LA CONOSCENZA RENDE LIBERI

per favorire l'incontro di idee anche diverse


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Giuristi per caso

Riporto integralmente il testo di un bell’articolo di Marco Travaglio (da “L’Espresso” di questa settimana, a pagina 15):

Sentendo parlare Berlusconi, viene il dubbio che i suoi onorevoli avvocati, forse per un eccesso di umana pietà, non l’abbiano bene informato su quel che rischia dal processo Ruby.  Infatti dice serafico: “Accuse infondate e risibili: il dirigente della polizia che sarebbe stato concusso nega di esserlomai stato e la minorenne nega di aver mai avuto avances o rapporti sessuali e afferma di essersi presentata come ventiquatrenne.”

 Non gli hanno spiegato che, per la concussione, non è necessario che il concusso si dichiari tale: trattandosi di un’estorsione commessa da un pubblico ufficiale, essa pone il concusso in uno stato di sudditanza. Di solito, nei processi per estorsione, la vittima del racket nega di aver pagato il pizzo, eppure chi gliel’ha imposto viene condannato lo stesso. Per la prostituzione minorile, basta provare che la prostituta era minorenne, non che l’indagato lo sapesse: se no lo sapeva, peggio per lui (altrimenti non si riuscirebbe mai a condannare nessuno).

Aggiungo io: un caso analogo vale per la ricettazione. Se compero e rivendo roba rubata, non implorta che ne conoscessi o no la provenienza, per farmi condannare basta che io l’abbia comperata e venduta. E la ragione è evidente: altrimenti basterebbe che un ricettatore dicesse “io non lo sapevo” per farla franca. Ma proseguiamo con Travaglio (ndr).

E’ dunque consigliabile un corso accelerato di diritto penale non solo per il premier  imputato, ma anche per la legione di commentatori che si esercitano sul caso Ruby. Maurizio Belpietro, giurista per caso, ripete che il Cavaliere è in una botte di ferro: “Se la Procura non incrimina i funzionari della Questura per aver rilasciato Ruby dopo la sua telefonata, è evidente che lui non li ha costretti a fare nulla di illecito.” Ma per la concussione non occorre che il concusso faccia qualcosa di illecito: basta che il concussore, “abusando della sua qualità o dei suoi poteri”, lo “induca” a “dare o promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità”.

Tradotto, per le teste dure: se un vigile urbano mi minaccia di darmi una multa se non gli lavo la macchina, è concussione, anche se non è illecito (ma indebito sì), lavare la macchina di un altro. Capito, mediolungo e soci? Proseguiamo (ndr).

Ora, il pm minorile aveva raccomandato di trattenere Ruby o di affidarla a una comunità, invece i funzionari la affidarono “indebitamente” alla consigliera regionale Nicole Minetti ed, essendo vittime della concussione, non sono perseguibili. Piero Ostellino, in uno dei venti-trenta articoli pro Berlusconi scritti sul “Corriere”, sempre con l’aria di difendere il liberalismo a nome di Locke, Stuart Mill, Toqueville e gli altri spiriti guida, insinua che “l’inchiesta sul capo del governo, e le relative intercettazioni, sarebbero partite prima della famosa telefonata in Questura, cioè prima di qualsiasi notitia criminis… un abuso di potere tipico dei regimi dittatoriali.” Due giorni dopo, sempre sul “Corriere”, Ernesto Galli Della Loggia ripete: “Qual era la notitia criminis che prima della famosa notte della Questura ha indotto a mettere sotto controllo la villa di Arcore?” Tutte balle. L’indagine partì a giugno e le intercettazioni a luglio, dunque dopo la notte della Questura (27 maggio): e mai fu controllata la villa di Arcore: lo furono solo i cellulari delle ragazze invitate dal trio Mora-Fede-Minetti, sospettato di organizzare un giro di prostituzione. Per scoprirlo non occorre nemmeno conoscere i codici. Basterebbe che gli opinionisti del “Corriere” legessero le cronache del “Corriere”.


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Il falso mito del “carisma” di B.

 

Fu vero leader? …ai posteri l’ardua sentenza. Nel frattempo, permettetemi qualche dubbio in proposito. Dall’inglese, “to lead” significa “guidare”, “farsi seguire”. Il che implica che se c’è un leader debbono esserci, per definizione, dei followers: coloro i quali lo seguono. Ma l’idea stessa del guidare e del seguire implica un moto, un dirigersi verso un fine, una meta. L’avere una direzione.

Ed è qui che possiamo fare una prima distinzione. Esistono leader che si fanno seguire per un ideale che implica un futuro migliore e di progresso (Gandhi, M.L.King, solo per citarne due arcinoti) ed altri che si fanno seguire assecondando gli istinti peggiori della gente (persino scontato Hitler). Nella seconda categoria, quella dei leader “negativi” possiamo annoverare coloro i quali non avrebbero seguito se non sulla base del terrore e della menzogna (ancora Hitler, ma anche Stalin). Insomma, ci sono leader e leader.

E Berlusconi? Berlusconi incarna un modello abbastanza originale di leader. Il leader che potremmo definire “assolutorio”. La gente lo segue perché – come dice Severgnini – è lui stesso un’assoluzione ambulante.

Se lui, potente ed osannato, evade le tasse, corrompe i giudici, si abbandona alle orge, fa regolarmente la figura del parvenue maleducato nelle cerimonie ufficiali, diffama gli avversari, piega le regole a proprio vantaggio ed occupa la posizione che occupa, se lui dall’alto dello scranno su cui siede “sdogana” anche il razzismo, l’egoismo localista e Faccetta Nera in nome del pragmatismo, allora cosa vuoi che sia se io non mi faccio fare la fattura dall’idraulico, se parcheggio in seconda fila, se evado a mia volta, se cerco la “spintarella”, se disprezzo il diverso e il più povero (avete notato che il peggior insulto oggi è “sfigato”?)… Insomma, ecco perché metà – o poco meno – degli Italiani ancora lo seguono: perché è il monello che c’è in noi, è il proprio porco comodo che diventa lecito e anzi si vanta della sua – della nostra – furbizia.

Ne consegue il disprezzo per le regole e l’invettiva contro il moralismo, lo sbrago totale dei costumi e dell’educazione, il dileggio verso la cultura ed i libri, sino all’esaltazione dell’egoismo come virtù (questa viene da lontano, chi si ricorda il “gene egoista”?), che Albanese ha reso benissimo con Cetto La Qualunque quando grida dal palco del comizio di voler fare, per i poveri e i bisognosi, una “beata minchia”. Ed ecco la vera ragione per la quale il trionfo del berlusconismo ha implicato, necessariamente, la sconfitta del senso civico e dell’altruismo della sinistra e del cattolicesimo progressista: il comunismo e lo stalinismo non c’entrano una cippa, è fumisteria ideologica. Il vero bersaglio è la coscienza in senso etico. Come ebbe a dire Gaber, “non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”. Perché lo temo? Basta guardare lo sguardo beota e soddisfatto di sé del cretino qui sopra, per capirlo.


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Uno scenario da incubo (?)

NEL NOSTRO FUTURO 

UN BERLUSCONISMO SENZA B.?

 

A me, quelli che si mettono a prevedere il futuro, sono sempre stati antipatici.

Però, questa volta, in via puramente ipotetica, e senza alcuna pretesa divinatoria, vorrei sottoporre a chi legge qualche ipotesi che mi pare sensata.

La premessa è che Berlusconi cada a breve. La domanda è: e dopo?

Vorrei tralasciare qui ciò che potrebbe avvenire nell’immediato – non mi interessa qui immaginare quali percorsi seguirà la caduta del berlusconismo: se attraverso elezioni anticipate o mediante un governo tecnico o di larghe intese eccetera eccetera.

Mi piacerebbe, ma non posso, perché molto del “dopo” dipenderà ovviamente dal “come” Berlusconi cadrà.

L’assunto di fondo è che cadrà per una sola ragione: ora che i poteri che lo hanno sostenuto per 16 anni hanno visto crearsi le condizioni per un assetto culturale (in senso sociologico, beninteso…) e istituzionale di destra (il Marchionismo secondo me è stata una prova generale, come lo fu a suo tempo i pestaggio del G8 di Genova o l’assalto all’articolo 18), Berlusconi non serve più, e oltretutto è diventato davvero impresentabile a livello internazionale.

Quindi si affrettano a scaricarlo, a cominciare dal Vaticano, proseguendo con gli USA e i circoli conservatori dell’Occidente, per finire con i piduisti di casa nostra e il revanscismo neofascista ne noantri.

 Proviamo a immaginare due o tre scenari.

a) Elezioni anticipate. Molto dipende dalla Lega, ma è chiaro che non riuscirà a portare a casa il federalismo per intero. In questo caso, al di là dell’immediata convenienza elettorale, Bossi si troverà in una situazione scomoda: infatti non potrà che restare fedele, formalmente, al PDL, ma sapendo che si troverà all’opposizione per una legislatura (o peggio, che per governare dovrà venire a patti con il terzo polo, un’ipotesi che vede come il fumo negli occhi perché logorerebbe l’azione della Lega e durerebbe poco).

a.1 – Se alle elezioni il Cavaliere ottiene una vittoria di Pirro (ha la maggioranza in un solo ramo del Parlamento, o comunque con un margine troppo esiguo), siamo daccapo e il suo logorio entra in fase terminale – anche perché nel frattempo vengono al pettine un sacco di grane processuali. A questo punto tanto varrebbe per la Lega, il Vaticano eccetera eccetera scaricare subito Berlusconi e abbandonarlo al suo destino.

a.2 – Ma se non avesse la maggioranza? Se non l’avesse, stando ai sondaggi di ora, non l’avrebbe nessuno. Un’ipotesi da brivido, che non vuole nessuno a partire dal Colle. Ecco perché è probabile che non si voti a breve.

b) Dimissioni e reincarico (Berlusconi bis): ipotesi più probabile, ma che presuppone come minimo l’ appoggio esterno da parte dell’UDC o di FLI. Ammesso e non concesso che la Lega l’accetti, è uno scenario molto simile a quello già più sopra descritto (a.1)

 c) Governo tecnico con l’obiettivo di traghettare il Paese a una nuova legge elettorale (ammesso e non concetto che funzioni, durerebbe ben poco).

Come che vada, l’establishment è alla ricerca disperata di una via di uscita che servirebbe in realtà solo per prendere tempo e consentire il dissolvimento del PDL in partiti e partitini minori, destinati a venire fagocitati da Bossi. Casini e Fini. Berlusconi? Il modo di salvargli il culo lo troveranno, vedrete. Nella peggiore (per lui) delle ipotesi continuerà a gestire gli affaracci suo dall’estero, magari da una dacia sul Mar Nero (Hammamet? No, già visto), atteggiandosi come al solito a esule e perseguitato politico, mentre manterrebbe (scommettiamo?) intatto il suo impero mediatico e finanziario intestandolo a figli e prestanome. Gli concederebbero insomma una immunità in cambio della sua uscita di scena.

Ma quel che più mi interessa è l’evoluzione successiva.

Assisteremo davvero all’affermarsi di un centro destra serio, europeo, davvero democratico, legalitario e liberale? Ho i miei dubbi. Dopo oltre vent’anni di sdoganamenti, il mercato elettorale del razzismo, del neofascismo e dell’evasione fiscale vale (faccio una stima) un buon 30%. Quali spazi avrebbe un centro destra serio?

 Più probabile che il Terzo Polo venga a patti con la Lega. Quello che potrebbe avvenire (Dio non voglia!) è quindi lì evoluzione del berlusconismo senza Berlusconi. Rischiamo di ritrovarci le stesse facce patibolari, lo stesso razzismo, la stessa fobia antilaburista e antiecologista, di oggi, solo con qualche cautela in più sul piano della legalità e qualche figura di merda in meno sul piano della ribalta internazionale.

E un berlusconismo così rischiamo di non levarcelo di torno mai più.


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Ancora sull’ideologia berlusconide / 3

Affronterei ora i primi tre punti dell’ideologia berlusconide , e cioè:
1. “Meno stato, più mercato” è l’idea di fondo del liberismo, che però B. & C. vorrebbero portare a,lle estreme conseguenze con il cosiddetto principio di sussidiarietà: secondo il quale l’intervento statale è lecito solo ed esclusivamente laddove non arriva la mano del mercato a risolvere le questioni.
2. Il privato è sempre meglio del pubblico. La mano pubblica viene identificata come l’origine ed il ricettacolo di ogni nequizia: dalla corruzione all’inefficienza, dai cosiddetti “privilegi” alle infiltrazioni mafiose, eccetera eccetera.
3. L’idolatria dell’imprenditore e del manager: discende direttamente da (a) e (b), e pone al centro dell’azione politica l’uomo d’azienda, simbolo di azione, efficacia, decisionismo, efficienza, competenza. Ne derivano molte “parole d’ordine” , come la locuzione “l’azienda Italia” e l’idea che per risolvere l’inefficienza del settore pubblico occorra mettervi a capo dei manager.
Sul punto 1, non voglio annoiare il lettore su questioni da intenditori, tipo l’eredità di Ricardo, di Adamo Smith e di Keynes. Mi limito a poche riflessioni.

Anzitutto, l’assunto di fondo è che il mercato si autoregoli. Quante volte vi siete sentiti dire che se siamo un regime di concorrenza perfetta tutti se ne giovano? Spesso, vero? “Loro” vi spiegherebbero che in concorrenza perfetta le diverse aziende, per contendersi il favore dei clienti-consumatori, si farebbero in quattro: migliorando la qualità del prodotto e del servizio, ed abbassando i prezzi, proprio per battere la concorrenza.

La logica conseguenza sarebbe che il privato è sempre meglio del pubblico, che operando in regime di monopolio finisce con il disinteressarsi degli utenti-clienti per favorire i propri interessi clientelari e alimentare le sacche di corporativismo, con il solo scopo di mantenere dei parassiti.

Sarebbe tutto vero, se alla prova dei fatti non si fosse rivelato, sin troppe volte, una bufala grossa come una casa. Proprio nei settori di prima necessità (alimentari, energia, sanità, infrastrutture, edilizia, eccetera eccetera) ciò che si verifica quasi sempre è la formazione di cartelli in cui poche grandi aziende si spartiscono la torta, mantengono i prezzi alti e trattano il consumatore da suddito cretino propinandogli un sacco di fregature.

Basti pensare a come siamo trattati dalle banche, dalle assicurazioni, dalle compagnie petrolifere. Basti pensare a come si comportano le grandi multinazionali alimentari (una su tutte, la Monsanto), o a come agiscono le compagnie telefoniche, le grandi imprese di costruzioni. Non dimentichiamo che laddove c’è il corrotto (il politico, il pubblico) c’è anche chi corrompe (l’imprenditore, il privato).

Basti pensare allo sfacelo del territorio, delle risorse, dell’ambiente compiuto da tutte le industrie chimiche del mondo, private o pubbliche senza distinzione.

Basta pensare alla scuola. Sino a fine anni ’80 la nostra istruzione era ai livelli dei migliori paesi del mondo, oggi è in declino. Perché? Per il continuo dirottamento di risorse dal pubblico alle scuole private: che poi nella maggioranza dei casi sono di estrazione cattolica…

Basti pensare alla sanità italiana, che con tutte le sue magagne è ancora di gran lunga migliore rispetto per esempio a quella degli USA (che pure è interamente privata, almeno sino al 31 dicembre 2010). Sul fatto poi che il settore pubblico sarebbe il terreno di coltura ideale per le infiltrazioni mafiose nella società, viene da ridere: forse che i mafiosi non sono imprenditori PRIVATI?

Quanto al presunto monopolio statale, c’è un equivoco di fondo. Non è assolutamente scritto da nessuna parte che un’azienda statale, per il solo fatto di esistere, debba per forza operare in regime di monopolio. Così come non è affatto detto che un settore ad imprenditoria privata non possa conoscere le storture, se non del monopolio, quanto meno dell’oligopolio.

Per finire con l’idolatria dell’imprenditore e del manager: certo, non di rado le aziende private sono economicamente più efficienti di quelle pubbliche. Grazie tante, sono organizzazioni a fini di lucro. E’ logico che le aziende private, se sopravvivono, lo fanno perché hanno i conti in attivo. Mentre quelle pubbliche, non avendo il lucro come scopo, spesso vanno “in rosso” e i loro debiti devono essere ripianati dalla collettività. Grazie tante, ma nel frattempo non si considera mai che sono in rosso anche perché hanno offerto servizio pubblico a prezzi – diciamo così – popolari, redistribuendo di fatto del reddito.
Ma per tornare all’imprenditore e quindi al manager che ne cura gli affari, quello che nessuno diceva mai – e che invece sommessamente molti economisti cominciano a dire – è che la sua efficienza è sempre e solo, prioritariamente, pro domo sua, non certo in favore della comunità. Non c’è alcuna prova che un imprenditore di successo, arrivato al potere, metta la propria efficienza al servizio del bene comune. Assai più probabile che faccia proprio il contrario, ponendo il proprio potere al servizio dei propri interessi.
Non parlo solo di Berlusconi (sarebbe sin troppo ovvio), ma anche della famiglia Bush, che ha scatenato guerre planetarie e alimentato porcherie d’ogni genere pur di favorire i propri affari petroliferi.
La sanità pubblica sarà pure inefficiente, ma scandali come quello della Casa di Cura Santa Rita sono privati.
Sia chiaro, queste mie righe non vogliono essere una apologia del comunismo, i cui disastri sono sotto gli occhi di tutti; sto solo dicendo che da qui, a sostenere che siccome il capitalismo non ha alternative, allora bisogna consentire che il capitalismo si sviluppi nel modo più sregolato e selvaggio possibile, ce ne corre.
In altre parole, non è tanto una questione di assetto (totalmente o parzialmente privato), quanto di etica pubblica. E questa, l’etica pubblica, non può prescindere da due cose: l’educazione civica e regole da far rispettare agli attori del mercato.
Proprio le due cose, signori miei, che Berlusconi ha cercato di distruggere con tutto il proprio impegno.


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Bizzarrie berluscoMiche e astrusità istituzionali (berlusconismo come ideologia/2)

Per una volta, partirei dal fondo, cioè dal nr. 15: “se cade il governo si deve ri-votare”, e dal nr. 14: “il capo del governo è l’unica autorità legittimata dal voto popolare.”
Primo, non è vero che sia l’unica: c’è anche il Parlamento. Secondo, dove mai è scritto che in democrazia sono legittimate solo le cariche elettive? I magistrati non sono eletti dal popolo. I commissari di polizia, tanto meno. Non parliamo dei vigili urbani. Ma nemmeno il Presidente della Repubblica è eletto dal popolo. E nemmeno la Corte Costituzionale. Quindi l’idea che la democrazia coincida sic-et-simpliciter con il voto è quanto meno bizzarra. Per fare solo qualche esempio storico, Hitler e Mussolini vennero eletti. In pieno impero romano (un notevole esempio di autocrazia), non poche cariche pubbliche erano elettive (per esempio, gli edili).

Ma soprattutto è bizzarro che “se cade il governo si deve ri-votare”: secondo questo ragionamento, se il Parlamento sfiducia l’esecutivo, viene sciolto – il presupposto quindi è che il parlamento è legittimato a far leggi solo se si trova d’accordo con il capo del governo. Bizzarro, vero? In altri termini, l’organo controllante (il Parlamento) deve star bene attento a quello che fa, perché se osa ritirare la fiducia all’organo controllato (il governo), decade immediatamente. Con tanti saluti al primato del parlamento stesso, che fino a prova contraria è anch’esso eletto dal popolo, ed essendo un organo collegiale è tendenzialmente più democratico della presidenza del consiglio che, per definizione, è una carica occupata da un singolo cittadino.

Ed infatti è proprio qui una delle prime storture del quasi ventennio berlusconico: la pretesa che il parlamento sia semplicemente la stanza delle ratifiche delle decisioni governative, né più né meno qual era il Senato Romano sotto l’Impero (nel periodo repubblicano no, era un’altra storia).

“Ma sulla scheda elettorale c’è indicato il nome del candidato alla presidenza del consiglio”, argomentano alcuni. Certo, e infatti è invalsa la prassi (corretta) di assegnare al candidato della coalizione che ha vinto le elezioni politiche l’incarico di formare il nuovo governo. Ma ciò non toglie che il medesimo, subito dopo, deve ottenere la fiducia di entrambi i rami del Parlamento, proprio perché in Italia l’Esecutivo risponde al Legislativo, e non viceversa.

Ragionando per ipotesi, supponiamo che la coalizione “X” vinca le elezioni. Il Capo dello Stato incarica quindi il suo candidato, signor Pepito Sbezzeguti, di formare il nuovo governo. Costui lo fa, ma subito dopo, per una botta di megalomania o perché ha bevuto un po’ troppo, si presenta al Parlamento asserendo che il suo governo intende dichiarare guerra alla Germania, combattere la mafia bombardando Palermo, costruire un ponte che congiunga Genova a Olbia e portare a zero le tasse. E’ palese che, in questo caso, la “colpa” non sarebbe certo né dei parlamentari che hanno vinto le elezioni, né tanto meno di quelli – pur democraticamente eletti – che appartengono alla coalizione perdente. Per quale motivo costoro non dovrebbero negare la fiducia a un pazzoide, pena l’immediato ritorno alle urne?

L’esempio che ho fatto è volutamente paradossale, ma se anziché una settimana dopo le elezioni, il governo perde la fiducia dopo due anni, per quale motivo il Parlamento dovrebbe avere meno ragione a negarla?


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Del Berlusconismo come ideologia

Signori, a quanto pare ci si avvia verso il tramonto politico di Berlusconi. E figuratevi se non ne sono contento.
Tuttavia, avverto la necessità di affrontare taluni argomenti, qui, che non mi sembrano al centro del dibattito. E invece dovrebbero.
Dovrebbero, perché:
1. Siamo probabilmente alla vigilia di una campagna elettorale decisiva
2. Anche se B. si avvicina al suo tramonto (incrociamo le dita però perché ancora non è detto, e finché non lo vedo mandare fax da Hammamet, anzi da Antigua, non ci credo), ciò che è ancor lungi dal tramontare è la sciagurata ideologia che si chiama berlusconismo.
“Ideologia? Ma non erano finite le ideologie?”
Nossignori. B. e soci hanno decretato la fine di due ideologie: il comunismo, per ragioni sin troppo ovvie di convenienza; e il fascismo, per apparente par condicio e per non farsi accusare di fascismo essi stessi.
L’unica ideologia ammessa (all’unica condizione di non chiamarla così) è la loro.

Intendo quindi aprire una serie di post su alcuni presupposti errati che stanno alla base del berlusconismo, smontandoli sul piano teoretico e storico (ma non di rado, persino sul piano della pura e semplice logica).
Il berlusconismo si regge su alcuni assiomi di fondo, che come tali vengono dati per veri a priori, senza bisogno di dimostrazione, e da quelli discende tutta una serie di conseguenze filosofiche e quindi politiche.
Li provo ad enumerare, senza dar loro un ordine particolare.
1. “Meno stato, più mercato” è l’idea di fondo del liberismo, che però B. & C. vorrebbero portare a,lle estreme conseguenze con il cosiddetto principio di sussidiarietà: secondo il quale l’intervento statale è lecito solo ed esclusivamente laddove non arriva la mano del mercato a risolvere le questioni.
2. Il privato è sempre meglio del pubblico. La mano pubblica viene identificata come l’origine ed il ricettacolo di ogni nequizia: dalla corruzione all’inefficienza, dai cosiddetti “privilegi” alle infiltrazioni mafiose, eccetera eccetera.
3. L’idolatria dell’imprenditore e del manager: discende direttamente da (a) e (b), e pone al centro dell’azione politica l’uomo d’azienda, simbolo di azione, efficacia, decisionismo, efficienza, competenza. Ne derivano molte “parole d’ordine” , come la locuzione “l’azienda Italia” e l’idea che per risolvere l’inefficienza del settore pubblico occorra mettervi a capo dei manager.
4. “La lotta di classe è un reperto archeologico.” E’ una vecchia fissazione della destra, che trovò piena attuazione nel sistema corporativo fascista. I poveri e i proletari se ne stiano buoni buoni, che a loro ci pensiamo noi.
5. Nel frattempo, il governo deve solo badare al benessere delle imprese, perché si può distribuire ricchezza solo se le aziende sono nelle condizioni di produrne. Siccome però lo stato liberista non può intervenire nella libera contrattazione tra gli attori sociali, e la lotta di classe è negata, ecco che ogni rivendicazione sindacale viene delegittimata ed etichettata come “difesa di privilegi”.
6. “Con la cultura non si mangia”. Credo fosse Goebbels a dire qualcosa di simile, anche se in modo più brutale, negli anni Trenta, quando affermò che ogni volta che sentiva la parola cultura gli veniva voglia di impugnare la pistola. In altre parole, ciò che conta (l’unica cosa che conti davvero) sono i “dané”, ed il successo economico è l’unico mezzo per misurare la qualità dell’essere umano. Le conseguenze di questa impostazione sono devastanti, dallo sfascio della scuola pubblica, dell’Università e della Ricerca, all’abbandono dei beni culturali e paesaggistici, ma anche all’idea che l’istruzione abbia senso solo ed esclusivamente se “prepara al mondo del lavoro”: la scuola non deve più formare cittadini consapevoli, ma tecnici per l’industria ed i servizi (privati, beninteso).
7. Sarebbe bene avere successo in maniera onesta, ma si sa: siccome la competizione è spietata, e agli imprenditori tocca misurarsi anche con concorrenti non proprio pulitissimi, per stare al passo con i tempi e mantenere profittevoli le imprese occorre mettersi a pagare meno tasse (magari evadendole con il beneplacito del governo), aggirare le norme antinfortunistiche, eccetera.
8. Siccome le aziende sono in mano agli imprenditori, e gli imprenditori investono in esse solo se si sentono sempre più ricchi (e se guadagnano sempre più a breve termine, e con il minor rischio possibile), occorre far si che gli imprenditori possano guadagnare, guadagnare, guadagnare. A qualunque costo. Altrimenti sono legittimati a disinvestire dalle imprese – il che vuol dire tagliare posti di lavoro, e voi di sinistra non vorrete mica una cosa del genere vero?
9. L’unico progresso della società sta nella crescita economica, quindi, sull’altare della quale occorre sacrificare (o almeno far passare in secondo piano) tutti il resto. Dai diritti civili a quelli sindacali, dalla difesa dell’ambiente alle regole democratiche, dalla progressività della tassazione al welfare state.
10. Logica (?) conseguenza di tutto quanto sopra è che non importa se a governare è un losco figuro, l’importante è che faccia guadagnare quelli che mettono in moto l’economia.
11. Per quanto riguarda la competitività, siccome non può essere che un suo deficit possa dipendere dall’incapacità o dall’avidità di manager e imprenditori, i colpevoli debbono essere altri. Quindi, ecco di volta in volta il costo del lavoro, la rigidità della contrattualistica giuslavorista, la farraginosità delle nostre leggi, il peso della burocrazia (i famosi “lacci e lacciuoli”).
12. Il fatto che milioni di disgraziati premano alle frontiere del ricco Occidente a causa della fame endemica, dei regimi sanguinari, delle guerre interetniche o a sfondo religioso, non può dipendere dallo sfruttamento dell’Occidente sul Terzo Mondo, né dalla sciagurata ascesa delle multinazionali (ricordate, l’assioma è che dalle imprese non può venire che il Bene), ma solo da una specie di invidia, da parte di popolazioni sottosviluppate e straccione, che invidiano il nostro benessere e vogliono venire a portarcelo via.
13. La democrazia? E’ tollerata se si riduce al rito delle urne, purché svuotato di ogni sostanziale potere di scelta da parte del popolo, a partire dal suo diritto ad essere informato, e a finire con quello di scegliere le facce che andranno in Parlamento. IL resto dell’apparato democratico (i controlli della Corte dei Conti e della Corte Costituzionale, il ruolo di garante del Presidente della Repubblica, la vigilanza da parte della stampa, l’indipendenza della magistratura, il primato del potere legislativo su quello esecutivo, e così via) vengono percepite e fatte percepire come impedimenti all’esercizio del potere esecutivo.
14. Da (13) deriva direttamente che il capo del governo (notare che lo chiamano così, non più solo “presidente del consiglio”) è l’unica autorità legittimata dal voto popolare. Siccome quest’ultimo è tutto ciò che rimane della democrazia, ecco che si cerca di affermare che qualsiasi tentativo di sfiduciare il governo è bollato come manovra di palazzo, se non addirittura come colpo di stato. Ovvio che anche il dettato costituzionale, laddove dice che il parlamentare è eletto senza vincolo di mandato (ciò per assicurare la sua libertà di voto al di là della cosiddetta “disciplina di partito”), è vissuto come un impedimento all’azione demiurgica del Grande Manovratore.
15. Da (14), all’affermare ogni volta che se cade il governo si deve ri-votare, il passo è breve. Ma diventa ancora più breve se a dirlo è un tizio che detiene l’80% del potere di propaganda elettorale…
(continua…)


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Quante panzane, signor Silvio!

 “Una per una, le bugie di B.” E’ il titolo di un post su Bananabis, che riproduce un articolo di Tito Boeri. Confesso che tra un bagno agostano e l’altro mi era sfuggito. Mi sembra troppo lungo da riportare integralmente, così ve lo riassumo. Boeri si è preso la briga di leggersi il libretto integrale (complimenti, sai che palle…) che Berlusconi farà distribuire in autunno (lui è pronto per le elezioni…) A dire il vero, poco arrosto e molto fumo. In due anni, nonostante la schiacciante maggioranza parlamentare, ha combinato ben poco. Ma vediamo in dettaglio la sfilza di balle che il lestofante falsocrinito ci sta per propinare.

 “NON ABBIAMO AUMENTATO LE TASSE”

Sfido. Mentre tutti i governi cercano di ridurle o di aumentare la spesa…! Peccato che in campagna elettorale promettesse di ridurle (ha vinto soprattutto sulla politica fiscale, riuscendo a far credere ai gonzi che Prodi aveva aumentato le tasse ai poveri, mentre era cresciuto il gettito soprattutto per minor evasione). “Il Governo”, scrive Boeri, “ ha comunque contravvenuto non solo alla promessa fatta in campagna elettorale di ridurre le tasse, ma anche a quella di non introdurre nuovi balzelli, mettendo in mostra notevole creatività nell’introdurre una serie di nuovi prelievi. Dalla Robin tax alla “porno tax”, alle tasse sui giochi (…). Bene rimarcare che tutto è avvenuto all’insegna della redistribuzione dai poveri ai ricchi, dai cittadini ai partiti. Le entrate della Robin tax sono andate a finanziare gli organi di partito. La cedolare secca sugli affitti, l’ultima arrivata, sostituirà una tassa progressiva (che tassa proporzionalmente di più chi ha redditi più alti) con una aliquota costante, uguale a tutti i livelli di reddito. L’ICI sulla prima casa abolita a inizio legislatura era quella che gravava sulle famiglie con immobili di maggiore valore. Insomma, un trasferimento dai ceti medi ai più ricchi. Un Robin Hood che opera scrupolosamente al contrario.”

“IL PESO DELLO STATO SI E’ RIDOTTO”

Questa poi! La pressione fiscale è cresciuta dal 42,9 del 2008 al 43,2 per cento del 2009, (ultima Relazione Unificata dell’Economia e Finanza Pubblica). Tremonti afferma che ciò è dipeso dalla diminuzione del PIL, ma non può essere, visto che “anche le entrate calano insieme al prodotto in un rapporto pressoché di uno a uno”. In compenso ciò che cresce è la spesa pubblica (34 miliardi in più nel 2009). “Vero che la manovra appena varata contempla riduzioni di spesa”, dice Boeri, “ma saranno soprattutto a carico degli enti locali che hanno ampiamente mostrato in questi anni di ignorare i vincoli posti dal Governo. Le sanzioni per gli sforamenti sono troppo blande. I commissari delle Regioni che non rispettano i vincoli sono gli stessi Governatori in carica. Come dire che non c’è sanzione politica. Nel frattempo il debito degli enti locali continua a salire. Quello dei Comuni e delle Province ha raggiunto la cifra record di 62 miliardi, più di mille euro a cittadino. Nessuna traccia della riduzione del numero delle Province. E i tagli alla politica, tanto sbandierati sui media, si sono rivelati ben misera cosa. Tagli del 3,5 per cento agli stipendi dei parlamentari. Porteranno a circa 10 milioni di risparmi su di una manovra di quasi 25 miliardi.”

“SI E’ CONTRASTATA L’EVASIONE FISCALE”

Bum! Abbiamo un governo che “ha varato l’ennesimo condono, lo scudo fiscale,(…).” Inoltre, prosegue Boeri, “l’inizio della legislatura è stato caratterizzato da un’operazione di sistematico smantellamento, presentato come “semplificazione”, di un insieme di strumenti, che potevano permettere (…) di ottenere, per via telematica, informazioni utili ai fini del contrasto all’evasione. È stato, ad esempio, soppresso l’obbligo di allegare alla dichiarazione Iva gli elenchi clienti/fornitori, sono state abolite le limitazioni nell’uso di contanti e di assegni, la tracciabilità dei pagamenti, la tenuta da parte dei professionisti di conti correnti dedicati ed è stato soppresso l’obbligo di comunicazione preventiva per compensare crediti di imposta superiori ai 10mila euro. Salvo poi ritornare sui propri passi.“ Quando dicevamo (eravamo un pochi per la verità anche a sinistra), in campagna elettorale, che chi prometteva la riduzione della tasse e dava a Prodi della sanguisuga perché combatteva l’evasione mentiva sapendo di mentire, ci davano dei matti. Ora “la manovra appena varata ha ripristinato la tracciabilità, anche se solo per transazioni superiori ai 3.000 euro.” Siccome però il loro elettorato è quello che è, “il Governo ha abbassato pericolosamente la guardia riducendo i controlli contro l’evasione fiscale e contributiva. Un esempio? Durante la passata legislatura gli Ispettorati del Lavoro erano stati potenziati, con l’assunzione di quasi 1500 ispettori. Tuttavia nel 2009 il numero di controlli sui posti di lavoro si è ridotto del 7%, come ammesso dal Ministro Sacconi nella sua audizione alla Camera il 29 aprile scorso. Il risultato è che nel 2009 il lavoro irregolare, quello che non paga tasse e contributi sociali, è ulteriormente aumentato secondo l’Istat, sorprendentemente anche nell’industria dove era fortemente calato negli anni precedenti. Non ingannino i dati sull’attività ispettiva diramati dall’Agenzia delle Entrate. Se aumentano le somme oggetto di accertamenti a fronte di minori controlli, ciò significa che l’evasione media è aumentata.”

“NON ABBIAMO LASCIATO INDIETRO NESSUNO”

”Il Governo non ha varato la riforma degli ammortizzatori sociali, lasciando decadere la delega ereditata dalla legislatura precedente.” Con buona pace di chi a sinistra, in campagna elettorale diceva che per i poveri avere Prodi o Berlusconi sarebbe stato lo stesso. “Questa riforma avrebbe permesso di contenere la povertà che, durante le recessioni, aumenta soprattutto tra chi perde il lavoro. Il Governo ha, invece, proceduto con una serie di interventi frammentari, temporanei e per lo più propagandistici. I titoli di testa dei TG sono andati alla carta acquisti passata alla storia come “social card” forse perché doveva essere erogata da Robin Hood che, come si è visto, ha invece preferito finanziare gli organi di partito. La social card sembrava essere concepita in modo tale da escludere i maggiormente bisognosi. I destinatari potevano essere solo famiglie povere con almeno un bambino con meno di tre anni oppure con capofamiglia con più 65 anni. Inutile sottolineare che le persone maggiormente bisognose di aiuto spesso non soddisfano questi requisiti. Ad esempio nessuna delle persone senza fissa dimora, censite a Milano nel gennaio 2008, aveva figli così piccoli o più di 65 anni (difficilmente i senza casa sopravvivono così a lungo). Che fosse solo un’operazione propagandistica lo si capisce dallo stesso libretto, se lo si legge con cura. Recita testualmente “dal febbraio 2010 gli enti locali possono partecipare al finanziamento”. Significa che la social card è stata posta a carico dei Comuni. Peccato che i poveri siano concentrati nelle aree del Paese in cui i Comuni hanno meno risorse a disposizione e che la manovra appena varata abbia ridotto di due miliardi e mezzo i fondi dei Comuni. Come ammette lo stesso documento sono solo due (su più di 8000) i Comuni che hanno fruito di questa “opportunità”: Alessandria e Cassola.

“A FIANCO DELLA FAMIGLIA”

Conciliare lavoro e famiglia, per le donne italiane, è più difficile di prima. “I tagli all’organico del corpo docente della scuola secondaria, prevalentemente femminile, e l’introduzione del maestro prevalente, hanno reso più difficile il mantenimento dell’orario a tempo pieno. Anche la detassazione degli straordinari, misura anacronistica in tempo di crisi e per fortuna abbandonata a fine 2008, non favoriva certo le donne con figli piccoli, giovani e anziani, spingendo semmai i loro mariti a lavorare più lungo.”

“RIPARTE L’EDILIZIA, RIPARTE L’ECONOMIA”

In due anni, l’imbonitore di piazza che ci governa (no, pardon, ci comanda) ha annunciato la bellezza di quattro “piani casa”. Peccato che finora “non è stata ancora posata la prima pietra per la costruzione di una qualche nuova casa. Nessun intervento anche sull’edilizia scolastica. Non c’è stata sin qui neanche l’anagrafe promessa a più riprese. Forse perché i primi dati erano davvero allarmanti. A quanto risulta, dei 43 mila edifici scolastici esistenti,solo un terzo è stato costruito negli ultimi trenta anni! Più di mille sono stati costruiti prima dell’Ottocento e più di tremila tra il 1800 e il 1920. Di quasi 7mila edifici non si sa neanche la data di costruzione. Dopo il 1990 solo il 22% delle strutture è stato ristrutturato. I numeri di queste anticipazioni sono semplicemente inaccettabili. Non si può morire schiacciati dal cedimento di un soffitto in un’aula di lezione come a Rivoli e come ieri poteva capitare in una scuola materna a Verona.”

“ABBIAMO DIFESO I LAVORATORI”

Non credo ai miei occhi. L’unica misura presa in questo senso è stato estendere la Cassa Integrazione, ma per deroga, cioè a discrezione del governo (vale a dire, come gli gira). Se è vero che ciò ha un po’ contenuto la disoccupazione, in compenso “sono state introdotte ulteriori asimmetrie di trattamento fra lavoratori di imprese diverse. E questi interventi d’emergenza ci lasciano in eredità uno strumento, la Cassa in deroga, che sarà molto difficile ridimensionare dopo la crisi. In effetti le ore di Cassa in deroga continuano ad aumentare. Gli interventi in deroga hanno ormai superato in dimensione gli interventi ordinari. Un paradosso che la dice lunga sul navigare a vista con cui si è gestita la politica del lavoro. Il fatto è che i datori di lavoro sono del tutto deresponsabilizzati dagli interventi in deroga; non pagano nulla per fruirne. Sta diventando una specie di sussidio per le imprese che hanno maggiori agganci con la politica. I lavoratori maggiormente colpiti dalla crisi sono stati, comunque, i lavoratori precari che in genere non hanno accesso né alla Cassa Integrazione né ai sussidi ordinari di disoccupazione.” Un vecchio cavallo di battaglia del palazzinaro col toupet è il famoso “milione di posti di lavoro” (che non vedemmo mai), in compenso dall’inizio della crisi indovina quanti posti di lavoro si sono persi? Un milione, guarda un po’. E si tratta, al 90%, di “lavoratori precari, con contratti a tempo determinato, collaborazioni a progetto o impieghi saltuari nella giungla del parasubordinato. Quasi un lavoratore temporaneo su sei ha perso il lavoro. Il Governo non ha fatto nulla per affrontare il nodo del dualismo del nostro mercato del lavoro. Nel Libro bianco del maggio 2009 aveva annunciato uno Statuto dei Lavori, poi rinviato a “dopo le elezioni regionali”, e infine differito “alla fine del 2010”. Speriamo ora non venga rimandato a dopo le elezioni politiche.”

Si accettano scommesse.