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L’Italia è una Repubblica “antimeritocratica” fondata sul lavoro precario

6 commenti

A volte mi chiedo perché in Italia, come altrove, la cosiddetta “meritocrazia” venga invocata solo nei riguardi dei lavoratori subordinati, che sono sempre più soggetti e vincolati a parametri di efficienza produttiva, evidentemente per costringerli a farsi sfruttare in modo crescente, mentre tali principi meritocratici non valgono e non sono applicati nei confronti dei livelli padronali, ossia i megadirigenti e i supermanager che percepiscono compensi abnormi a prescindere dal rendimento e dai risultati ottenuti. Si pensi, ad esempio, al caso dei quadri dirigenti responsabili del fallimento dell’Alitalia o ad altri scandali e bancarotte indubbiamente eclatanti nella recente storia nazionale.

E’ evidente che un sistema economico sociale che pretenda di essere meritocratico, solo a chiacchiere, non potrebbe conciliarsi con la realtà di un paese clamorosamente ingiusto e sperequato, eccezionalmente sprecone, corrotto e mafioso come l’Italia.

Il nostro Paese si regge su un assetto economico privo di ogni criterio di giustizia sociale e materiale, di democrazia economica e di equa redistribuzione del reddito nazionale, è uno Stato in cui si evidenziano comportamenti furbeschi, spregevoli e cialtroneschi, in cui si registra il primato mondiale dell’evasione fiscale, in cui si pretende di imporre ai lavoratori, già fortemente precarizzati e sottosalariati, uno standard di meritocrazia e di efficienza produttiva in senso unilaterale, rischia di degenerare in modo ineluttabile, causando drammatiche iniquità, divaricazioni crescenti e sperequazioni assolutamente inaccettabili, scatenando dunque contraddizioni sociali esplosive. A maggior ragione in una fase storica contrassegnata da una gravissima recessione economica come quella attuale, una crisi di sistema che è di natura strutturale ed è estesa su scala globale.

Pensare (ingenuamente) di introdurre una concezione meritocratica in Italia, come altrove, equivale a compiere una vera rivoluzione sociale e materiale, etica e culturale.

Per adottare un regime di autentica meritocrazia, credo che occorra promuovere una profonda trasformazione, in senso egualitario, della struttura economico-sociale e della mentalità comune, attuando un cambiamento epocale sul piano politico e culturale.

In altri termini, la vera meritocrazia è possibile e praticabile solo in una società formata da lavoratori liberi ed uguali, in una società autenticamente comunista: “una società dove ognuno produce secondo le sue possibilità e riceve secondo i suoi bisogni”. Questo è un modello  di società estremamente meritocratica, prima ancora che democratica.

Dunque, l’antitesi tra comunismo e meritocrazia è solo apparente. Con buona pace (e scandalo) dei ciarlatani e dei farisei dell’ideologia filo-capitalista: mi riferisco ai falsi liberisti, ai finti apologeti e fautori del sistema meritocratico quali, ad esempio, Berlusconi, Tremonti, Padoa Schioppa, Tronchetti Provera, i loro soci e lacchè.

Lucio Garofalo

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Autore: francacorradini

essere pensante

6 thoughts on “L’Italia è una Repubblica “antimeritocratica” fondata sul lavoro precario

  1. una luce nelle tenebre questo post
    adelante

  2. Standing ovation per questo post.
    Ne approfitto per puntualizzare che l’operazione pseudo culturale in atto è quella di appiattire tutto ciò che è “di sinistra” con lo stalinismo, che, se Marx lo avesse conosciuto, lo avrebbe certamente scomunicato ideologicamente.
    Definire “comunista” chiunque sia di sinistra – o addirittura chiunque si opponga al potere berlusconiano di questi anni – è un falso assoluto.
    Così come è un falso che lo stalinismo sia stato comunista, basta leggere Marx, per il quale la “dittatura del proletariato” era un passaggio da lui adombrato come transitorio sulla via della democrazia perfetta. E non si immaginava certo la dittatura perpetua di un uomo, di un comitato centrale, di un partito, era solo il modo ottoentesco di riferirsi all’egemonia di una classe. Così come il liberalismo è, nella visione marxiana, egemonia borghese, né più né meno.

  3. bel post, è vero
    giusto dati quel che dici
    occorre solo aggiungere
    che se agli italiani addormentati
    dalla mela avvelenata di berlusconi
    aggiungi
    una sinistra priva di identità,
    perchè quella che aveva l’ha gettata via con l’acqua sporca nel 1989,
    il risultato è che non solo s.b.
    ma chiunque ormai può prendere il portere in italia
    seguendo le sue orme
    e non è detto che il prossimo si gingilli
    solo con donnine e lacchè…

  4. sempre fermi all’ideologia….

    leggetevi il pezzo sul SOLE 24 ORE di oggi che riporto, forse aprite gli occhi sul mondo reale che è ben lontano da quello che pensate e per nulla interessato ad argomenti ideologici…

    di seguito:

    “I dati della politica italiana non smettono mai di sorprendere. Sono passati mesi dalle elezioni europee e un anno e mezzo dalle politiche. In questo periodo è successo di tutto e di più. Eppure lo specchio è sempre quello. Gli elettori di sinistra sono più o meno il 40%, quelli di destra il 50% e, in mezzo, c’è l’Udc con il suo 6%. Questo è in sintesi il quadro che emerge dal sondaggio Sole 24 Ore-Ipsos. Ma dietro i grandi aggregati le novità non mancano.

    Il Pd è in crescita di quattro punti rispetto alle europee e il Pdl di tre. La sinistra radicale scende. Di Pietro perde qualcosa come l’Udc. Si accentua, dunque, ulteriormente il bipolarismo, se non addirittura il bipartitismo. Se si votasse ora, comunque, vincerebbe ancora Berlusconi.
    I cambiamenti più interessanti sono all’interno degli schieramenti. Come detto la tendenza è quella al rafforzamento dei due partiti maggiori. Ma mentre nel centro-sinistra il Pd sembra crescere a spese della sinistra radicale e in parte dell’Idv, nel centro-destra il Pdl non cresce a spese della Lega. Il partito di Bossi continua a godere di oltre il 10% dei consensi anche con un Pdl al 38 per cento. Questo perché il Pdl cresce al Sud e non al Nord. I dati mostrano chiaramente che la sua base elettorale è sempre più meridionale. Nel Centro-Sud che comprende sia Abruzzo che Campania il partito del Cavaliere sfiora addirittura il 50% dei consensi. Non è azzardato ipotizzare che dietro una percentuale così alta ci siano i rifiuti di Napoli e le macerie dell’Aquila. Ma anche nel resto del Sud il Pdl sopravanza il Pd di 16 punti percentuali.

    Il Nord invece è un’altra storia. Fa impressione vedere che nel Nord-est Pdl, Pd e Lega sono praticamente sullo stesso piano, ognuno con circa il 25% dell’elettorato. In pratica in tutto il Nord solo un elettore su tre vota Pdl. Una percentuale ben diversa da quella del Sud. È chiaro che in questa zona del Paese il centro-destra continua ad avere un forte vantaggio nei confronti del centro-sinistra ma qui il Pdl deve fare i conti con la Lega e per un partito che ha il suo baricentro sempre più spostato al Sud la cosa potrebbe causare qualche problema.
    I più giovani votano Pdl. Nella fascia di età tra i 18 e 45 anni sono tra il 37 e il 40% contro il 25% circa che vota Pd. Il modesto risultato del Pd è in parte spiegato dal successo dell’Idv che raccoglie il 10% del voto giovanile. Un dato confermato dal fatto che sono proprio gli studenti la categoria che ha espresso il giudizio più positivo sul partito di Di Pietro.

    Tra le conferme la più rilevante è il voto degli operai. Qualche tempo fa un altro sondaggio di questo giornale aveva evidenziato come il Pdl avesse sopravanzato il Pd tra gli operai. Nonostante la crisi e la cassa integrazione è ancora così. Il 36% degli operai dichiara di votare Pdl e il 13% Lega Nord. In pratica quasi il 50% degli operai italiani sono orientati a destra. Solo nella categoria degli impiegati e insegnanti il Pd conserva un vantaggio. Ma è troppo poco per essere competitivo. Imprenditori, liberi professionisti, commercianti, artigiani restano un problema per il partito di Bersani. Oltre il 60% dei lavoratori autonomi vota Pdl o Lega. Solo il 22% vota Pd.

    Da questo sondaggio comunque il Pd non esce male. La tendenza è positiva. Il 31% delle intenzioni di voto non è troppo lontano dal 33,2% dei voti delle ultime elezioni politiche. È invece l’opposizione nel suo complesso che ne esce malissimo. Il 71% degli intervistati dà un voto negativo sul suo operato. Ma c’è di più. Il giudizio sull’opposizione è molto peggio del giudizio sui singoli partiti che la compongono. Il 41% degli intervistati dà un giudizio positivo sul Pd. I giudizi positivi su Idv e Udc sono rispettivamente il 35% e il 37%. Sono dati – soprattutto questi ultimi – bassi ma comunque superiori a quelli dati all’opposizione nel suo complesso. Tutto ciò sta a indicare che l’elettorato percepisce l’attuale opposizione al governo Berlusconi come un’alternativa poco credibile. E come si fa a dargli torto? Dov’è l’alleanza? Dove è il programma comune? E allora qui troviamo almeno una parte della spiegazione al fenomeno della tenuta di Berlusconi e del suo governo. In una democrazia bipolare il consenso va a chi sa esprimere leadership e unità di intenti. Berlusconi lo ha capito da tempo. Gli altri no.”

    • Marco, a me pare che:

      a) questo articolo non dimostra affatto che gli ideali siano distanti dalla gente, ma che la gente guarda con fastidio le posizioni radicali;

      b) noi fermi all’ideologia? Guarda che viviamo in un’epoca CUPAMENTE ideologica. Ideologica di destra, e populista.
      E’ ideologica laddove propone una visione di società esclusiva e non inclusiva; ideologica quando valorizza la moralità sessuale del cattolicesimo, ma ne svaluta il messaggio solidaristico; ideologica quando santifica la figura dell’imprenditore e del manager, e bolla il dipendente come “un perdente” e “un privilegiato”, quando non come “un fannullone”; è ideologica quando etichetta tutto ciò che non è a suo favore come fazioso e comunista; è ideologica nel momento in cui esalta l’arrangiarsi contrapponendolo alla legalità; è ideologica quando esalta il mercato a tutti i costi e descrive l’intervento dello Stato in economia come la causa di tutti i mali. E potrei continuare per ore.

      c) La perdita di identità – e quindi di consenso – che registra l’opposizione, specie di sinistra, è precisamente per una sostanziale abdicazione ai propri afflati ideali, e non per eccesso di ricorso ai medesimi.

    • mi sento dalla parte di Dati e rosellina.E finiamola
      di definire ideologia ogni posizione di pensiero che
      non sia di resa diffronte ad un giornale che seppur
      autorevole ha una visione parziale della realtà e non
      ontologica.Senza contestare i dati sarebbe bene anche
      considerarne la loro staticità perchè il mutamento di
      essi potrebbe essere innescato da percorsi sociali
      di apparente semplice rilevanza.Non è solo la ragione
      che spinge l’uomo ad andare avanti,ma paradossalmente
      anche ciò che chiamiamo cuore.

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