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Che Guevara, il lato criminale ( biografia)

Ho trovato questo video su Current TV ed ho ritenuto di postarlo, visti i dibattiti accesi che si sono sviluppati su questo blog qualche mese fa sulla figura del Che Guevara.

Copio incollo anche il commento riportato sotto al video.

Fuoco alle polveri…………..

Franca Corradini

C’era una volta il CHE” è la prima biografia di Ernesto Guevara de la Serna, che  racconta il lato criminale di un guerrigliero assurto ad icona del terzo mondo. Un velo viene squarciato e sotto si scopre che il CHE ha ucciso centinaia di persone senza motivo, che il CHE è stato un pessimo ministro, che il CHE non riposa a Santa Clara.
Per chi volesse saperne di più…


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Note a margine: la guerra in Afghanistan

La guerra afghana assomiglia notevolmente al conflitto vietnamita. Territorio impervio, guerriglia con forti basi di consenso popolare, solide motivazioni ideologiche di resistenza allo straniero.
L’errore americano, ora come allora, si sta configurando allo stesso modo, come d’altronde stenta a fare altrimenti in quasi tutti i teatri d’intervento internazionale, dalla Somalia all’Iraq: massiccio uso della forza – ma Tora Bora non s’è potuto defoliare come le foreste tropicali – ed un interesse per la ricostruzione civile che risulta apparentemente strumentale ai soli fini di una vittoria strategica, di un’egemonia politica, la cosiddetta “conquista dei cuori e delle menti“. In una parola, la tutela e la promozione delle condizioni di vita delle popolazioni civili intese non come fine dell’intervento, ma come strumento alla sua miglior riuscita (o quantomeno come antidoto al suo fallimento più eclatante).

Oggi il Pentagono afferma esplicitamente la necessità di “negoziare coi talebani“, quantomeno coi loro rappresentanti più disponibili ad un’intesa costruttiva con le forze Isaf. In Italia, tuttavia, questo sembra ancora un argomento tabù, e negli ultimi mesi equivaleva praticamente ad un’attestazione di connivenza all’estremismo oscurantista.
Ciò equivale a non aver compreso per nulla l’orizzonte geostrategico entro cui ci si muove, all’interno del quale i talebani rappresentano – nel bene e nel male – un’espressione autentica della società tradizionale afghana, nei suoi tratti e nelle sue frammentazioni etno-tribali, e pur con diverse influenze e distorsioni esterne, pakistane e saudite in primis. Quella stessa società afghana che in diversi secoli ha combattuto strenuamente la presenza straniera, senza mai rassegnarsi ad una condizione di sostanziale subordinazione, tanto tramite un’endemica tendenza alla guerriglia armata quanto attraverso brillanti episodi di resistenza nonviolenta organizzata su scala sociale.

Noi sappiamo che le vie del gas centroasiatico sono almeno altrettanto importanti delle corsie del traffico di eroina che fanno a capo alle mafie di tutti i Paesi, ben oltre che alla guerriglia taliban – sotto il cui governo furono fatti diversi sforzi, e con discreti risultati, per la riconversione delle colture agricole. Capiamo benissimo, dunque, come gl’interesse economici transnazionali – di volta in volta, più o meno legali o virtuosi – abbiano un peso decisivo nelle scelte di politica estera dei diversi attori coinvolti della crisi della regione.
E’ dunque un cambio di mentalità, prim’ancora che di strategia, quel che serve alla coalizione Isaf; una mentalità nuova e radicalemente diversa, che veda negli afghani un dignitoso soggetto storico autonomo con cui allacciare rapporti alla pari, piuttosto che un muto oggetto inerte di politica estera, od un anonimo consumatore passivo di modelli politici e finanziari. Un cambio di mentalità particolarmente difficoltoso, per una cultura politica che adotta sistematicamente una falsa coscienza moralista per giustificare variabili indipendenti di tutt’altra natura; una cultura politica che sembra non aver ancora smesso di scorgere penne indiane, all’orizzonte di un Lontano West apparentemente sconfinato.