LA CONOSCENZA RENDE LIBERI

per favorire l'incontro di idee anche diverse


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Mafia S.p.A.

mafiaLa mafia non si è affatto dissolta con l’arresto dei boss Riina e Provenzano, latitanti per anni e catturati dallo Stato solo quando erano diventati ormai vecchi ed inutili. Quella che sembra morta è la mafia tradizionale, messa sotto processo dalle inchieste di Falcone e Borsellino, assassinati dai sicari della cosca più feroce dell’epoca, i Corleonesi. Oggi, la mafia è più ricca e potente di prima, non è scomparsa solo perché non ammazza più, usando le armi e compiendo stragi sanguinose per eliminare i suoi nemici, siano essi tenaci sindacalisti come Placido Rizzotto, attivisti politici come Peppino Impastato, giudici integerrimi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ci sono altre mafie che continuano a massacrare le persone: la Camorra del clan di Casalesi, la ‘Ndrangheta calabrese o alcune tra le più efferate mafie straniere. La mafia siciliana evita di ammazzare perché non vuole più esporsi alle facili ritorsioni dello Stato, per offrire l’impressione di non esistere più. Infatti, rinuncia a mostrarsi, preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più rispettabile e borghese.

Dunque, ciò significa che la mafia non esiste più? Niente affatto. La mafia ha solo imparato a dissimularsi meglio. Essa continua ad agire indisturbata in una veste nuova. L’assetto del potere mafioso si è aggiornato in forme moderne. Anche la mafia ha subito un processo di mutazione antropologica e culturale. Dunque, la mafia si è ristrutturata, diventando un’holding company molto potente, una corporation tecnologicamente avanzata, un’impresa finanziaria multinazionale. Insomma, la mafia è a capo di un impero economico globale ed oggi è la prima azienda del sistema capitalistico italiano, una grossa compagnia imprenditoriale che vanta il più ricco volume d’affari del Paese.

Come racconta Roberto Saviano nel suo best seller Gomorra, la mafia è diventata una potente società finanziaria. La nuova mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari con un obiettivo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta a tutto, anche a servirsi dei mezzi più sporchi e disonesti. E per vincere la competizione è pronta a minacciare, corrompere, ad eliminare fisicamente i suoi avversari. Alla stessa maniera di altri gruppi imprenditoriali, come le imprese multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali in America Latina o in Africa perché si oppongono alla loro ingerenza economica e militare.

Lucio Garofalo


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Odio razziale su Facebook : non si tratta di rimuovere e basta, qui è evidente il reato di istigazione all’odio razziale e tutte le persone devono essere identificate e denunciate

SU FACEBOOK  UNA PAGINA CURATA DA “LEGA NORD MIRANO” PRESENTATA DA QUESTO DELIRANTE MANIFESTO… I 433 AMICI  FIGURANO  BOSSI, SUO FIGLIO RENZO E IL CAPOGRUPPO COTA… E’ REATO DI ISTIGAZIONE ALL’ODIO RAZZIALE: ALTRO CHE RIMUOVERE LA PAGINA, ORA VEDIAMO SE QUALCUNO PROCEDE A IDENTIFICARLI O SE LA LEGGE NON E’ PIU’ UGUALE PER TUTTI

“Immigrati clandestini: torturali! E’ legittima difesa”. Lo sostiene una pagina Facebook chiamata “Lega Nord Mirano” a cui sono legati da amicizia 433 persone.
Accanto ai nomi tradizionali dei vaneggiamenti leghisti tipo “guerriero padano” o “Attila flagello di Dio”, troviamo nomi eccellenti come Umberto Bossi, suo figlio Renzo, Erminio Boso, già parlamentare leghista, e Roberto Cota, capogruppo alla Camera.

Tante le strutture di partito vi sono le sezioni di Agna, Alassio, Bassa Modenese, Bonate Sopra, Campania, Camponogara, Casole d’Elsa, Cavarzere, Chioggia, Chiusi, Colle, Cologne, Cordenons, Eraclea, Giavera, Godego, Jesolo, Limena, Locate, Loria, Mapello, Maranello, Mesola, Marcheno, Mestre, Milano, Montecatini, Montepulciano, Nave, Padova, Pistoia, Pontesanpietro, Pontoglio, Pordenone, Porto Viro, Portogruaro, Prato, Ripalta, Rovato, Sacile, Sanvitese, Scorzé, Siena, Soresina, Susegana, Telgate, Torre Boldone, Trebaseleghe, Valdicecina, Valle Serio, Valle Serina, Verbania, Vicenza, Volterra, Visano, Caorle, Ferrara, Lugo, Melegnano, Musile di Piave, Noventa di Piave, Spinea, Giovani Padani di Pavia ecc.
In ogni caso il sito è attivo da tempo e fa riferimento a una sezione della Lega che in effetti esiste, quella di Mirano, in provincia di Venezia.
Il manifesto vergognoso che abbiamo riprodotto da Facebook ne fa da richiamo e pagina ufficiale, pertanto è evidente che i 433 amici ne condividono il testo, facendo esso da “documento di presentazione”.
Inutile cancellarsi frettolosamente come hanno fatto Cota e Bossi, appena scoppiato lo scandalo, come se non avessero visto il gruppo cui si erano iscritti.

Il primo a denunciare la cosa è stato Walter Veltroni che ha richiesto la rimozione al Ministero degli Interni di una pagina “contraria ogni forma di civiltà“.
La pagina in questione, a nostro parere, indipendentemente da quei pendagli da forca che l’hanno creata, dimostra, proprio sulla base delle adesioni di molte strutture territoriali, di quanto sia diffuso il razzismo nella classe dirigente della Lega.
Una persona col cervello a posto non chiede di essere amico di un gruppo che chiede adesioni proprio sull’invito a torturare gli immigrati.

Qua non si tratta di rimuovere e basta, qui è evidente il reato di istigazione all’odio razziale e tutte le persone devono essere identificate e denunciate.
Come dice Maroni, siamo anche noi per la tolleranza zero: chi semina odio e invita a torturare degli esseri umani non ha diritto di cittadinanza tra le persone civili.
Se questa è il livello della politica a cui siamo giunti, è ora che le leggi vengano applicate. Troppo comodo fare sempre finta di nulla: vediamo se la magistratura interviene questa volta per ribadire che la legge in Italia è ancora uguale per tutti o no, stabilendo precise responsabilità.
E ognuno si assumerà le proprie davanti alla legge.
A destra non c’è spazio per delle merde  e per i loro magnaccia, sia chiaro una volta per tutte.

dal blog Destra di Popolo


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Esportazione della merce democratica

Francamente non credo nella possibilità di esportare la cosiddetta “democrazia” in quanto diffido dei falsi principi della democrazia liberale borghese, che reputo uno strumento ideologico di occultamento della reale natura rapace e violenta dell’economia capitalista, retta sull’alienazione e sulla mercificazione dei valori umani, su inique e crescenti disuguaglianze materiali e sociali.

La cosiddetta “democrazia” non è altro che un’ipocrita forma di mistificazione e copertura del delitto più atroce che si possa immaginare: l’alienazione del lavoro umano, lo sfruttamento di masse sottosalariate sempre più indifese e ricattabili, costrette a travagliare per l’arricchimento di minoranze voraci e privilegiate. Ritengo che la tanto osannata democrazia sia solo la “migliore”, forse la più raffinata rappresentazione costituzionale della dittatura borghese. Inoltre, sono convinto che tale ordinamento istituzionale non sia esportabile con procedure arbitrarie e sistemi cruenti, facendo ricorso alla primitiva irrazionalità della guerra.

In particolare, la “democrazia occidentale” non è esportabile in quelle società segnate da un’evidente arretratezza economica, come i paesi egemonizzati dalla presenza di un radicalismo religioso che in passato era avallato dalla politica dubbia dell’occidente. Il quale ha creato gli stessi mostri che oggi proclama di voler combattere, ha armato e foraggiato gli Stati più tirannici del mondo, ovunque e quando conveniva farlo. Penso a quei regimi dispotici e sanguinari, la cui ascesa al potere è stata voluta e caldeggiata proprio dalle potenze occidentali, guidate dagli USA, che hanno favorito e finanziato i movimenti islamici più oltranzisti. Si pensi a figure come Bin Laden, ai gruppi fondamentalisti ostili e bellicosi come i Talebani, armati e appoggiati dal mondo occidentale in funzione chiaramente anti-sovietica durante la guerra in Afghanistan seguita all’invasione compiuta dall’armata russa alla fine del 1979.

“Due pesi e due misure”

Da sempre mi ripugna la linea di condotta ambigua e opportunistica dell’occidente, riassumibile nella formula “due pesi e due misure”, una politica che affama e dissangua i popoli del Terzo mondo, condannandoli ad un destino di miseria e sottomissione.

Anziché lodare a chiacchiere le virtù “salvifiche” della democrazia, invece di proclamare in astratto i “sacri” principi liberali, piuttosto che annunciare velleitariamente la volontà di esportare la democrazia ovunque sia assente, l’occidente farebbe meglio se provvedesse ad impiantarla nella realtà dei propri Stati, sempre meno tolleranti e democratici, sempre più autoritari e illiberali.

L’ideologia dell’esportazione della democrazia serve a fornire un alibi utile a giustificare la carenza di democrazia all’interno delle società occidentali. Come tutte le ideologie, si tratta di un abile travestimento escogitato per coprire i delitti più aberranti. In realtà, dietro la tesi ufficiale della “necessità di esportare la democrazia” si annida un meccanismo di espropriazione violenta delle ricchezze materiali e culturali dei popoli del Terzo Mondo. Al riparo dei magnifici ideali della libertà e della democrazia, sbandierati al cospetto dell’opinione pubblica mondiale, si ammanta una sanguinosa spinta di espansione globalizzatrice esercitata dall’economia di mercato, dalle forze che sono all’origine delle guerre di rapina combattute nel mondo.

Mercimonio democratico

Immaginiamo paradossalmente che io approvi l’idea di esportare la democrazia. Ma anzitutto chi, quale autorità internazionale, in virtù di quali principi (se non sono condivisi da tutti i popoli del mondo) stabilisce l’esistenza o meno della democrazia, accerta il grado di democraticità di uno Stato e decreta, eventualmente, l’opportunità di esportarla, cioè di imporla con la forza delle armi?

Tale logica è semplicemente folle in quanto  concepisce la democrazia alla stregua di una merce alienabile ovunque, un articolo di lusso che non tutti i popoli possono permettersi. E qual è il prezzo corrente sul mercato? Forse milioni di morti o miliardi di dollari?

Dunque, ammesso per ipotesi che io accetti il presupposto di quella concezione che pretende l’esportazione di una lucrosa merce chiamata “democrazia”, perché mai questa deve essere esportata solo in alcune regioni come il Golfo persico, casualmente ricche di pozzi petroliferi, di risorse energetiche e altre pregiate materie prime, o di alcune produzioni che assicurano ingenti proventi economici criminali come, ad esempio, le coltivazioni di oppio in Afghanistan?

In questa fitta rete di scambi e traffici, leciti e illeciti, nel connubio tra politica e affari, si ripara un autentico mercimonio della democrazia, il cui costo in termini di denaro, di capitali, ma soprattutto di vite umane, sembra oltrepassare ogni ragionevole limite e ogni capacità di sopportazione terrena. In altri termini, mi domando se l’abominevole “merce democratica” acquisti maggior valore laddove esistono condizioni oggettive di ricchezza del sottosuolo e preziose fonti di sfruttamento e profitto economico.

Perché questa laida democrazia non viene esportata in altre realtà del mondo, in aree geografiche dove non esistono risorse petrolifere, né materie prime che possano attrarre gli interessi delle potenze occidentali e delle corporation multinazionali? Penso a sterminate regioni dell’Africa, dove intere popolazioni sono massacrate da una micidiale guerra alimentare, sono schiacciate da un apparato economico che genera solo miseria e sottosviluppo, sono perseguitate da feroci dittature militari che si susseguono senza soluzione di continuità con la complicità del mondo occidentale. Il quale finge di piangere, dissimulando commozione solo quando si consumano le catastrofi umanitarie e ambientali, prevedibili con largo anticipo.

L’esportazione brutale della “merce democratica” non sarebbe possibile in tutto il mondo, essendo sconsigliabile un’espansione bellicista globale, essendo inconcepibile una militarizzazione dell’intero pianeta.

In questo osceno binomio tra affarismo criminale e democrazia si svela l’origine di quella cinica e perversa logica dei “due pesi e due misure”: la democrazia non si può e non si deve imporre su tutto il globo, ma solo laddove conviene alle potenze occidentali, per conservare e accrescere i privilegi e l’opulenza economica dei paesi più ricchi. Quindi, per assicurare in perpetuo i profitti dei colossi multinazionali che continuano a rapinare impunemente le ricchezze, non solo materiali, dei popoli della Terra. I quali, in cambio, non potranno nemmeno godere dei vantaggi derivanti dalla “prodigiosa democrazia”.

Questa non intende essere una conclusione definitiva che esaurisce per sempre una riflessione che mi auguro possa proseguire e svilupparsi, fornendo spunti originali per l’interpretazione, ma soprattutto per la trasformazione dello stato di cose esistenti.

Lucio Garofalo


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Precario sedotto ed abbandonato dallo stato…..

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Questo lo slogan con cui è partita la protesta ad Arezzo dei precari della scuola che dal 1 settembre , dopo 7/8/10 anni di servizio,  si troveranno letteralmente in mutande…..

In  mutande ( boxer) e maglietta con scritte  sono sfilati per le vie del centro improvvisandosi lavavetri.

Tra le richieste  anche quella che lo Stato riservi ai propri ( ex) dipendenti il trattamento che  riserva agli extra-comunitari con facilitazioni di vario genere. Di qui l’idea di lavare i vetri agli automobilisti di passaggio.

Qui sotto una parte dell’articolo della  Nazione.

Qualche errore di battitura…

Qualche imprecisione sui numeri che avevamo dato.. ma pazienza, bene lo stesso.

Anche l’Ansa si è occupata di noi,anche alla RAI oltre a molte testate locali.

Ad ogni nostra mossa i fotografi ci immortalavano come se  fossimo Star di Holliwood e tutto per via dell’annuncio che eravamo ( erano .. ) in mutande.

Ma noi lo sapevamo , per questo abbiamo deciso di  farlo, erano l’unico modo per attirare la loro attenzione.

Franca Corradini

Manifestazioni di protesta degli insegnanti precari (Foto Cristini) Arezzo, 25 agosto 2009 – I pantaloni corti non se li sono calati, soltanto un accenno di mutanda per i precari della scuola che hanno improvvisato ieri di primo pomeriggio un sit-in alla stazione e zone limitrofe. In compenso, con immaginazione tutta italiana, hanno dato spettacolo agli incroci.

Tutti lavavetri sono diventati. Un secchio bianco e un secchio blu, spazzole tergicristallo, spruzzatore, acqua e sapone e volontà. “Questo saremo costretti a fare fra poche settimane” dicono in coro fregandosene del sole a picco delle tre. Maglia bianca con tanto di scritta (“Precari licenziati della scuola”), sorridenti nonostante la rabbia, hanno scherzato con gli automobilisti che si sono prestati di buon grado a far da sponda alla protesta. “La prossima volta — dice Roberta — dovremo davvero tendere la mano per farci dare qualche spicciolo. Così siamo ridotti”.

In testa ai manifestanti, in tutto una trentina, c’è Carlo Schiavone, sindacalista della Gilda che ha promosso la protesta. “Non siamo numeri — spiega accorato — ma essere umani e come tali vogliamo essere trattati. Abbiamo figli e famiglia da mantenere, staimo perdendo tutto ed è un problema che accomuna quattrocentomila persone in Italia. Con l’indotto arriviamo a quattro milioni di persone che rischiano sul serio di restare in mutande”.

Franca Corradini ( dirigente sindacale Federazione Unams Gilda per il personale ATA nd.r. ) ha ideato la protesta e pure lei cita numeri impietosi. Ad Arezzo, riferisce, sono oltre ducentocinquanta i precari della scuola, fra docenti e non docenti. Di questi rientreranno nei ranghi all’apertura soltanto 53, per gli altri un taglio e via. Ma non doveva andare così, continua. E spiega che i tagli del personale Ata (assistenti tecnici, amministrativi, collaboratori scolastici) avrebbero dovuto riguardare il 17% della forza lavoro nel giro di tre anni. “Invece il provveditorato ha usato le forbici tutte in una volta, tagliando già da quest’anno l’intero 17%”.

continua


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Per non dimenticare……………

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In queste giornate afose rischiano di cadere in un silenzio assordante due date che rievocano un’immane tragedia per l’intera umanità. Mi riferisco al 6 e 9 agosto del 1945, quando gli americani lanciarono le prime bombe atomiche della storia a scapito delle città di Hiroshima e Nagasaki, che vennero completamente distrutte. Solo nei mesi immediatamente successivi alla deflagrazione i morti furono oltre 200mila. Secondo stime attendibili, fino ad oggi le vittime accertate sarebbero oltre 350mila, a causa soprattutto delle affezioni tumorali prodotte dalle radiazioni atomiche. Tranne sporadiche commemorazioni piuttosto rituali, celebrate in remote località della Terra, nella fattispecie in Giappone, purtroppo in Europa, e tantomeno in Italia, non sembrano minimamente tenute in conto le ricorrenze legate a quegli orribili avvenimenti. Al contrario, stanno passando senza far rumore. A riprova che esiste la ferma volontà di cancellare ed estinguere la memoria di tali esperienze.

Quelle dell’agosto 1945 sono state le uniche volte in cui le armi nucleari sono state impiegate in un conflitto bellico contro popolazioni civili ed inermi, sterminando intere generazioni e annichilendo intere città. E’ bene ricordare che la paternità storica di tali massacri (veri e propri crimini commessi contro l’umanità, come qualcuno li ha definiti, crimini rimasti tuttavia impuniti) va indubbiamente ascritta agli Stati Uniti d’America, che non hanno esitato ad usare armi di distruzione di massa per vincere la guerra.

In modo particolare, occorre riflettere sulla seconda bomba atomica, sganciata su Nagasaki. Secondo molti storici si è trattato di un atto terroristico assolutamente inutile ed evitabile, eppure è stato ugualmente eseguito per due ragioni fondamentali. La prima, più che altro un vero e proprio alibi di natura tecnico-scientifica, era che la bomba lanciata su Nagasaki, essendo composta di plutonio, e non di uranio arricchito come quella gettata su Hiroshima, aveva bisogno di essere sperimentata (naturalmente, tale ragionamento è assolutamente cinico e spregiudicato). Il secondo motivo, in effetti prevalente, era di ordine strategico politico, nella misura in cui la seconda bomba era davvero inutile per vincere la guerra contro il Giappone, un Paese completamente affranto e stremato, ormai prostrato, ridotto alla mercè dei vincitori, per cui apparve subito evidente un diverso scopo della seconda esplosione nucleare, ossia un gesto scellerato compiuto in funzione palesemente antisovietica. In tal senso, le bombe su Hiroshima e Nagasaki, pur essendo le ultime della seconda guerra mondiale, furono considerate come le prime della “guerra fredda”. Insomma, si trattava di una scelta strategica e politica ben precisa, di un chiaro segnale intimidatorio, teso a far capire ai sovietici e al mondo intero chi erano i nuovi padroni della storia.

Negli anni successivi al 1945 le armi atomiche furono adottate da tutte le principali potenze mondiali: l’Unione Sovietica l’ottenne nel 1949 (grazie soprattutto alla decisione di alcuni scienziati che avevano concorso alla realizzazione della bomba nucleare per il governo nordamericano, al fine di ristabilire un giusto equilibrio tra le parti avverse), la Gran Bretagna nel 1952, la Francia nel 1960, la Cina nel 1964. In questo periodo, relativo al secondo dopoguerra, segnato da una prima proliferazione degli armamenti atomici, si determinò un clima che fu definito di “guerra fredda”, nel quale i due blocchi politico-militari contrapposti (la NATO, tuttora esistente e che fa capo agli USA, e il Patto di Varsavia, che ruotava intorno all’Unione Sovietica) erano coscienti di annientarsi vicendevolmente con il solo impiego delle armi atomiche. Questa era la teoria della “distruzione mutua assicurata”, alla base del cosiddetto “equilibrio del terrore”, ossia della strategia della deterrenza nucleare che, in qualche occasione, riuscì a scongiurare il rischio di un conflitto termonucleare totale.

Tale “equilibrio”, benché utile deterrente sul piano strategico, tuttavia non impedì un’enorme proliferazione degli arsenali atomici sia ad Ovest che ad Est. Al contrario, le armi nucleari divennero sempre più numerose, ma soprattutto più sofisticate e complesse, quindi più potenti, al punto che confrontate con quelle successive le bombe gettate su Hiroshima e Nagasaki apparivano come “giocattoli”. Gli arsenali atomici a disposizione dei due blocchi avversari (Est e Ovest: nemici più sulla carta, ma nella realtà complici rispetto alla spartizione economica e politica del globo terrestre) erano potenzialmente in grado di disintegrare il nostro pianeta, non una, ma decine di volte.

Nel corso degli anni ‘80, il dialogo tra Reagan e Gorbaciov condusse alla stipulazione dei trattati START I e START II, che sancivano una graduale riduzione degli armamenti atomici posseduti dalle due superpotenze. In quegli anni, esattamente nel 1985, uscì un film intitolato “War games” (tradotto in italiano “Giochi di guerra”) che racconta la storia di un brillante ragazzo di Seattle che, giocando col suo computer, riesce ad inserirsi nella rete informatica della difesa nucleare statunitense, provocando (nella finzione cinematografica) il pericolo di un conflitto termonucleare totale, poi scongiurato. Cito questo film per evidenziare come in quegli anni la percezione dei rischi di un conflitto atomico che avrebbe potuto causare l’autodistruzione del genere umano, era molto maggiore di oggi. Eppure la situazione odierna è più pericolosa di quella appena descritta, che si riferisce al periodo della “guerra fredda”.

Attualmente, gli Stati che dichiarano di possedere armi nucleari e fanno ufficialmente parte del cosiddetto “Club dell’atomo” sono esattamente otto: Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, India, Pakistan e Israele. Ripeto: Israele. Invece, gli unici Paesi al mondo che hanno pubblicamente e intenzionalmente rinunciato a programmi di riarmo nucleare sono: il Sudafrica, probabilmente il Brasile, e alcune repubbliche dell’ex Unione Sovietica, ossia Ucraina, Bielorussia e Kazakistan. Inoltre, la possibilità, non solo teorica, che alcune armi atomiche come le cosiddette “bombe sporche” (che non costano come le armi atomiche vere e proprie e non esigono particolari competenze scientifiche, se non quelle, alquanto diffuse, che servono a costruire una bomba tradizionale) possano cadere nelle mani di gruppi terroristici al soldo dei servizi segreti militari delle varie potenze (USA ed Israele sono in cima alla lista per la loro spregiudicatezza) può forse offrire una vaga idea dell’elevata pericolosità dell’attuale situazione internazionale. Una situazione avvolta in quella che convenzionalmente – ed erroneamente – viene definita “la spirale guerra-terrorismo”, ossia una realtà caratterizzata da crescenti tensioni e contraddizioni, aggravate dalla politica della cosiddetta “guerra globale preventiva” made in USA che, di fatto, alimenta e rafforza ulteriormente le spinte e le tendenze oltranziste ed estremiste in ogni angolo della Terra. Per questo, non tanto di “spirale” si tratta, quanto di due volti mostruosi e gemellari partoriti dal medesimo apparato di distruzione ed oppressione: l’imperialismo statunitense.

L’odierna situazione planetaria è dunque molto più insidiosa del passato, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino avvenuto nel 1989 e dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica e del suo “impero”, ma soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando sono state rilanciate la ricerca e la produzione di nuove generazioni di bombe nucleari più piccole e più facili da utilizzare. Nonostante ciò, la consapevolezza del pericolo rappresentato dagli arsenali atomici da parte dell’opinione pubblica mondiale, si trova ad un livello molto più basso rispetto agli anni della “guerra fredda”. L’epoca della “guerra fredda” è stata un periodo in cui l’equilibrio tra le due superpotenze (USA e URSS) esercitava un potentissimo effetto deterrente. Oggi quell’equilibrio non esiste più (è rimasto solo il “terrore”, scusate la battutaccia). Anzi, la situazione è profondamente squilibrata, estremamente instabile e caotica, e gli USA non sono in grado di gestirla da soli attraverso un ruolo di gendarmeria planetaria che si sono auto-assegnati con arroganza e che li ha condotti all’isolamento più totale. Oggi assistiamo ad un insidioso rilancio della ricerca nucleare per fini militari, che vede una responsabilità e un coinvolgimento crescenti anche del nostro Paese. Basti pensare che all’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) e nella base americana di Aviano sono pronte all’uso almeno 90 testate nucleari. Per far capire l’estrema pericolosità derivante dall’odierno scenario internazionale, voglio rammentare alcuni episodi occorsi nel 2002, quando India e Pakistan (che già nel 1998 avevano condotto alcuni test nucleari) si trovarono sull’orlo di un conflitto per il controllo del Kashmir (una terra situata al confine tra i due Stati, famosa per un tessuto morbido e leggero di lana omonima, ricavata da una particolare razza di capre che vive in quella regione), una pericolosa contesa che avrebbe potuto condurre ad un drammatico scontro militare e al successivo ricorso ad armi nucleari.

Oggi esistono alcune micro potenze regionali, quali la stessa Israele, che detengono arsenali atomici micidiali ed assumono atteggiamenti ostili e belligeranti verso gli Stati confinanti. E nessuno osa denunciare tale situazione, anzi chi si azzarda in tal senso viene tacciato di “antisemitismo”. Naturalmente sarebbe ipocrita non riconoscere che la più grave minaccia proviene da quelle superpotenze mondiali come gli USA, la Cina e la Russia, che mirano ad una nuova spartizione geopolitica ed economica del mondo e che agiscono in modo aggressivo ed espansionistico sul terreno prettamente commerciale, entrando spesso in contrasto tra loro. Si pensi alla competizione commerciale tra USA, Giappone, Europa e Cina, o alla guerra monetaria tra euro e dollaro. Certo, dal 1945 ad oggi tutte le guerre finora combattute e anche quelle tuttora in corso (si pensi allo stato di guerriglia permanente in Iraq) non hanno mai registrato il ricorso ad armi atomiche, bensì solo a quelle convenzionali. Addirittura, in alcuni conflitti etnici “tribali” sono stati perpetrati veri genocidi usando armi rozze e primitive: ad esempio, in alcuni Stati africani, come il Ruanda, sono stati commessi massacri (contro l’etnia Tutsi) a colpi di machete, un pesante coltello dalla lama lunga e affilata.

Finora ho fornito una ricostruzione storica il più possibile fedele e lineare, in materia di armamenti nucleari, provando ad evidenziare un confronto tra passato e presente, tra gli anni della “guerra fredda” e la realtà odierna che, come ho già spiegato, appare assai più insidiosa, benché la coscienza della gente comune sia indubbiamente molto meno diffusa e profonda rispetto al passato. A tale proposito voglio citare un brano tratto da un articolo di Giorgio Bocca (apparso alcuni anni or sono nella rubrica “L’antitaliano”), nel quale l’anziano giornalista scrive testualmente: “Già nel 1945 avremmo dovuto capire che l’apocalisse era ormai entrata nella normalità. Scoppia la prima atomica a Hiroshima e sui giornali dell’Occidente, anche sui nostri, la notizia venne data a una colonna in basso e non destò particolare emozione. Aveva ucciso in un colpo 100 mila persone e ne aveva avvelenate a morte altrettante. Non se ne sapeva molto, è vero, ma in breve si capì che era l’arma della distruzione totale, ma l’Occidente civile in sostanza non fece obiezione: la bomba segnava in pratica la fine della guerra, perché condannarla?”. In altri termini, il fine (la conclusione della seconda guerra mondiale) ha giustificato il mezzo, ovvero il ricorso alla bomba H, un terrificante strumento di distruzione totale. Oggi, più che nel passato, questa perversa logica machiavellica del “fine che giustifica i mezzi” non può e non deve più essere tollerata, ma va respinta con fermezza e abbandonata in modo definitivo, pena l’auto-annientamento dell’umanità e la dissoluzione di quasi ogni forma di vita presente sul nostro pianeta. Le cause delle guerre, siano esse convenzionali o meno, sono fondamentalmente le stesse: il possesso e il controllo della terra, dell’acqua, del petrolio o di altre preziose materie prime, lo sfruttamento dell’uomo e della natura, l’oppressione di un popolo da parte di un altro popolo, ovvero di una classe sociale da parte di un’altra classe, eccetera.

Queste sono le ragioni primarie che possono scatenare un conflitto bellico. Il fatto poi che alla guerra condotta con armi convenzionali si sostituisca la guerra “termonucleare”, non cambia e non toglie assolutamente nulla alle cause, al carattere e al significato di classe della guerra medesima. Tuttavia, la differenza più evidente ed innegabile tra guerre tradizionali e guerra nucleare, sta nel fatto che le armi atomiche sono strumenti di DISTRUZIONE TOTALE: un “dettaglio” che non è certamente trascurabile, per cui non va minimamente sottovalutato. Dunque, voglio concludere con un appello che, per quanto possa apparire ingenuo, banale ed utopistico, esprime un’istanza molto diffusa tra la gente comune, implica un presupposto di estrema e vitale importanza, contiene una proposta assolutamente necessaria e indispensabile alla salvezza del genere umano e delle altre specie viventi sulla Terra: BANDIAMO LE ARMI NUCLEARI, BANDIAMO TUTTE LE ARMI, BANDIAMO LA GUERRA E L’IMPERIALISMO DALLA NOSTRA ESISTENZA!

Lucio Garofalo


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I dogmi sono la rovina della religione

dubbio1[Vipom] Più ci penso e più mi convinco che i dogmi sono la rovina della religione. Imporre per fede concetti astrusi che non sto qui ad elencare è stata la più grande catastrofe che si potesse immaginare per il destino umano.

Resto del parere che una religione sana potrebbe fare del tutto a meno di certe verità imposte per fede. Credere o non credere a queste contorsioni intellettuali è del tutto superfluo per la propria salvezza. A non tenere conto del fatto che per la ragione è del tutto impossibile stabilirne l’attendibilità, è facilmente verosimile al contrario che essi sono un ostacolo insormontabile per coloro che vorrebbero credere alle cose spirituali, ma ne sono appunto allontanati da questa sorta di Legge codificata che sembra pendere come una spada di Damocle sulla testa dei credenti, costringendoli a prendere una posizione forzata a favore o contro di essi.

Se sono favorevoli la Chiesa li ammette nell’ovile, al contrario vengono tenuti fuori quando non addirittura allontanati.

Si tratta di uno spartiacque molto doloroso da cui è possibile siano nate tutte le più dannose ipocrisie religiose di questo mondo, in quanto chi li accetta il più delle volte lo fa solo con la bocca e non con il cuore, mentre chi capisce la loro indigestione viene scambiato per un senza-dio, un uomo in sostanza che non crede in niente e rappresenta un pericolo per la stessa esistenza della religione.

Ora, io mi chiedo: perché li si è inventati?; qual’è il loro scopo?; da quale esigenza nascono?

C’è ben poco da dire: essi sono stati inventati e nascono dall’esigenza delle religioni di tenere a freno la libertà umana, la libertà intellettuale, affinché essa sia tenuta al guinzaglio e non provochi scompiglio e allontanamento dal potere, di cui la religione è una delle sue manifestazioni.

Riti e Rituali: Articoli di Vipom

Saluti
Vipom


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Gelmini e il nuovo anno scolastico

Esordisco con un promemoria per aiutare gli smemorati. Ricordo che con un semplice articolo, inserito all’ultimo istante, l’art. 4 del decreto legge n. 137/2008 dal titolo Disposizioni urgenti in materia di istruzione e università, meglio noto come Decreto Gelmini, il governo ha reintrodotto la figura del “maestro unico”, azzerando trent’anni di organizzazione e buon funzionamento della scuola elementare. Un’istituzione che, in base alle statistiche internazionali, ha sempre dimostrato di funzionare molto bene, collocando la scuola elementare italiana ai vertici delle graduatorie mondiali.

Il Decreto è, a tutti gli effetti, una legge dello Stato, essendo stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 1° settembre 2008. Con l’inizio, ormai imminente, del nuovo anno scolastico, si annuncia una vera “rivoluzione” nell’assetto organizzativo e didattico della scuola primaria, una “riforma” imposta con una decisione unilaterale, senza alcun confronto con i sindacati e le varie componenti del mondo della scuola, senza consultare nemmeno il Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione, senza alcuna riflessione di natura teorica, giuridica e tantomeno pedagogica.

Il ministro ha pensato di imporre dall’alto la resurrezione del maestro unico, nonostante siano trascorsi all’incirca vent’anni da quando, con l’istituzione dei moduli organizzativi, questa figura è stata abolita, estendendo a tutta la scuola elementare le pratiche di collaborazione e condivisione di responsabilità tra docenti maturate nella sperimentazione del tempo pieno.

L’ordinamento della scuola elementare, fondato sulla pluralità docente, ha consentito agli insegnanti di affinare le proprie competenze didattiche, ha favorito la diffusione di uno spirito di cooperazione, rendendo la scuola elementare una comunità dialogante, ricca di risorse umane e professionali, di stimoli e conoscenze. La pluralità dei docenti, cioè dei modelli educativi, comportamentali e culturali, ha offerto un arricchimento in termini di atteggiamenti, valori e apprendimenti, maturando una crescente apertura verso la complessità multiculturale del mondo contemporaneo.

Ma non c’è solo la restaurazione del maestro unico a destare preoccupazione. Il ritorno all’antico sembra essere una moda, uno stile di questo governo, non solo sul fronte della politica scolastica. Appare chiaro che la Gelmini è una sorta di “ministro ombra” e che la politica scolastica la detta Tremonti. Ricordo un articolo che Tremonti ha inviato al Corriere della Sera il 22 agosto 2008, intitolato “Il passato e il buon senso”, in cui il ministro dell’economia anticipava i temi dei voti, dei libri di testo e del numero dei docenti per classe, indicando la linea da seguire alla Gelmini.

Sul piano occupazionale le conseguenze sono devastanti e si prospetta una vera macelleria sociale. Nel complesso è stato calcolato che il taglio di insegnanti solo nella scuola elementare, per effetto della restaurazione a regime del maestro unico, sommerebbe ad oltre 80mila posti, ma saranno i precari ad essere massacrati.

Pertanto, il governo insegue semplicemente un ritorno al passato che gli permetta di fare cassa, riscuotendo nuovi introiti a scapito della già malconcia scuola pubblica, mentre le risorse finanziarie vengono dirottate altrove. Scimmiottando con 30 anni di ritardo il modello anglo-americano, cioè le politiche neoliberiste che hanno ispirato la Tatcher e Reagan, il piano del governo è di subordinare la scuola pubblica e porla al servizio del mercato e di una competizione economica diseguale. La conseguenza inevitabile sarà lo smantellamento della scuola pubblica, per concedere una formazione d’eccellenza ad una platea sempre più elitaria e procurare una manodopera crescente a basso costo proveniente dalle scuole pubbliche, riservate invece alle masse popolari.

Questo è ciò che senza indugi il duo Tremonti/Gelmini intende fare del sistema di istruzione del nostro Paese. Una scuola dove il binomio competenze/conoscenze viene cancellato e sostituito dalla voce abilità. Una scuola sempre più simile ad una sorta di “supermercato” dell’offerta educativa e sempre meno comunità educante.

Lucio Garofalo


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“PENSIERO UNICO” E MAESTRO UNICO

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Per illustrare in modo chiaro ed efficace il mio punto di vista sull’azione “terapeutica” esercitata dal ministro (Entero)Gelmini potrei ricorrere ad una metafora medica assai semplice ed eloquente: penso che la Gelmini stia operando come quel dottore che per “rianimare” un paziente ormai agonizzante, decide di sferrargli il colpo letale.

Oggi la scuola è un organismo quasi cadaverizzato, ma non sarà certo la Gelmini, e tanto meno il super-ministro Tremonti, a farla rinascere, specialmente con interventi di mera amputazione chirurgica. Al massimo potranno far risorgere, dalle ceneri del passato dove è rimasto sepolto per anni, la figura del “maestro unico”. Un vero anacronismo storico, un vecchio arnese didattico metodologico che continua a sopravvivere nell’odierna società, malgrado l’abrogazione legislativa e il superamento da parte delle più aggiornate e avanzate teorie nel campo psico-pedagogico.

Il “maestro unico” ha continuato ad esistere attraverso le trasmissioni della televisione-spazzatura, nell’impero globale e totalitario delle merci e dei consumi, nell’ideologia conformista e massificante del pensiero unico, ormai egemone in una società edonistica e consumistica di massa, influenzata dalla pubblicità commerciale, nell’omologazione e nell’impoverimento culturale imposto alle giovani generazioni degli ultimi anni dal “Grande Fratello” televisivo, grazie ad un super-concentrato di potere economico, mediatico e ideologico, asceso stabilmente al governo della nazione.

Un dominio totalitario che include e oltrepassa il fenomeno del berlusconismo. Il pensiero unico si è diffuso come un virus insidioso e subdolo, frutto marcio di un crescente degrado culturale della società italiana. Un degrado antropologico di cui il berlusconismo è solo uno degli effetti, il più evidente e clamoroso, ma non è la causa.

Lucio Garofalo


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Controinformazione a 4 mani sulle ultime magagne del governo: superpost estivo con notizie , commenti, rabbia, musica e “sottile” ironia … 2° parte

INNSE – MILANO – La INNSE di Milano, acquistata dal gruppo Camozzi di Brescia dopo una estenuante trattativa durata 15 ore, riprenderà la produzione il 1° ottobre. .

operaioin lottaIo credo che il merito della vittoria , se tale sarà, vada solo ed esclusivamente ai lavoratori che con tenacia hanno creduto e lottato e poi vinto.

Merito anche alla FIOM che con Rinaldini e Cremaschi si è schierata compatta coi lavoratori. Questo è il sindacato che vogliamo. Loro i padroni fanno la lotta di classe contro di noi non vedo perché noi dovremmo abdicare .

Quando il sindacato non concerta,  non cogestisce,  non fa la casta, non piazza i suoi nel CDA ,  vince .

Quando fa il sindacato cioè tutela gli interessi reali dei lavoratori e non i propri interessi partitici,  vince.

Torba di Gramigna

ps . ultima ora :

sette operai su di una torre del CIM a Marcellina, 4o KM da Roma resistono già da 48 ore ” faremo come la INNSE

in loro onore e solidarietà metto il video di Pablo, vecchia canzone di De Gregori

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ROMA – Il dibattito politico di agosto si infiamma sulle gabbie salariali dopo l’ok di Berlusconi alla Lega. Dopo i razzisti della Lega Nord, anche Berlusconi nel suo primo giorno di ferie riprende la questione dell’instaurazione delle famigerate ‘gabbie salariali’”.

Altre stupidaggini per distrare l’attenzione e crearsi precedenti per ricattare scelte successive sui fondi da stornare al nord.

Infatti, l’ultimo annuario Istat, riferito al 2008, racconta una storia diversa. Il reddito medio equivalente delle famiglie in tutte le regioni del Mezzogiorno risulta inferiore al dato nazionale. In Calabria è inferiore del 29,7 per cento, in Basilicata del 29,6 per cento, in Sicilia del 28,5 per cento, in Puglia del 20 per cento. Il reddito medio è di 30.500 euro al Nord e di 22.400 al Sud.

Le differenze dei prezzi tra Nord e Sud sono reali, anche se poi si scopre che i prezzi di alimentari, abbigliamento e arredamento nel Mezzogiorno sono quasi equivalenti (3 per cento in meno) a quelli del Nord e che addirittura la benzina, al Sud pieno di raffinerie, costa il 2 per cento abbondante in più. Un mutuo per la casa o un finanzi amento all’impresa continua a restare più caro al Sud, con tassi superiori a quelli concessi al Centro-Nord. Inoltre i  decerebrati minorati della lega dimenticano la carenza di infrastrutture e servizi nel Mezzogiorno aspetto che, infatti, fa aumentare il costo della vita.

Anche pericolosi organi comunisti di informazione della Confindustria e di Bankitalia si mostrano scettici, portando dati precisi.

Bankitalia, busta operaio al Sud -15% ROMA – La busta paga di un operaio dell’industria al Sud è, in media, ‘piu’ leggerà di un 15% rispetto a un collega del Nord mentre un impiegato meridionale del settore industriale guadagna anche il 22% in meno. Le divaricazioni Nord Sud emergono nei reporti di Bamkitalia che evidenziano come i salari al Sud siano inferiori del 15% a quelle del nord E un mutuo per la casa o un finanziamento all’impresa continua a restare più caro al Sud, con tassi superiori a quelli concessi al Centro-Nord.

Inoltre tale scemenza oltre che iniqua ed ingiustificata è anche stupida ed autolesionistica perche’ porterebbe nel sud ad una drastica riduzione dei consumi di prodotti in larga parte prodotti al Nord, creando cosi’ un pericolosissimo circolo vizioso meno consumi, meno produzione, meno occupazione.

Lo stesso articolo 36 della Costituzione, prevede una retribuzione per il lavoratore proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e non ad altri fattori di incerta catalogazione e verifica.

Senza dimenticare  che la disoccupazione nel meridione tocca livelli molto più elevati: generalmente con un normale stipendio vive un nucleo familiare piuttosto numeroso.

Ma non é meglio che si vadano a fare un bagno questi scemi razzisti invece di straparlare tutti i giorni?

Crazyhorse70

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Prendiamoci le badanti e diamo in cambio per ognuna di loro 10 leghisti

E’ proprio vero che la lotta di classe non va mai in vacanza

Lo sapete ora quanto costa regolarizzare una badante? 500Euro, giustificabile solo con l’odio, il disprezzo, lo stivale del più forte libero di schiacciare il più debole.

La retorica antitasse leghista evidentemente non vale quando bisogna accanirsi con le moldave e le ucraine che puliscono il culo ai nostri vecchi. Le badanti possono pagare, su di loro lo stato ha il diritto di vessare, per loro le tasse non sono un furto. In provincia di Ancona hanno messo sotto sequestro la villetta a schiera di una coppia di novantenni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Colpirne uno per educarne cento.

Contro di voi fascisti e leghisti nessuna tregua, mai.

Torba di Gramigna

Ascolta e canto con me i figli della stessa rabbia

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Come sono le donne della destra: così

Ecco un esempio di una donna di destra che è arrivata al successo per meriti , come la Gelmini e la Carfagna per silvioe pascaleintenderci

«Se abbassi la mutanda si alza l’auditelle…» canta Francesca Pascale, solo ieri show girl in cerca di fortuna, poi fotografata all’aeroporto di Olbia in partenza per Villa Certosa, e oggi politica in ascesa, nientedimeno che responsabile provinciale Pdl allo spettacolo e sport della Provincia di Napoli. «Ora sogno Montecitorio…

GUARDA IL VIDEO DI «TELECAFONE»

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Ed ora un pò di risate per esorcizzare questo periodo di …cacca

L’idea di Salvini : metti i nemici su Facebook

di Francesca Fornario

Prosegue lo scontro sulle gabbie salariali proposte dalla Lega per alzare gli stipendi al nord. Il Vaticano affida alle parole di Monsignor Fisichella una critica durissima: «Dividere il paese in un’Italia del nord e una del sud è un grave errore perché, a quanto ci risulta, la Terra è piatta». Contrari anche i sindacati. Guglielmo Epifani della Cgil e Raffaele Bonanni della Cisl stavano per esprimere un parere unanime quando se ne sono accorti e si sono accapigliati per stabilire se fosse migliore il romanzo di Scurati o quello di Scarpa, pur ammettendo di non avere tempo di leggerli. La Lega incassa le polemiche e rilancia: per motivare gli elettori in vista delle regionali, deve imbarcarsi in nuove crociate. Dopo gli stranieri e gli stipendi del sud, La Padania si scaglia contro i bagnini, i diabetici, i Dik Dik, le begonie e l’eye liner, mentre Matteo Salvini presenta un rivoluzionario progetto di legge che consentirà agli utenti di Facebook di aggiungere nuovi nemici. Per il ministro Zaia le gabbie salariali sono il primo passo di una più organica riforma del lavoro ispirata al testo di riferimento del federalismo, «Asterix il Gallico»: «La riforma sarà completa quando gli operai del nord-est berranno una pozione magica»………….

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12 agosto 2009