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Resto ateo, grazie a dio…e a Paolo VI

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Pochi giorni fa sono convolato felicemente a nozze, celebrate in chiesa con il rito misto.

Qualcuno mi ha chiesto, in modo provocatorio: “Un comunista che si sposa in chiesa?”.

Per tale ragione ritengo giusto ed opportuno esporre le mie ragioni, provando a precisare la mia posizione rispetto alla scelta compiuta. Ebbene, chiarisco immediatamente che il sottoscritto si è sposato in chiesa in qualità di ateo dichiarato.

Infatti, io e la mia consorte abbiamo deciso e concordato con il parroco la formula del rito misto, la quale prevede la possibilità di contrarre matrimonio tra membri della chiesa cattolica apostolica romana ed esponenti di diverse confessioni religiose, non cattolici oppure non credenti ed atei come il sottoscritto, che siano battezzati o meno.

In pratica il sottoscritto non ha partecipato ai vari momenti del rito cattolico, astenendosi dal recitare le preghiere e le formule di culto, astenendosi soprattutto dalla liturgia eucaristica celebrata al termine della cerimonia: ad esempio, nel pronunciare le formule tipiche del matrimonio cattolico, il sottoscritto non ha mai menzionato dio.

Per i cristiani il rito del matrimonio misto non rappresenta, sul versante della diversità religiosa, un atto impossibile. Tale soluzione matrimoniale è prevista dal diritto canonico, ma probabilmente nelle nostre zone non è stata applicata in modo frequente.

Il 31 marzo 1970 il pontefice Paolo VI scrisse “Matrimonia Mixta”, una lettera apostolica redatta in forma di “Motu Proprio”, ossia assunta di “propria iniziativa” dal papa. In questo testo sono state impartite le norme relative ai matrimoni misti. Tale lettera, altrimenti nota come Dispensa Paolina, è estremamente importante e significativa per comprendere i notevoli progressi, a tratti persino rivoluzionari, compiuti dalla dottrina cattolica e dal codice del diritto canonico nell’ambito specifico del matrimonio.

Dunque, sebbene sembri che mi sia parzialmente piegato, chiedendo la celebrazione di una formula mista che mi riconosca come ateo e non credente, in realtà la mia scelta è stata quella di un “compromesso” compiuto per amore verso mia moglie e mio figlio.

Per quanto concerne la procedura da seguire, occorre anzitutto rendere esplicita al sacerdote la propria eventuale posizione di credente in un’altra fede, o di ateo, e concordare la celebrazione di un rito matrimoniale misto. Per ciò che attiene alla cerimonia religiosa, in effetti non cambia nulla, tranne il fatto che la parte di fede diversa, o non credente, si astiene dal partecipare alle fasi della liturgia cattolica, alle preghiere e soprattutto al momento dell’eucarestia. Comunque confesso che, malgrado io sia un ateo, durante la celebrazione del matrimonio mi sono emozionato ugualmente.

Ma perché sono ateo? E soprattutto, perché resto ateo, grazie a dio?

Proverò a rispondere brevemente a questo interrogativo, se possibile senza complicare troppo il ragionamento, che è essenzialmente di ordine teorico e filosofico.

La mia adesione alle posizioni dell’ateismo convinto e praticante, direi quasi fondamentalista (per usare una sorta di ossimoro concettuale), deriva anzitutto da una riflessione “astratta” molto semplice e chiara, che si spiega e si comprende facilmente.

In teoria, se dio non esistesse tanto meglio, vuol dire che avrebbe ragione chi lo rinnega. Ma anche se dio esistesse, il discorso logico non muterebbe di una virgola in quanto:

1)    se dio è onnipotente, come asseriscono i suoi vescovi e rappresentanti in terra o le sacre scritture, perché non interviene per eliminare la violenza e il dolore?

2)    se invece dio non è onnipotente e non può fare assolutamente nulla contro il male insito nel mondo, allora è come se dio non esistesse, è un essere inutile, una sorta di soprammobile neanche tanto bello da vedere, dato che è invisibile;

3)    la terza ipotesi, la più accreditata dalla dottrina ufficiale della chiesa e pure dagli atei, si basa sulla teoria formulata da Sant’Agostino, uno dei padri spirituali della chiesa cattolica apostolica romana, ossia che dio ha concesso all’uomo il dono del libero arbitrio, vale a dire la libertà di pensare ed agire assumendosi le proprie responsabilità, dunque anche la possibilità e la capacità di negare dio.

Sulla base di tali premesse teoriche, forse oltremodo semplificate, si evince chiaramente il percorso filosofico e razionale che mi ha condotto verso un approdo di tipo ateistico, così come discende pure un sentimento di sincera gratitudine verso dio, in quanto mi ha concesso il prezioso dono del libero arbitrio, grazie al quale sono (appunto) ateo.

Insomma resto ateo, pur essendomi sposato in chiesa. Una simile scelta non equivale ad un gesto di incoerenza, come è fin troppo facile obiettare, in quanto le mie convinzioni non sono minimamente scalfite da un rito nuziale celebrato dal sacerdote sull’altare.

Lucio Garofalo

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Autore: laconoscenzarendeliberi

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7 thoughts on “Resto ateo, grazie a dio…e a Paolo VI

  1. Non per essere ingenuo, ma c’è ancora qualcuno che ti taccia d’incoerenza per questo?
    Io sono agnostico, personalmente, ma non avrei nessuna difficotà a sposare una persona in chiesa, se questa credesse, proprio perché per me è una questione irrilevante, ma per lei non lo sarebbe. E’ solo rispetto per le sue esigenze, diciamo così, spirituali. Dove sarebbe l’incoerenza?

  2. Sono d’accordo, per amore si trova la forza di sopportare qualsiasi sacrificio, compromesso e rinuncia.

    Purtroppo, sono ancora in gran copia coloro che, per il solo gusto di provocare, lanciano accuse e invettive su aspetti insignificanti, secondari o marginali, mentre sorvolano sulle questioni più concrete e decisive della vita.

  3. Apprezzo Garofalo per la sua scelta meditata. La chiesa cattolica è presente con le sue ritualità nei momenti fondamentali della nostra esistenza. Nascita,inizio del periodo prepuberale,matrimonio e morte. Molti di noi ritengono tali riti pressochè insignificanti e privi di risonanza emotiva. Ma è proprio così? Intanto ci sentiamo in obbligo di non negarli ai nostri figli o ai nostri genitori.Poi quanti sensi di colpa più o meno coscienti viviamo quando siamo inadempienti nei confronti di precetti religiosi e quante valutazioni etiche dipendono ancora da essi?

    • Sensi di colpa? Proprio per niente. Non vado a messa da trentacinque anni, mi sono sposato in comune contro il volere dei miei genitori quando eravamo ancora in 4 gatti a farlo, non ho fatto battezzare mia figlia,e ti posso garantire che sto benissimo con la mia coscienza.
      Ho solo fatto dare l’estrema unzione a mio padre, ma solo perché lui lo voleva. Mia sorella, buon’anima, era atea, e l’estrema unzione non l’ha avuta.
      E va bene così.

    • I sensi di colpa ce li possono avere solo coloro che credono. Se uno è ateo o agnostico che sensi di colpa vuoi che abbia?

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