LA CONOSCENZA RENDE LIBERI

per favorire l'incontro di idee anche diverse


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Fini e Berlusconi: le coliche finali…

ROMA Non espulsione, ma dura censura politica, deferimento ai probiviri e «sospensione» per alcuni mesi (da tre a sei) dal Popolo della libertà, in attesa di un ravvedimento dei «ribelli». Poi si vedrà. Questa l’indicazione che emerge da alcune indiscrezioni dall’ufficio di presidenza del Pdl, che è stato convocato alle 19 dopo che, nel pomeriggio, si era svolto a Palazzo Grazioli il vertice tra Berlusconi e lo stato maggiore del partito, per fare il punto della situazione. Italo Bocchino, Carmelo Briguglio e Fabio Granata saranno deferiti al collegio dei probiviri. Questo, a quanto si apprende, è stato comunicato dai coordinatori del Pdl (Bondi, Verdini e La Russa) ai partecipanti all’ufficio di presidenza. Il provvedimento è contenuto in un allegato al documento politico che il vertice sta esaminando.

DOCUMENTO – «Non ci sono più le condizioni per restare nella stessa casa». Questo sarebbe l’inizio del documento nel quale Fini, Bocchino, Granata e Briguglio verrebbero considerati «politicamente» fuori dal Popolo della libertà dalle cui posizioni si sono troppo discostati. Ma il documento, dicono le fonti, sarebbe suscettibile di modifiche fino all’ultimo momento utile e probabilmente anche nel corso dell’ufficio di presidenza (di cui lo stesso Bocchino fa parte). Rilevante sarebbe il passaggio contenuto nel testo del documento, riferiscono fonti del partito, in cui si rileva che Fini e alcuni dei suoi non sono più «politicamente vicini al Pdl».

VIE LEGALI – La via della sospensione sarebbe meno rischiosa rispetto all’ipotesi di una espulsione. In quest’ultimo caso, infatti, Fini potrebbe ricorrere alle vie legali, appellandosi al giudice ordinario, sulla base dell’articolo 700 del Codice di procedura civile. Il presidente della Camera ha rivelato il progetto ad alcuni dei suoi. Il piano al momento resta l’ultima risorsa, ma metterebbe il Pdl nelle mani della magistratura. L’ex leader di An potrebbe infatti chiedere ai giudici il reintegro immediato degli esponenti sospesi dal partito. «Avrebbe anche buone possibilità di riuscita», ammette una fonte parlamentare del partito. Il ricorso avrebbe conseguenze politiche devastanti. «Un ricorso provocherebbe ulteriori danni di immagine», dice un deputato berlusconiano.

LA TREGUA RIFIUTATA – La scelta della sospensione arriva dopo una notte insonne e di passione tra mercoledì e giovedì alla fine della quale, dopo un lungo confronto al quale ha preso parte anche Giuliano Ferrara, Berlusconi ha spiegato che l’offerta di tregua di Gianfranco Fini, «resettiamo tutto e onoriamo l’impegno con gli italiani» (avanzata attraverso un’intervista a Il Foglio, appunto) è arrivata troppo tardi, fuori tempo massimo. Così, nel vertice durato oltre quattro ore a Palazzo Grazioli, il premier e gli altri partecipanti, secondo quanto riferito da diversi presenti, non hanno fatto che ribadire la posizione già assunta mercoledì mattina e messa nero su bianco in nottata in un duro documento di censura politica nei confronti del cofondatore del Pdl considerato ormai da tempo lontano dalla linea del partito.

I FINIANI SI ORGANIZZANO – Ovviamente i finiani non sono rimasti a guardare, anzi stanno organizzando gruppi autonomi sia alla Camera che al Senato e in entrambi i rami del Parlamento avrebbero i numeri sufficienti per farlo. Tutto però resta in sospeso in attesa di conoscere il testo definitivo della «scomunica».

Dovremmo trepidare per questi onumcoli che per sete di potere si “ravvedono” e fanno la guerra al loro sultano , infallibile fino a qualche mese fa?

Dovremmo continuare a farci distrarre sapientemente dai problemi del paese, primo fra tutti quello economico-fjnanziario per cui si é scelto di far pagare la crisi sempre ai soliti noti?

Tutto questo mentre Marchionne produce nuove formule contrattuali iperliberiste ( niente malattia nè rappresentanza sindacale) da far ingurgitare ai sindacati di regime ( a parte la FIOM ) ben allineati e coperti dietro Tremonti, gentaglia che per sedere in un consiglio di anmministrazione venderebbero la madre, figurati i loro iscritti .

Intanto fanno passare leggi bavaglio contro i blogger ( a proposito firmate gli appelli ) con l’aiuto di una finiana come la Bongiorno e continuano a far ammazzare i soldati italiani in Afghanistan per difendere i loro investimenti illeciti ed oscuri.

Ed il PD che fa? Si impegna in una fondamentale battaglia di principio per la democrazia: come impedire a Vendola di prendere potere nella sinistra…mentre il più grande responsabile dell’avvento di Berlusconi, D’Alema, trova il tempo ed il fiato anche per attaccare gli operai che si assentano un po’ troppo…

In conclusione non sò a voi ma a me non me ne può fregare di meno di questa falsa diatriba tra i fondatori della destra più eversiva , antidemocratica e padronale della storia di questo paese, una querelle che invece  pare far faville nei salotto democratici degli aspiranti sconfitti.

Appassionatevi pure ma almeno ritiratevi a far politica nei vostri salotti e toglietevi dalle ovaie…

Rosellina970


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RAI per UNA NOTTE con 2,50 euro dimostriamo loro che siamo liberi!

Dopo la clamorosa decisione di sospendere i programmi di approfondimento quali porta a porta ballarò e annozero in vista della prossima tornata elettorale, molti giornalisti rappresentati dalla Federazione nazionale della stampa, hanno deciso di andare in onda lo stesso in forma di protesta e lo faranno 25 marzo a Bologna nel paladozza si riuniranno Santoro Floris Grillo Travaglio Ruotolo e tanti altri ospiti, la puntata sara in onda in rete, per il momento invitiamo tutti i blogger a pubblicizzare l’evento e soprattutto ai ragazzi di Bologna che volessero partecipare con un aiuto anche di tipo logistico, di contattare Gianfranco Mascia o il gruppo del popolo viola di Bologna!!!

contribuiamo con 2,50 euro sara il primo vero gesto contro la censura tutti uniti ce la faremo! e non avremo bisogno della rai questa è una dimostrazione di massa che unita al boicottaggio delle reti raivest farà del 25 marzo un’altra grande data per la democrazia non molleremo mai, li sfiniremo li sfiancheremo! siamo in tanti ma ne saremo sempre di più!!!!

http://raiperunanotte.it/


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Televisione del servizio pubblico..di Berlusconi

Non dobbiamo stupirci riguardo le notizie freschissime degli ultimi giorni. Sarebbe quantomeno imbarazzante e fuori luogo, cominciare a domandarsi come mai l’unico giornale ad aver discusso dell’inchiesta di  Trani sia stato solo Il Fatto Quotidiano.

Ne dobbiamo chiederci come mai se il giornale di Antonio Padellaro, che spiega ai cittadini tramite le investigazioni di Marco Lillo e Peter Gomez, passando per le sentenze intoccabili di Marco Travaglio, quotidiani come Il Giornale, Libero, Corriere Della Sera si limitano a sottilizzare lo scandalo affermando che è tutto un gran polverone. Non dobbiamo stupirci di quello che è uscito dalle intercettazioni, sistema tanto amato da chi vuol conoscere la verità, ma ripudiato peggio della peste da chi invece viene colto in fragranza. Qualcuno è senza parole, sbigottito, amareggiato e umiliato perchè ha scoperto che Minzolini era pronto a eseguire tutti gli ordini del Cavaliere: dal mascherare gli scandali di palazzo con notizie di tutt’altro campo, o utilizzando i suoi editoriali di prima serata per negare, negare e ancora negare tutto quello che negativamente si avvicina a Berlusconi. Il direttore del Tg1 si contraddiceva tempo fa riguardo la vita pubblica di un politico, oggi resosi conto che c’è qualcuno che non da importanza a questo fatto, continua ad andare avantimperterrito con l’unico scopo di “rimediare”.

Perchè dovremmo stupirci che organi come l’Agcom, organo che si occupa della garanzia delle comunicazioni, faceva passare ogni pressione di mister B., gli insulti, gli ordini e tutto quello che era possibile fare affinchè si oscurassero Santoro, Floris, Di Pietro e tutti i nemici del presidente. Non dobbiamo neanche stupirci che la Rai, un servizio che pretende di essere al servizio dei cittadini, da secoli continua invece a reclutare soldati e a far schierare ex giornalisti Mediaset, poi diventati membri di autorità che dovrebbero vigilare sul corretto contenuto dei programmi. Quindi comincia quel periodo terribile per gente come Innocenzi, Masi con l’obbiettivo di non far parlare di Mills a Santoro. La notizia viene data da Belpietro a Berlusconi, che si incarica personalmente con numerose telefonate al giorno, per impedire che si discuta su uno dei suoi peccati capitali. Non dobbiamo quindi stupirci se nella stessa inchiesta di Trani, vengono intercettati anche ministri come Bondi, Tremonti, ne dobbiamo meravigliarci se sua eccellenza Angelino Alfano ha già rimproverato i pm di Trani.

Le accuse sono tre: abuso delle intercettazioni (questi continuano a parlare al telefono sapendo di poter essere intercettati e si lamentano), mancanza di titoli per indagare sui reati (i reati vengono consumati altrove quindi meglio tacere) e infine “rivelazione del segreto d’ufficio” che tanto segreto non è. Non stupiamoci se il Consiglio di Stato dice no alla Polverini e si ricorre per l’ennesima volta a un nuovo ricorso al Tar (in tutto questo le liste escluse non possono avere voce in capitolo). Fuori luogo chi si stupisce che le notizie che contano sono sempre false a priori, rimangono sempre prive di autenticità se riguarda qualcuno di loro, qualcuno di potente, qualcuno che conta.

La contro notizia che danno i giornali e le televisioni non fanno che ribaltare la realtà delle cose. Complotti, persecuzioni, azioni vergognose fatte a scopo politico: questi sono i tre baluardi che escono subito fuori appena c’è qualche magagna che fa tremare il palazzo. Non stupitevi se il Tar ha deciso che bisogna togliere il bavaglio alle trasmissioni oscurate settimane fa. Non stupitevi perchè siamo in Italia e non c’è più niente che faccia realmente “orrore” all’orizzonte.

Nicola Sorrentino


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L’Italia va sempre peggio

La situazione e l’immagine che tutto il Mondo ha di noi non è certamente radiosa e non spicca per ammirazione, ma nel solo mese di Febbraio tutta la melma emersa in superficie, non ha fatto che aggravare i contorni e il contenuto di immagine che il nostro Paese mostra fuori dai suoi confini. Quelli che non usano parole dolci, a differenza dei nostri, sono i media stranieri e i giornali che danno risalto ed eco ai terremoti italiani. La nuova Tangentopoli è già in corso, non si ruba più per i partiti ma per se stessi: la storia non ci ha insegnato un bel niente, ma non insegna mai nulla nel nostro Paese.

La Protezione Civile, addetta alla garanzia di limpidezza per opere di emergenza viene meno e salta fuori il più grande sistema di concessione di appalti della storia. Morale della favola? Il capo non sa niente, quindi meglio andare in tutte le televisioni nazionali e sbandierarlo ai quattro venti, poi andare su tutti i luoghi bisognosi del mio intervento e coordinare i lavori, poi già che mi trovo vado anche a farmi qualche massaggio, difficile che a questo punto mi sfugga qualcosa.

Le intercettazioni che intanto vogliono censurare, continuano a far emergere in superficie grossi scandali. Quello di  Telecom e Fastweb è addirittura imbarazzante: una cerchia di politici, imprenditori, ndranghetisti tutti insieme per il bene comune: falsificare voti ed elezioni è la nostra specialità.

Neanche davanti a fotografie che non lasciano dubbi si continua a negare; ma d’altronde questa è la considerazione che si ha di inchieste giornalistiche fatte per bene. Tutto quello che possiamo fare per giustificarci è attaccare la magistratura, oppure candidare alle regionali personalità con sopra il groppone svariati reati, in contemporanea però possiamo gridare a “basta corruzione”. E’ giusto che questo contraddittorio vada avanti, anche se non ha alcun senso. Ma d’altronde da un pò di tempo a questa parte in Italia nulla ha più senso. Si mandano in carcere tre dirigenti di Google per non aver vigilato sul contenuto dei video caricati sulla piattaforma.

E’ come mandare in galera il proprietario del muro sul quale viene fatto un murales, mentre invece lasciamo che i ragazzi che hanno picchiato il ragazzo autistico siano messi in disparte, così come i professori, veri e propri criminali per non aver alzato un dito. Condanniamo Google che invece denuncia fatti all’ordine del giorno, ma che è meglio punire con “la giusta vigilanza”.

Sappiamo fare soltanto bei discorsi da prima pagina, tanto moralismo fasullo, che passa da Sanremo per finire al Parlamento: da una parte non vogliamo un drogato e dall’altra invece vogliamo parlamentari “puliti”. Poi quando andiamo a fare il test, più della metà rifiutano di farlo, 242 lo effettuano e uno risulta positivo. Risultato? Non si può sapere chi è, ha chiesto di non renderlo pubblico. Applausi! Ma ai piani alti sanno come evadere da queste cose, sanno come “pararsi il culo” ogni volta. Il caso Mills è emblematico: tutto in prescrizione, grazie alla Ex Cirielli che dimezza i tempi per prescrizione, ma se esiste ancora buon senso alla presenza di un corrotto è legata anche una figura di corruttore. Qui scatta di nuovo l’accellerazione del “Processo Breve”: unico rimedio ancora utilizzabile per Berlusconi, evitando quindi una sentenza di primo grado. Come si fa per combattere tutto questo? Neanche la nostra classe intellettuale riesce a spiegarlo a parole sue, è troppo evidente che è meglio occuparsi di altro. In altri Paesi tutto questo viene sanzionato, punito, bloccato, da noi invece è tutto normale, è caratteristica immortale del gene italiano.

Manca poco e si delegittimerà anche il concetto di buon senso se non è stato già fatto


Nicola Sorrentino


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Berlusconi, la mafia, la libertà di stampa e la violenza politica

Negli ultimi tempi la temperatura politica in Italia si è alzata notevolmente sia perché si è ripreso a parlare dei rapporti tra mafia e potere politico, nella fattispecie tra un pezzo della mafia e il capo del governo, ma soprattutto a causa dell’aggressione perpetrata contro Berlusconi. Ricordo una frase che suscitò scalpore, pronunciata dal premier nel corso di una visita privata in Tunisia, in cui annunciava in modo eclatante l’intenzione di “passare alla storia come il presidente del Consiglio che ha sconfitto la mafia”.

Ma la notizia che destò maggior stupore fu questa. Marcello Dell’Utri, tra i fondatori di Forza Italia, braccio destro di Berlusconi, già condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, il 19 agosto scorso annunciò di voler proporre una commissione d’inchiesta sulle stragi del ‘92. Un’intenzione disattesa nei fatti, ma annunciata e pompata sui media in modo enfatico. A quanto pare si trattava della consueta politica demagogica e sensazionalista, fatta di facili annunci e promesse sbandierate sui media e puntualmente tradite, a cui siamo abituati da tempo.

Le vicissitudini politico-mediatiche degli ultimi tempi, a partire dalle querele che Berlusconi decise di sporgere contro La Repubblica e L’Unità, quindi le dimissioni di Dino Boffo, direttore dell’Avvenire, organo ufficiale della CEI, fino al grave episodio di Milano e al varo di un provvedimento di legge volto a ridurre la libertà sul Web, hanno fatto riemergere il tema, già scottante e controverso, della libertà di informazione, insieme ad altri aspetti riconducibili ad un conflitto latente e permanente tra i poteri forti che da diversi anni condizionano pesantemente il destino del nostro Paese.

Ma procediamo con ordine per cercare di comprendere la logica di tali vicende.

Il 26 agosto scorso, il Capo del governo decise di adire le vie legali depositando una citazione per danni contro il gruppo editoriale L’Espresso-Repubblica per contestare le dieci domande (evidentemente scomode) che per oltre due mesi il giornalista Giuseppe D’Avanzo gli ha posto sulle sue frequentazioni sessuali, senza ricevere alcuna risposta.

Probabilmente ciò che avrebbe indotto Berlusconi ad agire legalmente contro La Repubblica furono le insinuazioni su una sua presunta “ricattabilità” e su presunte infiltrazioni al vertice dello Stato italiano da parte di centri mafiosi, in particolare della mafia russa, e l’ampia eco che tali notizie hanno avuto sulla stampa internazionale.

Qualche tempo fa il direttore di Avvenire, Dino Boffo, rassegnò le dimissioni con una lettera inviata al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Boffo era stato vittima di pesanti accuse sulla sua vita privata, in modo particolare sulle sue abitudini sessuali, messe al centro di una feroce e smisurata campagna diffamatoria condotta in modo cinico e spregiudicato da Vittorio Feltri, direttore del Giornale, il quotidiano edito dal fratello del premier Paolo Berlusconi.

Nello stesso giorno delle dimissioni di Boffo, il presidente del Consiglio decise di trascinare in tribunale il direttore de L’Unità, Concita De Gregorio, insieme ad  altre quattro colleghe del noto quotidiano. La denuncia per diffamazione faceva formalmente riferimento ad una serie di articoli sugli scandali sessuali venuti fuori nell’estate scorsa.

E’ evidente che i violenti attacchi sferrati contro alcuni tra i maggiori organi di stampa nazionali non potevano essere ricondotti semplicemente ad alcuni fatti episodici, né ai motivi ufficialmente addotti nelle querele inoltrate dai legali del premier, ma sono inquadrabili e spiegabili all’interno di una cornice più vasta e complessa che pone al centro non solo la libertà di informazione, sempre più minacciata da fenomeni di squadrismo, killeraggio ed imbarbarimento politico, ma pure una serie di affari ed interessi legati ad importanti centri di potere, tra cui non sarebbero da escludere gli scontri interni al Vaticano tra la Segreteria di Stato e la Conferenza Episcopale Italiana.

Nei mesi immediatamente precedenti all’aggressione contro Berlusconi, il panorama politico italiano aveva assistito ad un frenetico susseguirsi di avvenimenti, esternazioni e iniziative, a cominciare dalle provocazioni estive avanzate dalla Lega Nord fino alla minaccia di elezioni anticipate, quindi lo squadrismo giornalistico di Vittorio Feltri che aveva indotto alle dimissioni il direttore di “Avvenire”, gli ignobili attacchi sferrati dal premier contro la libertà di stampa, che avevano suscitato reazioni diffuse di sdegno, il botta e risposta tra Gianfranco Fini e il foglio di Feltri, che ha lanciato un ricatto fin troppo palese contro il presidente della Camera, divenuto un bersaglio per le sue esplicite divergenze con le posizioni del presidente del Consiglio, la manifestazione nazionale del 3 ottobre per la difesa della libertà di stampa ed infine il recente NoBday.

Questo solo per elencare gli avvenimenti più importanti e significativi degli ultimi mesi.

Dal punto di vista strettamente storico la minaccia lanciata da Vittorio Feltri all’indirizzo di Gianfranco Fini ha costituito il primo ricatto politico condotto a mezzo stampa, facendo oltretutto ricorso ad un codice tutt’altro che cifrato. Negli anni ’50 e ‘60 erano frequenti i dissidi verbali tra gli avversari storici della Democrazia Cristiana, Giulio Andreotti e Amintore Fanfani. I quali si contendevano la leadership all’interno del partito e del governo, azzuffandosi anche a colpi di ricatti e dossier legati alle attività investigative di giornalisti prezzolati o dei servizi segreti deviati, ma lo scontro intestino, per quanto aspro, cinico e spregiudicato, si svolgeva in modo dialetticamente raffinato ed elegante, adoperando un linguaggio velato ed allusivo, mai troppo esplicito.

Quanto sta accadendo negli ultimi tempi rischia di accelerare un processo involutivo e degenerativo della vita politica italiana a scapito soprattutto del livello già basso della libertà di informazione e di quel poco di democrazia formale ancora vigente nel Paese.

Dopo il ricovero di Berlusconi all’ospedale San Raffaele di Milano in seguito all’aggressione di domenica scorsa, in Italia si è scatenata la rabbiosa canea dei quotidiani più rognosi e reazionari e dei mass-media filogovernativi, che hanno denunciato con furiosa idiosincrasia il “clima di odio” esistente contro il capo del governo, accusando in modo indiscriminato tanto i riformisti e i socialdemocratici, quanto gli anarchici e i comunisti, riuniti nel medesimo calderone politico.

A parte il fatto che nell’aggressione a Berlusconi si notano molteplici anomalie e incongruenze. Già un solo elemento irregolare avrebbe dovuto suscitare un sospetto, due indizi anomali costituiscono una mezza prova, ma in questo caso si rilevano troppe circostanze irregolari. Ma lasciamo perdere le analisi dietrologiche e complottistiche per limitarci ad un’interpretazione immediata dei fatti e, soprattutto, delle conseguenze.

Al di là di tutto, conviene ragionare criticamente sulle cause e sugli effetti degli avvenimenti. Per comprendere l’accaduto non servono tanto indagini di ordine dietrologico, ma occorre una valutazione lucida ed obiettiva dei fatti e delle conseguenze, senza farsi influenzare dall’emotività. Non ci è dato sapere se l’aggressione a Berlusconi sia stata l’azione isolata di uno psicolabile o se dietro vi siano oscure manovre. Ciò che possiamo verificare e valutare sono le sue conseguenze politiche, in quanto non è la prima volta che viene sfruttato il gesto di uno squilibrato per godere dei benefici politici e pubblicitari derivanti da simili atti. Dunque, è lecito chiedersi: cui prodest? A chi giova ciò, quali sono i suoi effetti politici e ideologici?

Il primo elemento da ravvisare è che l’aggressione si è verificata in un momento di grave crisi politica del governo, in cui i consensi di Berlusconi erano in netto calo. Il giorno precedente all’attentato le agenzie di stampa hanno diffuso la notizia che il premier era precipitato sotto il 50% dei consensi. Sfruttando l’eccezionale onda emotiva suscitata dall’aggressione contro Berlusconi, il consenso è immediatamente risalito. Questo è uno degli effetti senza dubbio più evidenti ed immediati prodotti dall’attentato.

Gli altri effetti politicamente rilevanti sono riconoscibili nel ricompattamento di una maggioranza parlamentare che si stava sgretolando, nel disorientamento di una già inerte ed esausta opposizione parlamentare (con particolare riferimento al PD), ma soprattutto nell’isolamento e nella marginalizzazione di un’opposizione sociale che provava a riprendere vigore. Infatti, negli ultimi mesi, al di là dell’evanescente opposizione parlamentare, grazie ai nuovi strumenti di comunicazione si è sviluppato un vasto movimento di contestazione del premier che, malgrado i suoi limiti e la sua fragilità politica, ha sollevato con decisione la questione della cacciata di Berlusconi.

Dopo l’attentato e la comparsa di gruppi su Facebook inneggianti all’attentatore, il governo ha risposto con una furibonda crociata contro Internet, il cui paladino è il ministro dell’Interno. L’unica risposta è stata la volontà dichiarata di oscurare i siti web che criticano il capo del governo. Questa è stata la reazione del governo e dell’intera classe dominante, la quale, non potendo più contare sul ruolo rassicurante dei partiti socialdemocratici, ora riscopre il vecchio, ma sempre efficace, arsenale repressivo.

A proposito di censura e mettendo al bando ogni ipocrisia, non ci si può stupire se su Facebook attecchisca un malcostume verbale quando un ministro in carica ha urlato “questa sinistra di merda vada a morire ammazzata”. Se un ministro della Repubblica si esprime in una maniera così aggressiva, violenta e volgare, perché ci si meraviglia se un linguaggio altrettanto infelice viene adottato da coloro che frequentano Internet?

E’ evidente che la comparsa eccessiva dei gruppi su Facebook inneggianti a Tartaglia costituisce solo un pretesto per mettere il bavaglio ad un mezzo di comunicazione e di mobilitazione di massa che ha rivelato tutta la sua forza in occasione dell’organizzazione di un evento mediatico e politico come la manifestazione nazionale del 5 dicembre scorso, a cui hanno partecipato moltissime persone convocate tramite la Rete Web.

Infine, bisogna segnalare il vile e pavido comportamento dei sedicenti ed evanescenti “democratici” del nostro Paese, chiusi in un eloquente ed imbarazzato silenzio rispetto ad un’improvvisa svolta in senso bonapartista della politica e della società, preoccupati solo di associarsi al coro di solidarietà nei confronti di Silvio Berlusconi.

Lucio Garofalo


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Un’altra figuraccia di Feltri e de “IL GIORNALE”

E così, ancora una volta, e sia pure a denti strettissimi, e in una pagina interna, Feltri si rimangia ciò che aveva sbandierato per un paio di settimane al rientro dalle ferie, e che ha spinto il povero Boffo a dimettersi.

Come riporta anche il Sole 24 Ore (noto giornale comunista) del 4 dicembre, Feltri deve ammetterlo: era una bufala. Sentite qui. «Personalmente – scrive Feltri – non mi sarei occupato di Dino Boffo, giornalista prestigioso e apprezzato, se non mi fosse stata consegnata da un informatore attendibile, direi insospettabile, la fotocopia del casellario giudiziario che recava la condanna del direttore a una contravvenzione per molestie telefoniche».

Inaudito. Fosse la prima volta che le fonti di Feltri, da lui sempre definite “attendibili”, “insospettabili”, gli tirano il bidone, pazienza. Ma non è affatto la prima volta. A parte la figura da peracottaro sul caso Mitrokin, possiamo annoverare – tra le tantissime – anche la più recente, quella del suo giornalista Francesco Guzzardi, che dopo essersi scritto una lettera minatoria da solo (firmata “Brigate Rosse”), ha pubblicato un articolo in cui sproloquiava come sempre sull’intolleranza e la violenza che ci sarebbe nel DNA dei “rossi”. Peccato per lui che, allertata la Digos, gli agenti di quest’ultima, fatta una rapida indagine, gli fanno ammettere che se l’è scritta da solo, e lo denunciano per procurato allarme.

Ma perché Feltri ci casca con questa regolarità? Lo dice lui stesso: «La ricostruzione dei fatti descritti nella nota – prosegue Feltri – oggi posso dire, non corrisponde al contenuto degli atti processuali. All’epoca giudicammo interessante il caso per cercare di dimostrare che tutti noi faremmo meglio a non speculare sul privato degli altri, perché anche il nostro, se scandagliato, non risulta mai perfetto«. Hai capito, che giornalista? Lui non pensa di dover pubblicare notizie vere. Che siano vere o no, chi se ne frega. L’importane è cercare di dimostrare una tesi. E lo dice con un candore davvero disarmante.

Poi, naturalmente, è sempre colpa della vittima: “La cosa da piccola divenne grande – prosegue Feltri – ma forse sarebbe rimasta piccina se Boffo invece di segretare il fascicolo, lo avesse reso pubblico, consentendo di verificare che si trattava di una bagatella e non di uno scandalo. Dalle carte infatti, Boffo non risulta implicato in vicende omosessuali, tantomeno si parla di omosessuale attenzionato». In altri termini, se Boffo non si fosse difeso… non ci sarebbe stato tutto ‘sto can-can.

Adesso mi piacerebbe sapere che ne dicono tutti i blogger di destra, che davano del “frocio” e del “pederasta” a Boffo.

Sarebbe come dare del “giornalista a Feltri.

DATI e FATTI