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“No Hirst ad Icastica2014″ ( Arezzo )

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PROTESTA CON INIZIO IL 29 MAGGIO E CON TERMINE IL 28 SETTEMBRE 2014

Damien Hirst è stato invitato ad esporre una sua “opera” (???) alla mostra Icastica di Arezzo. Hirst è conosciuto per opere e performances di cui fanno le spese gli animali. Gli animali vengono catturati, uccisi, messi in formaldeide ed esposti alla vista del pubblico. La sue creazioni si avvicinano più al lavoro degli imbalsamatori e al feticismo che all’arte vera.

Ricordiamo brevemente alcune sue installazioni:

1) Uno squalo tigre di 4 metri di lunghezza immerso nella formaldeide. Lo squalo è stato catturato in natura dietro richiesta dello stesso Hirst appositamente per la creazione dell’opera.

2) Nel 2012 alla Tate Modern Gallery di Londra ha usato farfalle chiuse in due stanze senza finestre. I lepidotteri hanno mangiato, vissuto e sono morti nello spazio angusto dove venivano ferite a morte o uccise dai visitatori che se le scrollavano di dosso e gli camminavano sopra. Ogni settimana gli animali morti venivano sostituiti con altri.
La Tate Gallery ha stabilito che 9.000 lepidotteri siano morte durante l’esposizione dell’opera, altre stime fanno salire fino a 20.000 questo numero. Gli animali utilizzati appartenevano a due specie tropicali, che in natura vivono fino a 9 mesi, mentre nell’esibizione sono durate pochi giorni, a volte solo poche ore.

3) Una mucca e un vitello tagliati a metà esposti in vasche di vetro piene di formaldeide.

4) Una testa di animale esposta in una teca all’interno della quale si svolge il ciclo vitale di mosche e mosconi che nascono e vivono cibandosi della carne in putrefazione, prima dell’inevitabile morte.

5) Una tela interamente ricoperta di migliaia di ali di farfalle.

6) Una bicicletta decorata di ali di farfalle, strappate dai corpi dei lepidotteri da Hirst e dai suoi collaboratori, che fu regalata al ciclista Lance Amstrong, poi al centro di uno scandalo per doping.

La PETA (People for the Ethical Treatment oif Animals) ha definito le sue opere: “sadiche, barbare e raccapriccianti”.

La Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals (RSPCA), la più grande organizzazione per la protezione degli animali del regno Unito, è insorta contro l’uso degli animali messi in atto da Hirst, oltre ad altre associazioni.

Le sue opere scandalizzano i visitatori, i critici e coloro che amano gli animali oltre che i difensori dei loro diritti. Fenomeni artistici di questo genere sembrano richiamarsi all’arte degli imbalsamatori, o al feticismo, più che a movimenti artistici degni di nota e non sono certo paragonabili alle proposte di coloro che cercano di fare arte vera.
Le critiche fatte dagli addetti ai lavori a Hirst sono molteplici, ricordiamo solo la dichiarazione di Julian Spalding che in una intervista per La Repubblica del 4 aprile 2012, non esita, tra le altre cose, a dichiarare: “È un artista fallito che si è preso la sua rivincita con l’ arte. Hirst non ha creato nulla che sia arte in sé. Lo è solo nella mente della gente. Hirst è un imprenditore.”
E da buon imprenditore di se stesso sembra che Hirst sia “l’artista” attualmente piu’ ricco al mondo.
Damien Hirst stesso dichiara che “l’intento dell’opera non è spaventare ma obbligare lo spettatore a stare di fronte ad un’immagine convincente di ciò che normalmente non ha il coraggio di guardare.”
Per assurdo allora chiediamo che, provocatoriamente, invece di animali, o pezzi di animali in putrefazione, siano esposti pezzi di corpi umani provenienti da vittime di serial killer! Questo sarebbe davvero qualcosa che normalmente non si ha il coraggio di guardare, nonchè motivo di riflessione.

L’Unione Europea ha riconosciuto gli animali quali esseri senzienti (art. 13 Trattato Comm. EU). Quindi devono essere trattati con il rispetto dovuto ad ogni forma di vita e non come “cose”.
Usare gli animali per uno scopo economico o di celebrità è metodo che ci ripugna in quanto non rispettoso nei loro confronti.

Non ci scandalizziamo per un corpo già privo di vita ma ci indigniamo per la mancanza di rispetto che viene evidenziata. Uccidere animali o sacrificarli per cosiddette “opere d’arte” messe in atto allo scopo di richiamare attenzione non ha, e non può avere, nessuna giustificazione artistica. E’, e rimane, un atteggiamento diseducativo non rispettoso della “VITA”.

Esprimiamo quindi il nostro totale disaccordo con la decisione di esporre opere di questo genere.

Mettiamo anche in evidenza la contraddittorietà che esiste nell’ospitare le opere di Hirst in una città dove recentemente è stato approvato un “Regolamento Comunale di Tutela e Benessere animali” all’avanguardia, che è già stato riproposto in altre città e alla messa a punto del quale hanno lavorato per più di un anno le associazioni animaliste presenti in città.
Forse l’assessore Pasquale Macrì non è a conoscenza del regolamento approvato, o forse non ha creduto opportuno tenerne conto, ma questo comportamento denota una imperdonabile lontananza dal tessuto sociale a cui deve fare riferimento in quanto assessore del Comune di Arezzo.
O forse questa è solo una manovra pubblicitaria di basso livello.

Protestiamo contro questa forma di arte e contro chi invitandolo ad esporre alimenta questo mercato di oscenità e orrore.

Ci chiediamo quanti soldi del Comune oltre che degli sponsor sono stati spesi per mettere in mostra questa opera e chiediamo se non potevano essere spesi meglio.

Chiediamo che il sindaco di Arezzo si impegni a vigilare sull’operato dei suoi assessori.

Noi crediamo che sia giusto chiedere le dimissioni dell’assessore alla cultura Pasquale Macrì in quanto responsabile della mostra a cui Hirst è stato invitato ad esporre.
Ma questa richiesta è a vostra discrezione.
Potete togliere la frase dalla mail se non credete che sia opportuno.

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Potete inviare mail da voi preparate, evitando le offese, oppure sotto trovate un testo
INVIARE A: segreteriasindaco@comune.arezzo.it

OGGETTO: Scrivete quello che volete, meglio diversificare così leggeranno prima di eliminare.
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TESTO DELLA MAIL PRONTO

Al Sindaco di Arezzo,

ho appreso che a breve nella città di Arezzo sarà presente una mostra nella quale, tra quelle di altri artisti, sarà esposta un’opera di Damien Hirst.

Con la presente intendo esprimere il mio profondo disprezzo per il messaggio diseducativo comunicato da queste performance in cui le vittime sono gli animali.

Già la PETA (People for the Ethical Treatment of Animals) ha definito le opere di Hirst “sadiche, barbare e raccapriccianti” e la Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals (RSPCA) è insorta contro l’uso degli animali messi in atto dall’artista.

Come noto, l’Unione Europea ha riconosciuto gli animali quali esseri senzienti (art. 13 Trattato Comm. EU) e la Vs. Amministrazione ha recentemente approvato il “Regolamento Comunale di Tutela e Benessere animali”.
Il tutto in assoluta antitesi con la promozione delle opere di Hirst che non hanno giustificazione alcuna, sono indegne e denotano una profonda mancanza di rispetto.
Evidentemente, l’assessore alla Cultura della città di Arezzo Pasquale Macrì non ha voluto tenere conto del tessuto sociale della città in cui presta il suo operato.
Comportamento gravissimo.
La decisione di invitare Hirst sembra una manovra pubblicitaria di basso livello e certo la presenza in città di un animale in via di putrefazione non arricchisce il patrimonio artistico da mettere in mostra.
Basta un opera del genere a squalificare una mostra e la città che la ospita.
Mi piacerebbe sapere quanti soldi pubblici del Comune oltre che degli sponsor sono stati spesi per mettere in mostra questa opera, e mi chiedo se non potessero essere spesi meglio per la cultura.

Chiedo che l’opera di Hirst sia rimossa o che la sala dove è esposta venga chiusa al pubblico.

Mi auguro che il Sindaco di Arezzo Giuseppe Fanfani si impegni a vigilare in futuro sull’operato degli assessori da lui preposti per evitare che si ripetano episodi di basso livello culturale ed educativo di questo genere.

Chiedo, altresì, le dimissioni dell’assessore alla Cultura Pasquale Macrì.

Grazie per l’attenzione.

Nome cognome
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Se volete telefonare Numeri telefono:
Segreteria Sindaco: 0575 377603. (chi telefona da Arezzo può fare solo 377603 senza il prefisso 0575)
Centralino Comune: 0575 3770 chiedere della segreteria del Sindaco


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Il re è nudo

E’ sempre più evidente che il primo obiettivo di Grillo e del M5S, in questo momento, è quello di spaccare il PD. Un obiettivo che è facilmente alla loro portata, specie se si valutano la debolezza (o l’inerzia) politica del “gruppo dirigente” (si fa per dire) di quel partito e la permeabilità agli umori della piazza (anche virtuale) dei nuovi deputati piddini e la loro insofferenza alla vecchia nomenclatura. Sono caduti ormai nella paranoia del loro stesso fallimento, mentre i grillini urlano che “il re è nudo”.

C’è ancora chi si illude che una “svolta radicale” sia praticabile all’interno di un sistema sempre più marcio e putrefatto, ma l’alternativa non si crea suggerendo semplicemente altri nominativi, ancorché più onesti e puliti, ovvero promuovendo un ricambio generale (o generazionale) del personale politico ai vertici delle istituzioni statali borghesi.

Non c’è una “malattia mentale” peggiore del riformismo. A proposito di riformismo, direi che oggi non c’è alcun riformismo possibile perché il riformismo funzionava ed ha funzionato solo quando il capitalismo era in fase di sviluppo in quanto è un elemento assolutamente organico e funzionale al sistema del capitale. In attesa del vero protagonista della storia, in attesa che questo protagonista mobiliti le sue forze ed inizi ad organizzare una presenza soggettiva indispensabile nello sfascio della crisi e dei sistemi politici di supporto al capitale, si va diffondendo tra le masse popolari la convinzione che con questo tipo di politica (non solo di classe politica, bensì di forma organizzativa della politica, quindi dello stato) non si può fare altro che morire di crisi.

La storia inizia a pretendere un nuovo protagonista politico: un protagonista collettivo.

Lucio Garofalo


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Il “nuovo corso” del Vaticano

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Le cronache vaticane dimostrano che non era affatto assurdo pensare che le dimissioni di Ratzinger fossero riconducibili alle lotte intestine tra le opposte cordate (in primis l’Opus Dei) che dilaniano la curia romana sulla questione dello IOR, la banca vaticana.

Apparentemente questa sembra una piccola filiale di provincia, eppure il flusso di capitali che passano attraverso tale banca è immenso, si parla di movimenti finanziari dell’ordine di centinaia di miliardi di dollari. E’ tramite questo istituto che si compiono le operazioni più spericolate delle industrie belliche, i riciclaggi di fondi neri provenienti da ogni angolo del mondo, il traffico dei farmaci ecc. Il vantaggio offerto da questa minuscola banca consiste nel fatto che finora è stata totalmente inaccessibile e segreta, non avendo su di sé alcun organo di controllo internazionale, non essendo quotata in borsa ed avendo partnership solo con alcune banche svizzere ed alcuni paradisi fiscali.

Papa Ratzinger voleva porre fine a tutto ciò nominando una commissione anti-riciclaggio con a capo il cardinale Nicora e Gotti Tedeschi a capo della banca. Fatto sta che sia Gotti Tedeschi che il cardinale ottennero una normativa anti-riciclaggio (mai applicata) e si misero in contatto con analoghi istituti anti-riciclaggio italiani ed esteri. Inoltre, essi mostrarono una chiara disponibilità a collaborare con la magistratura. Furono fatti fuori dal cardinale Bertone e da quelli che stanno dietro di lui, prelati e speculatori finanziari.

Per Joseph Ratzinger, ricattato mediante i documenti trafugati dal suo maggiordomo, sfidare tutto ciò poteva significare una dose di veleno nella tazza di tè. Un pericolo che non è ancora definitivamente fugato, ma che oggi può correre seriamente il nuovo papa.

Non a caso il ruolo del nuovo pontificato si è subito manifestato ed è probabilmente quello di liquidare il capitalismo, per promuovere la cosiddetta “terza via”, ovvero l’alternativa (si fa per dire) rappresentata da Santa Romana Chiesa. Così come il pontificato di Wojtyla (dietro cui agiva, nemmeno tanto nell’ombra, in veste di consigliere, l’allora cardinale Ratzinger) ebbe il mandato di liquidare il socialismo reale dell’Est europeo. Naturalmente è una mia impressione, ma nemmeno tanto vaga. Si intravedono già numerosi indizi in tal senso. Sta di fatto che nell’odierna fase storica, percorsa da una crisi epocale che non è solo di natura economica, la chiesa è costretta a riavvicinarsi ai popoli diseredati della terra. Né dobbiamo dimenticare che nel campo delle strategie camaleontiche la chiesa è da sempre una vera specialista, una campionessa mondiale, per cui non conviene assolutamente sminuire le sue ambizioni.

Ambizioni che non riguardano il breve o medio termine, ma si proiettano nel lungo periodo, per cui non vanno sottovalutate. In questo momento storico, segnato da una crisi irreversibile che investe il capitalismo su scala globale, la chiesa, con tutti i suoi gangli e le sue ramificazioni nel mondo, ha intercettato gli umori e le sofferenze dei popoli ed è costretta, per sopravvivere alla crisi ed al crollo finale del capitalismo, a mostrarsi con uno spirito evangelico, ad apparire una chiesa pauperistica e francescana.

E’ appunto questa la strategia camaleontica che la chiesa sa di dover adottare in questa fase storica, come ha fatto in duemila anni. Altrimenti si sarebbe già estinta da tempo.

Si sa che lo stato della chiesa non è troppo in salute e che riflette la crisi complessiva in cui versa la società capitalista. Nondimeno, la chiesa ha conosciuto ben altre tempeste.

In questo momento storico la chiesa sa che deve aderire, almeno sul piano verbale e formale, alle istanze ed alle rivendicazioni provenienti dai popoli della terra. Deve schierarsi con i poveri, quantomeno a chiacchiere, predicando bene. E si sa che sul terreno delle prediche i preti giocano in casa e la storia insegna che sono maestri e campioni insuperabili. Nel contempo, essi non sono così ottusi e miopi come i capitalisti.

L’attuale corso politico di Santa Romana Chiesa sembra orientato verso una sorta di “pauperismo” in salsa vaticana. Per convenienza, la chiesa si sta avvicinando alle masse umili e diseredate del pianeta. Non è un caso che la chiesa sopravviva da duemila anni, mentre il capitalismo conta appena pochi secoli di vita ed è in crisi da almeno cent’anni.

Lucio Garofalo


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Contro tutti i porci sfruttatori e le loro “caste”

Un facile e comodo luogo comune assegna alla categoria dei politici l’etichetta di “Casta”. Invece, non vi è nulla di più distorto che assecondare una simile mistificazione, che alimenta il qualunquismo e rischia di produrre effetti persino più nocivi e funesti del male stesso, ovvero più deleteri della corruzione e dell’inettitudine del ceto politico.

I cittadini, indignati dai loro “osceni rappresentanti”, reagiscono con crescente distacco e disaffezione dalla vita politica. La conseguenza più infausta, inevitabile per la “democrazia”, è che l’esercizio della “professione politica” si fa appannaggio riservato esclusivamente ad una cerchia elitaria sempre più corrotta e corruttibile da parte dei potentati economici sovranazionali, esenti da ogni azione di controllo esercitabile da organismi democratici e popolari. In tal modo, le presunte “democrazie occidentali”, esistenti ormai solo sulla carta, degenerano in oligarchie tecnocratiche dominate da ristretti comitati d’affari, dalle corporation e dai circoli dell’alta finanza capitalistica.

Lungi da me l’idea di difendere l’indifendibile “Casta” dei politici. E’ innegabile che esistano “caste” persino peggiori, più corrotte, potenti e parassitarie del ceto politico.

Si pensi all’alto clero che usufruisce di franchigie speciali ed eccezionali quali, ad esempio, l’esenzione da varie imposte, tra cui la dispensa dal pagamento dell’IMU sugli immobili ecclesiastici. Si pensi alle immense rendite godute dall’alta finanza capitalista, ai super-profitti completamente detassati che provocano la rovina di milioni di piccoli risparmiatori sedotti dalle “sirene mediatiche” degli investimenti in borsa, alla ricerca di “facili fortune”, mentre li attende solo la peggiore delle iatture: il crack finanziario.

Si pensi alle grandi speculazioni che si consumano sui mercati borsistici internazionali e che, in tempi sempre più rapidi, rischiano di rovinare intere nazioni ed interi continenti.

Si pensi a queste e ad altre inaudite forme di corruzione, di privilegio e di parassitismo generato dall’establishment capitalistico su scala globale: un intreccio di caste corrotte e superpotenti che prosperano a spese della stragrande maggioranza del genere umano.

E’ un bieco e colossale assetto affaristico e criminale che schiaccia i diritti ed i bisogni più elementari degli esseri umani, che stentano persino a sopravvivere fino al tramonto.

Nell’abbrutimento causato dall’alienazione, dalla servitù e dallo sfruttamento, nell’imbarbarimento generato dalla logica criminale del profitto, miliardi di esseri umani sono costretti a vivere nella condizione più abietta ed intollerabile, ridotti allo stato brado. In tal guisa l’uomo è condannato ad essere la più feroce ed immonda tra le belve.

Lucio Garofalo


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Il ricompattamento del sistema nel segno di Napolitano

Appare evidente che ha vinto l’astuta strategia di Berlusconi, mentre gli altri (chi più chi meno) si sono rivelati o confermati dei dilettanti allo sbaraglio. La rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica è il risultato “machiavellico” di un accordo consociativo, o “inciucio”, raggiunto tra PD e PDL per la costituzione di un supergoverno in perfetta continuità con le politiche seguite negli ultimi tempi, in modo particolare con le direttive impopolari ed antipopolari imposte dall’UE al proconsole Monti.

Siamo stati ancora una volta tratti in inganno nel momento in cui hanno condotto il quadro politico dove volevano: le larghe intese, il ricompattamento della vecchia politica e della borghesia al fine di resistere alle istanze sociali che emergono con forza dal paese.

D’Alema è stato il diversivo (aspettatelo ministro), Renzi è stato il supporter di D’Alema.

Hanno lasciato Bersani a fare da “testa di turco” (o “capro espiatorio”) mentre facevano maturare questa soluzione. Non poteva essere il grillismo il fattore in grado di provocare un cedimento risolutivo del quadro di potere, né era quello che Grillo voleva in realtà.

Ma c’è un ma: la crisi. Un paese che perde migliaia di posti di lavoro a settimana, una miseria che va approfondendosi nel corpo vivo del paese, due generazioni senza futuro, la debacle dell’industria, il debito pubblico, ecc. Se questa operazione presuppone una prova di forza della borghesia per tenere il potere, allora è un suicidio per loro, un suicidio un po’ più diluito, perché il quadro sociale non regge più il peso della crisi e la politica appare sempre più come dominio, prepotenza, imposizione degli interessi delle banche ad un popolo stremato da tasse, disoccupazione e miseria.

Quanto durerà questo nuovo assetto: 3 mesi, 6 mesi, un anno? I tempi sono più o meno questi, altro che governo di legislatura. Con questa operazione la gente capisce di non avere rappresentanza nella politica, perché anche Grillo ha fallito non riuscendo a tenere il cambiamento al centro della discussione. Comincia quella macerazione delle coscienze che porta a comprendere che il sistema non è correggibile, che nessun sistema si emenda da sé, che l’unica soluzione è liberarsene. Ci vorrà tempo, ma la crisi accelera tali processi. Nessun cambiamento è possibile nel quadro della democrazia borghese, nessuna evoluzione possibile in questo sistema: occorre superare l’orizzonte capitalista.

La vecchia “cariatide” del PCI “migliorista”, la cui storia è la storia dell’attacco e dell’abbandono degli ideali di sinistra, il teorico del passaggio dal comunismo al collaborazionismo e poi al mero servilismo, è l’immagine di un paese fallito, dove ogni vitalità è stata abilmente strangolata, o raggirata e demoralizzata, per garantire il potere di suggere ancora le energie vive ad esclusivo vantaggio del capitale finanziario.

Ci hanno ingannati con una grottesca pantomima politica orchestrata in modo geniale.

La rielezione di Giorgio Napolitano, al di là dei limiti anagrafici, era  la migliore garanzia politica per il capitale finanziario internazionale. In fin dei conti è lui che ha messo a capo del governo il proconsole delle banche, garantendo quella maggioranza necessaria a far passare i provvedimenti di macelleria sociale varati da Monti. Ma, nelle condizioni date, la sua riconferma poteva essere presentata solo come necessità da ultima risorsa.

Questa riconferma ha lo scopo di ricompattare il quadro politico borghese per permettergli di affrontare a muso duro la protesta sociale emergente e di infliggere nuovi colpi al popolo italiano. Nella crisi post-elettorale, Napolitano ha caldeggiato l’ipotesi delle “larghe intese” che sono la formula politica di questo ricompattamento.

Ha iniziato dichiarando la sua indisponibilità, il suo desiderio di distaccarsi dal compito, di non accettare la rielezione, un’ottima copertura per lavorare allo scopo opposto. Era evidente che i partiti che avevano appoggiato il governo Monti, cioè PD e PDL, dovevano continuare poiché il blocco sotterraneo aveva funzionato. Tuttavia occorreva tacitare o demoralizzare la protesta montante, canalizzarla e ricondurla nell’alveo istituzionale fin dove fosse stato possibile. A quel punto affiora Grillo, ma si verifica un imprevisto: l’indignazione della gente è così intensa da consegnare a Grillo molto più di quanto serviva ad una mera opposizione simbolica.

Che fare? Innanzitutto occorreva rendere impraticabili altre soluzioni che non fossero le “larghe intese”, compito svolto da Grillo molto egregiamente. In secondo luogo, svalutare al massimo possibile il voto di protesta ed in ciò Grillo ha trovato un alleato davvero abile, Bersani, che ha fatto girare a vuoto la politica per il tempo necessario a creare le condizioni per gli altri obiettivi. In terzo luogo, eliminare ogni concorrenza a Napolitano: la “remissività” di Berlusconi ha questo significato. E nel frattempo il socio di Berlusconi, D’Alema, uno specialista degli agguati politici, ha mosso i suoi uomini, reclutando anche Renzi, per bruciare tutti i concorrenti.

Infatti, cento voti in meno (i cosiddetti “franchi tiratori”) non si possono improvvisare, ma rappresentano un’operazione ben congegnata ed organizzata. Fallito tutto, rispunta il nome di Napolitano e tutto resta come prima. E adesso che il blocco politico borghese si è ricompattato e che dispongono di un presidente dirigista che detta la linea, ora che la protesta è stata demoralizzata dalla sconfitta, si andrà avanti con la politica inaugurata da Monti e stavolta col sostegno del blocco politico borghese nel suo insieme.  Ma c’è un elemento decisivo che hanno dimenticato in tutto ciò ed è la crisi.

E il cambiamento? Resta una chimera. Nessun sistema politico si emenda da sé: è la lezione trasmessa dalla cronaca politica più recente, che ormai è storia.

Lucio Garofalo


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L’insostenibile leggerezza dello spread

“Lo spread , la detestata spia del costo del debito, continua a sgonfiarsi fino a sotto i livelli di prima delle elezioni dall’esito più surreale nella storia repubblicana. La Borsa nel frattempo sta registrando segnali di ottimismo. Nell’ultimo anno, mentre il lavoro e le imprese vivevano la più grande devastazione registrata in tempo di pace, il principale listino di Milano è positivo: chi avesse investito un anno fa, oggi starebbe guadagnando un invidiabile 6,7%”. E’ un breve estratto di un editoriale apparso ieri sul Corriere on-line, dal titolo L’illusione di avere tempo, firmato da Federico Fubini.

spread-BTP-Bund-composto-ITALIA-2-5-10-20-anniSembra un paradosso per un paese devastato dalla crisi e dove cresce senza rimedio la miseria sociale. Sembra, ma in economia tutto ha una logica ferrea e nulla accade per caso, senza un fine predisposto dal capitale finanziario internazionale. Dunque, da dove viene e come si sostanzia l’euforia degli acquirenti dei titoli di stato di un paese che versa in queste disastrate condizioni? L’effetto di questa discesa dello spread è, ovviamente, un allentamento della tensione finanziaria e la possibilità di evitare nuovi ricorsi alle tasse per questioni di pareggio, un aumento della liquidità dello stato, ecc.

Poiché lo spread è un valore comparativo tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi per quanto riguarda il loro rendimento (e la loro solvibilità) e poiché non sono pensabili né cedimenti dei titoli tedeschi, né rivalutazioni della base di stima dei titoli italiani, ecco che spunta fuori l’incognita. Che l’Italia sia al limite della sua solvibilità è un dato di fatto: 100 miliardi di interessi sul debito pubblico sono insostenibili per il nostro paese e questo limite implica un rischio di inceppamento dei meccanismi di riscossione, una defezione fiscale generalizzata nella forma di un conflitto con contenuti di classe. E’ già accaduto, sta già accadendo in paesi troppo stressati dal prelievo fiscale e dal taglio della spesa pubblica come, ad esempio, il Portogallo e la Grecia. Allora, il problema posto al capitale finanziario internazionale è il seguente: come evitare che l’eccesso di sfruttamento di interi paesi possa generare una rivolta fiscale diffusa ed il rifiuto di continuare a pagare a questo regime usuraio oppure di continuare a pagare tout-court?

Meglio lasciare respirare le finanze dei paesi spremuti finora, abbassando la tensione finanziaria e sociale, e magari abbassando le quote del cosiddetto fiscal compact. Nella fattispecie, l’abbassamento dello spread significa allontanare l’imminenza di una conflittualità il cui oggetto del contendere potrebbe diventare lo stesso meccanismo di estrazione del plusvalore complessivo dell’Italia. In altri termini: “paghino di meno, ma continuino a pagare”. Nel corso della storia, i casi in cui il debito pubblico è stato semplicemente cancellato di forza, sono le rivoluzioni. Quelle vere, non quelle finte o quelle compiute a metà, solo per illudere la gente che tutto sia finalmente cambiato.

Lucio Garofalo


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Il camaleontismo di Santa Romana Chiesa – Ovvero sull’elezione del nuovo papa, anzi due papi

papa-francesco1Da quanto ne sappiamo, hanno eletto papa un complice della giunta militare argentina presieduta dal tenente generale Videla, a cui è legata la tragica vicenda dei “desaparecidos”. Peggio di così il collegio cardinalizio non poteva fare. Coloro che speravano in un processo di rinnovamento e in un riscatto morale della chiesa sono stati serviti. Oltretutto si tratta di un papa gesuita, per cui temo che il nome da lui scelto, Francesco, non abbia proprio nulla da spartire con il poverello di Assisi, ma con un tale Francesco Saverio, gesuita e missionario spagnolo vissuto nella prima metà del 1500. E’ un malcostume tipico dei gesuiti quello di depistare e confondere la pubblica opinione.

Tuttavia, l’analisi sul ruolo della chiesa in un mondo attraversato dalla crisi irreversibile del capitalismo, deve corrispondere alla realtà storica di Santa Romana Chiesa, che non a caso rappresenta l’unica istituzione millenaria ancora in vita, l’unica erede di quella struttura piramidale propria del feudalesimo e dell’antico impero romano. Il discorso da fare è dunque più articolato e complesso e deve oltrepassare il dato superficiale. Ora di papi ce ne sono addirittura due: un “papa-ombra” ed uno ufficiale. Come impone la tradizione millenaria, dopo un papa se ne è fatto subito un altro, anzi due, ma l’indirizzo fondamentale della curia pontificia romana resta quello di trarre camaleonticamente il massimo utile possibile da qualsiasi situazione storica si manifesti.

Quando l’effetto mediatico e scenografico si sgonfierà, allora riemergeranno i problemi e i delitti che hanno forzato papa Benedetto XVI a dimettersi e riemergeranno tutte le contraddizioni che lacerano nel vivo la chiesa cattolica romana. Ed allora si capirà che la “teologia della liberazione”, che Wojtyla in qualità di pontefice e Bergoglio in veste di prelato, hanno ferocemente osteggiato, fino all’assassinio di vari esponenti ecclesiastici, era in effetti la sola possibilità rimasta, nel continente latino-americano ed in quello africano, per uscire dalla contraddizione insanabile esistente tra il vangelo e il potere.

D’altronde, benché lo stato della chiesa non sia troppo in salute e rifletta la crisi complessiva in cui versa la società capitalista, la chiesa ha conosciuto altre tempeste. In questo momento storico la chiesa sa che deve aderire, almeno sul piano verbale e formale, alle istanze ed alle rivendicazioni provenienti dai popoli della terra. Deve schierarsi con i poveri, almeno a chiacchiere, predicando bene, seppur razzolando male, anzi malissimo. Si sa che sul terreno delle prediche i preti giocano in casa e la storia insegna che sono maestri eccellenti e campioni insuperabili. Nel contempo non sono così ottusi e miopi come i capitalisti. Insomma, l’attuale corso politico di Santa Romana Chiesa sembra orientato verso una sorta di “pauperismo” in salsa vaticana. Per convenienza, la chiesa si avvicinerà alle masse umili e diseredate del pianeta. Ripeto e sottolineo: per convenienza. Non è un caso che la chiesa sopravviva da duemila anni, mentre il capitalismo conta appena pochi secoli di vita ed è in crisi da almeno cent’anni.

Aggiungo altre osservazioni al ragionamento esposto finora. Ciò che bisognava decidere non era solo il nome del nuovo papa, bensì pure come stare oggi nel mondo e come fermare la deriva che sta svenando la chiesa. Il problema per il papato non è tanto l’Europa o il nord America, continenti nei quali la funzione ideologica del cattolicesimo è già persa quasi del tutto. Il vero dramma è costituito dalle chiese africane, latino-americane e di altre regioni del mondo che navigano verso la scissione. Questi pezzi di cattolicesimo sono pressati fino all’inverosimile dai bisogni delle masse: volenti o nolenti devono schierarsi coi poveri del mondo per non esserne respinti. Ecco perché Obama ed altri potenti si sono subito affrettati a definire il papa neo-eletto come “un amico e un difensore dei poveri”. Ma quanto più aumentano di intensità i disagi e le sofferenze dei popoli, tanto più essi rivendicano quella eguaglianza promessa dai Vangeli e vogliono conquistarla. Una chiesa priva di credito morale è fragilissima, una chiesa senza credito sociale è isolata, così come accade oggi nei paesi più avanzati del mondo occidentale.

La chiesa si trova di fronte ad un vicolo cieco: per continuare ad essere ciò che è dovrebbe opporsi all’umanità, per essere col mondo dovrebbe invece rinnegare ciò che essa è stata finora. Non può fare nessuna delle due cose, può solo mascherarsi, tentare di mediare, ma durerebbe assai poco nell’instabilità generale della crisi del capitalismo.

E’ alquanto probabile che la chiesa continuerà a morire per incoerenza e per dissanguamento. Perciò l’urgenza prioritaria della chiesa vaticana in questo momento storico in cui le istanze e le rivendicazioni economico-sociali dei popoli si fanno sempre più pressanti, è di riacquistare un’immagine di credibilità per arrestare l’emorragia interna, anzitutto all’interno delle chiese latino-americane. Dal punto di vista del cattolicesimo l’America latina rappresenta un fallimento storico di proporzioni epocali.

In realtà le persone che sono statisticamente considerate di credo cattolico sono, per l’appunto, solo un dato statistico truccato. In Brasile la chiesa cattolica è oggi una minoranza rispetto ad altre religioni e alle stesse confessioni cristiane. In Argentina, il ricordo della sua complicità con una delle più criminali e ripugnanti dittature ha marcato per sempre l’animo popolare. I seminari sono vuoti, le chiese sopravvivono solo nella misura in cui danno assistenza alimentare ai poveri e solo nei quartieri periferici di Buenos Aires. La diffidenza verso il cattolicesimo sottintende un giudizio di falsità della sua reale funzione. Inoltre la pedofilia, praticata su larga scala dai religiosi comporta un odio popolare difficilissimo da superare. E molti onesti preti, vescovi e qualche cardinale postulano una chiesa indipendente da Roma, rifondata sulla coerenza e sulla partecipazione dei fedeli. Questa parte del clero, spesso profondamente legata ai drammi sociali di quelle popolazioni, si rende conto che per essere creduto deve distaccarsi da ciò che attualmente la chiesa è per rifondare una comunità ecclesiale che corrisponda al desiderio di giustizia sociale e di progresso dei popoli latino-americani.

E a noi comunisti penso che dovrebbero interessare proprio quelle istanze e quelle rivendicazioni con cui i popoli stanno pressando e soffocando la chiesa cattolica romana.

Poiché il mio ragionamento intende concentrarsi sul ruolo del nuovo pontefice, rammento che mentre il pontificato di Wojtyla dietro cui agiva, nemmeno tanto nell’ombra, in veste di consigliere, l’allora cardinale Ratzinger, ha avuto il mandato di liquidare il socialismo reale dell’Est europeo, il nuovo pontificato avrà probabilmente il compito di liquidare il capitalismo, per promuovere la cosiddetta “terza via”, cioè l’alternativa (si fa per dire) rappresentata da Santa Romana Chiesa. Naturalmente è solo una mia impressione personale, ancora molto vaga. Ma si intravedono già alcuni indizi in tal senso. Sta di fatto che nell’odierna fase storica, percorsa da una crisi epocale che non è solo di natura economica, la chiesa è costretta a riavvicinarsi ai popoli della terra.

E non dobbiamo dimenticare che in queste strategie camaleontiche la chiesa è una vera specialista, una campionessa mondiale, per cui non conviene sminuire le sue ambizioni.

Sia chiaro un punto. Non sono così sciocco da sostenere che il Vaticano si sia convertito al comunismo o sia diventato anti-capitalista. Sto solo affermando che le ambizioni del Vaticano non riguardano il breve o medio termine, ma si proiettano sempre nel lungo periodo, per cui non vanno sottovalutate. In questo momento storico, contrassegnato da una crisi epocale ed irreversibile che investe il sistema capitalista su scala globale, la chiesa, con tutti i suoi gangli e le sue ramificazioni sparse nel mondo, ha intercettato gli umori e le sofferenze dei popoli ed è costretta, per poter sopravvivere alla crisi ed al tracollo finale del capitalismo, a mostrarsi secondo lo spirito evangelico, cioè ad apparire una chiesa pauperistica e francescana. Ripeto: a mostrarsi. Ed è appunto questa la strategia camaleontica che la chiesa sa di dover adottare in questa fase, come ha fatto nel corso dei duemila anni di storia. Altrimenti si sarebbe già estinta da tempo.

Lucio Garofalo