LA CONOSCENZA RENDE LIBERI

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Cosa possiamo fare per aiutare i libici ? Proposta in 6 punti di Bernard-Henri Lévy

1 Commento

Se qualcuno si fosse perso l’interessante articolo di Bernard-Henri Lévy, lo ripropongo qui nel nostro blog in modo che sia base di discussione sulla crisi internazionale in atto. Con il titolo ” Cosa possiamo fare per aiutare i libici ? Proposta in 6 punti”, Bernard-Henri Lévy analizza il 06/03/2011, sul CORRIERE della SERA, la situazione in Libia.

Cosa possiamo fare per la giovane rivoluzione libica? È la domanda che il mondo si pone su quella, fra le rivoluzioni arabe, che fin d’ora è oggetto della repressione più selvaggia. E, ahimè, non è finita qui. Allora, a Tobruk, la prima città della Libia libera arrivando via terra dall’Egitto, pongo la domanda a Farid Rafa, 37 anni, ex ufficiale che fin dal primo giorno dell’insurrezione ha fraternizzato con il popolo e «tiene» , con altre persone riunite sotto una tenda, l’ex piazza della Jamahiriya ribattezzata con il nome di una vittima del regime, Mahdi Elias. La pongo a Ali Fadil, vecchio professore di fisica e chimica che espone, in una scuola in disuso, i disegni di alcuni giovani: si vede Gheddafi con baffi ridicoli e grotteschi; Gheddafi travestito da re dei topi; Gheddafi nelle sembianze di una donna truccata e piena di botulino; Gheddafi nudo, con le mani che nascondono il sesso, mentre fugge da una folla insolente e gioiosa; la testa di Gheddafi che annega in un mare di sangue, e così via— meraviglie di immaginazione spassosa e di invenzione popolare. La rivoluzione genera talento… Pongo la domanda, vicino a Derna, ad Ali Ramadan e a Najib Ektet, due contadini che ricostituiscono, per Gilles Hertzog e per me, la battaglia che con 300 dei loro compagni hanno condotto, il 27 febbraio, per il controllo dell’aeroporto di Alabraj, dove la Guida aveva fatto atterrare otto aerei carichi di truppe, carri armati e pick-up destinati a prendere, con la forza, la città di Beida, a pochi chilometri da lì: il giorno del nostro passaggio, si vedevano ancora centinaia di bossoli vuoti, a testimonianza del contrattacco, riuscito, degli abitanti del villaggio; coperte di lana abbandonate, fra gli arbusti, da mercenari kenioti, nigeriani, algerini e ciadiani ai quali i loro ufficiali non avevano detto nulla, come al solito, della loro missione, se non dopo che gli aerei erano di nuovo decollati verso Tripoli; e, sulla pista, mucchi di pietre, erpici, un camion dei pompieri capovolto, il radar della torre di controllo, sedili, tutto quello che si era potuto trovare per neutralizzare, dopo la vittoria, l’aeroporto e impedire che un’operazione simile si potesse mai riprodurre. Pongo la domanda, a Bengasi, capitale della Libia libera, ai rappresentanti del Consiglio nazionale di transizione che mi hanno fatto l’onore di poter assistere a uno dei loro consigli e di prendervi la parola; la pongo in particolare a Abdul Hafiz Gogha, avvocato, ex presidente del Tribunale libico, che incarna l’aumento di prestigio e potenza dei giudici in seno a questa amministrazione provvisoria. Dico provvisoria, poiché questi amministratori di circostanza, decine di uomini e donne che si sono reciprocamente cooptati, fra il 17 e il 25 febbraio, per far funzionare i servizi pubblici dopo il fuggifuggi dei funzionari del vecchio regime, insistono tanto sul fatto che non ci potrà essere, a termine e a loro avviso, altra soluzione se non quella unitaria per una Libia solidale fra le sue tre immense province di Cirenaica, Tripolitania e del Sud. La pongo ad altri ancora, ovunque io passi, a seconda degli incontri. E tutti sono d’accordo su una serie di richieste semplici, chiare, alla portata delle grandi democrazie e che non hanno nulla a che vedere, soprattutto, con un intervento militare terrestre, da loro non auspicato (increscioso precedente della guerra americana in Iraq) e di cui non hanno bisogno (Tripoli è così lontana…; organizzare un’offensiva terrestre supporrebbe, per Gheddafi, una logistica di cui non ha più i mezzi nello stato di sbandamento avanzato in cui si trovano oggi, secondo nostre informazioni, il suo regime e il suo esercito… La minaccia, in realtà, viene dal cielo, come testimoniano, a tutti gli incroci di tutte le città che attraversiamo, i pick-up equipaggiati di batterie antiaeree obsolete, con la bocca ansiosamente puntata verso il cielo…). 1. Tutti chiedono sia instaurata una zona di esclusione aerea che impedirebbe quindi ai Mirage e ai Mig di Tripoli di bombardare, come hanno tentato di fare durante il nostro soggiorno, i terminal di Buraydah, a cento chilometri da Bengasi, nella speranza di provocarvi quel viva la muerte petrolifero sognato dall’autore del Libro verde. Che ai Mirage e ai Mig impedirebbe anche, come hanno fatto quindici giorni fa— crimine senza precedenti nella storia delle controrivoluzioni contemporanee— di venire a mitragliare in picchiata le folle di civili che manifestavano pacificamente per le strade di Tripoli o altrove. 2. Oppure chiedono attacchi mirati sul principale aeroporto militare, da cui si può decollare: è l’aeroporto di Sirte, 500 chilometri a est della capitale; altri attacchi su un altro aeroporto militare che si trova a Sebha, nella parte sud del Paese, vicino alla frontiera con il Ciad e che serve da testa di ponte al trasporto di mercenari, simili a quelli di Alabraj, reclutati a prezzo d’oro da un Gheddafi che non ha mai avuto fiducia nel proprio esercito e che, ora più che mai, non ha altra scelta se non quella di pagare i «cani da guerra» ; e un terzo attacco, infine, sul tristemente celebre Bab Al-Aziziya che, a Tripoli, è il centro di comando della Guida, il suo bunker e, probabilmente, un luogo di tortura paragonabile a quello che il popolo di Bengasi ha assalito e incendiato: è la sua presa della Bastiglia! 3. Oppure chiedono che siano distrutti, o in ogni caso disturbati a distanza, i sistemi di trasmissione che, da soli, come in tutte le guerre moderne, consentono al sistema militare libico, per quanto sfasciato esso sia, di operare. Abdeljalil Mohamed Mayuf, dirigente dell’Arab Gulf Oil Company, vedendo, una sera, nell’albergo dove cenavamo, che i rappresentanti della stampa internazionale tentavano, invano, di far funzionare i loro pc, cellulari e satellitari Thuraya, mi dice: «Ma come, Mohamed Gheddafi, il figlio maggiore del dittatore, avrebbe i mezzi, a partire dalla penosa “Autorità generale di comunicazione”che presiede, di paralizzare i vostri computer e di impedire, a me, di telefonare alla mia famiglia che si trova a Tripoli? E la flotta americana, nel Golfo di Sirte, non sarebbe capace di mandare in tilt gli strumenti del padre e di incollare al suolo i suoi aerei? Ma scherziamo?» . 4. Tutti chiedono ancora un’azione concertata nei confronti dei regimi africani (ma anche di quelli serbo e ucraino) che tollerano il vergognoso traffico che permette di scaricare sul suolo libico reggimenti di mercenari che formano, lo ripeto, la massa dell’esercito ufficiale e di cui ho visto i resti, alla frontiera con l’Egitto, tentare di fondersi nella coorte dei rifugiati del Bangladesh in fuga dal caos. Questa domanda è rivolta in particolare alla Francia. È rivolta alla Gran Bretagna, di cui si valuta l’influenza in Kenia. Ma ancora di più alla Francia, di cui conosciamo il peso negli altri Paesi africani che forniscono i professionisti della morte; una Francia che inoltre, per tutti i libici che ho incontrato, resta la patria dei diritti dell’uomo. «Non capisco» , mi dice con la voce tremante per l’emozione, Abdulatif Gebril, professore di francese in un Paese dove l’insegnamento delle lingue, specialmente del francese, è stato per molto tempo vietato, «come mai un consigliere del vostro Presidente» (Henri Guaino), «accompagnato da un ambasciatore della Francia» (che invece non ho potuto identificare) «abbia potuto passare il Natale scorso» a Tripoli. «Ma non è mai troppo tardi per rifarsi! Fate in modo che la vostra francofonia serva a convincere i vostri amici di Lomé e di N’Djamena che sono i complici di una nuova Tratta dei negri, e sarete assolti» . 5. Abbiamo visto arrivare, a Bengasi, giovedì sera, un convoglio umanitario francese proveniente dall’Egitto. «Bene» , mi dice un altro rappresentante del Governo provvisorio di transizione «vi siamo riconoscenti per questo gesto d’amicizia» . Ma subito aggiunge, con un sorriso la cui ironia non riusciva a cancellare la profondissima tristezza: «Bene, ma potrete constatare che qui, fino alla linea del fronte, a Brega o a Ras Lanuf, non ci manca nulla, i negozi sono ben forniti; mentre ci sono altre città libere, Misurata e Zawiya, a ovest, che sono completamente circondate e, mentre vi parlo, mancano di tutto. Non è lì che le navi dovrebbero portare gli aiuti?» . È la loro quinta domanda. Forse la più difficile da soddisfare. Forse quella che dovrebbe obbligarci a farla finita con i colpi umanitari ciechi e lanciati a caso che ci fanno sentire con la coscienza a posto. Qualsiasi azione umanitaria non la spunterà mai con la legge dei massacri (ancora l’altra notte, a Bengasi, per l’esplosione di un deposito di munizioni, ci sono stati la bagattella di trenta morti). Non potevo non evocarlo. 6. Tanto più che i rivoluzionari libici aspettano finalmente un gesto forte, che consisterebbe nel proclamare che il rappresentante legittimo del loro Paese sulla scena internazionale non è più Gheddafi, ma il Consiglio nazionale di transizione. «Guardi questo palazzo» , mi dice Abeir Drakhim, uno studente, amico di Almahdi Ziou, il giovane martire che, la sera del 17, si è scagliato con l’auto piena di esplosivo contro il cancello della caserma di Bengasi, consentendo al popolo di attaccarla. «Guardi l’indecenza — insiste conducendoci ai resti carbonizzati della residenza del dittatore dove un animo ribelle e burlone aveva scritto, in memoria di Bob Marley: “Stand up, get up, he will give up”. Gheddafi— quando veniva in Francia o in Italia, vi raccontava che poteva vivere solo sotto la sua tenda da beduino e beveva solo latte di cammella; ma qui, in Libia, viveva in case come quelle dei suoi amici Ben Ali e Mubarak. Pensate sia degno di rappresentare la fierezza di questo Paese?» . C’è un gesto, dichiara in sostanza, che potreste compiere senza indugio e che, per i libici, cambierebbe tutto: dire, semplicemente dire, che tutta la rappresentatività riconosciuta finora a quel demente viene trasferita, dopo 2000 morti, al governo provvisorio. La rivoluzione libica appartiene ai libici, hanno ripetuto tutti i miei interlocutori. Ma tutti sanno, al tempo stesso, che Gheddafi è molto più coriaceo, temibile, suicida di Mubarak e Ben Ali. Tutti sanno che qui non c’è un vero esercito che costituisca la spina dorsale del regime e sia capace, come in Egitto e in Tunisia, di spingerlo ad andare via. E tutti, quindi, sono d’accordo su queste preghiere semplici ma vitali: senza interventi energici, di cui indubbiamente si rallegrerebbero le folle immense che si danno il cambio nelle strade di Bengasi, la rivoluzione libica vivrà sotto la minaccia di un folle che non ha più niente da perdere e, prima o poi, farà di tutto perché la Libia sparisca con lui.

(traduzione di Daniela Maggioni)

Alfredo Cantera

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Autore: laconoscenzarendeliberi

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One thought on “Cosa possiamo fare per aiutare i libici ? Proposta in 6 punti di Bernard-Henri Lévy

  1. Cosa possiamo fare per aiutare i libici ?
    e
    Cosa possiamo fare per la giovane rivoluzione libica?

    Fuorviante, sta cercando di equipararli e così nascondere che gli obiettivi sono opposti.
    Un’altra guerra umanitaria…

    Però l’articolo è talmente superficiale che viene da chiedersi a chi è destinata questa propaganda/lavaggio oppure Cui prodest?

    Basato su un vecchio trucco: dare per scontate le premesse (implicite).
    Tanto sono giochi più grandi di noi (Levy incluso), cambia nulla.

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