LA CONOSCENZA RENDE LIBERI

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Preghiere, chiacchiere e bandiere

Le manifestazioni di sabato scorso, in solidarietà alla popolazione di Gaza, hanno destato scalpore. Secondo alcune stime, nella sola città di Milano sono state circa 10mila le persone che hanno aderito all’iniziativa; in diverse città d’Italia, come nelle maggiori città europee, in tutti i Paesi musulmani e perfino in Australia, le proteste contro i bombardamenti israeliani sono state straordinariamente imponenti e partecipate. Cittadini di ogni origine e fede, pure con una netta preponderanza di arabi e di musulmani, hanno espresso con eccezionale chiarezza un dissenso condiviso, come di rado è avvenuto prima d’ora.

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E leggerò domani, sui vostri giornali

E leggerò domani, sui vostri giornali, che “a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. Ma da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l’elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili – ma come si chiama, quando manca tutto il resto?

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Gaza: comunicato dei Giovani Musulmani

La violentissima offensiva aeronavale israeliana sulla Striscia di Gaza sta assumendo giorno dopo giorno i tratti inconfondibili del massacro.

In seguito a diversi mesi di embargo alimentare, sanitario ed energetico – già drammaticamente denunciato dalle maggiori organizzazioni umanitarie internazionali – la popolazione palestinese è oggi sottoposta a durissimi bombardamenti, che in poche ore hanno già provocato centinaia di  morti e migliaia di feriti.

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Un digiuno per Gaza

La strage di Gaza chiude un’epoca. Le parole e le azioni dello Stato israeliano non lasciano più alcun margine d’interpretazione. Esigono soltanto una presa di posizione definitiva: il lancio di razzi artigianali – che a tutt’oggi hanno causato pochissime vittime – può giustificare i bombardamenti aeronavali, l’uccisione di centinaia di persone in pochissimi giorni, un lungo embargo alimentare, sanitario ed energetico?
La retta via ben si distingue dall’errore” [II:256].

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Youness Zarli: quando la legge viola il Diritto

La legge 155 del 2005, detta Legge Pisanu, prevede la possibilità di espellere dal territorio nazionale quello straniero “nei cui confronti vi sono fondati motivi di ritenere che la sua permanenza nei territori dello Stato possa in qualsiasi modo agevolare organizzazioni o attività terroristiche, anche internazionali” (art.3.1); a fronte di questo provvedimento prefettizio “è ammesso ricorso al tribunale amministrativo competente, ma il ricorso giurisdizionale in nessun caso può sospendere l’esecuzione del provvedimento” (art.3.4).
In pratica, questa legge espande a dismisura il principio di arbitrarietà nei procedimenti di espulsione dei cittadini stranieri, ed impedisce loro qualsiasi sostanziale diritto ad una difesa d’ufficio.

Questa legge non è soltanto lesiva dei diritti civili del cittadino straniero residente in Italia; essa è anche in flagrante contraddizione con gli orientamenti della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che all’art.3 ammonisce chiaramente che “Nessuno può essere sottoposto a tortura, né a trattamenti inumani o degradanti“. Tali trattamenti, infatti, sono proprio cui lo Stato Italiano espone intenzionalmente quei cittadini stranieri espulsi verso Paesi che adottano sistematicamente pratiche vessatorie nell’ambito del proprio sistema carcerario.
La Corte Europea per i Diritti dell’Uomo è dovuta intervenire ripetutamente nei confronti dell’Italia, per sanzionare questa deliberata condanna a subire forme di tortura in Paesi terzi, una condotta gravemente lesiva del Diritto Internazionale.

In diverse occasioni, peraltro, i “fondati motivi” che hanno condannato alcuni cittadini stranieri alla deportazione, alla tortura ed alla carcerazione, si sono rivelati nient’altro che suggestioni, psicologismi e calunnie senza alcuna verosimile consistenza giudiziaria.
Così il “consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano nel panorama del radicalismo islamico in Italia” che è costato l’espulsione a Cherif Foued – incensurato titolare di un regolare permesso di soggiorno, sposato con una cittadina italiana, e padre di tre figlie – altro non era che un periodo di coabitazione con alcuni connazionali tunisini, che in seguito sarebbero stati coinvolti in indagini sul terrorismo internazionale.
Così, allo stesso modo, il “progetto terroristico da porre in essere nel territorio nazionale, in modo da causare il maggior numero di vittime“, che ha giustificato l’espulsione e la carcerazione siriana di Kamel A., altro non era che la calunniosa delazione di uno squattrinato cittadino libanese, che pensò di poter guadagnare qualcosa accusando di terrorismo il proprio coinquilino.
La medesima logica indiscriminatamente repressiva ha condotto al confino di Youssef Nada, 77enne imprenditore italo-egiziano riconosciuto innocente dell’accusa di finanziamento al terrorismo internazionale, tuttora impossibilitato a curarsi ed a disporre del proprio patrimonio.

In passato abbiamo promosso – e se Dio vuole riprenderemo presto a promuovere – la campagna per la liberazione di Abu Elkassim, sulla cui attuale condizione di carcerazione e repressione pende la pesantissima ipoteca dell’irresponsabilità istituzionale dello Stato Italiano nei confronti di un suo cittadino.
Da oggi, accanto alla vicenda del fratello Kassim, affiancheremo quella di Youness Zarli: incensurato operaio marocchino della provincia di Bergamo, la sua unica colpa – come certificato dalla stessa magistratura marocchina, dopo settimane di violenti interrogatori e circa un anno di carcere duro – è quella di avere un fratello condannato in Marocco per reati di terrorismo. Dopo essere stato espulso per tre volte dal territorio italiano senza alcun concreto capo d’accusa, oggi Youness è un uomo di 27 anni, cui è impedito il rientro in Italia, dalla ventenne moglie italiana e dal loro bimbo neonato.
A tutti loro, c’impegneremo ad offrire il massimo sostegno.


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Tariq Ramadan: contro i matrimoni forzati

Nessuno oggi è in grado di dire cosa accada veramente nel segreto delle famiglie degli immigrati e delle loro decisioni riguardanti i matrimoni dei figli. Si può constatare, in molteplici paesi europei, una recrudescenza delle fughe da casa dei giovani – adolescenti o adulti – appena prima dell’estate, perché temono di essere portati al paese di origine per essere costretti a sposarsi.
In base a questa constatazione, si può aggiungere qualche dato di fatto derivante dall’esperienza in loco. I matrimoni forzati non riguardano solo le ragazze o una determinata cultura o religione – vengono praticati in Africa, Asia, America o in Europa tra gli Induisti, Buddisti, Ebrei, Cristiani e Musulmani.. – e toccano tutte le classi sociali, dai più poveri agli ambienti aristocratici delle società contemporanee.

È difficile abbattere il muro del silenzio e determinare quando si tratta di un matrimonio forzato e quando di un “matrimonio combinato”, a favore del quale il soggetto in questione ha potuto decidere ed accettare i consigli e la scelta della famiglia. A volte, la sottigliezza psicologica che accompagna i matrimoni combinati li trasforma di fatto in matrimoni forzati, e tutto ciò è inaccettabile.
Ma non tutti i matrimoni combinati sono matrimoni forzati: bisogna dunque essere prudenti, ascoltare, dialogare, accompagnare e a volte intervenire con decisione. Quando il giovane adulto maschio o femmina, si vede costretto ad agire contro i suoi sentimenti, i suoi desideri e la sua coscienza, perché obbiettivamente o psicologicamente obbligato, allora si tratterà di matrimonio forzato, che bisogna prevenire e rifiutare. E non sempre è facile.

Per quattro anni l’associazione Spior di Rotterdam ha lavorato su quest’argomento e ha organizzato incontri con i genitori, i giovani ed i responsabili religiosi, per ribadire con forza che nulla può giustificare questo genere di matrimoni. I responsabili di Spior hanno anche ribadito che non si trattava di pratiche esclusivamente musulmane, ma dato che queste cose accadevano anche in comunità musulmane e certi genitori si giustificavano in nome dell’Islam, bisognava prendere una posizione netta contro questo tradimento degli insegnamenti islamici.
Un manuale di informazione e consigli pratici (« Mano nella mano contro i matrimoni forzati ») è stato pubblicato e distribuito alle famiglie, agli operatori sociali ed ai responsabili di associazioni. Nell’ambito del mio impegno accademico e sociale presso il comune di Rotterdam, ho incontrato i responsabili di Spior e ho proposto loro di lanciare insieme una campagna europea contro i matrimoni forzati. Il manuale è stato tradotto in 8 lingue (tra cui italiano, arabo e turco) e sono stati organizzati degli incontri nelle capitali europee da Bruxelles a Berlino passando per Londra e Madrid ecc. Oggi (mar 21.10) saremo a Torino per lanciare la campagna in Italia e mobilitare l’opinione pubblica, così come i politici e i responsabili di associazioni.
Questa campagna è stata molto ben accolta da tutti e abbiamo constatato, come è accaduto in Belgio, che il consiglio degli Imam ha chiesto a questi ultimi di dedicare uno dei loro sermoni (khutuba) a questa problematica. Circa una cinquantina di loro in tutto il Paese hanno risposto all’appello, mentre un comune in particolare (Molenbeck) insieme ai media, ha gestito l’iniziativa in modo molto efficace, comprendendo che bisognava rompere questo silenzio tutti insieme.

Tuttavia abbiamo anche raccolto critiche : alcuni musulmani ci hanno rimproverato di aver stigmatizzato l’Islam e di aver parlato di un fenomeno marginale. Eppure, abbiamo ribadito che questo fenomeno non riguardava unicamente i musulmani, ma bisognava categoricamente denunciare le false giustificazioni religiose.
Il matrimonio forzato è semplicemente anti-islamico. Nessuno conosce il numero esatto di casi ma è il silenzio di piombo che copre queste pratiche che potrebbe far pensare che il fenomeno è marginale. Ci sono troppi casi e bisogna avere la dignità di parlarne.
Certi ambienti laici ci hanno rimproverato di averne fatto una questione religiosa o di voler recuperare la “loro” causa : è avvilente dover constatare che alcuni pensino che la causa dei diritti umani o del rispetto dell’integrità delle persone sia terreno di competizioni e dispute sterili. Bisogna invece lavorare insieme, e se alcuni giustificano tali pratiche in nome di una percezione distorta della religione, allora un parere religioso deve esprimersi e contestare la legittimità di queste negazioni di diritto.
Il parere religioso non è, e non può essere esclusivo, ma è necessario, come abbiamo constatato parlando con dei genitori che pensano di agire secondo i dettami islamici, con amore e per il bene dei loro figli. La questione è delicata : bisogna condannare i matrimoni forzati e le soluzioni richiedono tempo, ascolto, empatia e riconoscere l’amore dei genitori senza accettare l’usurpazione del diritto dei figli. Ed è insieme, sommando le nostre risorse e le nostre competenze, in nome dei nostri valori comuni che vinceremo questa lotta.

(T. Ramadan; Il Riformista 21.10.08)