi contro il principio di diversità e che trasmetta invece la cultura dell’omologazione o addirittura una monocultura.

Torno un po’ indietro nel tempo e mi riferisco ad un tipico esempio di cultura dell’omologazione,  i decenni di della cosiddetta cultura cattocomunista dossettiana o alla Franco Rodano, per intenderci.

Se invece ci spostiamo ai giorni d’oggi. scopriamo addirittura il rischio di una monocultura:  la sottocultura imperante che pervade la società.

Su questo aspetto rimane ancora insuperabile l’analisi Pasoliniana sul consumismo, la scuola e la televisione, lo studio geniale per il tempo della “distruzione della realtà sociale precedente alla inurbanizzazione degli anni’60”  e la critica sugli effetti della realtà virtuale televisiva sulle menti dei giovani.

“Il consumismo vuole convincerti a non temere le sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformadoli in brutti e stupidi automi adoratori di feticci. Rispetto a questa omologazione “la tolleranza è anzi una forma di condanna più raffinata”.  Allora “bisogna avere la forza della critica totale, del rifiuto, della denuncia disperata e inutile”.(*)

Garantire quella attitudine critica e  aperta è un compito decisivo e irrinunciabile dello Stato liberale.

Peraltro la pratica della tolleranza tra culture ed iniziative diverse è essa stessa un forte antidoto al formarsi di un monopolio educativo o anche di posizioni dominanti ed in questo quadro, tra scuola pubblica e scuole private non possono esserci né coincidenza né concorrenza dal momento che svolgono funzioni separate da non confondere.

La funzione di scuola pubblica non può che esercitarla lo Stato nelle sue diverse articolazioni : lo  Stato è il solo titolare degli indirizzi generali entro i quali operano l’autonomia pedagogica ed  organizzativa e la personalizzazione dei percorsi formativi anche in riferimento al territorio.

L’esecuzione di alcuni aspetti gestionali di questa pubblica funzione può però essere anche affidata a operatori privati ma solo nel rigoroso rispetto dei criteri che informano la scuola pubblica, in casi di comprovata utilità e con stringenti controlli di efficacia.

Ossia, la scuola pubblica paga il costo a terzi solo quando ne usa un servizio.

Attenzione però. I terzi che per svolgere il servizio applicano ben definite regole “pubbliche” ( come impossibilità di discriminazioni, insegnanti reclutati per concorso, tipologie quadro di insegnamento e così via), sono operatori scolastici ma non costituiscono affatto una scuola privata fonte di pluralismo.

Se applichi regole “pubbliche” non stai nell’alveo della scuola privata.

La funzione delle scuole private è incarnare il pluralismo educativo, nei principi, negli indirizzi educativi e nei moduli organizzativi. Per questo deve essere esercitata senza apporti dello Stato. Ogni scuola privata, infatti, si fonda su una motivazione specifica, comunque distinta da quella della scuola pubblica: o fare impresa, o realizzare una vocazione culturale e formativa (ad esempio di fondazioni), o salvaguardare i valori di una particolare comunità (principalmente etnica o religiosa).

In nessun caso lo stato ne deve deviare o omologare la scelta culturale;  in nessun caso lo Stato ne deve pagare i costi strutturali.

Il perché è intuitivo per la “scuola impresa”. Lo stesso o quasi per la “scuola vocazione”, dato che ciascuno deve farsi carico delle proprie iniziative

Ossia, il pluralismo delle scuole private non può nutrirsi di assistenzialismo mascherato, ancor più se con risvolti di natura religiosa. In generale, il diritto liberale alle scuole private non va mai confuso con l’interesse egoistico ( e miope) di molti privati ad ottenere dallo Stato finanziamenti.

Pertanto il pensiero liberale interessato alla scuola privata nel senso e nei limiti suddetti non può contraddirsi: affidare alle chiese oppure alle comunità etniche oppure alle famiglie la titolarità dell’intero percorso educativo, farebbe solo del male , indirizzando quel percorso verso una società di recinti chiusi nelle rispettive identità ed esposti al vento dell’intolleranza. Sarebbe la direzione opposta a quella dell’individualismo responsabile.

Del resto, tali principi della libera convivenza sono sanciti nella Costituzione e non possono essere accantonati senza accantonare anche la Costituzione.

Questo esattamente nei termini richiamati da Franca Corradini nel suo post.

In questo quadro, si capisce perché da un punto di vista liberale va respinta la proposta del buono scuola. Il buono scuola è inaccettabile perché ha indissolubilmente incorporata in sé l’idea che il diritto di educazione spetti solo alla famiglia che sceglie secondo i propri valori, anche a prescindere da quelli di cittadinanza libera.

Dunque nessun finanziamento pubblico alle private.

E invece sì al trattamento scolastico equipollente nel diritto allo studio per le parificate, sì a detrazioni fiscali alla famiglia quando il figlio studente non usufruisce dei corsi pubblici.

Facendo però di nuovo molta attenzione.

Le detrazioni fiscali non possono contraddire indirettamente la funzione della scuola pubblica. E dunque esse non dovranno affatto essere riferite alle rette delle scuole private bensì dovranno limitarsi a detrarre un importo pari al minor onere marginale sostenuto dalla scuola pubblica quando uno studente non usufruisce dei suoi corsi. Per queste strade, come si conviene ai liberali, viene dato spazio alla scelta individuale anche nel settore dell’istruzione, ma non viene intaccato un principio cardine dello Stato liberale: una comunità o la famiglia non hanno il diritto di eludere il compito dello Stato di trasmettere i valori della diversità e del pluralismo.

Questi non sono temi di ieri, sono temi di domani. Essere cittadino prima di ogni altra appartenenza di sangue o di cultura o di religione è la base di una convivenza tollerante e libera.

Soprattutto in una società, come la nostra, destinata giocoforza a divenire sempre più multietniche e multireligiose.

Scendendo ora dai principi alle coerenti esecuzioni concrete in tema di politica scolastica non posso esimermi dal notare come tali principi vengano contraddetti da tutti i governi succedutisi nel tempo. Nel tempo si è persa  la centralità della scuola pubblica ( Prodi ne fece cenno in teoria ma non fu conseguente) nonchè la funzione particolare della scuola privata, istituti nati per formare il cittadino in quanto tale nonchè le future classi dirigenti e per stimolare il sapere consapevole volto alla affermazione del principio di individualismo critico e  responsabile.

Pur essendo liberale non sono molto sicuro, da quel che ho letto in giro, che il personale tagliato per far cassa ( insegnanti precari di lungo corso spesso motori e protagonisti positivi delle loro scuole )  sia stato giustamente considerato ramo secco del sistema: concordo piuttosto con chi pensa che la spesa pubblica per la scuola andasse limata in modo più selettivo ed utile a far veramente risparmiare lo Stato senza che fosse l’istuzione pubblica come funzione a rimetterci.

Ma potrei aver letto solo articoli contrari alla riforma Gelmini e per questo motivo sospendo il mio giudizio in attesa di farmi una idea più precisa.

Sugli altri aspetti della riforma, università,  ricerca ecc. preferisco non impelagarmi per ora, in modo da non mettere troppa carne sul fuoco.

Alfredo Cantera

_____________________

(*) P.P. Pasolini, Gennariello in “Il Mondo”, 6 marzo – 5 giugno 1975