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LA DISOCCUPAZIONE ADULTA

di Luchino Galli – Mai Più Disoccupati
 

Attualmente in Italia si tende a identificare la disoccupazione con la disoccupazione giovanile.

Ma c’è anche un’altra disoccupazione: quella adulta, un drammatico fenomeno sociale in continua crescita, che coinvolge già milioni di persone!

Se la disoccupazione giovanile “tarpa le ali” ai nostri ragazzi, impedendo loro di progettare e costruire il proprio futuro, la disoccupazione adulta si abbatte sulle persone sradicando vite, devastando famiglie, dissolvendo percorsi esistenziali …

E se non si è supportati da una rete di salvataggio, da parenti e amici, se non si dispone di adeguate risorse proprie, è la morte civile, il nulla, l’annichilimento dello stesso diritto di vivere, in quanto la disoccupazione adulta precipita persone e famiglie in una spirale di povertà, anticamera di un’emarginazione ed esclusione sociale dalle quali può non esserci ritorno.

Troppo spesso ai disoccupati adulti il mercato del lavoro preclude qualsiasi opportunità di reinserimento lavorativo, discriminandoli per motivi anagrafici. Over 50, over 40, over 35… ormai è una deriva inarrestabile!

Nel momento in cui scrivo di disoccupazione adulta, non intendo contrapporla a quella giovanile, ma rimarcarne l’esistenza!

La disoccupazione giovanile e la disoccupazione adulta sono due facce della stessa bruttissima moneta, una moneta indesiderata che milioni di persone nel nostro Paese, loro malgrado, portano in tasca.

Vite sospese e interrotte, umiliate da una precarietà assoluta, totalizzante, che giorno dopo giorno annichilisce e avvelena l’esistenza, negando il presente e il futuro a intere generazioni: genitori e figli.

La disoccupazione adulta è la meno conosciuta, quella di cui più si tace!

Il primo passo per affrontare il drammatico fenomeno sociale della disoccupazione adulta è riconoscerne invece l’esistenza, analizzandone le dinamiche e le peculiarità, per contrastarla con interventi mirati e qualificati.

Ricordiamoci che essere disoccupati – da adulti – spesso vuol dire non riuscire a far fronte alle scadenze economiche più impellenti: rate del mutuo, canoni di locazione, bollette di acqua, luce, gas, spese per la salute della famiglia, per l’istruzione dei figli, le stesse spese alimentari…

Sono molti i disoccupati che per la mancanza di adeguati ammortizzatori sociali rischiano di finire letteralmente per strada. Mario Furlan, fondatore dei City Angels, lamenta una situazione sempre più angosciosa:Aumentano i clochard, ma l’aspetto più inquietante è l’incremento degli insospettabili, persone che si presentano bene e che non diresti affatto si trovino in situazioni drammatiche, che ci chiedono cibo, vestiti e addirittura coperte e sacchi a pelo per scaldarsi nel letto”.

I senzatetto sono in maggioranza uomini, soprattutto 40enni, che hanno perso il lavoro…


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REDDITO MINIMO DI CITTADINANZA – Intervista all’economista Andrea Fumagalli, vicepresidente di Bin Italia

Luchino Galli, blogger e mediattivista, intervista Andrea Fumagalli, professore associato di economia politica all’Università di Pavia.

Andrea, tra gli economisti italiani sei uno dei maggiori esperti di reddito minimo garantito; sei anche vicepresidente di BIN Italia. Di cosa si occupa e perché è nata quest’associazione?

Il Bin (Basic Income Network . Italia) è costituito da sociologi, economisti, filosofi, giuristi, ricercatori, liberi pensatori che da anni si occupano di studiare, progettare e promuovere interventi indirizzati a sostenere l’introduzione di un reddito garantito in Italia. A tal fine è stato ideato un sito come strumento per l’aggregazione delle idee (http://www.bin-italia.org). Ne è risultato un network di competenze diverse che muovono però nella medesima direzione, sotto un «logo comune», quello del “BIN Italia”, perché comune è l’obiettivo: giungere all’introduzione di un Basic Income per tutti.

Il confronto nazionale ed internazionale sul reddito di cittadinanza (Basic income) ha conosciuto un vibrante sviluppo ed al tempo stesso uno straordinario arricchimento. Il ragionamento collettivo sul tema ha trovato ulteriori connotazioni negli anni nei quali sono divenute egemoni condizioni e modalità produttive che in genere vengono riassunte nell’espressione “biocapitalismo cognitivo” o, più generalmente, “post-fordismo”. Il Basic income è diventato, in questo modo, il fulcro attorno al quale diveniva possibile ridisegnare il nuovo statuto delle garanzie non solo del lavoro, ma della cittadinanza. Il reddito di esistenza, come è stato spesso definito il Basic Income, pone la questione centrale su cosa siano oggi, a fronte delle trasformazioni sociali e globali, i diritti sociali, cosa significa garanzia di un livello socialmente decoroso di esistenza e della possibilità di scelta e di autodeterminazione dei soggetti sociali. Il dibattito italiano ha goduto di una forte varietà di riferimenti e di ottiche di lettura che bene fa comprendere la sua originalità e ricchezza. È stata centrale, in questo dibattito, proprio l’analisi delle trasformazioni produttive degli ultimi decenni, in particolare l’emergere della condizione precaria come condizione generale del lavoro, la cui indagine rappresenta il contributo forse più interessante che il dibattito italiano può offrire al contesto internazionale.

Cosa si intende per reddito minimo garantito? È possibile darne una definizione? Qual è la Tua idea di reddito minimo garantito per il nostro Paese?

Il reddito minimo garantito è un reddito di base incondizionato (RBI), dato a livello individuale, ai residenti (e non solo ai cittadini), incondizionato (ovvero non sottoposto a nessun obbligo), pagato dalla fiscalità generale e non dai contributi sociali. Non è una misura assistenziale, in quanto è reddito primario, cioè è reddito che remunera un’attività produttiva di valore, che è l’attività di vita, che solo in parte oggi, sulla base delle leggi vigenti, è certificata come lavoro e quindi remunerata. Il RBI remunera quella parte di vita produttiva che non viene considerata tale (apprendimento, formazione, mobilità/trasporto, riproduzione, consumo). È una misura di welfare (sicurezza sociale) che parzialmente esiste in tutti i paesi dell’Unione europea eccetto Italia e Grecia: un sostegno economico alle persone con un lavoro intermittente o disoccupate. Varia da poche centinaia di euro ai 1.200 al mese della Danimarca e Lussemburgo. In Italia dovrebbe essere come minimo di 720 euro al mese (20% in più della soglia di povertà relativa). Oggi, ammortizzatori sociali come la cassa integrazione o il sussidio di disoccupazione sono riservati a chi ha perso un lavoro a tempo indeterminato e determinato; il RBI invece dovrebbe essere dato a tutte le persone che hanno un reddito inferiore ai 720 euro/mese, per esempio ai precari tra un contratto e l’altro, ai disoccupati e ai lavoratori/trici che pur impiegati/e guadagno salari da fame, inferiori ai 720 euro/mese, in modo incondizionato, ovvero slegato sia dal tipo di contratto precedente che dall’obbligo di accettare qualsiasi impiego proposto o i programmi di inserimento lavorativo.

Il ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e dei Trasporti Corrado Passera ha dichiarato: “Se non si guarda solo ai disoccupati ma anche a chi non cerca più il lavoro o chi ha un lavoro, ma un reddito insufficiente, parliamo di 6-7 milioni di persone, e con i familiari forse si arriva alla metà del nostro Paese”.  Chi potrebbe beneficiare del reddito minimo garantito e come trovare le risorse per finanziarlo?

In realtà, secondo le indagini statistiche condotte dalla Caritas e dalla Commissione Parlamentare contro la povertà e l’esclusione sociale, coloro che si trovano nel 2011 ad avere un reddito individuale al di sotto della soglia di povertà relativa ammontano a circa 8 milioni e mezzo di persone.

Secondo i nostri calcoli, una misura di RBI di 720 euro/mese, necessita poco meno di 35 miliardi. Al netto dei sussidi oggi esistenti di uguale entità (pensioni sociali e di invalidità, sussidi di disoccupazione, indennità e casse integrazioni), le risorse da aggiungere sono pari a 15,7 miliardi. Una cifra abbordabile che dovrebbe essere a carico della collettività (e non finanziata dai contributi sociali dell’Inps, come avviene oggi). I dati sono contenuti nei Quaderni di San Precario e sul sito Bin.

Il sistema fiscale si basa sulla tassazione dei fattori produttivi. Oggi si tassano solo il lavoro dipendente (tanto), la proprietà delle macchine (poco) e il consumo (molto). Ma ci sono ben altri fattori produttivi: la finanziarizzazione, la conoscenza, lo spazio. Si potrebbero tassare le transazioni finanziarie, anche solo per lo 0,01%; i diritti di proprietà intellettuale; i grandi patrimoni immobiliari che lucrano sugli spazi delle città. Ma anche l’uso delle forme contrattuali atipiche: ad esempio, introducendo l’Iva sull’intermediazione di lavoro effettuato dalle agenzie interinali. E poi ci sono le spese da sopprimere come gli aerei da guerra F35 che la Difesa sta acquistando per 15 miliardi di euro. Si parla molto di patrimoniale. Una sua introduzione porterebbe da sola nelle casse dello Stato più di 10 miliardi. In altre parole, la questione non è di fattibilità ma di volontà politica. E non abbiamo nemmeno citato l’evasione fiscale… Comunque, per un approfondimento del tema fiscale e per un’analisi delle possibili proposte in materia, rimando al n. 3 dei Quaderni di San Precario che esce proprio in questi giorni e al sito del Bin – Italia.

Nell’Unione europea il reddito minimo garantito è una realtà consolidata, ma tre Stati membri non l’hanno istituito: Italia, Grecia e Ungheria.  A Tuo avviso, perché le forze politiche e sociali italiane sono così poco sensibili all’introduzione di questo istituto nel nostro ordinamento giuridico?

La ragione principale è che siamo in presenza di un deficit culturale. Una proposta di RBI viene ritenuta non a caso politicamente inaccettabile dalla classe imprenditoriale ma incontra difficoltà anche nel campo sindacale. I primi la considerano una misura sovversiva nella misura in cui essa è in grado di ridurre la ricattabilità dal bisogno e dalla dipendenza del lavoro, con la possibilità di mettere in crisi la subalternità del lavoro al capitale. Per i secondi, credo che purtroppo nella maggior parte dei casi vi sia ancora troppa diffidenza verso la proposta del reddito di base. Essa viene ritenuta politicamente inaccettabile in quanto proposta sovversiva nella misura in cui contraddice quell’etica del lavoro su cui parte dei sindacati stessi continua a basare la propria esistenza. La possibilità di rifondare una politica sindacale autonoma e adeguata ai processi di accumulazione di oggi sta nel comprendere che, nel contesto economico attuale, produzione e riproduzione sono interconnesse, la distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale tende a essere meno rilevante, tempo di lavoro e tempo di vita tendono a mischiarsi: lo dimostra il fatto che dopo un secolo di riduzione, l’orario di lavoro negli ultimi trent’anni ha ricominciato a crescere. La lotta per il reddito e per un nuovo welfare interviene direttamente dentro le condizioni di lavoro come premessa per incidere sulla stessa organizzazione del lavoro, sul tempo di lavoro, sul livello di ricattabilità e subordinazione che fanno dipendere il lavoro dal capitale. Non c’è più separazione tra politiche del lavoro e politiche di welfare. Esse sono due facce della stessa medaglia. E oggi, più di ieri, la lotta per un nuovo welfare è strumento diretto di regolazione del mercato del lavoro e di miglioramento della condizione lavorativa.

Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Elsa Fornero ha dichiarato: “L’Italia è un paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per nove mesi l’anno, e con un reddito di base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”. Andrea, non ritieni invece che il reddito minimo garantito possa costituire un elemento propulsivo e un’opportunità per l’economia e la società italiana?

Assolutamente sì. E ciò vale proprio per le condizioni del lavoro oggi, dove sempre più le facoltà cognitive e relazionali sono messe al lavoro (e a valore). Ciò darebbe impulso a quella cooperazione e produttività sociale che sta oggi alla base della creazione di valore, favorendo un miglior sfruttamento dell’economia di apprendimento e di rete.

Per un approfondimento al riguardo occorre inizialmente domandarsi il significato del termine “lavoro”.  L’idea di “lavoro” fa riferimento alla libera espressione della capacità e della creatività umana (nel qual caso sarebbe meglio usare il termine “opera”) o invece si fa riferimento a quel lavoro che si è costretti ad accettare (appunto “coercitivo”) perché non vi sono alternative se non il ricatto e la miseria (dal latino labor = fatica). Quando si parla di catena di montaggio, di lavoro in fabbrica o in un call center o in un ufficio a imputare dati su dati, non si parla di “opera”, ma più prosaicamente di “lavoro”: un lavoro che non dà nessuna dignità umana, ma solo asservimento. La favola del lavoro che nobilita l’uomo viene dall’antica Grecia, quando per lavoro (nel senso di opera) si intendeva otium, ovvero la possibilità di coltivare i propri interessi (il concetto di “gioco”).

Oggi è solo schiavitù, in quanto finalizzato a creare valore in modo alienato per pochi. Non è un caso che l’attività umana in quasi tutte le lingue e tradizioni dei popoli del mondo si esprime con due termini: uno significa fatica, dolore, tortura (travail, lavoro, trabajo, labour, arbeit, ecc.), l’altro significa scelta, vita activa, produzione artistica (opus, opera, ouvre, work, werke, ecc.).

E’ dal capitalismo (ma direi anche prima, dalla nascita del protestantesimo) che l’idea di attività umana come dolore, fatica, tortura, schiavismo, asservimento è diventata l’unica vera attività lavorativa (la cd. “etica del lavoro”), con la scusa che bisogna contribuire alla società (leggasi, ai profitti e alle rendite di pochi). A più di trent’anni dai movimenti degli anni Settanta che teorizzavano e predicavano il rifiuto del lavoro salariato (e che tanto hanno influito sulla mia formazione politica), è disperante osservare come l’attuale arretratezza culturale (presente anche all’interno della sinistra e della pratica sindacale) non sia in grado di fare questa distinzione fondamentale e si focalizzi ancora sulla richiesta di riconoscere la dignità dello stesso lavoro salariato.

Ridurre il grado di coercizione al lavoro, proprio perché si riduce la ricattabilità al bisogno, aumenta il diritto alla scelta e quindi la libertà e l’autonomia degli individui (diritto alla scelta del lavoro, non diritto al lavoro tout court!): due elementi che vanno a braccetto con l’ampliamento dei diritti sociali e delle stesse garanzie del lavoro. E farebbero bene anche al sistema economico, come antidoto per uscire dalla crisi attuale.

In Italia c’è chi sostiene sia più realistico, data l’attuale congiuntura economica, estendere e potenziare il sistema di ammortizzatori sociali esistenti piuttosto che introdurre il reddito minimo garantito. Cosa pensi di questo orientamento e qual è la Tua valutazione in merito al nuovo sistema di ammortizzatori sociali contemplati dalla riforma del mercato del lavoro Monti-Fornero?

Il giudizio è molto negativo. La riforma si muove in un’unica direzione: abolire quegli ammortizzatori sociali che sono a carico del bilancio dello Stato, con l’ovvio obiettivo di fare cassa. Indennità di disoccupazione e di mobilità e la Cassa Integrazione Straordinaria (dal 2014) saranno abolite a favore dell’introduzione dell’Assicurazione Sociale per l’Impiego (Aspi), che entrerà a regime ben nel 2017 e che verrà finanziata con i contributi sociali (in particolare con l’aumento dell’aliquota contributiva dell’1,4% a carico dei contratti a termine). Rimarranno in vigore, sino al 2017, la Cassa Integrazione Ordinaria (già oggi a carico della contribuzione sociale) e la Cassa in deroga, finché saranno esigibili i finanziamenti stanziati a livello europeo e oggi utilizzati dalle regioni (e che il governo si limita ad auspicare che diventino strutturali). La nuova assicurazione sociale potrà essere usufruita dai lavoratori dipendenti (quindi non dai parasubordinati e dagli “autonomi”), dagli apprendisti e dagli artisti, purché siano stati garantiti due anni di anzianità assicurativa e 52 settimane di lavoro nell’ultimo biennio (art. 23). Rimangono così inalterati quei parametri di accesso già oggi in vigore per il sussidio di disoccupazione e che tagliano fuori da qualsiasi forma di sostegno al reddito la maggior parte dei precari. Sarà pari al 75% della retribuzione fino a 1.150 euro e al 25% oltre questa soglia, per un tetto massimo, comunque, di 1119 euro lordi al mese. La durata dell’Aspi viene estesa dagli attuali 8 mesi (12 per gli over 50) a 12 mesi (18 per gli over 55), ma sarà a scalare con una riduzione nella misura del 15% dopo i primi sei mesi di fruizione e di un ulteriore 15% dopo il dodicesimo mese di fruizione (art. 24). Per rendere più digeribile questa pillola amara, nel periodo di transizione, è prevista una mini-Aspi, applicabile ai giovani lavoratori, con parametri di accesso più favorevoli: sono infatti necessarie almeno 13 settimane di contribuzione negli ultimi 12 mesi. L’indennità verrà calcolata in maniera analoga a quella prevista per l’Aspi. La durata massima dell’istituto sarà però pari alla metà delle settimane di contribuzione negli ultimi 12 mesi, ultimi 12 mesi, detratti i periodi di indennità eventualmente fruiti nel periodo (art. 28). Rimangono però esclusi le varie forme di collaborazioni e altre tipologie precarie di lavoro.

Personalmente penso che occorra una drastica rimessa in discussione degli attuali ammortizzatori sociali, che vada verso la creazione di un unico ammortizzatore sociale, appunto il RBI. Troppe sono le distorsioni, le iniquità e l’impraticabilità di accesso di quelli attuali. Alcune precondizioni potrebbero essere utili:

• La separazione tra assistenza e previdenza, ovvero tra fiscalità generale a carico della collettività e contributi sociali, a carico dei lavoratori e delle imprese (Inps). In altre parole, la somma che finanzia il reddito di base non deve derivare dai contributi sociali, ma piuttosto dal pagamento delle tasse dirette e indirette e dalle entrate fiscali generali dello Stato, relative ai diversi cespiti di reddito, qualunque sia la loro provenienza. Il reddito di base incorpora, sostituisce e universalizza gli attuali iniqui, parziali e distorsivi ammortizzatori sociali, non più da contabilizzare nel bilancio Inps ma all’interno del bilancio dello Stato (Legge Finanziaria nazionale e regionale). In tal modo, si riducono i contributi sociali (per la quota relativa agli ammortizzatori sociali), con l’effetto di far aumentare i salari e ridurre il costo del lavoro per le imprese.

• La costituzione di un bilancio autonomo di welfare. Occorre costituire e definire un bilancio suo proprio, dove vengono contabilizzate tutte le voci di entrata e di uscita, ovvero le fonti di finanziamento e le voci di spesa. La legge quadro 328/2000  di “riforma del welfare locale”, unitamente ad altre disposizioni legislative precedenti (in particolare il D.L. 31 marzo 1998, n. 112), consente tale innovazione, anche grazie alla possibile costituzione di un Osservatorio Regionale sul Welfare, che abbia come compito il monitoraggio della spesa sociale e la sua efficacia, l’analisi della composizione della ricchezza, della struttura del mercato del lavoro, della distribuzione del reddito e l’individuazione delle fasce sociali a rischio di povertà ed esclusione sociale. Tale bilancio è un sotto insieme del bilancio generale (regionale, nazionale o europeo). Tale operazione consente un processo di razionalizzazione, semplificazione e trasparenza, in grado di:

1. ridurre gli ambiti discrezionali di gestione del bilancio in materia di welfare, oggi suddivisi tra assessorati diversi (o centri di spesa) con bilanci separati, ognuno dei quali rappresenta un centro di potere;

2. ridurre le sovrapposizioni e le moltiplicazioni di spese e provvedimenti di protezione sociale, con un risparmio di bilancio, che si stima essere intorno al 5-7%;

3. snellire l’iter burocratico e centralizzare il processo di controllo e di monitoraggio, riducendo ulteriormente i costi della macchina statale.

• Ridefinizione, a fini fiscali, del concetto di attività lavorativa. Una definizione omogenea, seppur flessibile, di prestazione lavorativa, basata sul grado di dipendenza e di etero direzione, è necessaria per un equo trattamento nell’imposizione fiscale e nella contribuzione previdenziale.


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Intervista ad Alessandro Tambellini, candidato sindaco per la coalizione di centrosinistra a Lucca

Sviluppo sostenibile, contrasto alla disoccupazione adulta e giovanile, welfare locale e reddito minimo garantitoCinque domande ad Alessandro Tambellini, candidato sindaco per la coalizione di centrosinistra * a Lucca.

* (Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà, Federazione della Sinistra, Italia dei Valori, Lucca civica Tambellini Sindaco)

Luchino Galli, blogger e mediattivista, intervista Alessandro Tambellini

Il sindaco del centrodestra Mauro Favilla è in corsa per il sesto mandato, ma nello scenario politico lucchese consolidati equilibri si sono rotti e saranno undici i candidati sindaco alle prossime elezioni amministrative del 6 e 7 maggio. 

Dottor Tambellini, come è nata la Sua candidatura a sindaco, e quali sono le Sue parole d’ordine “per aprire una nuova stagione” nella città di Lucca?

La mia candidatura è nata da un percorso condiviso dei partiti del centrosinistra che mi hanno scelto come candidato sindaco all’unanimità. Insieme ai partiti c’è stato, e c’è, un pezzo importante della società civile che mi accompagna e mi sostiene da tempo e che rappresenta un valore aggiunto notevole. Sono persone che fanno parte di associazioni e gruppi organizzati o singoli cittadini che hanno sempre spinto affinché nella classe politica ci fossero persone nuove, competenti e oneste. In questi mesi sto poi ricevendo attestati di stima e anche sostegno da parte di persone storicamente legate alla cultura e ai partiti di centrodestra le quali, avendo visto il livello di divisioni, opacità nelle scelte e immobilismo della classe politica che ha amministrato la città negli ultimi anni, sono stufe di certi spettacoli e credono che la mia candidatura possa essere comunque positiva per la città. Stiamo portando avanti una campagna solida e sobria, orientata all’incontro con i cittadini, alla trasparenza nelle intenzioni programmatiche, alla partecipazione. Stiamo svolgendo veri e propri “tour” nei quartieri e nei paesi della lucchesia che mi portano a parlare e confrontarmi con tante persone. Sulla scorta del modello campagna di Pisapia a Milano, si sono creati nel territorio una decina di comitati locali che sostengono la mia candidatura e organizzano incontri e attività. Al programma elettorale hanno lavorato duecento persone, militanti dei partiti e cittadini fuori dalla politica partitica: il programma nasce dalle esigenze quotidiane che la nostra città continua a disattendere ed è molto concreto. È il disegno della città del futuro, una città nuova e vivibile per tutti.

L’economia lucchese è trainata dalle esportazioni verso i mercati esteri (nella nostra provincia, nei primi nove mesi del 2011, il valore dell’export ha segnato un aumento del 10,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), ma l’occupazione cala, peggiora la qualità complessiva del lavoro; diminuiscono, in termini reali, il reddito disponibile e il potere d’acquisto della maggioranza delle famiglie; stentano i consumi; si acuiscono le diseguaglianze sociali. 

E’ possibile un modello di sviluppo sostenibile che, a partire dal territorio locale, crei occupazione stabile e redditi decorosi, conciliando crescita economica e benessere sociale anche all’insegna di una più diffusa ed equa distribuzione della ricchezza?

Credo che uno dei compiti più importanti di una buona politica sia quello di dimostrare che è ancora capace di essere realmente al servizio dei cittadini e del reale benessere. Incontrando ogni giorno molte persone, noto che la cosiddetta “antipolitica” è un sentimento che si sta diffondendo a macchia d’olio: i cittadini non hanno più fiducia che i partiti possano risolvere realmente i problemi quotidiani. Le casse delle amministrazioni pubbliche languono – anche quella del Comune di Lucca le cui finanze mal gestite hanno portato ad una situazione drammatica che sarà impegnativo risanare – sono vuote o hanno limitate disponibilità ed è facile arrendersi e limitarsi a “gestire” la situazione facendo finta che niente stia accadendo sui territori. Ma come dice lei, sui territori la situazione sta diventando allarmante: anche per quello che riguarda le politiche del lavoro un Comune – che pur ha poche competenze – può fare molto. E lo può fare anche partendo dal sostegno concreto ad imprese che hanno in mente un modello di sviluppo sostenibile. Per questo l’equità nelle politiche locali deve tornare centrale. Per questo devono essere sostenuti progetti dei giovani che siano innovativi. Per questo la burocrazia delle macchine amministrative deve essere veramente semplificata per fare in modo che chi ha idee e talento possa affermarsi e crescere. Le amministrazioni locali devono coordinare il loro impegno per il mantenimento dei livelli occupazionali esistenti, rafforzando i distretti industriali sul territorio. Ma devono anche dimostrare di avere il coraggio e la fantasia di dare attenzione alla nuova economia, quella che non consuma risorse, ma le rispetta, quella che non cancella i diritti dei lavoratori ma li promuove, quella che si basa anche sulle relazioni di fiducia fra le persone come dimostra il filone dell’economia solidale che anche nel nostro territorio è molto forte e presente. Un Comune può fare tanto per promuovere, sostenere ed appoggiare queste iniziative a cominciare dal settore agricolo.

La questione occupazionale sarà il problema centrale dei prossimi anni anche nel nostro territorio. Le ricadute della crisi economica sul mercato del lavoro sono pesanti: nell’area lucchese continuano  ad aumentare i lavoratori precari, mentre sono migliaia i disoccupati e gli inattivi scoraggiati. Come può il sindaco di un’importante città fronteggiare la precarietà lavorativa, la disoccupazione adulta e giovanile nel territorio che amministra?

Purtroppo i giovani sono i più colpiti dalla situazione di crisi che viviamo: a Lucca circa il 30% dei giovani non trova lavoro. Per questo è urgente operare per rafforzare l’incontro della domanda e l’offerta di lavoro anche tramite una maggiore informazione e coordinamento e finanziando i progetti più significativi che verranno proposti dai giovani stessi. Così come è necessario coordinare le politiche locali con le molte possibilità per i giovani che giungono dal progetto “GiovaniSì” della Regione Toscana e dai fondi europei. Ma il problema non riguarda solo i giovani: il Comune deve fare tutto il possibile per fare in modo che le realtà economiche continuino ad investire su Lucca, mettendo in campo tutte le azioni possibili sul piano delle infrastrutture, del coordinamento con gli altri enti del territorio, della concertazione con le aziende in crisi. Il Comune deve fare la sua parte, l’immobilismo non porta alcun risultato e peggiora la situazione dei lavoratori.

La precarizzazione del mercato del lavoro, le basse retribuzioni, la disoccupazione e la mancanza di adeguati ammortizzatori sociali espongono a nuove forme di povertà un numero sempre crescente di cittadini lucchesi.

Il dossier “Comunità in ascolto. Rapporto sulle povertà e le risorse nella Diocesi di Lucca 2010”, curato dalla Caritas Lucca in collaborazione con la Fondazione Volontariato e Partecipazione, fotografa il crescente disagio sociale connesso al progressivo impoverimento economico che anche nella nostra città sta segnando le  vite di tante persone e famiglie.

Come realizzare un sistema di welfare locale che dia risposte concrete ed efficaci ai nuovi bisogni esplosi con la crisi economica? E come creare sul territorio forme di protezione sociale che preservino i cittadini dalla povertà?

Per aiutare le famiglie lucchesi non basta la beneficenza, ma occorrono politiche sociali innovative ed efficaci. Il sostegno pubblico è insufficiente, ma le famiglie non possono essere lasciate sole di fronte alla crisi. Anche su questo tema serve lavorare molto sulla prevenzione e il sostegno ai problemi quotidiani delle famiglie, a partire dagli aspetti più concreti. Ricostruendo ad esempio una rete di servizi di supporto educativo, che va dal nido al dopo scuola fino alle attività ricreative e di tempo libero, collegata ad una proposta per un’adeguata politica rivolta alle realtà giovanili, nelle diverse fasce di età. Lavoreremo ad un miglioramento nell’accesso ai servizi a domanda individuale (dal nido alle mense scolastiche ai trasporti), ridefinendo criteri e priorità di accesso e le fasce di contribuzione ai costi. La scuola e l’educazione saranno al centro dell’azione amministrativa: rafforzeremo le attività rivolte al recupero di quei ragazzi che hanno difficoltà di inserimento attraverso specifici programmi di assistenza sociale. Daremo priorità al rafforzamento dei servizi territoriali e a domicilio per disabili e anziani.  Infine, ma non meno importante, la casa: realizzeremo nuovi complessi di edilizia residenziale pubblica e recupereremo beni abitativi rimasti abbandonati. Particolare attenzione sarà data alle giovani famiglie, con contributi in conto affitto e affitti a canone concordato dove, anche in questo caso, l’amministrazione comunale dovrà svolgere ruolo di garanzia. Vorremmo che finalmente i cittadini trovassero nel Comune un alleato nei problemi che incontrano quotidianamente, non una controparte che agisce secondo logiche proprie ed inefficienti.

Un’ultima domanda. Nell’Unione europea solo Ungheria, Grecia e Italia non hanno istituito il reddito minimo garantito. Recentemente Elsa Fornero, ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha dichiarato: “L’Italia è un Paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per 9 mesi l’anno, e con un reddito di base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”.

Dottor Tambellini, qual è la Sua posizione in merito al reddito minimo garantito, ed eventualmente in che termini può essere introdotto nel nostro ordinamento giuridico e come finanziarlo?

Sono questioni che esulano dalle competenze del Comune a cui rispondo però volentieri da cittadino. Credo che ogni sforzo per sostenere ed accompagnare i giovani e tutti coloro che hanno problemi di lavoro sia da sperimentare. Altri paesi che hanno politiche sociali avanzate lo fanno e non vedo perché non si possa aprire la discussione anche in Italia. Purtroppo mi sembra che in generale ci sia sempre più interesse ad ideologizzare i problemi, le discussioni e le soluzioni, mentre un po’ più di pragmatismo farebbe solo bene. Il problema di tutte queste misure che sarebbero utili al sistema Italia è proprio come reperire i fondi: basterebbe trovare il coraggio di tagliare alcune spese inutili e razionalizzare e ripristinare le misure utili come i fondi sociali agli enti locali che gli ultimi governi hanno praticamente azzerato. Ma serve una riforma complessiva perché il nostro ordinamento è cresciuto con misure troppo frammentate e sovrapposte. E serve fissare in ogni ambito dei livelli essenziali per fare in modo che su certe conquiste non si torni più indietro. A quel punto sarebbe possibile anche sperimentare nuove misure come potrebbe essere il reddito minimo garantito o anche altre che sono ugualmente interessanti.


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E a noi in Italia quanto ci manca per arrivare a questa situazione ?

Grecia

Una di 3 piccole imprese vale a dire il 30% della realtà produttiva greca ha già chiesto il fallimento oppure ha chiuso da sè se si lo poteva permettere.

Tra pochi mesi i greci avranno finito i suoi risparmi, voglio dire che fino ad oggi molti dei greci avevano qualche risparmio da parte che le permetteva di andare avanti con le spesse di tutti i giorni.

La Grecia per quanto raccontano i suoi dirigenti, non vuole uscire dal Euro cosa che la costringe alla povertà dato che non ha capacità produttive ne industrie per poter permettersi di avere una moneta forte.

Il debito che hanno è impagabile dato che il governo paga i bond e/o debito sovrano con quanto ricava dalle tasse e si le aziende non ci sono non ha da dove ricavare.

E chiaro che prima questo anno la Grecia farà crick crok o meglio un defaul non pilotato….. dato che ha degli impegni restituzione dei debiti che non potrà affrontare……

In altri paesi come il mio Argentina abbiamo iniziato cosi . chiedendo un prestito al IMF o FMI , alla banca Mondial oppure al Club di Paris…….

Ma cosa comporta chiedere soldi al Club di Paris oppure al FMI ?

Per che quando uno chiede soldi a loro….. non solo ci sarà da restituirlo ce da ascoltare le loro raccomandazioni….

per ascoltare le loro raccomandazioni significa ubbidire le loro politiche neo-liberali.

Approfondiamo di cosa si tratta.

nel governo Menem 1989-99

il governo argentino vende i suoi gioielli in una politica liberal..
Aerolineas argentinas, YPF, GAS, la telecom ed altre …con una privatizzazione nell’insegna di che un privato cura meglio l’interesse dell’azienda che lo stato.

l’idea era levare i monopoli dello stato e creare concorrenza. ad esempio la telecom argentina viene venduta agli spagnoli e all’Italia.
vediamo come l parte del nord del paese a uno e la parte del sud del paese all’altro,

In realtà si passo da un monopolio statale a uno privato.. dato che non c’è reale concorrenza….. si sono soltanto spartiti le comunicazioni del paese in due compagnie che non concorrono.

Come questo esempio diverse multinazionali Amerikane avevano anche fatto shopping in argentina. comprando il sotto suolo, riserve d’acqua, e tutto quello che vi potete immaginare…….

Dove voglio arrivare ? su suggerimento dei consiglieri del FMI si passo ad una liberalizzazione per fare si che lo stato avesi meno spesse e potesse affrontare il pagamenti dei debiti.

in parole povere dover ascoltare i suggerimenti dal FMI significa impegnarsi a vendere i tesori di casa……. alle aziende indicate dal FMI o meglio sotto il loro suggerimento le aree da privatizzare e poi i compratori arrivano da soli……..

Ma se tutto questo fosse leggermente diverso ?

Se in realtà la Grecia che sta affrontando il percorso argentino della troika FMI. BCE e banca mondiale. ecc

Fosse un gioco già pensato a tavolino come una partita a scacchi dove in realtà la Grecia ha già i dragma stampati con una devalutazione al 70% e con un debito in euro che rimarrà cosi.

Se non fosse casuale che Monti (consulente di Goldman Shach) che il ministro dell’economia espaniol sia anche consulente della goldman ed anche Lucas Papademos è anche parte del gruppo….

La scelta è stata salvare le banche cosi le banche garantivano la continuità del sistema . ma se con gli stessi soldi i governi avessero saldato in parte i mutui delle persone …. avrebbero aiutato le banche dato i mutui si pagano in banca e non avrebbero impoverito le persone. e mandato in recensione l’economie dato che se la gente non ha soldi l’economia non si muove.

Ora le banche si trovano con gli aiuti dello stato e con le proprietà delle persone che non sono riusciti a pagare le ipoteche.. insomma hanno guadagnato due volte…..
con soldi pubblici cioè con i soldi di tutti.

Tornando alla Grecia……
Cosa fa un padre di casa se non ha più soldi e c’e da dare da mangiare ai figli ?

va a rubare, saccheggiare, se suicida, ed entra nella totale follia….
oppure accetta la nuova situazione di povertà.

chi è sempre stato povero non ha nessuna differenza. continua ad esse povero. Chi era parte di una classe media se ora si trova nella situazione di non avere da mangiare potrebbe diventare violento…….
oppure trova vie alternative per avere quello che sempre ha avuto. si prostituisce nel senso letterale della parola oppure vende droghe o si dedica ad altre attività illegali….. per ritornare alla situazione di prima….

Alejandro Sole Costa


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Il contrasto alla disoccupazione adulta nei programmi dei candidati sindaco. Intervista a Daniela Rosellini, Movimento 5 Stelle.

Sviluppo sostenibile, contrasto alla disoccupazione adulta e giovanile, welfare locale e reddito minimo garantito: parla Daniela Rosellini, candidato sindaco di Lucca. 

Il sindaco del centrodestra Mauro Favilla è in corsa per il sesto mandato, ma nello scenario politico lucchese consolidati equilibri si sono rotti e saranno undici i candidati sindaco alle prossime elezioni amministrative del 6 e 7 maggio. 

Daniela, come è nata la Tua candidatura a sindaco, e quali sono le Tue parole d’ordine per fare della città di Lucca un Comune a 5 Stelle?

Il lavoro che svolgo mi porta quotidianamente a stretto contatto con i disagi delle persone e delle loro famiglie; problematiche importanti da risolvere, per il mio ruolo professionale, da dietro uno “sportello”. Ma aldilà di questo divisorio ho da tempo capito che non esiste un generico signor Rossi: oltre quel limite c’è l’individuo, il Signor Rossi, c’è la nostra famiglia, i nostri figli, i nostri nipoti.

Così mi sono messa in movimento, ho idealmente scavalcato quel divisorio e ho cercato di dar voce a quanti tra i miei concittadini non riescono (per innumerevoli cause) a farlo.

Sono stati anni impegnativi, di ricerca, di contraddizioni, di tentativi che hanno permesso di portare alla luce il mio primordiale desiderio: quello di ridestare la coscienza dei troppo assopiti e stimolare la loro partecipazione diretta.

E, vi assicuro, le difficoltà sono enormi ma, con il coinvolgimento di quanti credono nel valore della collettività,  riusciremo ad ottenere quello che è il mio primario obiettivo: creare una città a misura d’uomo.

Il motto elettorale è “Lucca a 5 stelle” e le parole d’ordine del nostro Movimento sono cinque come le stelle presenti nel simbolo: trasparenza, etica, uguaglianza, sostenibilità, diversità.

Trasparenza in tutte le faccende e gli atti dell’amministrazione.

Etica dell’essere umano, che distingue i comportamenti giusti e leciti da quelli moralmente inappropriati.

Uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alle istituzioni e alle amministrazioni locali.

Sostenibilità del sistema locale nei confronti di territori, ambiente ed economia.

Diversità nell’offerta dei servizi essenziali di una società del terzo millennio.

L’economia lucchese è trainata dalle esportazioni verso i mercati esteri (nella nostra provincia, nei primi nove mesi del 2011, il valore dell’export ha segnato un aumento del 10,2% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), ma l’occupazione cala, peggiora la qualità complessiva del lavoro; diminuiscono, in termini reali, il reddito disponibile e il potere d’acquisto della maggioranza delle famiglie; stentano i consumi; si acuiscono le diseguaglianze sociali. 

E’ possibile un modello di sviluppo sostenibile che, a partire dal territorio locale, crei occupazione stabile e redditi decorosi, conciliando crescita economica e benessere sociale anche all’insegna di una più diffusa ed equa distribuzione della ricchezza?

Non dobbiamo dimenticare che le esportazioni sono prevalentemente dovute al comparto meccanico e a quello cartario, che si sono già fortemente ridimensionati, in termini di numero di addetti nel settore; ciò significa che le aziende si sono snellite, mentre al contempo la loro efficienza è aumentata. Quindi hanno potuto produrre in maniera competitiva per i mercati esteri, impiegando un numero minore di lavoratori, distribuendo di conseguenza minor ricchezza sul territorio.

Il modello sostenibile non è una speranza, ma l’unica via percorribile che permette alle aziende di prosperare in maniera sana. Investimenti su sicurezza, risparmio energetico, fonti rinnovabili, sono un ottimo esempio di sistema sostenibile che genera posti di lavoro in questi stessi settori strategici, ed è per questo che nel nostro programma trova spazio un piano di sviluppo delle energie rinnovabili, e lo studio di incentivazioni in favore delle imprese locali. 

La questione occupazionale sarà il problema centrale dei prossimi anni anche nel nostro territorio. Le ricadute della crisi economica sul mercato del lavoro sono pesanti: nell’area lucchese continuano  ad aumentare i lavoratori precari, mentre sono migliaia i disoccupati e gli inattivi scoraggiati.

Come può il sindaco di un’importante città fronteggiare la precarietà lavorativa, la disoccupazione adulta e giovanile nel territorio che amministra?

Per quello che concerne i posti di lavoro futuri, nel nostro programma è previsto un piano di medio e lungo termine di marketing territoriale per uno sviluppo economico sostenibile della città. Un paese che non investe nei giovani è un paese destinato all’estinzione; lo so che può sembrare una frase di circostanza che ogni nostro politico cita almeno una volta al giorno, ma purtroppo fino ad ora è rimasto uno slogan.

Per i posti perduti, invece, il problema maggiore è dato dagli adulti che perdono il lavoro.

Sempre più spesso mi capita di imbattermi in storie di adulti che, nel giro di poco tempo, si sono ritrovati catapultati nell’inferno della povertà. Mi ha molto colpito la vicenda di cui un ultracinquantenne ha sentito la necessità di rendermi partecipe, senza che mi conoscesse, ma forse solo per un estremo bisogno di gridare a qualcuno il suo senso di frustrazione: dopo oltre 30 anni di lavoro professionale, si è ritrovato nella sala di attesa dell’Urp del Comune dove risiede, insieme ad altri che, alla condizione di povero, si sono ormai “rassegnati”; era lì per informarsi della possibilità di richiedere un sussidio economico. Si è guardato intorno e all’improvviso ha realizzato che anche lui, adesso, è come loro. Questa presa di coscienza del suo nuovo “status” l’ha portato a chiedersi perché era lì; si è alzato e se n’è andato. “Non voglio l’elemosina dal Comune”: questa è stata la frase finale del nostro breve colloquio.

La disoccupazione adulta è una realtà estremamente preoccupante, piuttosto ignorata dai media, dalla politica, dalle istituzioni, dal mondo economico. Ma esplode in tutta la sua gravità alla notizia dell’ennesimo suicidio di chi, lasciato solo a combattere per la sopravvivenza, decide di mollare la presa.

Per questo numero crescente di lavoratori dobbiamo inventarci dei piani strategici di riqualificazione; penso ai corsi di formazione professionale improntati sull’esigenza di dare una risposta al mercato e la possibilità di incentivare tali lavoratori.

Vuoi un esempio?

Se il mercato locale richiede l’impiego di sei idraulici, oppure di tre web designer, i corsi di formazione saranno mirati in tal senso, e magari potremmo istituire dei consorzi, di tipo pubblico, ai quali far appoggiare queste figure professionali per alleggerirne le difficoltà.

La precarizzazione del mercato del lavoro, le basse retribuzioni, la disoccupazione e la mancanza di adeguati ammortizzatori sociali espongono a nuove forme di povertà un numero sempre crescente di cittadini lucchesi.

Il dossier “Comunità in ascolto. Rapporto sulle povertà e le risorse nella Diocesi di Lucca 2010”, curato dalla Caritas Lucca in collaborazione con la Fondazione Volontariato e Partecipazione, fotografa il crescente disagio sociale connesso al progressivo impoverimento economico che anche nella nostra città sta segnando le  vite di tante persone e famiglie.

Come realizzare un sistema di welfare locale che dia risposte concrete ed efficaci ai nuovi bisogni esplosi con la crisi economica? E come creare sul territorio forme di protezione sociale che preservino i cittadini dalla povertà?

La domanda è tragica e affascinante al contempo; tragica perché il problema ha le proporzioni della tragedia, appunto, affascinante perché si tratta di trovare le risposte al nostro futuro.

Alcune, già pronte, sono nel nostro programma elettorale:

– istituzione della banca del tempo comunale;

– incentivi all’istallazione di distributori alla spina per tutti i prodotti possibili;

– piano per la promozione di produzioni agro-alimentari locali, sostegno ai gruppi di acquisto solidale e alla filiera corta;

– creazione di last minute market;

– incentivazione all’imprenditoria agricola giovanile;

– sostegno al recupero degli uliveti abbandonati.

Le sempre minori risorse economiche impongono una rielaborazione delle politiche sociali; interventi mirati e qualificati di assistenza devono sostituirsi all’assistenzialismo sul quale si è finora basato il nostro welfare.

Un’ultima domanda. Nell’Unione europea solo Ungheria, Grecia e Italia non hanno istituito il reddito minimo garantito. Recentemente Elsa Fornero, ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha dichiarato: “L’Italia è un Paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per 9 mesi l’anno, e con un reddito di base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”.

Daniela, qual è la posizione del Movimento 5 Stelle in merito al reddito minimo garantito, ed eventualmente in che termini può essere introdotto nel nostro ordinamento giuridico e come finanziarlo?

Intanto faccio notare che la signora Fornero è un ministro di un governo non eletto dai cittadini, e solo questo basterebbe per non prenderla in considerazione. E poi, una pasta al pomodoro, laddove ci sono politici che banchettano a caviale e cozze pelose, non mi pare quel gran lusso; da piccola, era uno dei piatti più gettonati a casa mia, perché altri cibi erano un lusso per una famiglia di operai.

Il problema del reddito minimo garantito è una cosa seria, soprattutto in un paese con un tasso altissimo di evasione ed elusione fiscale che, non contrastati con una efficace politica di controlli, tolgono risorse importanti ad un qualsiasi potenziamento del welfare.

Il Movimento 5 Stelle è favorevole all’introduzione di un reddito minimo garantito per soddisfare i bisogni primari (casa, cibo, salute…) e soprattutto per garantire il diritto delle persone ad una esistenza dignitosa.

Purtroppo il nostro paese questa dignità l’ha persa già da tempo, permettendo di essere governato da una classe politica indecente.

 Lucca, 4 aprile 2012

Luchino Galli, blogger e mediattivista


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RIFIUTI… CHE PASSIONE!

 

Nota Facebook  di Margherita Pagliaro 

( foto di Margherita,Paul Connett è al centro  )

E’ domenica 25 marzo 2012, sto partendo per Paternò (CT), mille pensieri si affollano mentre la macchina scorre veloce sul manto sempre più sconnesso dell’autostrada, ad ogni sobbalzo i pensieri si fermano, ma poi riprendono come prima. Sono partita da Messina perchè Cristiano Scoto, di Catania, aveva tanto insistito perchè io andassi al convegno con Paul Connett, il massimo protagonista della crescente diffusione nel mondo di Rifiuti Zero. Da quel momento in poi un crescendo di emozioni, prima per l’organizzazione del viaggio, poi per convincere qualcuno ad accompagnarmi, infine parto da sola, forse doveva andare così.

A Misterbianco incontro per la prima volta Cristiano Scoto e Sebastiano Spina e l’empatia è immediata, ci si capisce al volo quasi senza parlare, loro saranno vicini a me per tutto il tempo, mi fanno conoscere diverse persone, tra le quali il professor Paul Connett, alcuni sono giovani, che bello,  tutti con un retroterra di grande rispetto, ma anche con un’umiltà che solo pochi riescono ad avere e con un’esperienza che solo l’azione nel merito dei Rifiuti Zero ancora troppo pochi hanno. Sono presenti al convegno alcuni delle istituzioni locali, invitate proprio per capire cosa possono fare di più, perché attraverso i rifiuti si possono creare posti di lavoro, i quali renderebbero le nostre città più vivibili, ma non solo! Il professore Paul Connett rende esaustiva la sua relazione in merito ai 10 punti con i quali la raccolta differenziata può essere la rivoluzione di cui tutti abbiamo bisogno, nel suo libro Rifiuti Zero- la rivoluzione in corso è tutto spiegato con la chiarezza di un bambino.

C’è anche l’avvocato Marisa Falcone, che racconta la sua esperienza con un problema di salute, si chiama MSC, che due anni fa l’ha costretta ad iniziare a vivere la sua vita con una mascherina, e non solo…perchè allora scopre che il contatto con altri esseri umani che lavano i propri indumenti con i detersivi in commercio, che usano prodotti, sempre in commercio, per l’igiene personale ed altro ancora, per lei diventa un pericolo costante alla sua salute… e non solo… così per un breve momento fa la sua apparizione per sensibilizzare i presenti, dimostrando così che la lotta non è inutile…come qualcuno continua a pensare!

L’ultima domanda nella biblioteca comunale di Paternò è la mia, la più semplice. Mi alzo e rivolgendomi al pubblico chiedo se qualcuno è di Messina, silenzio tombale, eppure non eravamo pochi, ma solo io sono presente, sia come associazione Onlus FIOR DI LOTO (Far rifiorire la società con il lavoro e la cultura) e sia come Margherita. A questo punto è inevitabile chiedere di poter presenziare ad un convegno che possa tenersi a Messina così com’è è inevitabile la risposta positiva del professore Paul Connett, il quale fu a Messina il giorno dell’alluvione nel 2009 a Giampilieri, per tal motivo, sembra, pochi furono presenti a quel convegno, ma credo che sia comprensibile.

Con la FIOR DI LOTO da poco meno di un mese abbiamo avviato il Progetto Ecoland, di cui l’artefice è Danilo Micelli, che ha studiato e messo a punto un nuovo modo di vivere in comunità, già, quel modo di vivere che abbiamo perso ormai da troppo tempo ma che abbiamo bisogno di riappropriarcelo, perché tutti insieme possiamo credere che il cambiamento sia possibile! Per questo sono convinta più che mai che sia arrivato il momento di mollare i personalismi ed unire idee, progetti ed intenti della massa di persone che si stanno muovendo, in Italia e non solo, per il cambiamento, ognuno mettendo un pezzo del suo, perché, come dice Paul Hawken, noi siamo la Moltitudine inarrestabile, e da qui non si torna più indietro!

A notte fonda, dopo la cena insieme agli organizzatori, con il professore e la sua consorte, arrivo finalmente a casa stanca ma con un’energia ancora più grande di quando sono partita, l’ultima occhiata a fb, Marisa mi offre la sua amicizia e mi aggiunge al gruppo in cui si parla dei problemi legati all’ambiente, lei fa parte di un’associazione, l’A.D.A.S., per la difesa dell’Ambiente e della Salute… ne conosco un’altra simile per l’impegno profuso nei luoghi intorno alla raffineria di Milazzo e nella Valle del Mela, dove la gente muore nel silenzio non solo della politica ma anche degli italiani tutti, tranne loro ed alcuni altri…

C’è ancora molto da fare, ma l’obiettivo è ormai fin troppo chiaro, l’unione del genere umano, seppur con le sue diversità!

Ringrazio tutti quelli che ho conosciuto e tutti coloro che mi leggeranno… la RIVOLUZIONE E’ IN CORSO!

Questo link vi darà l’idea di come sia semplice la soluzione, poi non smettete di saperne di più:

http://www.rifiutizerocapannori.it/i-10-passi-verso-rifiuti-zero.html 

Margherita Fiordiloto Pagliaro