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A proposito di violenza

11 commenti

Ultimamente si è cianciato molto a sproposito di violenza, per cui ho elaborato una riflessione personale su un tema su cui vale sempre la pena di spendere qualche parola.

La violenza, intesa come comportamento individuale, ha senza dubbio un’origine più profonda e complessa, insita nella struttura sociale. Nelle realtà capitaliste, la violenza del singolo, la ribellione apparentemente senza causa, la follia, il vandalismo e il teppismo, la criminalità comune, la perversione di quei soggetti qualificati come “mostri”, sono sempre il frutto (marcio) di un’organizzazione sociale che ha bisogno di creare e alimentare odio e violenza, sono la manifestazione di un sistema che, per sua natura, genera divisioni e conflittualità, costringendo alla depravazione dell’animo umano che in tal modo viene intimamente condizionato dall’ambiente esterno.

Dunque, la violenza non è una questione di malvagità individuale, ma un problema di ordine sociale, è la facciata esteriore dietro cui si ripara la violenza organizzata delle istituzioni, è lo strato superficiale e fenomenico sotto cui giace e s’incancrenisce la corruzione dell’ordine costituito. La visione che assegna alla “perfidia umana” la causa dei mali del mondo, è solo un’ingenua e volgare mistificazione. Il tema della violenza è talmente vasto e complesso da rivestire un ruolo centrale nella storia del genere umano.

La crisi e la decadenza del sistema capitalistico guerrafondaio, ormai in fase di decomposizione avanzata, hanno creato un meccanismo perverso da cui discende la necessità di una produzione su scala industriale della violenza, del delitto, del “mostro”, che serve come facile e comodo capro espiatorio per giustificare la richiesta, da parte dell’opinione

In tal modo trovano una precisa ragion d’essere i vari Saddam Hussein, Bin Laden ecc., i cosiddetti “criminali” che diventano uno spauracchio funzionale a una logica di riproduzione della violenza legalizzata, volta a perpetuare i rapporti di comando e subordinazione esistenti all’interno e all’esterno della società capitalistica.

Una violenza che scaturisce e si alimenta soprattutto attraverso l’opera di disinformazione e terrorismo psicologico esercitata dai mezzi di comunicazione di massa per mantenere l’opinione pubblica in uno stato di permanente tensione e pressione.

La violenza fa parte di una società che la disprezza e la demonizza quando a praticarla sono gli altri (in passato i Cinesi, i Vietnamiti, i Cubani, oggi gli arabi, gli islamici, i negri, i proletari, gli oppressi in genere), ma viene autorizzata in termini di diritto e potere istituzionale quando essa è opera del sistema stesso, in quanto intervento armato volto a mantenere l’ordine all’interno (in termini di repressione poliziesca) e all’esterno (in termini di guerre, come gendarmeria internazionale).

In tal senso la violenza viene disapprovata quando è opera d’altri. Si pensi alla rivolta di massa che alcuni anni fa esplose con furore nella banlieue parigina, espandendosi rapidamente ad altre periferie urbane della Francia. Sempre in Francia, tempo addietro abbiamo assistito alla nascita di un movimento di protesta giovanile che ha assunto proporzioni di massa, simili, benché non paragonabili all’esperienza storica del maggio 1968, nella misura in cui le cause e il contesto erano  senza dubbio differenti.

Per comprendere tali  fenomeni sociali così complessi e difficili, occorre rendersi conto di ciò che sono effettivamente diventate le aree metropolitane suburbane in Francia (ma il discorso vale anche altrove), cioè luoghi di ghettizzazione e alienazione di massa.

Per capire bisognerebbe calarsi nella realtà quotidiana dove il disagio sociale, il degrado urbano, la violenza di classe, la precarietà economica, la disperazione e l’emarginazione dei giovani (soprattutto extracomunitari) costituiscono il background materiale e ambientale che genera inevitabilmente esplosioni di rabbia e guerriglia urbana.

Invece, tali vicende sono bollate come atti di “teppismo”, “delinquenza” o addirittura “terrorismo”, secondo parametri razzisti e classisti tipici di una mentalità ipocrita e benpensante che da sempre appartiene alla borghesia. Tali vicende sono strettamente associate da un denominatore comune: la violenza, nella fattispecie la violenza istituzionalizzata e il monopolio di legalità imposto nella società.

Su tale argomento varrebbe la pena di spendere qualche parola per avviare un ragionamento storico, critico e politico il più possibile serio e rigoroso.

In effetti, è alquanto difficile determinare e concepire la violenza come un comportamento etologico ed istintivo, naturale ed immutabile, dell’essere umano, poiché è la natura stessa della società il vero principio che genera i criminali, i violenti in quanto singoli individui, che sono spesso i soggetti più vulnerabili sul piano emotivo, che finiscono per essere il “capro espiatorio” su cui si scaricano tutte le tensioni, le frustrazioni e le conflittualità latenti, insite nell’ordinamento sociale vigente.

Sin dalle origini l’uomo ha dovuto attrezzarsi per fronteggiare la violenza esercitata dall’ambiente esterno: il pericolo di aggressione da parte degli animali, le avversità atmosferiche, i disastri naturali, i bisogni fisiologici, la necessità di procreare, ecc. In seguito l’uomo è riuscito a compiere notevoli progressi tecnologici e materiali che lo hanno affrancato dal suo primitivo asservimento alla natura, rovesciando il rapporto originario tra l’uomo e l’ambiente. Oggi è soprattutto l’uomo che arreca violenza alla natura, ma la relazione rischia di invertirsi nuovamente, a scapito dell’uomo.

Durante la sua evoluzione culturale e materiale l’umanità ha creato e conosciuto varie esperienze di violenza: la guerra, la tirannia, l’ingiustizia, lo sfruttamento, la fatica per la sopravvivenza, il carcere, la repressione, la rivoluzione, fino alle forme più rozze quali il teppismo, la prepotenza, la sopraffazione del singolo su un altro singolo.

Tuttavia, tali fenomeni così disparati si possono ricondurre a un’unica matrice causale, ossia la natura intrinsecamente violenta e disumana della struttura materiale su cui si erge l’organizzazione sociale dei rapporti umani nel loro divenire storico. La cui principale forza motrice risiede nella violenza della lotta di classe, nello scontro tra diverse forze economiche e sociali per il controllo e il dominio sulla società. Tale lotta di classe si estrinseca sia sul terreno materiale, sia sul versante teorico e culturale, è una lotta per la conquista del potere politico ed economico, ma anche per l’affermazione di un’egemonia ideologica e intellettuale all’interno della società.

Il problema fondamentale della violenza nella storia (che è scisso dal tema della violenza nel mondo pre-istorico) è costituito dall’ingiustizia e dalla violenza insite nel cuore delle società classiste. Le quali si fondano sulla divisione dei ruoli sociali e sullo sfruttamento materiale esercitato da una classe dominante sul resto della società.

Solo quando lo sviluppo delle capacità produttive e tecnologiche della società avrà raggiunto un livello tale da permettere il superamento delle ragioni che finora hanno giustificato e determinato lo sfruttamento del lavoro, l’umanità potrà compiere il grande balzo rivoluzionario che consisterà in un processo di liberazione dalla violenza dell’ingiustizia e dello sfruttamento di classe. E’ un dato di fatto che tali condizioni, connesse al progresso tecnico scientifico e alla produzione delle ricchezze sociali, siano già presenti nella realtà oggettiva, ma sono mistificate e negate dal persistere di un quadro obsoleto di rapporti di supremazia e sottomissione tra le classi sociali.

In tal senso, il potere borghese non è mutato, i suoi rapporti all’interno e all’esterno sono sempre improntati e riconducibili alla violenza. Esso continua a reggersi sulla violenza, in particolare sulla forza legalizzata di istituzioni repressive quali il carcere, la polizia, l’esercito. Nel contempo il potere borghese ha imparato ad usare altre forme di controllo sociale, più morbide e addirittura più efficaci, come la televisione. Oggi, infatti, molti stati capitalistici, avanzati sul versante tecnologico, sono gestiti e controllati non solo attraverso i sistemi tradizionali della violenza legalizzata, cioè esercito e polizia, ma soprattutto ricorrendo agli effetti di omologazione e alla forza alienante e persuasiva della televisione e dei mezzi di comunicazione di massa.

Naturalmente il discorso sulla violenza non può esaurirsi in un breve esame come questo, giacché si tratta di un tema talmente ampio, difficile e controverso, da meritare molto più spazio, più tempo, più studio e più ingegno di quanto possa fare il sottoscritto. Per quanto mi riguarda, ho cercato semplicemente di sollecitare una riflessione iniziale.

Lucio Garofalo

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Autore: laconoscenzarendeliberi

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11 thoughts on “A proposito di violenza

  1. L’argomento è complesso. Lucio Garofali fa sostanzialmente una analisi marxista del fenomeno.
    La fa con un garbo migliore di quanto non si facesse negli anni ’70, ma il filone è quello.
    Dico da subito che l’etichettamento della violenza come “borghese” e “classista” (quindi, capitalista by definition) mi lascia perplesso assai.
    La Storia è piena di violenza, anche in epoche e società precapitalistiche.
    La psicologia ci dice che l’aggressività è un istinto dell’essere umano.
    Condivido invece una logica sottesa, e che forse andrebbe sviluppata: cioè che la violenza nasce, quasi sempre, da un disagio, e che la repressione serve a ben poco.

  2. Concordo, anche se spesso ad alimentare il fuoco è l’impossibilità a far valere in altro modo le proprie ragioni, vuoi per limiti culturali (causati dalla società, e non dall’individuo), vuoi per le disuguaglianze che ben lontane sono dalla democrazia.
    Il problema è che non sono le società ad essere sbagliate, è l’uomo in sé. Da quando ha perso il contatto con la terra e ha deciso di diventarne il padrone, invece che una delle tante manifestazioni.
    Ade

  3. Vista la complessità e la vastità dell’argomento trattato, e vista la necessità di una sintesi, il rischio è esattamente quello di scadere in una semplificazione riduttiva. Comunque, ringrazio datiefatti per avermi riconosciuto “un garbo migliore di quanto non si facesse negli anni ’70”.
    Venendo al dunque, mi è già capitato di dover rispondere all’obiezione che “la Storia è piena di violenza, anche in epoche e società precapitalistiche”.
    Anzitutto, chiarisco che ho saltato intenzionalmente i secoli di storia (antica e medievale) che intercorrono tra l’età preistorica e l’avvento del capitalismo moderno. Il motivo discende dall’opportunità di una sintesi che ho compiuto nell’articolo. Sintesi che potrebbe risultare una semplificazione eccessiva.
    E’ evidente che il problema della violenza è esistito anche nelle epoche storiche precapitalistiche.
    Tuttavia, nel mio articolo ho voluto soffermarmi su un punto. Ho cercato di discernere il tema della violenza nel mondo preistorico dai fenomeni della violenza e dello sfruttamento (dell’uomo sulla natura e dell’uomo sull’uomo) insiti nelle società classiste, a maggior ragione il distinguo vale rispetto alle realtà capitalistiche contemporanee.
    E’ altrettanto evidente che la storia del genere umano non coincide con la storia dell’occidente, e tantomeno con la storia del capitalismo, per cui bisogna considerare e valutare una molteplicità e complessità di elementi (economici, politici, culturali) che agiscono nello sviluppo dialettico della storia. Ma non si può ignorare o negare che il modello di “civiltà occidentale” sia stato imposto spesso con la forza delle armi (o con l’astuzia) portando all’estinzione violenta delle altre culture.

  4. consiglio all’autore di leggersi qualche libro di psicoanalisi e di criminologia.

    apprederà con stupore che la violenza nulla ha a che fare con le sue idee marxiste, ma è dovuta alla mancanza di freni inibitori in soggetti che o hanno subito violenza e la replicano oppure non hanno avuto alcuna violenza ma sono semplicemente non empatici.

    Donato Bilancia, Jeffrey Dahmer, Charles Manson non hanno alcun motivo “classista” o marxista per uccidere.

    La violenza è una risposta automatica dell’essere umano ad uno stato di pericolo (nelle persone sane) ed è un modo per imporre la propria volontà negli psicopatici perchè non sono empatici e quindi non capendo che l’altro prova dolore non provano pietà nè ritegno.

  5. Infatti, la violenza degli uomini non scaturisce dal cielo, né da un immaginario mondo delle idee. Altrimenti si rischia di banalizzare e semplificare (in chiave astrattamente idealistica) un tema estremamente vasto, complesso e controverso.

    Il punto esattamente questo. L’analisi di stampo “psicoanalitico” o “criminologico”, suggerita da Panattoni, potrebbe spiegare la violenza di alcni soggetti criminali e psicopatici, ma non riesce a spiegare altre tipologie di violenza sociale e politica quali, ad esempio, la guerra, lo sfruttamento del lavoro umano, il carcere, la tortura ed altre forme organizzate ed istituzionali di violenza, di ingiustizia e repressione.

    Inoltre, la violenza del singolo, sia esso un individuo “psicopatico”, “non empatico” o, per meglio dire, “antisociale, sia esso un “criminale”, non può essere compresa ed esplicata semplicemente e banalmente come un istinto di aggressività naturale, che non spiega e non chiarisce la logica di altre forme di violenza praticate al livello delle istituzioni e delle organizzazioni politico-sociali.

    Pongo una domanda: anche la violenza esercitata dallo stato si può comprendere in questa ottica “psicoanalitica” e “criminologica”?

    A riguardo mi permetto di aggiungere un’ulteriore puntualizzazione, non schematica o riduttiva.

    In generale esiste una differenza sostanziale tra la violenza primitiva e la violenza nelle società moderne. Anzitutto dal punto di vista politico.

    Il monopolio della violenza, nelle società moderne è appannaggio esclusivo dell’autorità statale. Invece, nelle società primitive, comprese alcune società pre-capitalistiche, domina ancora lo stato di natura in cui l’esercizio della violenza non è monopolizzato da un “Leviatano” inteso come forza superiore, mostruosa e spaventosa, che esercita un’azione coercitiva e frenante nei confronti degli istinti individuali.

    E’ lo stato moderno che si arroga il diritto di reprimere la violenza e il delitto commessi dall’individuo in nome di una legalità o autorità superiore (non più sacra o religiosa, derivante da dio, ma laica e civile, scaturita cioè da un principio terreno) al fine di imporre e stabilire, tramite la forza, l’ordine sociale. Altrimenti il caos regna sovrano, questa è almeno la giustificazione più banale e comune: “Homo homini lupus”.

    Ma questo sistema presenta i suoi “effetti collaterali”, che in realtà non costituiscono semplicemente il risultato di un processo di degenerazione e corruzione, bensì formano l’essenza stessa dello stato moderno.

    Mi riferisco all’origine e alla natura classista, ingiusta e violenta, dello stato. Il quale esercita arbitrariamente la propria forza repressiva con il pretesto di ridurre e contenere la delinquenza e il crimine, ma in realtà perseguita e punisce solo le violenze commesse dagli oppressi e dagli sfruttati, mentre non impedisce, anzi difende e sancisce i delitti perpetrati dagli sfruttatori.

  6. la violenza ha molteplici facce diciamo grossolanamente divise in due: quella intima e personale e quella sociale , che si subisce per il fatto di essere cittadini di uno stato od ancor meglio per il fatto di appartenere ad una classe. Lucio si è occupato in parte di quest’ultima ed in modo secondo me completo ed interessante.
    Ma esiste una violenza più sottile ed intima, che scaturisce in parte dal nostro dna ed in parte dall’ambiente in cui cresciamo e viviamo.
    E non parlo di quella che scaturisce dalla mancanza patologica di freni inibitori causa problematiche psicotiche, nè dalla sana reazione al pericolo.
    Parlo di un’altra cosa.
    Esiste infatti una forma di energia vitale in origine non negativa ma che rimane in molti inespressa e conculcata per un eccesso di autocontrollo tipico delle personalità chiuse al rapporto con gli altri o di personalità mascherate da una patina di socievolezza “costruita” su di un indole in realtà bloccata e poco disposta a lasciarsi andare.
    Queste ultime sono persone molto razionali ma che rischiano di esplodere per aver per troppo tempo conculcato i loro desideri inespressi.
    Inoltre siamo tutti più o meno il frutto del modello educativo occidentale “cattolico” e perbenista che impone ruoli e funzioni e che condannano l’istinto.
    Ed è proprio questo, l’istinto, la cura secondo me.
    In questo caso fa bene sfogarsi con lo sport ma c’e’ un modo più risolutivo di operare su se stessi: non tenersi mai il nodo in gola o il groppo sullo stomaco ( le malattie psicosomatiche esistono eccome, anche gravi…), prendersi del tempo per sè , sentire i messaggi del corpo, rigettare la negatività e l’ansia che i nevrotici intorno a noi ci iniettano ogni giorno.
    Bidogna aver paura dei nevrotici apparentemente calmi e razionali e non dei nervosi che danno in escandescenze: questi ultimi si stanno semplicemente curando da sè, i primi possono esplodere veramente…

  7. Una causa di tutta l’umanità.
    Ogni giorno di più, mentre rappresentanti “colti” della classe dominante e illustri e meno illustri esponenti dell’opportunismo, cercano di convincere il genere umano e le classi subalterne che l’attuale sistema sia il “non plus ultra” per l’umanità e che non c’è alternativa al capitalismo, seppur migliorabile, appare chiaro agli occhi di ogni persona che queste teorie sono solo false rappresentazioni della realtà. La ricchezza continua a crescere di pari passo con l’aumento della povertà, dei senza lavoro, dei senza casa, dei morti per fame, compresi milioni di bambini, dei periti in guerre. Aumentano le persone che non riescono a soddisfare i propri bisogni, i sottoalimentati, gli sfruttati, coloro che non vivono la vita nel suo splendore, ma cercano solo di sopravvivere. Per chi lavora il ritorno a prassi legali e contrattuali di un secolo fà, seppur con nomi nuovi, rende il rapporto con la produzione sempre più schiavistico, con il consenso silenzioso delle dirigenze sindacali. Si espandono le ideologie razziste e si vede il nemico nell’immigrato e di chi ha un colore diverso della pelle, chiudendo gli occhi di fronte alla vera causa della misera vita che si conduce: il profitto ed il sistema su cui esso si basa.
    Sembra forte il capitalismo e non si accorge della sua fragilità, del suo essere solo di passaggio per la vera frontiera dell’umanità: Il comunismo.
    Lo sviluppo delle forze produttive è ormai tale da permettere un’economia amministrata direttamente dai produttori e senza proprietà privata, eliminando il disordine economico, lo spreco, il parassitismo ed assicurando il benessere a tutti.
    Il comunismo è una causa di tutta l’umanità perché mira ad una civiltà superiore, che darà ad ognuno secondo i suoi bisogni e riceverà da ciascuno secondo le sue capacità.
    I “soloni” della classe dominante e dell’opportunismo sbraitino pure contro questa dottrina sociale, spaccino pure capitalismi di stato come quello sovietico, cinese per comunismo, non riusciranno mai a togliere dall’animo di tante persone la speranza ed il sogno di una nuova era socio-economica, per il semplice fatto che è la stessa società attuale a produrre idee, lotte, azioni per il “Mondo Nuovo”.
    “ …vogliamo uno stato al servizio dei cittadini…che s’interessa di dare ad ognuno una buona scuola, una buona rete di trasporti, una buona assistenza sanitaria…che dia ai cittadini asili nido, scuole materne, ristoranti pubblici ove poter mangiare, se non si ha voglia di cucinare, centri di cultura dove approfondire la conoscenza, possibilità di fare sport…che aiuti l’espressione della cultura in tutte le sue forme, che faccia tutto quello che serva per elevare la mente e lo spirito delle persone…ove è d’obbligo lavorare e studiare, nei modi che saranno ritenuti più coerenti in base allo sviluppo economico-sociale.
    Il caldo respiro della speranza
    Giuseppe Calocero
    Noi vogliamo che la vita di ogni persona sia garantita dalla gestazione alla morte in modo concreto, non propagandistico, come accade nell’attuale dimensione sociale.
    “La società capitalistica non ci offre dunque che una democrazia tronca, miserabile, falsificata, una democrazia per i soli ricchi, per la sola minoranza. La dittatura del proletariato, periodo di transizione verso il comunismo, istituirà per la prima volta una democrazia per il popolo, per la maggioranza. Solo il comunismo è in grado di dare una democrazia realmente completa; e quanto più sarà completa, tanto più rapidamente diventerà superflua e si estinguerà da se.”
    Stato e rivoluzione
    Lenin
    Viviamo serenamente e con fiducia la nostra vita aprendoci ad essa e non chiudendoci in noi stessi, protagonisti e non spettatori di un confronto politico costruito sulla pelle di chi lavora per dare ai ricchi sempre di più ed agli sfruttati sempre di meno.
    Culliamo nei nostri cuori la fiammella della speranza e del sogno di una vita nuova, aprendoci ai nostri simili, al di là della razza, del colore, perché la colpa delle miserie è del sistema del profitto, costruendo insieme un futuro nuovo e migliore.
    Un mondo nuovo nel comunismo è possibile! Il comunismo è una causa di tutta l’umanità!

  8. benvenuto fra noi massimo
    molto piacere di leggerti

  9. Finché la violenza dello stato sarà giustizia
    la giustizia del proletariato sarà violenza.
    Primo avviso: evitiamo di inneggiare alla violenza, please

  10. Il futuro è nel comunismo!
    Secondo uno studio della B.R.I., in Italia nel 1983, nel rapporto con il P.I.L., la quota profitti era pari al 23.12%, la quota dei lavoratori superava i tre quarti. Nel 2005 al quota profitti era al 31.34%, la quota dei lavoratori era di poco più del 68%. Circa l’otto di P.I.L., pari a circa 120 miliardi di euro, passati dalle tasche dei lavoratori a quelle dei capitalisti! Una cifra enorme! Hanno messo le mani nelle tasche dei lavoratori e hanno fatto in modo di nascondere la realtà. Se quei soldi fossero nelle tasche dei lavoratori, vorrebbero dire 5200 euro in più in media all’anno, se consideriamo anche gli autonomi, professionisti, artigiani, commercianti. Se consideriamo solo i lavoratori dipendenti i soldi in più sarebbero 7000 euro tonde. Se poi aggiungiamo che la forbice negli anni seguenti ha raggiunto i dieci punti di P.I.L. si ha nel primo caso 6500 euro, nel secondo 8750 euro.
    Altro che promesse di riduzione delle tasse! Basterebbe riavere i soldi passati dalle tasche dei lavoratori a quelle dei capitalisti per migliorare le proprie condizioni di vita.
    A questa triste realtà hanno dato il loro contributo i dirigenti sindacali, opportunisti e generali votati alla causa del profitto, che con l’attuazione della cosiddetta “concertazione” hanno “concertato” lo svuotamento delle tasche dei lavoratori insieme, con la scusa della flessibilità, alla precarizzazione del lavoro ed alla perdita di diritti.
    I decenni in questione sono stati quelli che hanno visto i profitti più alti della storia, ma i lavoratori non se ne sono accorti, impegnati a sopravvivere alla miseria del capitalismo.
    Sempre più appare chiaro che il futuro non è nel sistema attuale, sempre più contro chi lavora e produce, sempre più contro la vita ed il genere umano.
    “ Tutti i buoni borghesi …vi dicono che la concorrenza, il monopolio come principio, cioè presi come pensieri astratti, sono i soli fondamenti della vita, ma che essi lasciano molto a desiderare nella pratica. Tutti svolgono la concorrenza senza le conseguenze funeste di questa. Tutti vogliono l’impossibile, cioè le condizioni della vita borghese senza le conseguenze necessarie di queste condizioni. Tutti non comprendono che la forma borghese della produzione è una forma storica e transitoria così come lo è stata la forma feudale.”
    K,Marx
    E’ illusorio pensare che la dimensione socio-economica e politica attuale possa soddisfare i bisogni di ogni essere umano, quando essa è solamente subordinata al profitto ed è costruita per fare gl’interessi dei capitalisti.
    Il futuro è nel comunismo!
    Una società che supera i rapporti di produzione e mette al centro di ogni attività l’essere umano, la sua vita, la sua felicità.
    La felicità è possibile in questa terra se ogni essere umano è messo in condizione di vivere in condizione di libertà, uguaglianza, fratellanza, giustizia.
    E questo può essere reale solo in un cambiamento del rapporto uomo natura nel lavoro, che faccia passare l’umanità dal regno della necessità al regno della libertà.
    “Il comunismo in quanto effettiva soppressione della proprietà privata quale auto alienazione dell’uomo, e però in quanto reale appropriazione dell’umana essenza da parte dell’uomo e per l’uomo; e in quanto ritorno completo, consapevole, compiuto conservando tutta la ricchezza dello sviluppo precedente, dell’uomo per se quale uomo sociale, cioè uomo umano. Questo comunismo è, in quanto compiuto naturalismo, umanismo, e in quanto compiuto umanismo, naturalismo. Esso è la verace soluzione del contrasto dell’uomo con la natura e con l’uomo; la verace soluzione del conflitto fra esistenza ed essenza, fra oggettivazione e affermazione soggettiva, fra libertà e necessità, fra individuo e genere. E’ il risolto enigma della storia e si sa come tale soluzione.”
    K.Marx
    Nella società attuale il passato domina sul presente, nella società comunista il presente sul passato.
    Nella società attuale il capitale è indipendente e personale, mentre l’individuo è dipendente ed impersonale
    Nella società comunista la persona è libera nella soddisfazione dei bisogni materiali e spirituali.
    Il capitalismo sembra forte, ma è già passato. Il futuro è nel comunismo!

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