Replica ad un Dirigente Scolastico
Di recente ho letto un post scritto da un Dirigente Scolastico, il quale oppone una serie di obiezioni critiche alle mie esternazioni
Scuola : l’autonomia dai “presidi-manager”( prima parte )
Scuola : L’autonomia dai “presidi-manager” ( seconda parte )
Scuola : L’autonomia dai “presidi-manager” ( terza parte )
sull’autonomia scolastica. Onestamente, confesso di aver riscontrato spunti interessanti e validi per sviluppare ed approfondire ulteriormente il mio ragionamento. Per cui provo ad esplicitare meglio le mie posizioni.
Sarà probabilmente dovuto al caso o alla mala sorte, diciamo pure così, ma sta di fatto che, malgrado il mio intervento lasciasse trasparire una pessima immagine della scuola, numerosi colleghi hanno esplicitamente approvato il mio pezzo apparso su vari siti web.
Per precisare meglio alcuni concetti sarò costretto ad addentrami nel merito delle questioni, facendo dei precisi e circostanziati riferimenti alle mie esperienze professionali pregresse. Eviterò di raccontare alcuni episodi particolari, evitando opportunamente di fare nomi e, soprattutto, cognomi. Mi scuso in anticipo se sarò alquanto esteso nella esposizione, ma temo che sia inevitabile dilungarmi oltremisura.
La scuola dove ho insegnato per vari anni era “appestata” dalla figura paternalista e dal ruolo accentratore e monocratico della preside, con tutte le conseguenze più deleterie che ne derivavano a livello interpersonale: cumuli di ipocrisie, veleni, rancori personali, abusi, angherie, prepotenze, furbizie, finti vittimismi, opportunismi e dualismi esasperati ad arte (per la serie “divide et impera”, una formula cara ai potenti di ogni tempo e luogo) e quant’altro ho sempre biasimato e continuerò a deprecare con tutte le forze in mio possesso, trattandosi di comportamenti assolutamente sleali e disdicevoli.
Tutti sanno cosa sono le “vendette trasversali”. Con questo termine, nel gergo mafioso, si indicano le ritorsioni punitive perpetrate a danno di congiunti o affini dei cosiddetti “infami”: siano essi pentiti, delatori o funzionari dello stato, insomma chiunque sia bollato come un nemico o un traditore dalle cosche mafiose. Per estensione iperbolica si potrebbe affermare che le “vendette trasversali” non sono una prerogativa esclusiva delle associazioni di stampo mafioso e camorrista, ma si iscrivono nel codice di comportamento “tipicamente umano”. Con la differenza che, altrove, in ambienti non tecnicamente malavitosi, per realizzare propositi di vendetta si ricorre a sistemi meno cruenti, come l’ipocrisia ed altre forme di perfidia sistematica, il discredito lesivo volontario, il pettegolezzo velenoso o, peggio, le molestie e i maltrattamenti psicologici, l’emarginazione e l’indifferenza collettiva, ma non per questo, ossia per il fatto di non essere fisicamente brutali, si tratta di atteggiamenti meno riprovevoli e più accettabili.
Una volta ho discusso animatamente con una preside, di cui taccio opportunamente il nome; durante l’acceso confronto sono emerse profonde divergenze d’opinione rispetto ai termini, ai tempi e alle modalità organizzative, ai destinatari e alle finalità educative di un progetto, nella misura in cui contrastavano in modo stridente con l’ipotesi pianificata. Il capo d’istituto insisteva per promuovere il classico dibattito, oltretutto senza contraddittorio, utile solo ad ottenere visibilità mediatica e a riscuotere eventuali consensi da spendere politicamente. Come in altre circostanze, sono entrato in rotta di collisione con la mentalità propria di chi dichiara in partenza di concedere “carta bianca” ma poi cerca di manipolare a proprio piacimento le persone, trattate in modo paternalistico alla stregua di burattini, come sono adusi molti datori di lavoro delle aziende private. In sostanza, taluni presidi hanno la tendenza ad applicare nel mondo della scuola quelle pratiche a dir poco discutibili apprese dalla peggiore politica. Altro che “super partes”. E’ evidente che in un contesto ambientale come quello dipinto con tinte inevitabilmente oscure, qualsiasi iniziativa pedagogica e culturale che si distingua per l’originalità, portata avanti in modo pulito, coerente e disinteressato, con onestà e trasparenza, con impegno, intelligenza e passione creativa, rischi di essere inquinata e mortificata da chi persegue solo finalità utilitaristiche in maniera cinica e spregiudicata.
E’ curioso ma inevitabile scoprire che la maggior parte degli esseri umani si comporta alla stregua dei polli di Renzo, che si beccano tra loro mentre dovrebbero solidarizzare, quantomeno per il comune destino che li attende. Personalmente non so dire se si tratti di una questione di origine genetica, connessa alla cosiddetta “natura umana”, o se sia un problema di ordine culturale, riconducibile a fattori materiali e spirituali, dunque anche al processo educativo, alla formazione etica ed intellettuale, alle abitudini sociali indotte dal sistema economico e politico in cui si è inseriti dalla nascita. In ogni caso, è certo che taluni dirigenti “giocano” a dividere, ossia intervengono proprio su questo atteggiamento di reciproca avversione e competizione, non importa se innato o indotto.
Inoltre, non ritengo sia una colpa ascrivibile ai docenti se taluni dirigenti scambiano l’autonomia scolastica per una sorta di tirannia personale, se la legge precede incentivi economici per promuovere le attività progettuali extracurricolari soprattutto in termini di laute percentuali a beneficio dei presidi, o se esistono molteplici tipologie di fondi aggiuntivi da cui è possibile attingere per sovvenzionare l’ampliamento e l’arricchimento dell’offerta formativa delle scuole autonome. A tale riguardo chiarisco subito, a scanso di eventuali equivoci, che non sono contrario, a priori, ai progetti di qualità e di valore.
Quello delle “attività aggiuntive” a carattere non obbligatorio, ossia gli impegni progettuali extra-curricolari, è un altro tema molto serio avvertito dal corpo docente.
Nel campo della didattica e dell’istruzione scolastica, i criteri di quantità e qualità sono in genere difficilmente conciliabili tra loro, nel senso che l’una esclude l’altra. In genere la quantità di tipo “industriale” rischia di inficiare la qualità creativa di un progetto. Ciò è vero a maggior ragione in un sistema educativo, laddove i progetti sono prodotti in serie, praticamente standardizzati. In tal modo le singole istituzioni scolastiche rischiano di diventare vere e proprie “fabbriche di progetti”, ovvero “progettifici scolastici”. Con inevitabili ripercussioni negative sulla qualità e sul successo formativo dei giovani allievi.
Per non parlare dei continui, imbarazzanti strappi alle regole, delle reiterate e inopinate violazioni di norme e diritti sanciti dalla legge, delle frequenti scorrettezze e furbizie commesse all’interno delle singole scuole, derivanti da invidie, rivalità personalistiche ed altre meschinità che sono gestite male all’interno di un paradigma dirigista ed accentratore, in virtù di una leadership pateticamente ed artificiosamente paternalista.
Stendiamo dunque un velo pietoso: le scuole sono ormai ridotte ad essere progettifici privi di qualità. E’ evidente che i progettifici scolastici sono deplorevoli non per una presa di posizione aprioristica o astratta, ma per motivi di ordine pratico. Nulla mi impedirebbe di avallare i progetti di qualità, purché siano discussi e realizzati seriamente, ma nel contempo sono cosciente che i casi virtuosi sono eccezioni assai rare. Invece, i progettifici scolastici si caratterizzano negativamente anzitutto per l’assenza di creatività e trasparenza, per elementi di inefficacia e inadeguatezza degli interventi, per una mancata rispondenza ai bisogni formativi e socio-culturali degli studenti, mentre obbediscono solo a logiche mercantili ed affaristiche. Non è un caso che si chiamino progettifici in quanto si configurano proprio come fabbriche di progetti che sacrificano la qualità per privilegiare e premiare soprattutto la quantità industriale.
Ribadisco ancora una volta che non sono affatto contro i progettifici per rivendicazioni ideologiche astratte, ma per ragioni molto concrete legate alla mia esperienza diretta.
Vengo ora alla questione cruciale della scarsa trasparenza nella gestione politico-finanziaria e della democrazia collegiale, che versa in condizioni di estrema decadenza.
Dall’emanazione nel 1974 dei Decreti Delegati che istituirono varie forme e strumenti di democrazia collegiale nella scuola, la partecipazione alla vita e al funzionamento degli organi collegiali si è progressivamente ridimensionata e deteriorata, fino ad essere sancita solo sulla carta. Oggi il potere decisionale detenuto ed esercitato all’interno degli organi collegiali (Consigli di Istituto, Collegi dei docenti, Consigli di classe, interclasse e intersezione) esclude sempre più la maggior parte delle famiglie, degli studenti, del personale docente e non docente. In pratica l’esercizio del potere politico-decisionale nelle singole realtà scolastiche è riservato ad una ristretta cerchia oligarchica formata dal Dirigente scolastico e dai suoi più stretti e fidati collaboratori.
Esaminiamo il caso emblematico di un organo essenziale come il Collegio dei docenti.
Un tempo il Collegio dei docenti era la sede deputata a discutere di argomenti più elevati, vale a idre tematiche di tipo psico-pedagogico, per cui gli insegnanti più aperti, curiosi, motivati, culturalmente preparati e coscienti, avevano modo di confrontarsi e di maturare sotto il profilo intellettuale e professionale. Oggi i Collegi dei docenti sono ridotti ad essere centri di ratifica puramente formale e di adesione acritica alle delibere assunte altrove dai Dirigenti e dai loro staff di collaboratori. L’avallo avviene in genere mediante procedure antidemocratiche che esautorano e mortificano la dignità e la sovranità decisionale dei Collegi stessi. Questi sono ormai il luogo più alienante e passivizzante in cui al massimo si affrontano questioni finanziarie, senza fornire la dovuta trasparenza informativa e normativa, senza riferire alla platea collegiale tutti i dati, le notizie ed i parametri relativi al budget effettivo di spesa delle singole scuole.
Insomma, i Collegi avallano spesso e volentieri senza nemmeno conoscere fino in fondo l’oggetto reale posto all’ordine del giorno all’attenzione degli organi collegiali: si pensi, ad esempio, alle somme e ai fondi economici aggiuntivi, in taluni casi piuttosto cospicui, stanziati ad esclusivo vantaggio e sovvenzionamento di un’esigua minoranza di colleghi che, guarda caso, finisce per coincidere esattamente con la cerchia che fa capo al cosiddetto “staff dirigenziale”, tanto per usare una terminologia assai cara ai “presidi-manager” e tipica del triviale gergo aziendalista che oramai imperversa nelle scuole.
Da troppi anni la scuola pubblica italiana risente di un deficit crescente di collegialità e dialettica democratica. In modo particolare, gli spazi di libertà e partecipazione si sono ridotti, subendo colpi letali inferti dai precedenti governi senza soluzione di continuità.
Con l’istituzione dell’autonomia scolastica e l’applicazione della legge n. 53/2003 (meglio nota come “riforma Moratti”, a cui ha fatto seguito l’opera di affossamento compiuta dalla Gelmini, affiancata in questo disegno demolitore dal ministro Brunetta) è stata introdotta una dei ruoli di stampo oligarchico, imponendo un’impostazione autoritaria e creando una profonda divisione gerarchica nel quadro delle relazioni umane e professionali tra i lavoratori della scuola. In particolare, all’interno del corpo docente si è prodotta una netta disparità di redditi e funzioni non corrispondenti a meriti o capacità reali, a qualifiche professionali o specifiche competenze, innescando un processo di mercificazione delle mansioni didattiche e un effetto di aziendalizzazione (oltretutto maldestra) degli ordinamenti e dei rapporti interni, caratterizzati in termini di comando e subordinazione, che hanno logorato ed azzerato la democrazia collegiale.
Negli ultimi anni abbiamo sperimentato come l’avvento dell’autonomia scolastica e l’attuazione della “riforma Moratti” non abbiano sortito esiti positivi in termini di apertura delle scuole alle reali esigenze del territorio. La formulazione giuridica dell’autonomia non ha stimolato le scuole ad esercitare un ruolo di traino culturale rispetto al contesto sociale di appartenenza. In troppi casi le istituzioni scolastiche assumono posizioni di sudditanza psicologica verso i poteri egemoni a livello locale: mi riferisco anzitutto alle Pubbliche Amministrazioni, che si dimostrano incapaci o restie a finanziare le iniziative progettuali di arricchimento qualitativo dell’offerta formativa. A ciò si aggiunga un imbarbarimento dei rapporti umani, per cui si assiste a conflittualità sempre più frequenti. Tale degenerazione è una conseguenza dell’autonomia, che non ha generato equità ed efficienza, ma ha creato solo irrazionalità, contrasti, assenza di certezze, violazione di norme e diritti, premiando gli atteggiamenti più arroganti e furbeschi, esasperando le rivalità e gli egoismi più venali. In questo disegno restauratore e disgregatore sono palesi le responsabilità politiche dei precedenti governi che hanno avviato la demolizione della scuola pubblica e della democrazia partecipativa, per cui il precedente governo Berlusconi ha avuto la possibilità di infliggere il colpo letale al diritto costituzionale all’istruzione grazie alla controriforma varata dal ministro Gelmini.
In tal modo lo stato di confusione, disorientamento, la crisi delle norme democratiche e sindacali, si sono accentuati, acuendo le contraddizioni intestine al mondo della scuola.
Spero che queste ulteriori riflessioni siano chiare ed esaurienti, ancorché non esaustive.
Lucio Garofalo
L’autonomia dai “presidi-manager” (di Lucio Garofalo)
Nella mia carriera professionale ho incontrato soprattutto due generi di capi d’istituto.
La prima categoria, forse la più diffusa nel mondo della scuola, è quella del preside “hitleriano”, o dispotico, che gestisce l’istituzione in modo autocratico e verticistico, scambiando l’autonomia scolastica per una tirannide individuale e considerando i rapporti interpersonali in termini di supremazia e subordinazione. Questa figura di preside non ama affatto le norme e le procedure democratiche, scavalca gli organi collegiali ed assume ogni decisione in maniera oltremodo arbitraria e discrezionale senza consultare quasi mai nessuno. Costui si pone sempre in modo arrogante, protervo ed autoritario, dimostra (intenzionalmente o istintivamente) un cipiglio severo e spietato per intimorire e mettere in soggezione gli altri. Abusa spesso dei propri poteri e tende a commettere facilmente angherie e soprusi verso i sottoposti, trattati alla stregua di sudditi privi di ogni diritto ed ogni libertà, con i quali si comporta in modo inclemente.
La seconda tipologia, forse la più pericolosa, è quella del dirigente affarista e demagogo, che spesso si sovrappone e coincide con il tipo assolutista. Tale soggetto concepisce la scuola come una sorta di proprietà privata, la sfrutta per scopi di lucro e prestigio personale, per cui la gestisce in modo da trasformarla nel più breve tempo possibile in un progettificio scolastico. In tal senso si adopera per reperire ogni finanziamento aggiuntivo messo a disposizione delle scuole, da cui attinge elargendo i fondi senza un giusto criterio, applicando logiche clientelari e paternalistiche per favorire di solito una cerchia composta dallo staff dirigenziale. Da un tale assetto politico-gestionale scaturisce un carrozzone progettuale ed assistenzialistico carico di una pletora di iniziative didattiche eccedenti che non hanno alcuna ricaduta positiva sulla formazione educativa e culturale degli studenti. Una tale sovrabbondanza di sovvenzioni e di contributi finanziari in realtà serve a beneficiare esclusivamente una minoranza di faccendieri e di cortigiani, ma soprattutto ad arricchire il dirigente stesso.
Infine, esiste un’altra tipologia, che è quella del preside umano, con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti. E’ indubbiamente l’esemplare più raro, ma è l’unico che ispiri la mia simpatia e la mia approvazione sincera. Di rado se ne può incontrare persino qualcuno.
L’esser diventati più influenti e decisivi a livello politico-gestionale, sia pure in seguito ad un’investitura calata dall’alto e non per effetto di una designazione democratica proveniente dal basso, ha comportato per i dirigenti scolastici una serie di ineludibili responsabilità e di doveri che sono anche di natura informativa ed interpretativa, e consistono nel fornire in modo corretto e tempestivo il maggior numero di dati e cognizioni utili a far comprendere meglio le problematiche della “comunità scolastica” sia alla collegialità dei docenti e dei lavoratori della scuola, sia alle famiglie o, se si preferisce, all’“utenza”, tanto per usare un gergo caro agli aziendalisti. Ormai nella scuola si sente sempre più spesso adoperare un lessico semi-imprenditoriale: termini come “profitto”, “competitività”, “produttività”, sono di uso comune tra i dirigenti scolastici che non sono più esperti di psico-pedagogia e didattica ma pretendono di essere considerati “manager”, benché siano in pochi a saper decidere come e perché spendere i soldi, laddove ci sono. Anche nella scuola sono stati introdotti organigrammi e metodi di gestione mutuati dalla struttura manageriale dell’impresa capitalista. In questo assetto gerarchico sono presenti vari livelli di comando e subordinazione. Si pensi ai “collaboratori-vicari” che, in base alle norme vigenti, sono designati direttamente dal dirigente, mentre in passato erano i Collegi dei docenti che eleggevano dal basso i propri referenti a supporto della dirigenza. Si pensi alle RSU, i rappresentanti sindacali eletti dal personale docente e non docente. Si pensi alle cosiddette “funzioni strumentali”. In altri termini si tenta di emulare, sia pure in modo maldestro, la mentalità utilitaristica, la terminologia economicistica, i sistemi e i rapporti produttivi, gli apparati di tipo industriale all’interno di un’istituzione come la scuola che dovrebbe perseguire quale fine ultimo “la formazione dell’uomo e del cittadino”. Altro che fabbricazione di merci.
E’ evidente a tutte le persone di buon senso che si tratta di uno scopo diametralmente opposto a quello che è l’interesse prioritario di un’azienda capitalista, vale a dire la massimizzazione dei profitti. I ministri e i “manager” dell’istruzione, in buona o in mala fede confondono tali obiettivi, alterando il senso primario dell’azione educativa, sempre più affine al ruolo di un’agenzia di collocamento o un’area di parcheggio per disoccupati e precari permanenti. Inoltre, taluni dirigenti concedono fin troppo spazio e credito alle meschinità umane: pettegolezzi, maldicenze, ipocrisie, sospetti, risentimenti personali e finti vittimismi, comportamenti e situazioni controproducenti che avvelenano l’ambiente lavorativo, pregiudicando il fine supremo dell’educazione alla convivenza democratica.
Se non si fosse compreso chiaramente, non nutro stima o simpatia verso tali figure, che ho sempre giudicato con diffidenza e criticità. Reputo i sedicenti o pretesi “manager” (non solo nel settore scolastico) come individui abili nell’arte della mistificazione, della dissimulazione, della manipolazione delle idee e delle persone. Insomma, una sorta di “virus” capaci di infettare e corrompere un corpo già potenzialmente malato come quello delle scuole (ma il discorso potrebbe essere esteso ad altri ambienti di lavoro) semplicemente per la loro presenza che rischia di infettare le cellule ancora sane ma vulnerabili. Il riferimento alla medicina è calzante in quanto è l’unico termine di paragone che consente di illustrare, con una metafora brutale quanto efficace, il convincimento che mi sono formato a proposito di tali dirigenti e degli ambienti che essi costruiscono a propria immagine e somiglianza. Presumo che nelle scuole private la situazione sia persino peggiore in quanto i dirigenti agiscono da padroni assoluti. Questo è l’esito a cui sono approdate le scuole dal giorno in cui è entrata in vigore la legge sulla “autonomia scolastica”, specie quella amministrativa-finanziaria, che assegna una serie di prerogative decisionali ai dirigenti e alle oligarchie che li affiancano nei loro arbitri.
In virtù della cosiddetta “autonomia” lo strapotere e l’autoritarismo paternalista di molti dirigenti dilagano oltre ogni misura ed è quasi impossibile contrastarli sul terreno della democrazia collegiale dato che gli organi collegiali sono esautorati, resi di fatto passivi e subalterni. Le scuole sono dunque gestite da presunti “manager”, molti dei quali perseguono un’opera di proselitismo nel senso deteriore del termine, esibiscono atteggiamenti troppo disinvolti e spregiudicati in chiave personalistica, frutto di una mentalità paternalista forgiata su favoritismi concessi a vantaggio di una cerchia ristretta composta da traffichini, lacchè e adulatori. Tali scuole infestate dal “malaffare” non sono luoghi moralmente integri e frequentabili dai discenti. Le scuole contaminate dagli “agenti patogeni” dell’affarismo, dell’utilitarismo e del clientelismo, che decompongono un corpo già malato con il rischio di infettare le cellule ancora sane, non sono ambienti educativi in cui si esplica la formazione dell’uomo e del cittadino, come detta la Costituzione. Sempre più scuole si configurano come progettifici, nel senso che hanno assunto la fisionomia di “fabbriche di progetti” che sfornano in dosi industriali (solo sulla carta) iniziative inutili e fasulle, in qualche caso fantomatiche, non per rispondere alle istanze culturali, psicologiche e sociali degli allievi, bensì solo per appagare gli appetiti venali e l’ambizione di potere (un miserrimo potere) dei dirigenti e dei loro cortigiani. I quali si mostrano ossequiosi verso le figure gerarchicamente superiori, arroganti verso i soggetti umili e sottomessi. Le malcapitate scuole sono diventate carrozzoni assistenziali e pseudo aziendali che curano gli interessi esclusivi di cricche formate da gente mediocre e venale, conformisti e faccendieri, che circondano e corteggiano i capi d’istituto. I quali agiscono sovente in modo cinico e spregiudicato, cercando di condizionare o manipolare a proprio piacimento le persone, quasi fossero una sorta di sultani locali. Inoltre, un dirigente serio e scrupoloso, che ha a cuore l’interesse degli studenti e degli insegnanti, dovrebbe preoccuparsi di promuovere un clima relazionale sereno e favorevole al processo di insegnamento e di apprendimento.
Laddove imperversano i notabili della politica, funzionari e burocrati ottusi, arrivisti, carrieristi e affaristi, la Politica, intesa nell’accezione più nobile della partecipazione diretta ai processi decisionali, degenera inesorabilmente in clientelismo e paternalismo che sono un malcostume antidemocratico. Tutto ciò che i notabili o i pretesi manager toccano, finisce per corrompersi e in ogni caso si deteriora. Si pensi alle scuole che essi organizzano e trasformano a propria immagine e somiglianza: mega-carrozzoni assistenziali, nella migliore delle ipotesi circhi in cui si spettacolarizza ogni iniziativa, in cui si spaccia per “cultura” un ventaglio di azioni pseudo formative prodotte in quantità industriale che rivestono una sola valenza, ossia una finalità affaristica e commerciale.
Non intendo generalizzare ragionando per categorie astratte o semplicistiche, tuttavia i presidi più “insidiosi” o “inaffidabili” sul piano della gestione politica delle scuole (a livello umano il discorso si fa ovviamente più complesso e profondo) sono quelli che, in malafede, vogliono a tutti i costi mostrarsi democratici e tolleranti verso chi dissente. E’ indubbio che il dirigente effettivamente democratico non si vede, né si giudica nei momenti di consenso ma di dissenso. E’ questo un caso emblematico in cui il “potere tautologico” della parola si contrappone alla “tautologia del potere”. L’evidenza tautologica, o l’ovvietà, è il paradigma attraverso cui il potere, una volta affermato, tende a rafforzarsi ed auto-legittimarsi. E’ facile professarsi, a chiacchiere, “convinti democratici” senza dover sostenere un contraddittorio, circondandosi di falsi adulatori in livrea che non vogliono, né sanno svolgere un ruolo critico sul piano della trasparenza e del controllo democratico. Il modo in cui si affronta la contestazione è la prova del nove per un vero democratico, a maggior ragione se si tratta del preside di un’agenzia educativa che adempie al ruolo, assai arduo e delicato, di formare i cittadini di domani.
Chi sono i disoccupati adulti ?
di Luchino Galli, blogger e mediattivista
Disoccupati adulti sono le persone relegate al margine o escluse dal mercato del lavoro, discriminate, emarginate per motivi anagrafici…
Disoccupati adulti sono le persone che nei Centri per l’impiego non trovano offerte di lavoro per le quali candidarsi, a causa di “sopraggiunti limiti d’età”.
Disoccupati adulti sono le persone che le agenzie per il lavoro faticano a presentare alle imprese, data l’età “avanzata”.
Disoccupati adulti sono le persone alle quali non sono rivolti gli annunci di lavoro pubblicati sui giornali e sui siti web, perché giudicate “anziane”.
Disoccupati adulti sono le persone costrette ad arrestarsi, con il loro bel curriculum in mano, davanti all’entrata degli esercizi commerciali, sulle cui vetrine sono affissi cartelli che recitano: “Cercasi personale, età massima 30 – 35 anni”.
I disoccupati adulti hanno almeno 35 anni perché, come chiarito dall’Istat nel “Rapporto annuale sulla situazione del paese nel 2008”, “le classi d’età fino a 34 anni” sono “oramai da identificare come la componente giovanile della disoccupazione”. I 35 anni costituiscono la soglia anagrafica, la linea di demarcazione tracciata dallo stesso mercato del lavoro, oltre la quale le persone incontrano ulteriori e rilevanti difficoltà nella ricerca di un’occupazione! Un esempio emblematico: dall’indagine dell’Associazione Direttori Risorse Umane (G.I.D.P./H.R.D.A.), “I trend occupazionali delle imprese italiane” per il 2010, emerse che nel corso dello stesso anno solo il 14,6% delle nuove assunzioni avrebbe riguardato personale dai 35 anni in su.
Disoccupati adulti… lavoratori accantonati, dimenticati, ritenuti superflui, condannati a una continua, dolorosa, troppo spesso infruttuosa ricerca d’occupazione; gli ultimi ad essere assunti, i primi ad essere licenziati: nel 2012, puntualizza l’Istat, l’incremento della disoccupazione ha coinvolto “in più della metà dei casi persone con almeno 35 anni”; nello stesso anno i nuovi iscritti ai Centri per l’impiego in seguito alla perdita del lavoro sono stati, in maggioranza, cittadini dai 35 anni in su.
Disoccupazione adulta che, aumentando di anno in anno, ha ormai eguagliato quella giovanile: nel secondo trimestre del 2012 l’Istat ha censito 1 386 000 disoccupati sotto i 35 anni e 1 320 000 disoccupati con almeno 35 anni, il 48.8% del totale dei disoccupati; nel terzo e quarto trimestre del 2012, la disoccupazione adulta ha ulteriormente accelerato e nel 2013, alla luce di questa tendenza, il numero complessivo dei disoccupati censiti dall’Istat con almeno 35 anni supererà quello dei disoccupati sotto i 35 anni.
Disoccupazione adulta, disoccupazione di massa, da paura, eppure ancora misconosciuta e sottaciuta da partiti e movimenti. Anche nella campagna elettorale delle politiche 2013 la disoccupazione adulta – come fenomeno sociale da contrastare con interventi mirati e qualificati – è stata ignorata. Intanto un dilagante e drammatico fenomeno sociale, che richiederebbe provvedimenti immediati, rimane senza prospettiva di soluzione, e sempre più persone e famiglie precipitano in una spirale – di povertà ed emarginazione – dalla quale è difficile risalire…
Il camaleontismo di Santa Romana Chiesa – Ovvero sull’elezione del nuovo papa, anzi due papi
Da quanto ne sappiamo, hanno eletto papa un complice della giunta militare argentina presieduta dal tenente generale Videla, a cui è legata la tragica vicenda dei “desaparecidos”. Peggio di così il collegio cardinalizio non poteva fare. Coloro che speravano in un processo di rinnovamento e in un riscatto morale della chiesa sono stati serviti. Oltretutto si tratta di un papa gesuita, per cui temo che il nome da lui scelto, Francesco, non abbia proprio nulla da spartire con il poverello di Assisi, ma con un tale Francesco Saverio, gesuita e missionario spagnolo vissuto nella prima metà del 1500. E’ un malcostume tipico dei gesuiti quello di depistare e confondere la pubblica opinione.
Tuttavia, l’analisi sul ruolo della chiesa in un mondo attraversato dalla crisi irreversibile del capitalismo, deve corrispondere alla realtà storica di Santa Romana Chiesa, che non a caso rappresenta l’unica istituzione millenaria ancora in vita, l’unica erede di quella struttura piramidale propria del feudalesimo e dell’antico impero romano. Il discorso da fare è dunque più articolato e complesso e deve oltrepassare il dato superficiale. Ora di papi ce ne sono addirittura due: un “papa-ombra” ed uno ufficiale. Come impone la tradizione millenaria, dopo un papa se ne è fatto subito un altro, anzi due, ma l’indirizzo fondamentale della curia pontificia romana resta quello di trarre camaleonticamente il massimo utile possibile da qualsiasi situazione storica si manifesti.
Quando l’effetto mediatico e scenografico si sgonfierà, allora riemergeranno i problemi e i delitti che hanno forzato papa Benedetto XVI a dimettersi e riemergeranno tutte le contraddizioni che lacerano nel vivo la chiesa cattolica romana. Ed allora si capirà che la “teologia della liberazione”, che Wojtyla in qualità di pontefice e Bergoglio in veste di prelato, hanno ferocemente osteggiato, fino all’assassinio di vari esponenti ecclesiastici, era in effetti la sola possibilità rimasta, nel continente latino-americano ed in quello africano, per uscire dalla contraddizione insanabile esistente tra il vangelo e il potere.
D’altronde, benché lo stato della chiesa non sia troppo in salute e rifletta la crisi complessiva in cui versa la società capitalista, la chiesa ha conosciuto altre tempeste. In questo momento storico la chiesa sa che deve aderire, almeno sul piano verbale e formale, alle istanze ed alle rivendicazioni provenienti dai popoli della terra. Deve schierarsi con i poveri, almeno a chiacchiere, predicando bene, seppur razzolando male, anzi malissimo. Si sa che sul terreno delle prediche i preti giocano in casa e la storia insegna che sono maestri eccellenti e campioni insuperabili. Nel contempo non sono così ottusi e miopi come i capitalisti. Insomma, l’attuale corso politico di Santa Romana Chiesa sembra orientato verso una sorta di “pauperismo” in salsa vaticana. Per convenienza, la chiesa si avvicinerà alle masse umili e diseredate del pianeta. Ripeto e sottolineo: per convenienza. Non è un caso che la chiesa sopravviva da duemila anni, mentre il capitalismo conta appena pochi secoli di vita ed è in crisi da almeno cent’anni.
Aggiungo altre osservazioni al ragionamento esposto finora. Ciò che bisognava decidere non era solo il nome del nuovo papa, bensì pure come stare oggi nel mondo e come fermare la deriva che sta svenando la chiesa. Il problema per il papato non è tanto l’Europa o il nord America, continenti nei quali la funzione ideologica del cattolicesimo è già persa quasi del tutto. Il vero dramma è costituito dalle chiese africane, latino-americane e di altre regioni del mondo che navigano verso la scissione. Questi pezzi di cattolicesimo sono pressati fino all’inverosimile dai bisogni delle masse: volenti o nolenti devono schierarsi coi poveri del mondo per non esserne respinti. Ecco perché Obama ed altri potenti si sono subito affrettati a definire il papa neo-eletto come “un amico e un difensore dei poveri”. Ma quanto più aumentano di intensità i disagi e le sofferenze dei popoli, tanto più essi rivendicano quella eguaglianza promessa dai Vangeli e vogliono conquistarla. Una chiesa priva di credito morale è fragilissima, una chiesa senza credito sociale è isolata, così come accade oggi nei paesi più avanzati del mondo occidentale.
La chiesa si trova di fronte ad un vicolo cieco: per continuare ad essere ciò che è dovrebbe opporsi all’umanità, per essere col mondo dovrebbe invece rinnegare ciò che essa è stata finora. Non può fare nessuna delle due cose, può solo mascherarsi, tentare di mediare, ma durerebbe assai poco nell’instabilità generale della crisi del capitalismo.
E’ alquanto probabile che la chiesa continuerà a morire per incoerenza e per dissanguamento. Perciò l’urgenza prioritaria della chiesa vaticana in questo momento storico in cui le istanze e le rivendicazioni economico-sociali dei popoli si fanno sempre più pressanti, è di riacquistare un’immagine di credibilità per arrestare l’emorragia interna, anzitutto all’interno delle chiese latino-americane. Dal punto di vista del cattolicesimo l’America latina rappresenta un fallimento storico di proporzioni epocali.
In realtà le persone che sono statisticamente considerate di credo cattolico sono, per l’appunto, solo un dato statistico truccato. In Brasile la chiesa cattolica è oggi una minoranza rispetto ad altre religioni e alle stesse confessioni cristiane. In Argentina, il ricordo della sua complicità con una delle più criminali e ripugnanti dittature ha marcato per sempre l’animo popolare. I seminari sono vuoti, le chiese sopravvivono solo nella misura in cui danno assistenza alimentare ai poveri e solo nei quartieri periferici di Buenos Aires. La diffidenza verso il cattolicesimo sottintende un giudizio di falsità della sua reale funzione. Inoltre la pedofilia, praticata su larga scala dai religiosi comporta un odio popolare difficilissimo da superare. E molti onesti preti, vescovi e qualche cardinale postulano una chiesa indipendente da Roma, rifondata sulla coerenza e sulla partecipazione dei fedeli. Questa parte del clero, spesso profondamente legata ai drammi sociali di quelle popolazioni, si rende conto che per essere creduto deve distaccarsi da ciò che attualmente la chiesa è per rifondare una comunità ecclesiale che corrisponda al desiderio di giustizia sociale e di progresso dei popoli latino-americani.
E a noi comunisti penso che dovrebbero interessare proprio quelle istanze e quelle rivendicazioni con cui i popoli stanno pressando e soffocando la chiesa cattolica romana.
Poiché il mio ragionamento intende concentrarsi sul ruolo del nuovo pontefice, rammento che mentre il pontificato di Wojtyla dietro cui agiva, nemmeno tanto nell’ombra, in veste di consigliere, l’allora cardinale Ratzinger, ha avuto il mandato di liquidare il socialismo reale dell’Est europeo, il nuovo pontificato avrà probabilmente il compito di liquidare il capitalismo, per promuovere la cosiddetta “terza via”, cioè l’alternativa (si fa per dire) rappresentata da Santa Romana Chiesa. Naturalmente è solo una mia impressione personale, ancora molto vaga. Ma si intravedono già alcuni indizi in tal senso. Sta di fatto che nell’odierna fase storica, percorsa da una crisi epocale che non è solo di natura economica, la chiesa è costretta a riavvicinarsi ai popoli della terra.
E non dobbiamo dimenticare che in queste strategie camaleontiche la chiesa è una vera specialista, una campionessa mondiale, per cui non conviene sminuire le sue ambizioni.
Sia chiaro un punto. Non sono così sciocco da sostenere che il Vaticano si sia convertito al comunismo o sia diventato anti-capitalista. Sto solo affermando che le ambizioni del Vaticano non riguardano il breve o medio termine, ma si proiettano sempre nel lungo periodo, per cui non vanno sottovalutate. In questo momento storico, contrassegnato da una crisi epocale ed irreversibile che investe il sistema capitalista su scala globale, la chiesa, con tutti i suoi gangli e le sue ramificazioni sparse nel mondo, ha intercettato gli umori e le sofferenze dei popoli ed è costretta, per poter sopravvivere alla crisi ed al tracollo finale del capitalismo, a mostrarsi secondo lo spirito evangelico, cioè ad apparire una chiesa pauperistica e francescana. Ripeto: a mostrarsi. Ed è appunto questa la strategia camaleontica che la chiesa sa di dover adottare in questa fase, come ha fatto nel corso dei duemila anni di storia. Altrimenti si sarebbe già estinta da tempo.
Lucio Garofalo
Baratto : una forma nobile di economia
La prossima edizione di Barattowave, mercato Ecoscambio,sarà il prossimo 17 marzo a partire dalle ore 10,30 alle ore 18,30 sempre nello spazio del nuovo parcheggio di via Mecenate ad Arezzo.
Il sapore antico di un commercio che si basa sullo scambio è aperto “ad ogni uomo di buona volontà”.
Forse il termine migliore non è scambio ma contraccambio, perché nasconde in sé il restituire oltre che il dare ma con un significato più sociale e più fraterno. Partecipare è facile sia che si voglia aprire un proprio banchino sia che si voglia usare l’occasione di BarattoWave per liberarsi di qualcosa che oggi non ci serve più, con altro invece di più utile.
C’è però anche un’altra occasione e cioè quella di far vivere ai nostri figli un esperienza educativa unica: non si buttano via le cose ma si reciclano sempre e la sua forma più nobile per reciclarle è proprio il baratto.
Non è cosa da poco questa ultima opportunità nell’epoca per eccellenza dello spreco e nello stesso tempo della perdita di valori collegata anche ad un uso annoiato di tecnologie avanzatissime che non rispondono a vere esigenze personali e non ridanno quasi mai quello che all’apparenza promettono, entrando così in un circuito consumistico alienante che sempre porta all’isolamento e mai alla socializzazione.
BarattoWave ha soprattutto questa funzione educativa.
Certamente è il rischio/problema per i più giovani e giovanissimi ma anche per i nuovi dipendenti adulti da sms, chat e commercio in rete, che si ritrovano perduti tra le fredde nuove esperienze di comunicazione che regolano alla fine solo dei dialoghi agli specchi e scprire di colpo questa triste realtà è spesso causa di vere e proprie patologie.
Non è un caso che oggi la psicologia è obbligata ad occuparsi in maniera sempre più seria di questa problematica e al solito la risposta e la cura viene sempre dalla piazza.
La piazza è il luogo di incontro ed il mercato è la sua festa.
Il baratto, lo scambio,obbligano la trattazione e dentro alla trattazione si inseriscono empatie favorevoli all’amicizia.
Anzi il germe che porta alla “sana malattia” del legame amicale, risiede proprio nell’incontro e nel confronto. Non so se riesco a comunicare quanto di apparentemente secondario si nasconde dietro ad un evento come BarattoWave?
In più (e questo è il regalo aggiuntivo della festa BarattoWave) intorno alle ore 16, ormai è divenuta una consuetudine, si esibiranno il duo jazz composto da Roberto Casi alla chitarra e Michela Cartocci voce e magari con la sorpresa di qualche gradito ospite. Certamente ci sarà la piccola Lorenza Casi al cembalo, come già è capitato al suo debutto la scorsa volta e questa presenza ci serve a ricordare ancora una volta che BarattoWave è la festa dei bambini a cui partecipano anche i grandi più che il suo contrario e la presenza di Lorenza all’interno dell’esecuzione jazz ha proprio questo intento.
Roberto Casi
Il papa “relativista”
Da oggi, martedì 12 marzo, si riunisce il conclave chiamato ad eleggere il nuovo papa.
Nella Città del Vaticano, che è uno Stato nello Stato, per l’esattezza è lo Stato più piccolo del mondo, eppure è sempre molto influente, la figura del papa è praticamente simbolica, un po’ come avviene nel caso del nostro Presidente della Repubblica. Invece, l’organo che detiene il massimo potere decisionale ed esercita il ruolo politicamente più rilevante è la Segreteria di Stato, vale a dire l’equivalente del nostro Primo Ministro.
Detto ciò, è evidente che il pontefice non può dimettersi come se fosse un premier che rinuncia al proprio incarico politico. Egli rappresenta il vicario di Cristo e la stragrande maggioranza dei cattolici dovrebbe saperlo sin dai tempi del catechismo, che spiega appunto come il papa, che è considerato “infallibile” in quanto vicario di Dio, non possa rinunciare ad esserlo se non con la propria morte. E, come impone la tradizione, morto un papa se ne fa un altro, ma in questo caso il papa non è defunto, si è solo dimesso. E questa non è affatto una novità di poco conto. Anche perché la notizia ha provocato una ridda di congetture e di supposizioni sui feroci scontri intestini tra le fazioni che imperversano all’interno della curia pontificia romana e molte altre illazioni a riguardo.
Io sono ateo relativista e so che il codice canonico contempla l’ipotesi della rinuncia al Sacro Soglio Pontificio benché la sconsigli giudicandola una decisione assai sconveniente. Pur tuttavia, ai miei occhi di “ateo relativista” ha destato non poco scalpore e stupore il fatto che il mondo cattolico abbia reagito senza battere ciglio all’annuncio delle dimissioni di Ratzinger come se fosse accaduto un avvenimento normalissimo. Segno che il cattolicesimo è addirittura più “realista del re”, vale a dire sia diventato relativista più di quanto si possa immaginare. Insomma, la vicenda delle dimissioni di papa Ratzinger ha segnato il trionfo del relativismo e l’apoteosi del soggettivismo. Il papa che più di tutti ha lanciato anatemi ed ha inveito contro il relativismo, alla fine si è dimostrato più relativista e soggettivista di tutti gli atei presenti sulla faccia della terra.
Lucio Garofalo
Cui prodest Grillo?
Se non erro, Beppe Grillo ha dichiarato: “Ho incanalato tutta la rabbia in questo movimento. Dovrebbero ringraziarci uno ad uno: se noi falliamo l’Italia sarà guidata dalla violenza nelle strade”. Inoltre, mette in guardia: se il suo movimento fallirà ”questo accadrà”. Finalmente un po’ di verità dal comico genovese, il quale rende noto:
1) che ha incanalato tutta la rabbia dei proletari in modo che questa potesse essere controllata (da chi?) poiché l’alternativa era la violenza nelle strade (la violenza di chi?);
2) che dovrebbero ringraziarlo e ringraziarli uno ad uno (riferito ovviamente agli elettori e supporter grillini; ma chi dovrebbe essere grato a Grillo e al Movimento 5 Stelle?);
3) che lui rappresenta l’ultima risorsa (ma per chi?) altrimenti accadrà “l’irreparabile”.
Cominciare a porsi queste domande potrebbe già significare tutta una serie di risposte.
Probabilmente c’è chi ha la testa molto dura, o la faccia tosta da fingere di non capire.
Il pericolo più grave è insito nella funzione ideologica e strumentale che il grillismo sta (inconsapevolmente o meno) svolgendo in quanto fa esattamente il gioco dei poteri forti che esigono un ricambio generale dei vertici dello Stato, una “rottamazione” (uso un linguaggio renziano) della “casta” per proseguire quella politica di rapina e di estorsione legalizzata del plusvalore a beneficio esclusivo del capitale finanziario internazionale e a netto discapito delle masse lavoratrici del nostro paese.
Grillo e il Movimento 5 Stelle rappresentano un chance utilissima per evitare una deflagrazione della situazione socio-politica italiana, che si estenderebbe subito ad altri importanti paesi europei. Meglio consumare la reazione popolare contro una “casta” di farabutti, distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica mentre si ridefinisce un nuovo meccanismo per perpetuare lo sfruttamento dell’economia del continente, e cioè dei popoli europei. D’altra parte è Grillo stesso ad aver creato la prima condizione perché ciò sia accettato, con la paura che non saranno più pagabili stipendi e pensioni.
Sembra circolare un diffuso ottimismo sull’Italia da parte della finanza internazionale (si pensi all’intervento di Draghi ed alla prossima emissione di nuovi titoli di stato). Perché?
Perché l’instabilità politica non determina una caduta dello spread, cioè il differenziale comparato di interesse sul debito tra i titoli italiani e quelli tedeschi di riferimento?
La mazzata più pesante che poteva ricevere Grillo nel post-elezioni sarebbe stata un’impennata dello spread in modo da dimostrare agli italiani l’errore del loro voto. E invece no. Anzi, lo spread è calato da 340 a 325, cioè al di sotto del livello ottenuto da Monti dissanguando il paese. Sembra che l’esito del voto in Italia, l’impossibilità di varare un governo stabile non preoccupi eccessivamente i circoli finanziari e le borse.
Perché? La risposta potrebbe essere che è cambiata la politica del capitale finanziario internazionale nei confronti dell’Italia. Essendo il nostro paese al limite della sopportazione fiscale e quasi affondato nell’indigenza, riesce impossibile forzare ulteriormente col rischio di una rottura del meccanismo. Veri fenomeni di defezione fiscale già in atto in molti paesi europei (ad esempio, Grecia e Portogallo) e le pesanti sofferenze del credito consigliano di cambiare tattica. Per farlo servono due condizioni:
1) cambiare un quadro politico che ormai pare disabilitato ad imporre ulteriori sacrifici;
2) ricontrattare e dilazionare il debito pubblico affinché, lavorando a più basso regime, l’estrazione del plusvalore complessivo del paese non si inceppi ma possa proseguire.
Un paese nelle condizioni in cui versa l’Italia, con un debito pubblico immenso, una crisi politica che, a prima vista, appare irrisolvibile, con un apparato produttivo alla sfascio, una crisi sociale terribile, una corruzione imponente ed inarrestabile, una criminalità organizzata giunta ad insediarsi in quasi tutti i gangli del potere, un grado di inefficienza paralizzante della macchina pubblica, dovrebbe indurre alla valutazione opposta, vale a dire al pessimismo più nero. E tale era la valutazione dei circoli finanziari internazionali.
Invece, “stranamente” in concomitanza con l’esito elettorale, il giudizio sembra essersi rovesciato e quasi tutte le principali istituzioni finanziarie diffondono ottimismo e fiducia sulla tenuta dell’Italia. Ripeto ancora: perché? Cos’è che ha determinato l’inversione subitanea dell’atteggiamento della finanza internazionale verso l’Italia? Tale domanda è la chiave che consente di interpretare quanto è successo e sta succedendo.
Perché la valutazione dell’Italia sul piano della solvibilità finanziaria si è letteralmente capovolta il giorno dopo i risultati elettorali? Il resto è secondario, è pura scenografia.
In sintesi penso questo. Monti ha raschiato il fondo della pentola, ha portato l’estrazione del plusvalore complessivo dell’Italia fino al limite massimo di sopportazione ed oltre.
Il meccanismo era prossimo ad incepparsi e a scatenare una reazione di defezione fiscale (come accade già in Portogallo e in Grecia) che, per le dimensioni dell’Italia, avrebbe comportato una rottura degli equilibri continentali ed innescato una spirale di lotte sociali durissime. Per queste e altre ragioni non era più possibile proseguire oltremisura.
In secondo luogo, la casta politica non é più in grado di fornire una sufficiente copertura al potere vero. Il rischio che essa crollasse per la spinta dell’indignazione popolare comportava il rischio che il potere vero, quello del capitale finanziario, diventasse a quel punto il successivo polo di concentrazione dell’odio popolare (cosa che in parte già avviene). Occorre dunque liquidare la “casta” e sostituirla con qualcosa di più credibile.
Il capitale finanziario ha perfettamente compreso di non poter più esigere l’estrazione massiva di plusvalore complessivo dal nostro paese e sceglie di dilazionare ulteriormente il debito pubblico italiano entro i limiti che ne assicurino un pagamento a basso regime.
Ecco che a questo punto si inserisce il ruolo di Grillo e del Movimento 5 Stelle con l’istanza, condivisa e rivendicata dalla gente comune, di “rottamazione” dell’attuale ceto politico dirigente, immerso nell’illegalità, tra abusi e privilegi, e travolto dagli scandali sulla corruzione, e la richiesta di “ricontrattare il debito pubblico italiano”.
Insomma, serviva dirottare l’indignazione della gente verso un obiettivo (la “casta”) che non fosse letale per il potere vero. Un bersaglio che consentisse di abbassare la temperatura sociale facendo “sfogare” la rabbia popolare. E’ quanto si è verificato. E nelle temperie di questa operazione strategica, si punta a rimodellare una forma della politica e delle istituzioni statali del nostro paese in grado di presentare e far passare il pagamento del debito pubblico come una “necessità ineluttabile”. Grillo e il Movimento 5 Stelle servono perfettamente a questo scopo. Ma il calcolo è sbagliato e il fattore di errore risiede esattamente nella natura irreversibile e sistemica della crisi capitalistica.
Lucio Garofalo