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L’inganno del G20

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Il G20, segnato dalle divergenze tra Usa ed Europa, ha deluso dopo aver annunciato decisioni esibite come promesse di rinnovamento, smentite puntualmente dai fatti. Il vertice ha respinto persino le proposte minime sulla regolamentazione dei mercati e la tassa sulle banche. Un esito che i commenti della stampa hanno definito scoraggiante: “Un summit che avremmo potuto benissimo risparmiarci”, è la sentenza senza appello di vari quotidiani europei. Dunque, il summit ha svelato l’ennesimo inganno pompato con finalità pragmatiche, almeno stando alle dichiarazioni di principio.

Al di là delle buone intenzioni (si sa che “la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”) che impressionano solo gli spettatori ingenui e tendenzialmente creduloni, a chi per indole e formazione è sempre vigile, non è sfuggito il carattere capzioso dietro cui si ripara una mistificazione che inganna la buona fede della gente. Il summit doveva patrocinare un disegno volto a riabilitare un sistema economico di rapina e sfruttamento imposto a miliardi di esseri umani, piombato in una grave crisi strutturale che ha causato un crollo verticale dei consensi. E’ dunque inevitabile dubitare del valore di simili iniziative che servono al massimo a rimuovere i sensi di colpa dell’occidente e ad alimentare le illusioni della gente. Occorre rifuggire dalle facili suggestioni create dai mass-media, denunciando la natura ipocrita di operazioni spacciate come attestati di amicizia e fraternità universale, mentre in realtà approfittano delle speranze dei popoli.

Ormai anche i bambini sanno che i vertici del G20 perseguono solo gli interessi di quel 20% di parassiti che consumano oltre l’80% del reddito prodotto dall’intero genere umano. Non è un caso che l’immenso fiume di denaro devoluto negli anni scorsi ai paesi poveri sia solo servito a rimpinguare le tasche dei ceti dirigenti dei paesi poveri e delle oligarchie finanziarie dei paesi ricchi, grazie agli interessi usurai o alla vendita di armi. Se da un lato si ostenta a chiacchiere la volontà di annullare il debito che affoga i paesi africani, che non potrà mai essere estinto poiché solo gli interessi stanno letteralmente strozzando quei popoli, dall’altro lato i proclami retorici coprono nuove liberalizzazioni economiche. Ma quale strozzino ha mai estinto spontaneamente il debito contratto dalle sue vittime? Nessuno. Eppure, siamo pronti a credere che ciò possa accadere agli usurai della finanza globale, solo perché lo hanno annunciato in Tv i capi di stato del G20.

Dopo il crollo del muro di Berlino e  la dissoluzione del blocco filo-sovietico, gli USA si sono ritrovati ad essere l’unica superpotenza militare  sulla scena globale, per cui hanno assunto il ruolo di gendarmeria mondiale, esautorando l’ONU e arrogandosi l’esercizio esclusivo della forza e del diritto internazionale, mentre sul piano commerciale sono emerse nuove rivalità tra i colossi del mercato  mondiale: Usa, Europa, Giappone, Cina e India, i principali protagonisti del nuovo assetto mondiale. Negli anni ’90 i centri nevralgici del potere decisionale si sono spostati in quelle sedi di natura sovranazionale, cioè il WTO, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, i summit del G8, ecc.

L’avvento del nuovo millennio ha visto la nascita del cosiddetto “popolo di Seattle”, un movimento eterogeneo di rivolta anticapitalista che ha avviato un ciclo di lotte di massa a livello internazionale, il cui apice è stato raggiunto in occasione del G8 di Genova nel luglio 2001. In quella circostanza la reazione del potere, messo in discussione e turbato dalle folle che si contaminavano e  contestavano il modello di società imposto dalla “globalizzazione neoliberista”, progettando “un altro mondo possibile”, propugnando esperienze di autogestione politica in alternativa al verticismo delle oligarchie finanziarie, non tardò a manifestarsi in modo irrazionale, svelando la natura criminale e antidemocratica del nuovo assetto incarnato dai capi di stato del G8.

Nella fase iniziale la reazione proruppe in atti di brutalità poliziesca, condannati dall’opinione pubblica e denunciati dal movimento tramite fotografie e filmati autoprodotti, testimonianze e inchieste di controinformazione, per cui la fase seguente ha visto un salto di qualità dell’azione repressiva. Fu a quel punto che intervenne il disastro dell’11 settembre, fornendo un alibi usato scientificamente per evocare e legittimare uno stato di “guerra preventiva e permanente” contro il terrorismo globale.

L’apparente dicotomia “terrorismo/guerra” ha avvolto una mostruosa riedizione della “strategia della tensione” su scala planetaria: “destabilizzare per stabilizzare”, cioè preservare l’ordine mondiale con il terrore. In effetti, da quel momento la parabola ascendente del movimento no global ha subito un brusco rallentamento, fino ad arrestarsi, per riprendere vigore nel 2007, in occasione del G8 di Rostock, in Germania.

Questo  sistema di potere sovranazionale è ormai sprofondato in una crisi durevole, sul piano sia economico che ideologico. Il processo discendente è in atto da anni, benché non sia così evidente agli occhi delle persone più superficiali, plagiate dalle manipolazioni delle informazioni. L’opinione pubblica è in gran parte formata da una propaganda ingannevole e tendenziosa che i mezzi di comunicazione di massa operano quotidianamente, occultando la realtà delle cose. Tuttavia, le contraddizioni latenti, insite nel nuovo assetto globale, sono destinate ad acuirsi e ad esplodere, investendo anzitutto le istituzioni più tradizionali, cioè gli ordinamenti parlamentari borghesi, ma anche le strutture sovra-nazionali a partire dai vertici del G8 e del WTO, innescando un ciclo conflittuale in grado di scatenare una rottura critica del sistema su scala globale.

I segnali sono palesi ovunque, in particolare in America Latina, mentre in Europa il processo di disintegrazione si configura in forme (solo apparentemente) meno acute e virulente. Ormai anche da noi le rivolte dei migranti, dei giovani lavoratori precari, dei proletari sfruttati, sono all’ordine del giorno. Si pensi alle vertenze e alle lotte in corso nei luoghi di lavoro e di studio, nelle fabbriche, nelle scuole, nei ghetti, nelle piazze. Si pensi alle iniziative locali che intere popolazioni stanno mettendo in piedi in varie parti del mondo. Il fiume del movimento no-global si è praticamente sciolto in infiniti rivoli di protesta e rivolta, in numerose iniziative di lotta riconducibili ad un unico denominatore comune: il rifiuto della logica perversa e affaristica dell’economia di mercato. Un modo di produzione globalizzato, retto su leggi inique, dettate dalle lobbie finanziarie del neoliberismo. Un sistema economico, politico e sociale cinico e disumano, che ormai sono sempre meno le persone disposte a subire passivamente, senza reagire e ribellarsi.

Se è vero che Usa, Europa, Giappone, Cina e India sono gli attori principali del nuovo scacchiere geo-politico, se è vero che le redini del potere economico sono detenute da organismi sovranazionali, non bisogna dimenticare le schiere di forza-lavoro migrante, le “turbe dei pezzenti”, le moltitudini reiette e disperate in perenne movimento sulla Terra, masse sottosalariate che non sopporteranno più il peso sovrumano dell’ingiustizia e dello sfruttamento. I popoli finora tormentati dalla fame, dalle epidemie, dalla guerra, esclusi dalla storia,  dissanguati da debiti usurai, non saranno per sempre prigionieri della paura e della rassegnazione, ma prima o poi sorgeranno dallo stato di torpore e passività in cui sono immersi, per riappropriarsi finalmente dei propri diritti.

Lucio Garofalo

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Autore: laconoscenzarendeliberi

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4 thoughts on “L’inganno del G20

  1. come sempre nei tuoi post la fase destruens è molto corposa, in maniera spropositata rispetto a quella construens

    qual’é il mondo possibile? Quello che prescinde da un fatto oggettivo come la globalizzazione?
    Sarei curioso di saperlo…

  2. Hai ragione…
    Diciamo che sono più avvezzo e propenso a ragionare in termini critici piuttosto che costruttivi, ma ciò dipende probabilmente dal fatto che non sono (né aspiro ad essere) un “politico” di professione, bensì mi accontento di essere un semplice osservatore, sempre vigile e critico, della realtà che mi circonda.

    Tuttavia, provo a rispondere alla tua domanda ponendone un’altra, parafrasando l’idea (un vero e proprio luogo comune) secondo cui quello esistente sarebbe “l’unico dei mondi possibili”: la “globalizzazione”, vale a dire il modello capitalistico neoliberista che continua ad avanzare nel mondo malgrado (o, forse, sarebbe più corretto dire grazie a) la recessione economica internazionale, è anzitutto un sistema che andrebbe meglio indagato e conosciuto nelle sue reali dinamiche e nelle sue contraddizioni materiali e sociali, ma è davvero l’unico modo di vivere e di organizzare i rapporti concreti tra i popoli del nostro pianeta, oppure ne esiste un altro, se possibile migliore?

    … E non ci vuole molto a farlo migliore!

  3. Il modello capitalista è un elemento distinto dalla globalizzazione in sé. Tant’è che nella Storia sono già esistiti fenomeni di “globalizzazione” (o analoghi) anche in epoche precapitaliste – penso, anzitutto, al mondo romano.

    Il fatto è che governare la globalizzazione è difficilissimo, e diventa impossibile in un mondo in cui l’unico modello di sviluppo (?) è non solo quello capitalista (sarebbe il minore dei mali), ma per di più un capitalismo sfrenatamente liberista, in cui tutto è lecito in nome del profitto e della legge del più forte, senza regole né etica.

    La sbornia ideologica che il mondo occidentale (e via via anche il resto del globo) ha conosciuto dopo la caduta dei regimi comunisti, una sbornia che affonda le sue radici ideologiche nella famigerata scuola di Chicago e nello sciagurato conferimento del Nobel a M.Friedman (1976) ha di fatto impedito che si sviluppasse una critica della socialdemocrazia che portasse a una sua revisione.

    Con il bel risultato che oggi il capitalismo, la globalizzazione e il liberismo più truce e sfrenato vengono concepiti da molti come l’unico mondo possibile non colettivista.

    Un paradigma demenziale nei presupposti, devastante nelle conseguenze.

  4. @ lucio

    quando sento dire che un altro mondo è possibile la mia reazione vaga tra due ipotesi secondo l’umore:

    dopo aver scartato l’idea di ritenerla una ovvia constatazione di tipo empirico ( ogni opera umana è migliorabile…) per non far torto all’interlocutore provo a ritenerla una ipotesi strutturale e non una mera speranza ideale di tipo romantico

    ed allora vorrei sapere se tale momdo possibile abbia o meno come riferimento l’analisi e la prassi marxista leninista

    oppure altro

    nel primo caso saprei come interloquire

    @ dati e fatti

    è vero quel che dici ma i primi ad abbandonare una idea quialsivoglia di autoriforma – nel senso di riforma interna al mondo nato con Carlo Marx – sono stati gli stessi dirigenti della sinistra

    ora , per quanto io possa far finta di credere all’idea che la curiosità speculativa – filosofica o scientifica – non abbia recinti ideologici posti a priori ( credo invece che non sia più così almeno da qualche secolo, diciamo da Kant in poi )

    ritenere che la vincente – nel senso storico di più attuale – idea liberale debbe ovviare al problema sostituendosi ai pentitissimi dirigenti ed intellettuali della sinistra nel cercare la soluzione
    alla crisi della socialdemocrazia mi sembra troppo

    in questo senso rammento come le prime polemiche di D’Alema contro Cofferati, o le prime riforme di Treu nel mondo del lavoro
    siano rimaste lettera morta negli anni successivi

    non tanto perchè osteggiate dal mondo della casta comunista che difende spazi di privilegio sempre più ridotti ed ingiustificati ( penso alla tassazione in vigore nel mondo delle cooperative o a certe rigidità delo statuto, a scapito , del resto, dei giovani disoccupati )

    quanto per il fenomeno Berlusconi

    nel senso di come S.B. sia riuscito ad attrarre definitivamente sulla prooria persona e sulle proprie vicende – bada bene non sulle proprie idee – tutta l’attenzione esistente
    inaridendo ogni dibattito scientifico e culturale successivo all’89
    sia a destra – le promesse mancate sulla rivoluzione liberale – sia a sinistra – il rinnovamento della socialdemocrazia

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