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Ed ora il parere su questo filmato ….
Per par condicio vorrei ora prevalentemente i pareri di chi si sente di destra, essendo quelli di sinistra notori qui ed altrove ( mi scuso per la pessima qualità del filmato )………..
Franca
Odio razziale su Facebook : non si tratta di rimuovere e basta, qui è evidente il reato di istigazione all’odio razziale e tutte le persone devono essere identificate e denunciate
SU FACEBOOK UNA PAGINA CURATA DA “LEGA NORD MIRANO” PRESENTATA DA QUESTO DELIRANTE MANIFESTO… I 433 AMICI FIGURANO BOSSI, SUO FIGLIO RENZO E IL CAPOGRUPPO COTA… E’ REATO DI ISTIGAZIONE ALL’ODIO RAZZIALE: ALTRO CHE RIMUOVERE LA PAGINA, ORA VEDIAMO SE QUALCUNO PROCEDE A IDENTIFICARLI O SE LA LEGGE NON E’ PIU’ UGUALE PER TUTTI

“Immigrati clandestini: torturali! E’ legittima difesa”. Lo sostiene una pagina Facebook chiamata “Lega Nord Mirano” a cui sono legati da amicizia 433 persone.
Accanto ai nomi tradizionali dei vaneggiamenti leghisti tipo “guerriero padano” o “Attila flagello di Dio”, troviamo nomi eccellenti come Umberto Bossi, suo figlio Renzo, Erminio Boso, già parlamentare leghista, e Roberto Cota, capogruppo alla Camera.
Tante le strutture di partito vi sono le sezioni di Agna, Alassio, Bassa Modenese, Bonate Sopra, Campania, Camponogara, Casole d’Elsa, Cavarzere, Chioggia, Chiusi, Colle, Cologne, Cordenons, Eraclea, Giavera, Godego, Jesolo, Limena, Locate, Loria, Mapello, Maranello, Mesola, Marcheno, Mestre, Milano, Montecatini, Montepulciano, Nave, Padova, Pistoia, Pontesanpietro, Pontoglio, Pordenone, Porto Viro, Portogruaro, Prato, Ripalta, Rovato, Sacile, Sanvitese, Scorzé, Siena, Soresina, Susegana, Telgate, Torre Boldone, Trebaseleghe, Valdicecina, Valle Serio, Valle Serina, Verbania, Vicenza, Volterra, Visano, Caorle, Ferrara, Lugo, Melegnano, Musile di Piave, Noventa di Piave, Spinea, Giovani Padani di Pavia ecc.
In ogni caso il sito è attivo da tempo e fa riferimento a una sezione della Lega che in effetti esiste, quella di Mirano, in provincia di Venezia.
Il manifesto vergognoso che abbiamo riprodotto da Facebook ne fa da richiamo e pagina ufficiale, pertanto è evidente che i 433 amici ne condividono il testo, facendo esso da “documento di presentazione”.
Inutile cancellarsi frettolosamente come hanno fatto Cota e Bossi, appena scoppiato lo scandalo, come se non avessero visto il gruppo cui si erano iscritti.
Il primo a denunciare la cosa è stato Walter Veltroni che ha richiesto la rimozione al Ministero degli Interni di una pagina “contraria ogni forma di civiltà“.
La pagina in questione, a nostro parere, indipendentemente da quei pendagli da forca che l’hanno creata, dimostra, proprio sulla base delle adesioni di molte strutture territoriali, di quanto sia diffuso il razzismo nella classe dirigente della Lega.
Una persona col cervello a posto non chiede di essere amico di un gruppo che chiede adesioni proprio sull’invito a torturare gli immigrati.
Qua non si tratta di rimuovere e basta, qui è evidente il reato di istigazione all’odio razziale e tutte le persone devono essere identificate e denunciate.
Come dice Maroni, siamo anche noi per la tolleranza zero: chi semina odio e invita a torturare degli esseri umani non ha diritto di cittadinanza tra le persone civili.
Se questa è il livello della politica a cui siamo giunti, è ora che le leggi vengano applicate. Troppo comodo fare sempre finta di nulla: vediamo se la magistratura interviene questa volta per ribadire che la legge in Italia è ancora uguale per tutti o no, stabilendo precise responsabilità.
E ognuno si assumerà le proprie davanti alla legge.
A destra non c’è spazio per delle merde e per i loro magnaccia, sia chiaro una volta per tutte.
Lo stupidario incoerente dei leghisti ha rimpolpato il vecchio napoleone malato ed ora dobbiamo solo sperare nel suo suicidio

Lo stupidario leghista
Formidabile! Gli rubano dalle tasche centinaia di euro al mese, li fregano con cartelli assicurativi e petroliferi. Le banche riversano su di loro i debiti di mezzo mondo e rubano le loro pensioni e i TFR. Pagano istruzione, sanità e ticket ospedalieri e loro che fanno??
Si incazzano coi “negher” come fossero quelli la causa di tutti i mali che affliggono la “Penisola degli sfigati”.
Da dopo il terremoto il berlusconismo ha quadrato il cerchio e si trova ad agire in completo controllo dei meccanismi e delle procedure di potere economico politico e comunicativo senza essere più disturbato se non da flebili voci contrarie .
E’ riuscito ormai a raccogliere quei frutti sperati da decenni dopo aver tanto seminato ed ora l’anestesia locale e generale dei corpi e delle menti italiche é tale che ci si sente veramente come quei pochi umani in mezzo agli alieni ne “La invasione degli ultracorpi “.
Solo il vecchio Napoleone malato può autodistruggersi , gli altri al massimo possono istigarlo al suicidio.
Ed allora fra una maledizione ed uno scoramento mi è venuto in mente quel che pensava e diceva la Lega circa un decennio fa , quando ancora il potere berlusconico era di là da venire sebbene se ne scorgessero tutti i presupposti.
Si tratta di accuse ed argomentazioni pesanti che non traggo da qualche articolo dell’Unità o del Manifesto , ma dalla totalità delle edizioni della Padania 1998-1999
Si tratta di dieci domande , molto più forti e pressanti di quelle che La Repubblica non è riuscita a fargli qualche giorno fà perché Napoleone non gradiva…
leggete pure , altro che santoro e luttazzi …Berlusconi mafioso
Chissà se poi qualche leghista é mai riuscito a fargliele queste domande
La lega é comunque il blocco più unito , hanno in origine un’anima popolare e sono i meno sensibili alle campane berlusconiche ( non a caso invece Fini é rimasto senza esercito , gli é stato tolto da sotto il culo mentre faceva immersioni o convegni per ripulirsi l’immagine di fascista , i vari gasparri e la russa essendo berluscones dalla nascita) .
Sono la parte più “politica” del governo , credono nel loro capo Bossi in maniera fedele ma funzionale al progetto – il federalismo – e quindi senza quella completa carta bianca messianica che i mediolungo concedono a berlusconi.
Inoltre rappresentano l’ultimo partito della prima repubblica.
Nel senso di strutturato , territoriale e popolare.
Ma questo non significa credere che se staccati dal berlusca diventino bravi e buoni ovvero una costola della sinistra come diceva e forse crede tutt’ora quel grande stratega di D’Alema.
Anzi.
Questo significa che i leghisti sono ancor più colpevoli proprio per questi aspetti normali e popolari , perché hanno portato i loro stupidi germi fascisti e razzisti a sposarsi con quelli federalisti e riformisti fino alla operazione più cinica e bieca , perché consapevole , quella di render vergine e rimpolpare di anima una delle più grandi mignotte dello statalismo mafioso e corrotto dell’era socialista e democristiana , Berlusconi , che dopo la sconfitta del 1996 era a terra battuto ed era ancora di plastica , nella fase precaria ed ancora reversibile della costruzione del consenso.
Su questo aspetto condividono le responsabilità con D’Alema che anzi ne ha di più gravi e prima o poi occorrerà parlarne .
Comunque il leghismo ha giocato di sponda con questo gnomo di plastica e lo ha condotto rimpolpandolo fino a diventare napoleone , dandogli sangue e sudore ed anima ed appoggio popolare , dall’incontro del 1994 con Bossi in canottiera in poi.
Tranne quella fase di ripensamento che coincide con quegli anni del BERLUSKAISER MAFIOSO e delle 10 domande : evidentemente era solo un ammiccamento estorsivo , un tentativo poi riuscito di alzare il prezzo.
E poi da allora si sono di nuovo reincontrati ed i leghisti hanno avuto qualche briciola ed ora stanno a cuccia.
Hanno preso gusto al potere , li vedi a Roma far la fila davanti ai ristoranti “giusti “, sono ormai diventati come quelli di roma ladrona che tanto disprezzavano, ma in mano non gli é rimasto nulla dell’ideale cercato, del federalismo e del liberismo antistatalista.
Tutto il contrario é invece accaduto e certo ci abbiamo rimesso noi e la loro coerenza perché l’avvento del piccolo napoleone malato - a dire della moglie – é stato accompagnato non dalla crescita di una Italia federalista e responsabile ma solo da corollari razzisti pericolosi che a furia di ripetersi sono divenuti normalità, come anche una certa stupidità ed incultura che aleggia puzzolente nell’aria.
Ci siamo dovuti sorbire quello che, con il suo “staff” vagava per i treni con detersivi disinfettanti e faceva alzare donne marocchine per pulire il posto dove erano sedute, a volte spruzzando il prodotto anche sulla persona stessa. Borghezio quello che, per coloro che emigrano, vuole i “vagoni piombati”o che ha proposto di sparare a vista agli scafisti. E’ quello che nel 2000, a Torino, sempre con il suo staff di padani, sotto un ponte dette fuoco a un dormitorio di stranieri, incendiando il “letto di paglia” dove dormiva un rumeno, e per questo condannato a due mesi e 20 giorni in appello. Nel 1993 prese una multa di 750.000 lire per aver picchiato un bambino marocchino.
Per non dire della loro coerenza , in tema di ambiente ad esempio.
Mirabile, in tal senso, la sparata della Lega contro il termovalorizzatore di Latina: un no gigantesco che campeggia sui manifesti e sul sito del Carroccio.
Salvo che per la stessa Lega lo stesso tipo di impianto sia invece indispensabile ad Acerra o nelle località settentrionali dove gli uomini di Bossi guidano comuni e province.
“No al termovalorizzatore, trattati da Terzo Mondo” si legge sui manifesti firmati Lega Nord Lazio. C’è da restare allibiti.
Ma come, un partito di governo, espressione del nord portato a modello durante la crisi sui rifiuti di Napoli, che si batte contro la realizzazione di un termovalorizzatore dopo che lo stesso governo ha aperto quello di Acerra?
E sugli immmigrati ?
Predicano male e razzolano malissimo
Nel vicentino ad esempio , effetto boomerang clamoroso per chi predica la legge dei “paròni in casa nostra “e razzola la propaganda anti-immigrati.
Renato Zanetti, 57 anni, assessore alle attività produttive e presidente degli artigiani di Cartigliano, nel vicentino, «ospitava» nel capannone di famiglia il più classico dei laboratori «made in China».
E’ l’imprenditoria tipica del Nordest che sbraita in difesa del modello indigeno e dimentica allegramente la coerenza di fronte ad un po’ di schei.
Ecco i giornali locali :” Scoperti otto lavoratori «schiavi» nel capannone di famiglia di un assessore del Carroccio a Cartigliano Un laboratorio con le finestre oscurate, dormivano in una botola, al lavoro giorno e notte”
Per non dire del sindaco di Verona, Tosi, che ha sistemato la moglie , già dipendente regionale , come segretaria della neoassessora che lo ha sostituito in giunta.
Un bel salto vero? e l’hanno fatta passare come un esempio di grande risparmio…
Sempre per la coerenza
In parlamento qualche settimana fà hanno votato contro un emendamento che prevedeva di lasciare il 20% dell’IRPEF ai comuni .
Su Malpensa hanno fatto il diavolo a quattro contro Prodi per poi abbassare le penne ed abbozzare oggi ottenendo dal berlusca molto meno di quello che avrebbero prima ottenuto.
L’unico risultato vero qual’e'?
Che berluskaiser é diventato napoleone e dobbiamo sperare che la moglie sappia quel che dice e che quindi prima o poi il malato in un raptus di autoesaltazione si suicidi…
Crazyhorse70
Voglio eliminare tutti i bambini “dei” zingari…..
Parola di G. Gentilini, due volte sindaco leghista di Treviso , laureato in legge.
Fa più impressione il livello di conoscenza della lingua italiana, che lo porta fare una affermazione facilmente TRAVISABILE ?
o fa più impressione sentire la gente applaudire al possibile equivoco ???
Perchè di equivoco si tratta… vero ? voi che ne dite ?
Franca Corradini
Il nuovo antisemitismo
Nel 1555, papa Paolo IV descriveva come “oltremodo assurdo” che gli ebrei potessero “ingiuriare” i cristiani vivendo indistintamente nei pressi delle chiese, prendendo in affitto delle abitazioni nelle zone centrali delle città, ed acquistando immobili di proprietà. Si risolse dunque ad emanare un vasto decreto pontificio (Cum nimis absurdum), che tra l’altro obbligava le persone di fede ebraica ad indossare un distintivo giallo, ad edificare un solo luogo di culto in quartieri separati dalla popolazione cristiana – i famigerati ghetti – ed a redigere i documenti relativi all’amministrazione sinagogale in lingua italiana o latina.
Tali provvedimenti rappresentarono la più compiuta espressione legislativa di un lungo processo di disumanizzazione di un gruppo religioso, che fino a partire dalla predicazione di alcuni Padri della Chiesa aveva indicato negli ebrei “gente rapace, bugiarda, ladra ed omicida (Giovanni Crisostomo; Omelie IV,1); serpenti la cui preghiera è un raglio d’asino (Girolamo); razza di vipere, oscuratori della mente, lapidatori, nemici di tutto ciò che è bello (Gregorio di Nissa)”, i cui luoghi di culto sarebbero stati “caverne di ladri e tane di bestie rapaci e sanguinarie (cit; Omelie I,2)”. Gli effetti concreti di queste affermazioni, che interesseranno ancora drammaticamente tutta l’età moderna, durante il basso Medioevo assunsero addirittura i tratti della psicosi collettiva: “Con il passare del tempo, l’ossessiva predicazione degli ordini mendicanti contro gli ebrei “assassini” fissò a tal punto nella mentalità comune lo stereotipo dell’ebreo diabolico che neppure l’autorità del papa fu più in grado di tenere sotto controllo le sanguinose conseguenze dell’odio popolare” (Ghiretti, Storia dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo; ed. Mondadori, pp.99).
Benché la Chiesa Cattolica abbia perlopiù largamente superato, ormai da diverso tempo, queste dure espressioni di intolleranza – prima col Concilio Vaticano II, poi col pontificato di papa Wojtyla – la loro sostanza è ben lontana dall’esaurirsi. Essa ha soltanto mutato il suo obiettivo polemico, nella retorica discriminatoria come nel pregiudizio popolare.
Nel 2008, in una vera e propria traduzione del sentimento antisemita, alla figura dell’ebreo “assassino ed infanticida” si è infatti sostituita quella del musulmano “terrorista e tagliagole“; il “giudeo bugiardo e demoniaco” ha fatto posto al “dissimulatore islamico nemico della democrazia“. Oggi non è dunque un “complotto ebraico mondiale” (cfr. Protocolli dei Savi dei Sion) a dover turbare le notti delle persone perbene, bensì una silenziosa, strisciante “invasione islamica” (Bat Ye’or, Eurabia; 2005); alla medievale minaccia ebraica di avvelenamento dei pozzi, oggi si è succeduto il pericolo della contaminazione di interi acquedotti da parte dei musulmani (Allam, Corriere 5.7.08). Affermati esponenti politici ed influenti opinion makers non hanno alcuna difficoltà a definire i musulmani come “un tumore da estirpare” (Gentilini); luridi cornuti, che evocherebbero la necessità di una pulizia etnica (Borghezio)”.
La polemica islamofoba si fa, se possibile, ancor più virulenta nei confronti dei luoghi di culto islamici: moschee e centri di cultura islamica sono indistintamente, esplicitamente esecrati come “centri d’affari, dove si riparano tutti i terroristi, e dove si architettano programmi per distruggere la nostra civiltà, la nostra tradizione, la nostra religione (Gentilini); migliaia di focolai di cellule terroristiche (Taormina, secondo cui “tutti i musulmani dovrebbero essere cacciati dall’Italia“); luoghi di indottrinamento ad un’ideologia di odio, violenza e morte, che tramite un lavaggio del cervello trasforma le persone in robot della morte (Allam, Il Gazzettino 22.6.08)”.
Le prime espressioni legislative di questo processo di discriminazione di un determinato gruppo religioso, ancora una volta, non hanno infine tardato a manifestarsi.
In ambito nazionale, Roberto Cota – capogruppo leghista alla Camera – ha presentato una proposta di legge (n.1246/2008) “per arginare la proliferazione in casa nostra delle moschee, luoghi politici e simbolici di una civiltà che ha avuto un percorso di 1400 anni in antitesi alla cultura occidentale, spesso luoghi militari, teatro di eventi raccapriccianti (Repubblica 11.9.08)”. In quanto “luoghi di culto di una religione che non ha (ancora) sottoscritto Intese con lo Stato“, solo le moschee subiranno specifiche restrizioni legislative; queste andranno dal “divieto di attività non strettamente collegate all’esercizio del culto, ivi comprese l’istruzione e la formazione a qualunque titolo esercitate (art.4/4e)”, al “divieto di lingue diverse da quella italiana in tutte le attività pubbliche che non siano strettamente legate all’esercizio del culto (4/4f)”. Soltanto le moschee non potranno situarsi entro “il raggio di un chilometro (3/1b)” da edifici legati ad altre confessioni religiose; sarà genericamente vietato “l’utilizzo in luoghi aperti al pubblico di strumenti per la diffusione di suoni o di immagini da parte di confessioni o associazioni religiose che non abbiano stipulato un’Intesa con lo Stato (3/1c)”. L’approvazione per l’edificazione o la ridestinazione d’uso d’una moschea sarà demandata all’arbitrio delle singole Regioni, e sottoposta ad avallo referendario (2/1); guide di culto e catechisti dovranno iscriversi in appositi registri presso il Ministero dell’Interno (4/2).
A Milano – “vera capitale della ‘Ndrangheta“, secondo il magistrato calabrese Vincenzo Macrì, dove tuttavia ci si è finora rifiutati di creare una commissione di controllo per gli appalti del prossimo Expo 2015 – l’estate scorsa il Ministro dell’Interno Roberto Maroni ha ritenuto opportuno intervenire in prima persona per sgomberare un tratto di marciapiedi in viale Jenner: l’atavica carenza di spazio del prospiciente Istituto Culturale Islamico costringeva alcuni fedeli ad occuparne una porzione per circa due ore alla settimana, durante la preghiera del Venerdì. Nel corso degli anni, l’Istituto ha ripetutamente inoltrato diverse comunicazioni e richieste di assistenza alle autorità comunali, ed ha versato caparre per diverse migliaia di euro, nella ricerca di una sistemazione più adeguata; i suoi sforzi, tuttavia, hanno incontrato soltanto una consapevole, ideologica irresponsabilità istituzionale, la mercantile sordità delle forze politiche, ed una legge regionale ad hoc, destinata di fatto ad intralciare proprio i tentativi di trasferimento dei centri islamici (L.R.12/2005 art.74/4.bis, il cui autore, Davide Boni, aveva invocato la “chiusura di tutte le moschee” e “la schedatura obbligatoria per tutti coloro che frequentano le moschee“). Secondo il vicesindaco di Milano, De Corato, la prossima sede dell’Istituto Culturale dovrà sorgere “fuori della città, in una zona non urbanizzata, non residenziale e non commerciale“.
Oggi, diversi attori politici e culturali invocano garanzie di sicurezza e legalità, ma al contempo profondono il più grande impegno nell’intralciare – culturalmente e giuridicamente – il concreto percorso di partecipazione e responsabilizzazione dei centri islamici. Rappresentanti delle istituzioni gareggiano per negare con altisonante fermezza quei finanziamenti pubblici che i musulmani non hanno mai domandato, per opere che le comunità islamiche hanno ripetutamente assicurato di poter (difficoltosamente) pagare di tasca propria. Numerosi esponenti politici esigono per l’apertura di un luogo di culto quelle consultazioni referendarie, che s’impegnano invece ad osteggiare accuratamente, in occasione dell’ampliamento di una base militare (Vicenza) o della costruzione di un nuovo inceneritore (Milano).
Domani, i programmi di integrazione linguistica, di welfare di base e di avviamento al lavoro – tuttora parte integrante delle prime attività dei centri islamici – potrebbero essere proibite, e costrette a cessare. Le comunità islamiche dovranno forse adeguarsi – quasi cinque secoli più tardi, e nell’ambito della legislazione di uno Stato laico – alle medesime restrizioni che una bolla pontificia impose precedentemente alle stesse comunità ebraiche: dalla segregazione dei luoghi di culto rispetto al resto del corpo cittadino, all’imposizione per legge di una lingua da adottare nell’ambito delle proprie attività.
Dopodomani, infine, potrebbe dunque venire il momento del distintivo giallo?
Visti da lontano: la Lega Nord
Tramite il blog di Maryam, risalgo ad un articolo di Paul Bompard tratto dal Financial Times dello scorso Agosto, ma di certo ancora attuale, di cui ripropongo una traduzione.
Miei i grassetti ed il commento a margine.
La Lega Nord italiana – il movimento populista, xenofobo, e qualche volta separatista, che è una componente chiave della coalizione di governo di Silvio Berlusconi – ha proposto una nuova legge che in pratica bloccherebbe la costruzione di nuovi luoghi di culto islamici.
Il provvedimento – che il capo dei deputati della Lega, Roberto Cota, dovrebbe presentare in parlamento la prossima settimana (all’inizio di settembre, ndt) – richiederebbe l’approvazione regionale per la costruzione delle moschee. Imporrebbe inoltre la convocazione di un referendum locale, il divieto per minareti ed altoparlanti che chiamino i fedeli alla preghiera, e l’utilizzo dell’italiano nei sermoni, invece dell’arabo.
Le possibilità che questa proposta di legge sia approvata così com’è sono poche, poiché contrasta con numerosi diritti costituzionali e non ha ottenuto l’immediato sostegno del partito dello stesso Berlusconi, Forza Italia, né del partito postfascista Alleanza Nazionale.
C’è però stato il cauto assenso del piccolo partito ultra-cattolico dell’Udc, e la proposta di una legge contro le moschee riflette indubbiamente un sentimento diffuso tra gli Italiani, secondo cui ci sarebbe bisogno di qualche difesa contro la rapida crescita della presenza Islamica. Attualmente, la popolazione musulmana in Italia è stimata attorno al milione di persone, con 258 centri islamici riconosciuti.
La Lega Nord – che teoricamente caldeggia la secessione dell’Italia settentrionale da quella centrale e meridionale – ha ottenuto più dell’8 per cento dei consensi nelle elezioni politiche dello scorso Aprile, ed ha sempre strombazzato la difesa dei valori nazionali della “razza” padana come un naturale prodotto della sua terra.
Senza fornire dettagli, Roberto Maroni, il conservatore ministro degli Interni in quota Lega, in Aprile disse anche che “i nomadi” – come gli Italiani chiamano gli Zingari, benché i più si dedichino soltanto a piccoli spostamenti – che non fossero cittadini italiani e non realizzassero le condizioni per restarre, sarebbero stati deportati nei loro “Paesi d’origine”.
La Lega ha capitalizzato un’ondata di xenofobia, paura per i crimini commessi da stranieri, e preoccupazione per gl’immigrati irregolari, che ha fatto molto per aiutare la coalizione di Berlusconi a vincere le elezioni.
Commentando l’articolo del FT, il sito di informazione Islamonline.net ha poi appuntato alcune ulteriori osservazioni, sui musulmani in Italia e sull’identità leghista.
[..] I musulmani stanno già incontrando diverse difficoltà per ottenere l’approvazione per la costruzione di moschee, ben prima di questa nuova legge. I cittadini di Genova protestarono lo scorso Settembre, per il piano di costruzione di una moschea in città, reclamando che sarebbe stato offensivo per la sua vicinanza ad una chiesa. Nella paese di Colle Val d’Elsa, molti cittadini vedono una moschea in fase di costruzione come un simbolo di “occupazione”. Le autorità italiane si sono piegate alle pressioni di gruppi di destra ed hanno abbandonato i piani di costruzione di una moschea a Bologna.
La Lega Nord è apertamente accusata di razzismo, e molti critici la chiamano “il BNP d’Italia”, un riferimento al partito inglese di estrema destra. La sua campagna elettorale si è giocata sui temi dell’immigrazione, del crimine, e delle paure economiche e culturali connesse con l’immigrazione. Presentandosi come difensore delle radici cristiane dell’Italia, cominciò a Maggio la sua opera nel nuovo governo chiudendo una moschea nella città di Verona. Lo scorso settembre, la Lega celebrò il successo della sua campagna per bloccare la costruzione di una moschea nella città di Bologna. L’8 Agosto, il dirigente della Lega Mario Borghezio irruppe in una chiesa nella città di Genova proclamando slogan islamofobi: ha giurato di “continuare la lotta dei Cavalieri dell’Ordine di Malta per difendere la Cristianità“. [...]
L’intellighenzia leghista si muove sull’equilibrio precario tra efficienza amministrativa – soprattutto a livello locale – e retorica xenofoba. Questa evoca il consenso che quella consolida. Si tratta di un circuito vincolante, da cui la Lega non può uscire: essa nasce contrappositiva, e nel nemico esterno – nel Federico Barbarossa di turno: Roma, i meridionali, gl’immigrati, l’Islam – riconosce la sua intima, imprescindibile ragion d’essere. Il mitologema leghista si nutre dell’epica del Carroccio; l’ordinaria contabilità amministrativa è lo sfondo necessario ad una primaria narrazione neocampanilista.
Come già annotammo, generalmente la retorica del conflitto si fa tanto più acuta quanto più scarsa è l’efficienza realpolitica. Così come il Partito Repubblicano statunitense esalta la centralità della sicurezza nazionale per celare i suoi fallimenti in politica interna, allora, allo stesso modo la Lega annuncia una legge anti-moschee proprio nel momento in cui gli enti locali definiscono la “sua” riforma federale “un’araba fenice“.
Il successo politico della Lega, d’altra parte, è correlato all’intrinseco provincialismo della classe politica italiana, per cui la stampa estera può frequentemente rilevare una vergognosa confusione tra osteria ed istituzione. E’ in quest’ottica e con questo spirito che, in diverse occasioni, tra vilipendi alla bandiera ed all’inno nazionale, minacce di rivolte armate e disordini di piazza, e la definizione dei cittadini musulmani come “un tumore da estirpare“, le criminogene boutades di alcuni leaders hanno incontrato soltanto una sospirosa alzata di spalle, o tutt’al più un’indignazione di giornata, quando non proprio un’assuefatta indifferenza.
Ma se per alcuni esponenti politici l’unico orizzonte internazionale è quello di un raduno estremista continentale in cui si gareggia a spararla più grossa, quanto tempo ancora la società civile italiana potrà invece tacitamente acconsentire a che una delle minacce più serie all’immagine del Paese sia proprio la possibilità che i suoi dirigenti politici siano davvero presi sul serio?
Scacco all’immigrato in dieci mosse
1° MOSSA. Ignora il fatto che nella tua città ci sono degli immigrati, salvo quando commettono reati o s’incontrano a gruppi per la strada o pregano.
Non dargli il diritto di voto, non costruire alloggi per loro, lascia svolgere alla Chiesa il lavoro di integrazione.
2° MOSSA. Non permettere agli immigrati di costruirsi una moschea , ma costringili ad usare uno spazio troppo piccolo per la comunità. Un garage. Il che significa che quando c’è qualche centinaio di persone che prega, dentro non c’è abbastanza posto, quindi i fedeli sono costretti a pregare per strada.
3° MOSSA. Scatta qualche foto di musulmani che pregano per la strada.
Organizza una manifestazione davanti alla moschea chiedendo di chiuderla. Coinvolgi gli abitanti del quartiere.
4° MOSSA. Suggerisci alcune alternative ridicole. Un velodromo esposto alle intemperie e circondato da gente ricca che sta già raccogliendo firme contro l’uso di quello spazio. O forse – sono parole del vicesindaco di Milano, De Corato – un luogo “dove non ci sono abitazioni né negozi“. O magari l’ex stabilimento dell’Alfa Romeo ad Arese, che non si trova neanche sul territorio di Milano e dove l’amministrazione comunale ha già tentato in passato (senza riuscirci) di “deportare” la comunità cinese per toglierla dal centro cittadino.
5° MOSSA. Proponi di multare chi prega per la strada per “occupazione di suolo pubblico”. Una mossa particolare: è stata suggerita da un uomo che dicono sia di sinistra, il presidente della provincia di Milano, Filippo Penati.
6° MOSSA. Fai in modo che la sinistra si spaventi così tanto per il “problema immigrazione e sicurezza” da imitare il linguaggio della Lega e della destra (vedi quinta mossa).
7° MOSSA. Diventa sempre più severo con la comunità musulmana, per esempio obbligandola a svolgere i servizi religiosi in italiano. Ma qualcuno l’ha detto al Papa? Era lui che voleva tornare alla messa in latino..
8° MOSSA. Blocca ogni possibilità di dialogo. Alza la posta in gioco.
Usa un linguaggio e una propaganda incendiari e razzisti, così nessuno con la testa sulle spalle vorrà mai una moschea davanti a casa sua.
9° MOSSA. Vittoria. Congratulazioni! Hai creato una “emergenza moschea di viale Jenner“, come con la famosa “emergenza Rom“: un’emergenza che esiste solo nella testa delle persone e sulla stampa.
Il numero dei tuoi elettori aumenta. La sinistra è disorientata. In Italia la “sicurezza” diventa la questione politica numero uno, al posto della corruzione, della crisi economica, dell’inquinamento. Ma il prezzo di questa “vittoria” è molto alto per tutti, immigrati e milanesi.
Questa vittoria ha emarginato un’intera comunità di persone, molte delle quali sono il motore dell’economia italiana. A Milano basta andare in un cantiere o in un negozio, oppure ordinare online la spesa al supermercato: gli addetti sono quasi tutti immigrati, e molti sono musulmani. Sono le stesse persone che stanno pagando la pensione a milioni di italiani. E non hanno un posto dove pregare. A Milano non c’è neanche una moschea, al coperto o all’aperto. Neanche un minareto. Niente. Solo un garage.
Io a Viale Jenner ci abito. Davanti alla moschea sono passato centinaia di volte. Non ho mai visto tensioni o violenze. Ma dopo anni di propaganda e di strumentalizzazione della paura dell’immigrato, le persone sono convinte che viale Jenner sia un posto pericoloso. Non è vero, ma è ormai troppo tardi.
Ah, dimenticavo. Effettivamente viale Jenner si è rivelato un posto molto pericoloso, ma per una sola persona. Si chiamava Abu Omar, era in Italia con lo status di rifugiato e nel febbraio del 2003 stava andando a piedi alla moschea, quando è stato rapito da agenti statunitensi con l’aiuto di agenti italiani, che l’hanno portato in una base militare americana dove è stato caricato su un aereo e trasferito in Egitto. Qui è stato torturato. Mentre scrivo non è ancora cominciato il processo per questo atto illegale. Intanto, continua “l’emergenza viale Jenner“.
John Foot, su Internazionale
Viale Jenner e il posto dei musulmani
Da qualche giorno la Lega ha dato inizio alla sua campagna d’estate. Non c’era più tempo da perdere, perchè le incrinature della strategia leghista nell’attuale coalizione governativa si erano fatte ormai troppo profonde e stridenti. Dal referendum irlandese contro il trattato europeo di Lisbona alle crescenti difficoltà economiche degli enti locali, dallo stallo della situazione di Alitalia fino al moltiplicarsi dei provvedimenti a personale favore del premier: la Lega della Padania Libera, del federalismo e della lotta contro i privilegi del palazzo sbiadiva ormai in quel magma di interessi e scambi di favori che lo stesso Bossi ha definito “un bordello“.
Il polverone, insomma, andava sollevato, ed i leghisti si sono affrettati a farlo andando a rispolverare i campi Rom, prima, ed i marciapiedi di viale Jenner, a Milano, poi.
Il Centro Culturale Islamico di viale Jenner 50, a Milano, nacque nel 1988. A proposito della sua fama di “moschea dei terroristi“, è interessante notare che, a fronte di un “bacino di utenza” stabile di circa 4000 persone – ma molte di più vi avranno fatto riferimento, nel corso degli anni – meno dell’1% è stato imputato in indagini giudiziarie relative al terrorismo internazionale, ed una percentuale ancora minore ha subìto una reale condanna.
Nemmeno il discorso politico, peraltro, si spinge più a denunciare la pericolosità del centro islamico; il motivo polemico, oggi, è invece il disagio creato agli abitanti del quartiere da parte dei credenti musulmani che durante la preghiera del venerdì, a causa dello spazio limitato, si ritrovano a pregare all’esterno del centro, sistemandosi sui marciapiedi antistanti. E’ dunque sintomo di una spiccatissima sensibilità urbanistica, probabilmente, il diretto interessamento – addirittura - del Ministero dell’Interno, per un marciapiede occupato un’ora alla settimana, che provoca minori disagi alla viabilità di un qualsiasi mercato all’aperto.
E’ comunque da parecchi anni, ormai, che i responsabili del centro islamico hanno a più riprese dimostrato la più ampia disponibilità a superare questa situazione di precarietà; tuttavia, le loro numerose lettere al Comune di Milano non hanno ricevuto alcun riscontro, e la ricerca di uno spazio alternativo si è arenata nei cavilli urbanistici e nella renitenza dei potenziali offerenti.
Posta e condivisa la necessità di uno spostamento del centro islamico, ora il problema sta nella localizzazione della nuova sede, che secondo alcuni orientamenti dovrà sorgere “fuori della città, in una zona non urbanizzata, non residenziale e non commerciale“. Insomma, dove li mettiamo, ’sti musulmani?
Al centro islamico di via Padova 142 – dove il venerdì la preghiera è celebrata a turni, per mancanza di spazio – avevano già provato a rispondere a questo grattacapo, acquistando uno stabile in fondo alla strada, al 366 (verso l’infinito, ed oltre). Eppure, anche il loro tentativo si è rivelato fallimentare: nel loro caso, infatti, la compresenza di una vasta area edificabile, di un’ampia zona per il parcheggio, della fermata della metropolitana e di un’uscita della tangenziale cittadina non venne salutata come un sintomo risolutivo di decoro ed accessibilità, ma piuttosto come l’incentivo ad “un flusso quotidiano di musulmani che rischia di [..] sfociare nella formazione di un ghetto straniero.“ Attualmente il progetto di adeguamento del terreno – pagato interamente dalla comunità islamica – è sospeso a causa di una legge regionale ad hoc, che ha reso necessari ulteriori specifici permessi burocratici per quelle comunità religiose non convenzionate da un’Intesa con lo Stato. In una parola: il problema delle moschee sono i musulmani che le vogliono frequentare.
Oggi, a Milano, per i circa 70 mila credenti di fede islamica, il diritto costituzionale di esercitare il proprio culto è “garantito” da una piccola moschea fuori della città (Segrate), da pochissimi piccoli stabili, inadeguati ma tollerati dal Comune (viale Jenner, via Padova e via Quaranta, tra gli altri) e dalla prossima agibilità temporanea del velodromo cittadino, per 4 ore alla settimana e dietro pagamento di un regolare, oneroso affitto.
Il ritardo della metropoli lombarda, a confronto con tutte le altre grandi città europee, nella garanzia sostanziale del diritto all’esercizio della fede islamica è del tutto evidente ed inescusabile.
Va detto che per un credente qualsiasi posto è buono per tributare il culto dovuto al suo Creatore – nei limiti delle prescrizioni rituali, naturalmente.
E’ però chiaro interesse di tutta la cittadinanza, al di là di ogni schema ideologico, comprendere che un centro islamico non è soltanto un luogo di preghiera e raccoglimento per molte delle persone che vivono in città; esso può fungere soprattutto da incentivo alle più svariate iniziative di alfabetizzazione, socializzazione, scolarizzazione, avviamento lavorativo, educazione civica e sanitaria, e così via. Spesso queste strutture rappresentano anche gli snodi privilegiati per la promozione dei rapporti organici tra immigrati e territorio, nonché per la saldatura tra rappresentanze linguistiche ed istituzioni locali.
E’ dunque evidente che la tutela della dignità e della riconoscibilità di questi luoghi, qualora condotta con scienza e coscienza, rappresenta un valore per tutta la comunità civile. In questa prospettiva, la proposta di Aldo Brandirali – che prevede l’apertura di piccole moschee di riferimento per le diverse zone di Milano – coglie esattamente il senso e la misura della questione, meritando ogni riconoscimento.
La comunità islamica milanese deve ora dimostrare il miglior grado di compattezza e di maturità politica. Il recente appello di Hamza Piccardo – che sottoscriviamo pienamente – va proprio in questa direzione, auspicando la più solida unità d’intenti e di azioni, innanzi tutto tra i musulmani milanesi. Bisogna riconoscerlo: è giunto il tempo in cui rialzare il capo è divenuta una necessità, prima che una scelta, ed in cui la rivendicazione della propria dignità rappresenta un dovere, ben prima che un diritto.