LA CONOSCENZA RENDE LIBERI

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Preghiere, chiacchiere e bandiere

Le manifestazioni di sabato scorso, in solidarietà alla popolazione di Gaza, hanno destato scalpore. Secondo alcune stime, nella sola città di Milano sono state circa 10mila le persone che hanno aderito all’iniziativa; in diverse città d’Italia, come nelle maggiori città europee, in tutti i Paesi musulmani e perfino in Australia, le proteste contro i bombardamenti israeliani sono state straordinariamente imponenti e partecipate. Cittadini di ogni origine e fede, pure con una netta preponderanza di arabi e di musulmani, hanno espresso con eccezionale chiarezza un dissenso condiviso, come di rado è avvenuto prima d’ora.

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E leggerò domani, sui vostri giornali

E leggerò domani, sui vostri giornali, che “a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. Ma da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l’elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili – ma come si chiama, quando manca tutto il resto?

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Gaza: comunicato dei Giovani Musulmani

La violentissima offensiva aeronavale israeliana sulla Striscia di Gaza sta assumendo giorno dopo giorno i tratti inconfondibili del massacro.

In seguito a diversi mesi di embargo alimentare, sanitario ed energetico – già drammaticamente denunciato dalle maggiori organizzazioni umanitarie internazionali – la popolazione palestinese è oggi sottoposta a durissimi bombardamenti, che in poche ore hanno già provocato centinaia di  morti e migliaia di feriti.

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Un digiuno per Gaza

La strage di Gaza chiude un’epoca. Le parole e le azioni dello Stato israeliano non lasciano più alcun margine d’interpretazione. Esigono soltanto una presa di posizione definitiva: il lancio di razzi artigianali – che a tutt’oggi hanno causato pochissime vittime – può giustificare i bombardamenti aeronavali, l’uccisione di centinaia di persone in pochissimi giorni, un lungo embargo alimentare, sanitario ed energetico?
La retta via ben si distingue dall’errore” [II:256].

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Youness Zarli: quando la legge viola il Diritto

La legge 155 del 2005, detta Legge Pisanu, prevede la possibilità di espellere dal territorio nazionale quello straniero “nei cui confronti vi sono fondati motivi di ritenere che la sua permanenza nei territori dello Stato possa in qualsiasi modo agevolare organizzazioni o attività terroristiche, anche internazionali” (art.3.1); a fronte di questo provvedimento prefettizio “è ammesso ricorso al tribunale amministrativo competente, ma il ricorso giurisdizionale in nessun caso può sospendere l’esecuzione del provvedimento” (art.3.4).
In pratica, questa legge espande a dismisura il principio di arbitrarietà nei procedimenti di espulsione dei cittadini stranieri, ed impedisce loro qualsiasi sostanziale diritto ad una difesa d’ufficio.

Questa legge non è soltanto lesiva dei diritti civili del cittadino straniero residente in Italia; essa è anche in flagrante contraddizione con gli orientamenti della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che all’art.3 ammonisce chiaramente che “Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a trattamenti inumani o degradanti“. Tali trattamenti, infatti, sono proprio cui lo Stato Italiano espone intenzionalmente quei cittadini stranieri espulsi verso Paesi che adottano sistematicamente pratiche vessatorie nell’ambito del proprio sistema carcerario.
La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo è dovuta intervenire ripetutamente nei confronti dell’Italia, per sanzionare questa deliberata condanna a subire forme di tortura in Paesi terzi, una condotta gravemente lesiva del Diritto Internazionale.

In diverse occasioni, peraltro, i “fondati motivi” che hanno condannato alcuni cittadini stranieri alla deportazione, alla tortura ed alla carcerazione, si sono rivelati nient’altro che suggestioni, psicologismi e calunnie senza alcuna verosimile consistenza giudiziaria.
Così il “consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano nel panorama del radicalismo islamico in Italia” che è costato l’espulsione a Cherif Foued – incensurato titolare di un regolare permesso di soggiorno, sposato con una cittadina italiana, e padre di tre figlie – altro non era che un periodo di coabitazione con alcuni connazionali tunisini, che in seguito sarebbero stati coinvolti in indagini sul terrorismo internazionale.
Così, allo stesso modo, il “progetto terroristico da porre in essere nel territorio nazionale, in modo da causare il maggior numero di vittime“, che ha giustificato l’espulsione e la carcerazione siriana di Kamel A., altro non era che la calunniosa delazione di uno squattrinato cittadino libanese, che pensò di poter guadagnare qualcosa accusando di terrorismo il proprio coinquilino.
La medesima logica indiscriminatamente repressiva ha condotto al confino di Youssef Nada, 77enne imprenditore italo-egiziano riconosciuto innocente dell’accusa di finanziamento al terrorismo internazionale, tuttora impossibilitato a curarsi ed a disporre del proprio patrimonio.

In passato abbiamo promosso – e se Dio vuole riprenderemo presto a promuovere – la campagna per la liberazione di Abu Elkassim, sulla cui attuale condizione di carcerazione e repressione pende la pesantissima ipoteca dell’irresponsabilità istituzionale dello Stato Italiano nei confronti di un suo cittadino.
Da oggi, accanto alla vicenda del fratello Kassim, affiancheremo quella di Youness Zarli: incensurato operaio marocchino della provincia di Bergamo, la sua unica colpa – come certificato dalla stessa magistratura marocchina, dopo settimane di violenti interrogatori e circa un anno di carcere duro – è quella di avere un fratello condannato in Marocco per reati di terrorismo. Dopo essere stato espulso per tre volte dal territorio italiano senza alcun concreto capo d’accusa, oggi Youness è un uomo di 27 anni, cui è impedito il rientro in Italia, dalla ventenne moglie italiana e dal loro bimbo neonato.
A tutti loro, c’impegneremo ad offrire il massimo sostegno.


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Tariq Ramadan: contro i matrimoni forzati

Nessuno oggi è in grado di dire cosa accada veramente nel segreto delle famiglie degli immigrati e delle loro decisioni riguardanti i matrimoni dei figli. Si può constatare, in molteplici paesi europei, una recrudescenza delle fughe da casa dei giovani – adolescenti o adulti – appena prima dell’estate, perché temono di essere portati al paese di origine per essere costretti a sposarsi.
In base a questa constatazione, si può aggiungere qualche dato di fatto derivante dall’esperienza in loco. I matrimoni forzati non riguardano solo le ragazze o una determinata cultura o religione – vengono praticati in Africa, Asia, America o in Europa tra gli Induisti, Buddisti, Ebrei, Cristiani e Musulmani.. – e toccano tutte le classi sociali, dai più poveri agli ambienti aristocratici delle società contemporanee.

È difficile abbattere il muro del silenzio e determinare quando si tratta di un matrimonio forzato e quando di un “matrimonio combinato”, a favore del quale il soggetto in questione ha potuto decidere ed accettare i consigli e la scelta della famiglia. A volte, la sottigliezza psicologica che accompagna i matrimoni combinati li trasforma di fatto in matrimoni forzati, e tutto ciò è inaccettabile.
Ma non tutti i matrimoni combinati sono matrimoni forzati: bisogna dunque essere prudenti, ascoltare, dialogare, accompagnare e a volte intervenire con decisione. Quando il giovane adulto maschio o femmina, si vede costretto ad agire contro i suoi sentimenti, i suoi desideri e la sua coscienza, perché obbiettivamente o psicologicamente obbligato, allora si tratterà di matrimonio forzato, che bisogna prevenire e rifiutare. E non sempre è facile.

Per quattro anni l’associazione Spior di Rotterdam ha lavorato su quest’argomento e ha organizzato incontri con i genitori, i giovani ed i responsabili religiosi, per ribadire con forza che nulla può giustificare questo genere di matrimoni. I responsabili di Spior hanno anche ribadito che non si trattava di pratiche esclusivamente musulmane, ma dato che queste cose accadevano anche in comunità musulmane e certi genitori si giustificavano in nome dell’Islam, bisognava prendere una posizione netta contro questo tradimento degli insegnamenti islamici.
Un manuale di informazione e consigli pratici (« Mano nella mano contro i matrimoni forzati ») è stato pubblicato e distribuito alle famiglie, agli operatori sociali ed ai responsabili di associazioni. Nell’ambito del mio impegno accademico e sociale presso il comune di Rotterdam, ho incontrato i responsabili di Spior e ho proposto loro di lanciare insieme una campagna europea contro i matrimoni forzati. Il manuale è stato tradotto in 8 lingue (tra cui italiano, arabo e turco) e sono stati organizzati degli incontri nelle capitali europee da Bruxelles a Berlino passando per Londra e Madrid ecc. Oggi (mar 21.10) saremo a Torino per lanciare la campagna in Italia e mobilitare l’opinione pubblica, così come i politici e i responsabili di associazioni.
Questa campagna è stata molto ben accolta da tutti e abbiamo constatato, come è accaduto in Belgio, che il consiglio degli Imam ha chiesto a questi ultimi di dedicare uno dei loro sermoni (khutuba) a questa problematica. Circa una cinquantina di loro in tutto il Paese hanno risposto all’appello, mentre un comune in particolare (Molenbeck) insieme ai media, ha gestito l’iniziativa in modo molto efficace, comprendendo che bisognava rompere questo silenzio tutti insieme.

Tuttavia abbiamo anche raccolto critiche : alcuni musulmani ci hanno rimproverato di aver stigmatizzato l’Islam e di aver parlato di un fenomeno marginale. Eppure, abbiamo ribadito che questo fenomeno non riguardava unicamente i musulmani, ma bisognava categoricamente denunciare le false giustificazioni religiose.
Il matrimonio forzato è semplicemente anti-islamico. Nessuno conosce il numero esatto di casi ma è il silenzio di piombo che copre queste pratiche che potrebbe far pensare che il fenomeno è marginale. Ci sono troppi casi e bisogna avere la dignità di parlarne.
Certi ambienti laici ci hanno rimproverato di averne fatto una questione religiosa o di voler recuperare la “loro” causa : è avvilente dover constatare che alcuni pensino che la causa dei diritti umani o del rispetto dell’integrità delle persone sia terreno di competizioni e dispute sterili. Bisogna invece lavorare insieme, e se alcuni giustificano tali pratiche in nome di una percezione distorta della religione, allora un parere religioso deve esprimersi e contestare la legittimità di queste negazioni di diritto.
Il parere religioso non è, e non può essere esclusivo, ma è necessario, come abbiamo constatato parlando con dei genitori che pensano di agire secondo i dettami islamici, con amore e per il bene dei loro figli. La questione è delicata : bisogna condannare i matrimoni forzati e le soluzioni richiedono tempo, ascolto, empatia e riconoscere l’amore dei genitori senza accettare l’usurpazione del diritto dei figli. Ed è insieme, sommando le nostre risorse e le nostre competenze, in nome dei nostri valori comuni che vinceremo questa lotta.

(T. Ramadan; Il Riformista 21.10.08)


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Note a margine: la guerra in Afghanistan

La guerra afghana assomiglia notevolmente al conflitto vietnamita. Territorio impervio, guerriglia con forti basi di consenso popolare, solide motivazioni ideologiche di resistenza allo straniero.
L’errore americano, ora come allora, si sta configurando allo stesso modo, come d’altronde stenta a fare altrimenti in quasi tutti i teatri d’intervento internazionale, dalla Somalia all’Iraq: massiccio uso della forza – ma Tora Bora non s’è potuto defoliare come le foreste tropicali – ed un interesse per la ricostruzione civile che risulta apparentemente strumentale ai soli fini di una vittoria strategica, di un’egemonia politica, la cosiddetta “conquista dei cuori e delle menti“. In una parola, la tutela e la promozione delle condizioni di vita delle popolazioni civili intese non come fine dell’intervento, ma come strumento alla sua miglior riuscita (o quantomeno come antidoto al suo fallimento più eclatante).

Oggi il Pentagono afferma esplicitamente la necessità di “negoziare coi talebani“, quantomeno coi loro rappresentanti più disponibili ad un’intesa costruttiva con le forze Isaf. In Italia, tuttavia, questo sembra ancora un argomento tabù, e negli ultimi mesi equivaleva praticamente ad un’attestazione di connivenza all’estremismo oscurantista.
Ciò equivale a non aver compreso per nulla l’orizzonte geostrategico entro cui ci si muove, all’interno del quale i talebani rappresentano – nel bene e nel male – un’espressione autentica della società tradizionale afghana, nei suoi tratti e nelle sue frammentazioni etno-tribali, e pur con diverse influenze e distorsioni esterne, pakistane e saudite in primis. Quella stessa società afghana che in diversi secoli ha combattuto strenuamente la presenza straniera, senza mai rassegnarsi ad una condizione di sostanziale subordinazione, tanto tramite un’endemica tendenza alla guerriglia armata quanto attraverso brillanti episodi di resistenza nonviolenta organizzata su scala sociale.

Noi sappiamo che le vie del gas centroasiatico sono almeno altrettanto importanti delle corsie del traffico di eroina che fanno a capo alle mafie di tutti i Paesi, ben oltre che alla guerriglia taliban – sotto il cui governo furono fatti diversi sforzi, e con discreti risultati, per la riconversione delle colture agricole. Capiamo benissimo, dunque, come gl’interesse economici transnazionali – di volta in volta, più o meno legali o virtuosi – abbiano un peso decisivo nelle scelte di politica estera dei diversi attori coinvolti della crisi della regione.
E’ dunque un cambio di mentalità, prim’ancora che di strategia, quel che serve alla coalizione Isaf; una mentalità nuova e radicalemente diversa, che veda negli afghani un dignitoso soggetto storico autonomo con cui allacciare rapporti alla pari, piuttosto che un muto oggetto inerte di politica estera, od un anonimo consumatore passivo di modelli politici e finanziari. Un cambio di mentalità particolarmente difficoltoso, per una cultura politica che adotta sistematicamente una falsa coscienza moralista per giustificare variabili indipendenti di tutt’altra natura; una cultura politica che sembra non aver ancora smesso di scorgere penne indiane, all’orizzonte di un Lontano West apparentemente sconfinato.


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Il nuovo antisemitismo

Nel 1555, papa Paolo IV descriveva come “oltremodo assurdo” che gli ebrei potessero “ingiuriare” i cristiani vivendo indistintamente nei pressi delle chiese, prendendo in affitto delle abitazioni nelle zone centrali delle città, ed acquistando immobili di proprietà. Si risolse dunque ad emanare un vasto decreto pontificio (Cum nimis absurdum), che tra l’altro obbligava le persone di fede ebraica ad indossare un distintivo giallo, ad edificare un solo luogo di culto in quartieri separati dalla popolazione cristiana – i famigerati ghetti – ed a redigere i documenti relativi all’amministrazione sinagogale in lingua italiana o latina.

Tali provvedimenti rappresentarono la più compiuta espressione legislativa di un lungo processo di disumanizzazione di un gruppo religioso, che fino a partire dalla predicazione di alcuni Padri della Chiesa aveva indicato negli ebrei “gente rapace, bugiarda, ladra ed omicida (Giovanni Crisostomo; Omelie IV,1); serpenti la cui preghiera è un raglio d’asino (Girolamo); razza di vipere, oscuratori della mente, lapidatori, nemici di tutto ciò che è bello (Gregorio di Nissa)”, i cui luoghi di culto sarebbero stati “caverne di ladri e tane di bestie rapaci e sanguinarie (cit; Omelie I,2)”. Gli effetti concreti di queste affermazioni, che interesseranno ancora drammaticamente tutta l’età moderna, durante il basso Medioevo assunsero addirittura i tratti della psicosi collettiva: “Con il passare del tempo, l’ossessiva predicazione degli ordini mendicanti contro gli ebrei “assassini” fissò a tal punto nella mentalità comune lo stereotipo dell’ebreo diabolico che neppure l’autorità del papa fu più in grado di tenere sotto controllo le sanguinose conseguenze dell’odio popolare” (Ghiretti, Storia dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo; ed. Mondadori, pp.99).

Benché la Chiesa Cattolica abbia perlopiù largamente superato, ormai da diverso tempo, queste dure espressioni di intolleranza – prima col Concilio Vaticano II, poi col pontificato di papa Wojtyla – la loro sostanza è ben lontana dall’esaurirsi. Essa ha soltanto mutato il suo obiettivo polemico, nella retorica discriminatoria come nel pregiudizio popolare.
Nel 2008, in una vera e propria traduzione del sentimento antisemita, alla figura dell’ebreo assassino ed infanticida” si è infatti sostituita quella del musulmano terrorista e tagliagole“; il “giudeo bugiardo e demoniaco” ha fatto posto al “dissimulatore islamico nemico della democrazia“. Oggi non è dunque un “complotto ebraico mondiale” (cfr. Protocolli dei Savi dei Sion) a dover turbare le notti delle persone perbene, bensì una silenziosa, strisciante “invasione islamica” (Bat Ye’or, Eurabia; 2005); alla medievale minaccia ebraica di avvelenamento dei pozzi, oggi si è succeduto il pericolo della contaminazione di interi acquedotti da parte dei musulmani (Allam, Corriere 5.7.08). Affermati esponenti politici ed influenti opinion makers non hanno alcuna difficoltà a definire i musulmani come “un tumore da estirpare” (Gentilini); luridi cornuti, che evocherebbero la necessità di una pulizia etnica (Borghezio)”.

La polemica islamofoba si fa, se possibile, ancor più virulenta nei confronti dei luoghi di culto islamici: moschee e centri di cultura islamica sono indistintamente, esplicitamente esecrati come “centri d’affari, dove si riparano tutti i terroristi, e dove si architettano programmi per distruggere la nostra civiltà, la nostra tradizione, la nostra religione (Gentilini); migliaia di focolai di cellule terroristiche (Taormina, secondo cui “tutti i musulmani dovrebbero essere cacciati dall’Italia“); luoghi di indottrinamento ad un’ideologia di odio, violenza e morte, che tramite un lavaggio del cervello trasforma le persone in robot della morte (Allam, Il Gazzettino 22.6.08)”.

Le prime espressioni legislative di questo processo di discriminazione di un determinato gruppo religioso, ancora una volta, non hanno infine tardato a manifestarsi.
In ambito nazionale, Roberto Cota – capogruppo leghista alla Camera – ha presentato una proposta di legge (n.1246/2008) “per arginare la proliferazione in casa nostra delle moschee, luoghi politici e simbolici di una civiltà che ha avuto un percorso di 1400 anni in antitesi alla cultura occidentale, spesso luoghi militari, teatro di eventi raccapriccianti (Repubblica 11.9.08)”. In quanto “luoghi di culto di una religione che non ha (ancora) sottoscritto Intese con lo Stato“, solo le moschee subiranno specifiche restrizioni legislative; queste andranno dal “divieto di attività non strettamente collegate all’esercizio del culto, ivi comprese l’istruzione e la formazione a qualunque titolo esercitate (art.4/4e)”, al “divieto di lingue diverse da quella italiana in tutte le attività pubbliche che non siano strettamente legate all’esercizio del culto (4/4f)”. Soltanto le moschee non potranno situarsi entro “il raggio di un chilometro (3/1b)” da edifici legati ad altre confessioni religiose; sarà genericamente vietato “l’utilizzo in luoghi aperti al pubblico di strumenti per la diffusione di suoni o di immagini da parte di confessioni o associazioni religiose che non abbiano stipulato un’Intesa con lo Stato (3/1c)”. L’approvazione per l’edificazione o la ridestinazione d’uso d’una moschea sarà demandata all’arbitrio delle singole Regioni, e sottoposta ad avallo referendario (2/1); guide di culto e catechisti dovranno iscriversi in appositi registri presso il Ministero dell’Interno (4/2).
A Milano – “vera capitale della ‘Ndrangheta“, secondo il magistrato calabrese Vincenzo Macrì, dove tuttavia ci si è finora rifiutati di creare una commissione di controllo per gli appalti del prossimo Expo 2015 – l’estate scorsa il Ministro dell’Interno Roberto Maroni ha ritenuto opportuno intervenire in prima persona per sgomberare un tratto di marciapiedi in viale Jenner: l’atavica carenza di spazio del prospiciente Istituto Culturale Islamico costringeva alcuni fedeli ad occuparne una porzione per circa due ore alla settimana, durante la preghiera del Venerdì. Nel corso degli anni, l’Istituto ha ripetutamente inoltrato diverse comunicazioni e richieste di assistenza alle autorità comunali, ed ha versato caparre per diverse migliaia di euro, nella ricerca di una sistemazione più adeguata; i suoi sforzi, tuttavia, hanno incontrato soltanto una consapevole, ideologica irresponsabilità istituzionale, la mercantile sordità delle forze politiche, ed una legge regionale ad hoc, destinata di fatto ad intralciare proprio i tentativi di trasferimento dei centri islamici (L.R.12/2005 art.74/4.bis, il cui autore, Davide Boni, aveva invocato la “chiusura di tutte le moschee” e “la schedatura obbligatoria per tutti coloro che frequentano le moschee“). Secondo il vicesindaco di Milano, De Corato, la prossima sede dell’Istituto Culturale dovrà sorgere “fuori della città, in una zona non urbanizzata, non residenziale e non commerciale“.

Oggi, diversi attori politici e culturali invocano garanzie di sicurezza e legalità, ma al contempo profondono il più grande impegno nell’intralciare – culturalmente e giuridicamente – il concreto percorso di partecipazione e responsabilizzazione dei centri islamici. Rappresentanti delle istituzioni gareggiano per negare con altisonante fermezza quei finanziamenti pubblici che i musulmani non hanno mai domandato, per opere che le comunità islamiche hanno ripetutamente assicurato di poter (difficoltosamente) pagare di tasca propria. Numerosi esponenti politici esigono per l’apertura di un luogo di culto quelle consultazioni referendarie, che s’impegnano invece ad osteggiare accuratamente, in occasione dell’ampliamento di una base militare (Vicenza) o della costruzione di un nuovo inceneritore (Milano).
Domani, i programmi di integrazione linguistica, di welfare di base e di avviamento al lavoro – tuttora parte integrante delle prime attività dei centri islamici – potrebbero essere proibite, e costrette a cessare. Le comunità islamiche dovranno forse adeguarsi – quasi cinque secoli più tardi, e nell’ambito della legislazione di uno Stato laico – alle medesime restrizioni che una bolla pontificia impose precedentemente alle stesse comunità ebraiche: dalla segregazione dei luoghi di culto rispetto al resto del corpo cittadino, all’imposizione per legge di una lingua da adottare nell’ambito delle proprie attività.
Dopodomani, infine, potrebbe dunque venire il momento del distintivo giallo?


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Visti da lontano: la Lega Nord

Tramite il blog di Maryam, risalgo ad un articolo di Paul Bompard tratto dal Financial Times dello scorso Agosto, ma di certo ancora attuale, di cui ripropongo una traduzione.
Miei i grassetti ed il commento a margine.

La Lega Nord italiana – il movimento populista, xenofobo, e qualche volta separatista, che è una componente chiave della coalizione di governo di Silvio Berlusconi – ha proposto una nuova legge che in pratica bloccherebbe la costruzione di nuovi luoghi di culto islamici.
Il provvedimento – che il capo dei deputati della Lega, Roberto Cota, dovrebbe presentare in parlamento la prossima settimana (all’inizio di settembre, ndt) – richiederebbe l’approvazione regionale per la costruzione delle moschee. Imporrebbe inoltre la convocazione di un referendum locale, il divieto per minareti ed altoparlanti che chiamino i fedeli alla preghiera, e l’utilizzo dell’italiano nei sermoni, invece dell’arabo.

Le possibilità che questa proposta di legge sia approvata così com’è sono poche, poiché contrasta con numerosi diritti costituzionali e non ha ottenuto l’immediato sostegno del partito dello stesso Berlusconi, Forza Italia, né del partito postfascista Alleanza Nazionale.
C’è però stato il cauto assenso del piccolo partito ultra-cattolico dell’Udc, e la proposta di una legge contro le moschee riflette indubbiamente un sentimento diffuso tra gli Italiani, secondo cui ci sarebbe bisogno di qualche difesa contro la rapida crescita della presenza Islamica. Attualmente, la popolazione musulmana in Italia è stimata attorno al milione di persone, con 258 centri islamici riconosciuti.

La Lega Nord – che teoricamente caldeggia la secessione dell’Italia settentrionale da quella centrale e meridionale – ha ottenuto più dell’8 per cento dei consensi nelle elezioni politiche dello scorso Aprile, ed ha sempre strombazzato la difesa dei valori nazionali della “razza” padana come un naturale prodotto della sua terra.
Senza fornire dettagli, Roberto Maroni, il conservatore ministro degli Interni in quota Lega, in Aprile disse anche che “i nomadi” – come gli Italiani chiamano gli Zingari, benché i più si dedichino soltanto a piccoli spostamenti – che non fossero cittadini italiani e non realizzassero le condizioni per restarre, sarebbero stati deportati nei loro “Paesi d’origine”.
La Lega ha capitalizzato un’ondata di xenofobia, paura per i crimini commessi da stranieri, e preoccupazione per gl’immigrati irregolari, che ha fatto molto per aiutare la coalizione di Berlusconi a vincere le elezioni.

Commentando l’articolo del FT, il sito di informazione Islamonline.net ha poi appuntato alcune ulteriori osservazioni, sui musulmani in Italia e sull’identità leghista.

[..] I musulmani stanno già incontrando diverse difficoltà per ottenere l’approvazione per la costruzione di moschee, ben prima di questa nuova legge. I cittadini di Genova protestarono lo scorso Settembre, per il piano di costruzione di una moschea in città, reclamando che sarebbe stato offensivo per la sua vicinanza ad una chiesa. Nella paese di Colle Val d’Elsa, molti cittadini vedono una moschea in fase di costruzione come un simbolo di “occupazione”. Le autorità italiane si sono piegate alle pressioni di gruppi di destra ed hanno abbandonato i piani di costruzione di una moschea a Bologna.

La Lega Nord è apertamente accusata di razzismo, e molti critici la chiamano “il BNP d’Italia”, un riferimento al partito inglese di estrema destra. La sua campagna elettorale si è giocata sui temi dell’immigrazione, del crimine, e delle paure economiche e culturali connesse con l’immigrazione. Presentandosi come difensore delle radici cristiane dell’Italia, cominciò a Maggio la sua opera nel nuovo governo chiudendo una moschea nella città di Verona. Lo scorso settembre, la Lega celebrò il successo della sua campagna per bloccare la costruzione di una moschea nella città di Bologna. L’8 Agosto, il dirigente della Lega Mario Borghezio irruppe in una chiesa nella città di Genova proclamando slogan islamofobi: ha giurato di “continuare la lotta dei Cavalieri dell’Ordine di Malta per difendere la Cristianità“. […]

L’intellighenzia leghista si muove sull’equilibrio precario tra efficienza amministrativa – soprattutto a livello locale – e retorica xenofoba. Questa evoca il consenso che quella consolida. Si tratta di un circuito vincolante, da cui la Lega non può uscire: essa nasce contrappositiva, e nel nemico esterno – nel Federico Barbarossa di turno: Roma, i meridionali, gl’immigrati, l’Islam – riconosce la sua intima, imprescindibile ragion d’essere. Il mitologema leghista si nutre dell’epica del Carroccio; l’ordinaria contabilità amministrativa è lo sfondo necessario ad una primaria narrazione neocampanilista.
Come già annotammo, generalmente la retorica del conflitto si fa tanto più acuta quanto più scarsa è l’efficienza realpolitica. Così come il Partito Repubblicano statunitense esalta la centralità della sicurezza nazionale per celare i suoi fallimenti in politica interna, allora, allo stesso modo la Lega annuncia una legge anti-moschee proprio nel momento in cui gli enti locali definiscono la “sua” riforma federale “un’araba fenice“.

Il successo politico della Lega, d’altra parte, è correlato all’intrinseco provincialismo della classe politica italiana, per cui la stampa estera può frequentemente rilevare una vergognosa confusione tra osteria ed istituzione. E’ in quest’ottica e con questo spirito che, in diverse occasioni, tra vilipendi alla bandiera ed all’inno nazionale, minacce di rivolte armate e disordini di piazza, e la definizione dei cittadini musulmani come “un tumore da estirpare“, le criminogene boutades di alcuni leaders hanno incontrato soltanto una sospirosa alzata di spalle, o tutt’al più un’indignazione di giornata, quando non proprio un’assuefatta indifferenza.

Ma se per alcuni esponenti politici l’unico orizzonte internazionale è quello di un raduno estremista continentale in cui si gareggia a spararla più grossa, quanto tempo ancora la società civile italiana potrà invece tacitamente acconsentire a che una delle minacce più serie all’immagine del Paese sia proprio la possibilità che i suoi dirigenti politici siano davvero presi sul serio?