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La “diaria”, il M5S e il proletariato
Il Movimento 5 Stelle non sembra reggere alla prova di alcuni fatti. Vediamo il perché.
A pochi mesi dal successo elettorale il movimento di Grillo si avvia verso un’implosione auto-distruttiva. L’idea di sostituire la politica con la critica di costume collassa di fronte al fatto che gli eletti del M5S non sono asceti, bensì persone emerse dal corpo del moderno proletariato, che mantengono uno status di bisogno materiale. Tutta la storia della “diaria” è impregnata del cinismo del “capo”. Grillo, inconsapevole dei costi del vivere quotidiano, detta una linea che è materialmente insostenibile per i “suoi” eletti.
Verrebbe la voglia di chiedere al comico miliardario se conosce il prezzo corrente del pane. Grillo deve mantenersi ob torto collo su questa linea di moralismo fanatico, non può fare altrimenti poiché oltre il moralismo fanatico emergono la condizione e la natura sociale dei suoi stessi eletti e del suo elettorato che sottintende un’istanza di classe che Grillo cerca di espungere e di rimuovere dal contesto delle vicende politiche.
L’idea che basti una politica moralizzatrice per rimettere in sesto il paese inizia a rivelare tutti i suoi limiti e le sue insufficienze e non convince più coloro che, spinti da sentimenti di indignazione e di rabbia verso una casta politica corrotta e ributtante, iniziano ad accorgersi che il male non consiste solo e semplicemente nell’uso degenere del potere politico, bensì nella natura stessa della politica nel quadro statale borghese.
Una politica che, anche laddove fosse in teoria ricondotta in un ambito di decenza o decoro, in pratica continuerebbe a funzionare e ad agire contro le masse proletarizzate.
Grillo non si accorge, o finge di non accorgersi, che sono ben altre e molto più profonde le pulsioni sociali che vanno germinando nella coscienza del suo elettorato. C’è anzitutto un’idea di giustizia sociale che non può essere soddisfatta dal moralismo o dal giustizialismo deteriore. C’è un rigetto della propria condizione di sottomessi ad un’economia decisa altrove e che funziona come una vera e propria macelleria sociale.
C’è un’idea diversa del modo di produrre il cambiamento dello status sociale di milioni di persone e tutto ciò genera un senso di inquietudine, di insofferenza verso le prediche del “capo”, un fastidio verso una linea politica che si dimostra sempre più una dissimulazione delle ragioni reali che stanno all’origine delle sofferenze e dei disagi di milioni di proletari. E più di tutto Grillo non comprende che l’operazione di demoralizzazione dei proletari, provocata dall’inutilità del voto, non è per nulla riuscita.
Le elezioni hanno denunciato esattamente la fragilità e l’attaccabilità del quadro politico borghese. L’aver messo in moto un processo che ha coinvolto milioni di proletari è una testimonianza palese di come la politica borghese non sia onnipotente, ma possa essere battuta e disarticolata dall’iniziativa cosciente e attiva del moderno proletariato.
Lucio Garofalo
Sulla controversa questione del “diritto di anonimato sul web”
Detesto la saccenteria, l’arroganza, la supponenza dei numerosi “soloni” della politica, sparsi a livello locale e nazionale. I quali pretendono di impartire lezioni dall’alto, predicando bene e razzolando male, in alcuni casi predicando male e razzolando peggio.
Essi ignorano, tra le altre cose, che il diritto all’anonimato è una peculiarità caratteristica della comunicazione tramite il web, una prerogativa lecita ed intrinseca alla natura stessa di Internet, che è una rete virtuale indubbiamente anarcoide, ma è evidente che costoro non amano, né tollerano la libertà quando questa viene esercitata realmente. Anzi la temono e la osteggiano, viste anche le inclinazioni politiche di alcuni di essi, simpatie manifestate apertamente a favore di un partito ipocrita e rinnegato come il Pd, “democratico” solo di nome, ma autoritario ed antidemocratico nei fatti. Un partito che non è più inquadrabile nemmeno nell’area del “centro-sinistra”. Un tempo si sarebbe definito “socialdemocratico” in riferimento al PCI, ma era tutta un’altra storia.
Costoro, i “soloni della democrazia”, esibiscono forse il “coraggio” di mettere nome e cognome per firmare i propri post e commenti, ma poi non hanno il coraggio che conta effettivamente, vale a dire l’onestà intellettuale di raccontare la verità nella sua interezza, mentre ne rappresentano solamente una frazione che, guarda caso, fornisce sempre la versione più comoda e conveniente rispetto al proprio interesse “particulare”.
Personalmente non ho mai avuto problemi a metterci la faccia, non è mia abitudine ripararmi dietro l’anonimato. Oltretutto c’è chi si dissimula in modo abile anche dietro la propria immagine reale o dietro parole sottoscritte con il proprio nome e il cognome.
Inoltre, la vita reale non è certamente meno fittizia o meno ipocrita di quella virtuale.
Invece, a proposito di “verità”, si sa che la verità assoluta non appartiene a questo mondo, ma può esisterne solo un’interpretazione parziale e limitata, che è sempre una versione più o meno soggettiva e relativa. Eppure si preferisce raccontare soltanto la versione che conviene maggiormente ai propri scopi. L’onestà ed il coraggio intellettuale dovrebbero spingere ad aggiornare e completare il più possibile l’analisi, la conoscenza e la rappresentazione della realtà, a prescindere dagli interessi egoistici di una fazione.
Sarà probabilmente un mio limite personale, ma francamente non riesco a capire questo bisogno di conoscere l’identità di chi scrive, che a mio avviso esprime un falso problema.
Che l’identità sia reale o virtuale poco importa, visto che in molti casi l’identità di una persona coincide con l’essere ugualmente fittizia e camuffata, anche quando appare autentica. Basti pensare al celebre romanzo di Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”, in cui emerge la consapevolezza che l’identità di un uomo non è una, bensì molteplice, che la realtà non è oggettiva in quanto si perde nel relativismo.
Dunque, il punto cruciale è ciò che uno dice, non chi lo dice. A tale riguardo mi viene in mente Pasquino, la famosa “statua parlante” di Roma, una figura caratteristica della città eterna. Nella Roma papalina, ai piedi della statua dell’imperatore Marco Aurelio, anonimi autori appendevano nottetempo dei foglietti contenenti versi satirici mordaci e dissacranti, rivolti contro i rappresentanti del potere dell’epoca. Questi epigrammi satirici erano le famose “pasquinate”, che interpretavano il malumore e l’avversione popolare contro la corruzione e l’arroganza del potere temporale dei papi. Dopo la caduta dello Stato Pontificio, avvenuta in seguito alla presa di Roma nel 1870, si estinse anche la produzione satirica contro il governo del papa-re. Ovviamente, la citazione della figura letteraria di Pasquino non è casuale, in quanto rappresenta tuttora il simbolo allegorico di un sentimento popolare beffardo e sarcastico che mette alla berlina ogni potere, uno spirito satireggiante ed anarchico che si esprime nei versi pungenti scritti da anonimi autori che incarnano il comune sentire del popolo di Roma.
Sempre a proposito di citazioni letterarie mi viene in mente Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Salustri, più esattamente l’anagramma del cognome. Gli esempi da citare in tal senso sarebbero numerosi, dal momento che la storia della letteratura è zeppa di autori che si sono avvalsi intenzionalmente di pseudonimi o nomi d’arte. Eppure, nessuno di questi grandi scrittori è ricordato per la sua vera identità, bensì per le opere.
Lucio Garofalo
Il ricompattamento del sistema nel segno di Napolitano
Appare evidente che ha vinto l’astuta strategia di Berlusconi, mentre gli altri (chi più chi meno) si sono rivelati o confermati dei dilettanti allo sbaraglio. La rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica è il risultato “machiavellico” di un accordo consociativo, o “inciucio”, raggiunto tra PD e PDL per la costituzione di un supergoverno in perfetta continuità con le politiche seguite negli ultimi tempi, in modo particolare con le direttive impopolari ed antipopolari imposte dall’UE al proconsole Monti.
Siamo stati ancora una volta tratti in inganno nel momento in cui hanno condotto il quadro politico dove volevano: le larghe intese, il ricompattamento della vecchia politica e della borghesia al fine di resistere alle istanze sociali che emergono con forza dal paese.
D’Alema è stato il diversivo (aspettatelo ministro), Renzi è stato il supporter di D’Alema.
Hanno lasciato Bersani a fare da “testa di turco” (o “capro espiatorio”) mentre facevano maturare questa soluzione. Non poteva essere il grillismo il fattore in grado di provocare un cedimento risolutivo del quadro di potere, né era quello che Grillo voleva in realtà.
Ma c’è un ma: la crisi. Un paese che perde migliaia di posti di lavoro a settimana, una miseria che va approfondendosi nel corpo vivo del paese, due generazioni senza futuro, la debacle dell’industria, il debito pubblico, ecc. Se questa operazione presuppone una prova di forza della borghesia per tenere il potere, allora è un suicidio per loro, un suicidio un po’ più diluito, perché il quadro sociale non regge più il peso della crisi e la politica appare sempre più come dominio, prepotenza, imposizione degli interessi delle banche ad un popolo stremato da tasse, disoccupazione e miseria.
Quanto durerà questo nuovo assetto: 3 mesi, 6 mesi, un anno? I tempi sono più o meno questi, altro che governo di legislatura. Con questa operazione la gente capisce di non avere rappresentanza nella politica, perché anche Grillo ha fallito non riuscendo a tenere il cambiamento al centro della discussione. Comincia quella macerazione delle coscienze che porta a comprendere che il sistema non è correggibile, che nessun sistema si emenda da sé, che l’unica soluzione è liberarsene. Ci vorrà tempo, ma la crisi accelera tali processi. Nessun cambiamento è possibile nel quadro della democrazia borghese, nessuna evoluzione possibile in questo sistema: occorre superare l’orizzonte capitalista.
La vecchia “cariatide” del PCI “migliorista”, la cui storia è la storia dell’attacco e dell’abbandono degli ideali di sinistra, il teorico del passaggio dal comunismo al collaborazionismo e poi al mero servilismo, è l’immagine di un paese fallito, dove ogni vitalità è stata abilmente strangolata, o raggirata e demoralizzata, per garantire il potere di suggere ancora le energie vive ad esclusivo vantaggio del capitale finanziario.
Ci hanno ingannati con una grottesca pantomima politica orchestrata in modo geniale.
La rielezione di Giorgio Napolitano, al di là dei limiti anagrafici, era la migliore garanzia politica per il capitale finanziario internazionale. In fin dei conti è lui che ha messo a capo del governo il proconsole delle banche, garantendo quella maggioranza necessaria a far passare i provvedimenti di macelleria sociale varati da Monti. Ma, nelle condizioni date, la sua riconferma poteva essere presentata solo come necessità da ultima risorsa.
Questa riconferma ha lo scopo di ricompattare il quadro politico borghese per permettergli di affrontare a muso duro la protesta sociale emergente e di infliggere nuovi colpi al popolo italiano. Nella crisi post-elettorale, Napolitano ha caldeggiato l’ipotesi delle “larghe intese” che sono la formula politica di questo ricompattamento.
Ha iniziato dichiarando la sua indisponibilità, il suo desiderio di distaccarsi dal compito, di non accettare la rielezione, un’ottima copertura per lavorare allo scopo opposto. Era evidente che i partiti che avevano appoggiato il governo Monti, cioè PD e PDL, dovevano continuare poiché il blocco sotterraneo aveva funzionato. Tuttavia occorreva tacitare o demoralizzare la protesta montante, canalizzarla e ricondurla nell’alveo istituzionale fin dove fosse stato possibile. A quel punto affiora Grillo, ma si verifica un imprevisto: l’indignazione della gente è così intensa da consegnare a Grillo molto più di quanto serviva ad una mera opposizione simbolica.
Che fare? Innanzitutto occorreva rendere impraticabili altre soluzioni che non fossero le “larghe intese”, compito svolto da Grillo molto egregiamente. In secondo luogo, svalutare al massimo possibile il voto di protesta ed in ciò Grillo ha trovato un alleato davvero abile, Bersani, che ha fatto girare a vuoto la politica per il tempo necessario a creare le condizioni per gli altri obiettivi. In terzo luogo, eliminare ogni concorrenza a Napolitano: la “remissività” di Berlusconi ha questo significato. E nel frattempo il socio di Berlusconi, D’Alema, uno specialista degli agguati politici, ha mosso i suoi uomini, reclutando anche Renzi, per bruciare tutti i concorrenti.
Infatti, cento voti in meno (i cosiddetti “franchi tiratori”) non si possono improvvisare, ma rappresentano un’operazione ben congegnata ed organizzata. Fallito tutto, rispunta il nome di Napolitano e tutto resta come prima. E adesso che il blocco politico borghese si è ricompattato e che dispongono di un presidente dirigista che detta la linea, ora che la protesta è stata demoralizzata dalla sconfitta, si andrà avanti con la politica inaugurata da Monti e stavolta col sostegno del blocco politico borghese nel suo insieme. Ma c’è un elemento decisivo che hanno dimenticato in tutto ciò ed è la crisi.
E il cambiamento? Resta una chimera. Nessun sistema politico si emenda da sé: è la lezione trasmessa dalla cronaca politica più recente, che ormai è storia.
Lucio Garofalo
Un protagonista collettivo
E’ sempre più evidente che il primo obiettivo di Grillo è quello di spaccare il PD. Un obiettivo che è alla sua portata valutando la debolezza politica del suo “gruppo dirigente” (si fa per dire) e la permeabilità agli umori della piazza dei nuovi deputati del PD, insofferenti ai comandi di questo gruppo. Il rischio è ora di ritrovarsi Massimo D’Alema alla presidenza della Repubblica dato che egli è il più gradito a Berlusconi, poiché da presidente del consiglio lo ha salvato ben quattro volte; inoltre, manovra Renzi come un burattino e lui e Renzi sono fautori del “governissimo”. Possono riuscire ad eleggere D’Alema al Quirinale, ma poi? Non possono fermare la crisi e l’operazione rischia di aprire una voragine di ostilità con i sentimenti della gente. Staremo a vedere.
Inoltre, l’altro candidato, Giuliano Amato, risulta addirittura peggiore del Lider Maximo.
Pertanto, è sempre più evidente che passerà l’ennesimo inciucio: la “salma” del Lider Maximo piace molto al “cadavere” del cavaliere nero. D’altronde, a partire dal quarto turno, per eleggere il presidente della “Repubblica delle banane” basta la maggioranza assoluta e non servono più i due terzi dei voti. E’ un dato quasi matematico: ormai proveranno a far vincere il “baffetto sparviero” che è assai gradito al sultano di Arcore.
Nel contempo avanza una nuova forma di “fascismo”, che è estremamente subdola e strisciante: è la dittatura “virtuale” di Internet, una sorta di semi-presidenzialismo proveniente dalla rete del web. Per quanto mi riguarda, propongano pure chi gli pare e brucino chi gli pare. Alla fine si beccheranno, al posto della “mortadella”, il “baffetto”.
Si illudano pure che una “svolta radicale” sia davvero possibile all’interno di un sistema che è sempre più marcio, corrotto e putrefatto, ma l’alternativa non si crea suggerendo semplicemente un altro nominativo, ancorché più onesto e pulito, oppure promuovendo un ricambio generale del personale politico al vertice delle istituzioni statali borghesi.
Non c’è una “malattia mentale” peggiore del riformismo. E’ assolutamente impossibile comunicare con una massa di lobotomizzati. Oltretutto, la psichiatria è una pseudo-scienza creata solo per controllare le menti delle persone, dunque la società. Non è un caso se i manicomi siano sempre stati (ovunque) luoghi alienanti e disumanizzanti dove vengono segregati i dissidenti e le persone ritenute troppo ingombranti e scomode.
A proposito di riformismo, direi che oggi non c’è alcun riformismo possibile perché il riformismo funzionava ed ha funzionato solo quando il capitalismo era in fase di ascesa e sviluppo, in quanto esso è un elemento assolutamente interno, organico e funzionale al sistema del capitale. In attesa del vero protagonista della storia, in attesa che questo protagonista attivi e mobiliti le sue forze, che cominci ad organizzare una presenza soggettiva divenuta per lui indispensabile nello sfascio della crisi e dei sistemi politici di supporto al capitale, si va diffondendo la convinzione che con questo tipo di politica (non solo di classe politica, bensì di forma organizzativa della politica, e quindi dello stato) non si può fare altro che morire di crisi. Non riescono a trovare neppure un nome che abbia un minimo di dignità e di decoro per fornire un’immagine decente al paese.
Sono caduti ormai nella paranoia del loro fallimento, mentre i grillini urlano che “il re è nudo”. Ma anche se riuscissero a trovare una personalità del genere cambierebbe ben poco: in questo ignobile tiro al bersaglio contro i vari pupazzi del sistema si sono dimenticati della crisi e continuano a ballare sul solaio marcio nel quale sono rinchiusi.
La storia comincia a pretendere un nuovo protagonista, cioè un protagonista collettivo.
Lucio Garofalo
Avanguardia di “ciarlatani e pifferai magici” o consociazione di rivoluzionari?
Appunti sul moderno proletariato e sulla “nuova” questione operaia
L’Italia è da sempre il regno della retorica e dell’ipocrisia dei ciarlatani, degli impostori e dei pifferai magici. Ma il degrado etico e culturale in cui è sprofondato il Paese è tale da non permettere più di discernere la verità dalla menzogna, l’equità dall’ingiustizia.
L’attuale recessione non è un episodio accidentale, ma una crisi strutturale causata dall’eccessivo sviluppo delle forze produttive, una crisi accelerata dalla saturazione dei mercati internazionali: finora si è prodotto in eccesso sfruttando troppo i lavoratori, che si sono impoveriti e sono destinati ad impoverirsi ulteriormente. E’ una crisi che si spiega in virtù dell’enorme divario tra la crescente produttività del lavoro e la declinante capacità di consumo dei lavoratori. In altri termini, gli operai producono troppo, a tal punto che non si riesce a vendere quanto essi producono. E’ questa la radice delle contraddizioni del capitalismo, che è riconducibile alla sua tendenza intrinseca (e cioè innata) alla sovrapproduzione di merci. In questo quadro complessivo l’azione dei governi (qualsiasi governo) asseconda gli interessi del capitalismo di finanza.
Infatti, le politiche di liberalizzazione selvaggia attuate dai governi negli ultimi decenni procedono senza sosta, malgrado aumenti la consapevolezza che esse favoriscono il predominio dei grandi potentati economici, delle banche e delle società finanziarie, a netto discapito dei lavoratori. Impresa, mercato, produttività, profitto, non sono mai stati termini asettici o neutrali, ma hanno sempre definito affari e poteri concreti, persone in carne ed ossa. Eppure, tali interessi privati sono esibiti come il bene comune.
La contraddizione centrale è tuttora quella che contrappone l’impresa capitalista al mondo del lavoro sociale. I lavoratori devono prendere coscienza che il vero problema risiede nel costo del capitale, nell’inasprimento delle condizioni di sfruttamento e nell’aumento degli straordinari, nella crescente precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita degli operai, insomma nel sistema dell’alienazione capitalista del lavoro.
Di fronte alla crisi internazionale la risposta della FIAT è stata un disegno strategico che punta alla “terzomondizzazione” del lavoro in Italia, un’intensificazione dei ritmi e dei tempi di lavoro, alla piena precarizzazione dei diritti e delle tutele sindacali, dei salari, delle condizioni di sicurezza degli operai. Dopo aver dissanguato i lavoratori polacchi, la FIAT pianifica il rientro in Italia di una produzione trasferita all’estero negli anni scorsi, malgrado le generose sovvenzioni elargite dallo Stato italiano, ovvero dai contribuenti.
Inoltre, in un paese civile la sicurezza sul lavoro dovrebbe essere anteposta ad ogni altro tipo di questione. Eppure, il macabro bilancio degli “omicidi bianchi” comporta un aggiornamento costante. Il lavoro nelle fabbriche, nei cantieri, sulle strade, è ormai un lavoro ad altissimo rischio. Infatti, l’impressionante bilancio degli “omicidi bianchi” è un vero bollettino di guerra. Si calcola che nel mondo gli infortuni mortali sul lavoro, secondo i dati ufficiali forniti dall’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), superano le cifre dei morti causati dalle guerre in generale. Se non bastasse l’evidenza ci sono le statistiche a confermare che nei luoghi di lavoro è in corso un vero e proprio stillicidio. Le stime dell’INAIL rivelano che gli “omicidi bianchi” riprendono ad aumentare, segnalando una recrudescenza del fenomeno. La media quotidiana di 3/4 vittime causate dallo sfruttamento capitalistico, segnala la scarsa severità delle norme vigenti e la debole inflessibilità della loro applicazione e dei controlli ispettivi. In tal modo gli operai continuano a crepare nelle fabbriche, nelle officine, nei cantieri edili, nei luoghi malsani ed insicuri della precarietà e dello sfruttamento economico, mentre nessun governo, partito e sindacato può assolutamente intervenire, ammettendo così la propria impotenza e dichiarando il proprio fallimento.
Ma al di là delle circostanze che sono riconducibili a “tragiche fatalità”, gli infortuni mortali recano sempre responsabilità ben precise in quanto c’è sempre chi non ha fatto il suo dovere per evitare quell’incidente, una responsabilità che andrebbe ricercata e perseguita. In genere, le stragi sul lavoro sono legate ai seguenti ordini di cause: anzitutto i costi e la logica del profitto economico, l’inasprimento delle condizioni di sfruttamento in fabbrica e l’incremento degli straordinari. In altre parole, la causa prima è la precarizzazione delle condizioni di sicurezza dei lavoratori. Invece, nell’agenda dei governi tale emergenza viene puntualmente scalzata da false priorità.
Negli ultimi anni, all’estero e in Italia, gli effetti destabilizzanti della crisi economica hanno spinto molti operai, esposti alla minaccia dei licenziamenti, a ribellarsi e ad intraprendere forme di protesta prima impensabili. C’è l’operaio che tenta il suicidio perché non riesce ad arrivare alla fine del mese, ma ci sono anche casi di lavoratori che scelgono di resistere strenuamente contro i licenziamenti, la disoccupazione e la crisi, che i padroni tentano di far pagare alla classe operaia, come sempre. Aumentano le lotte intraprese da gruppi di operai ribelli, perciò perseguitati, in molte fabbriche, lavoratori che si organizzano autonomamente e perciò vengono sottoposti a tentativi di criminalizzazione e di repressione condotti dai padroni e dallo Stato che è loro complice.
L’ISTAT, un istituto di statistica ufficiale, noto per la sistematica manipolazione dei dati reali ad usum Delphini, cioè della casta politica, riferisce che 4 giovani su 10 non hanno occupazione. Si tratta di un dato falso per difetto e riduttivo della reale portata del fenomeno. Studi meno contraffatti dimostrano invece che su 100 giovani 53 sono disoccupati, 42 svolgono lavori sottopagati precari e solo 5 hanno qualcosa che assomiglia vagamente ad un’occupazione, sia pure senza alcun diritto o tutela sindacale.
Ovviamente si tratta di una media di carattere nazionale, per cui vi possono essere zone del paese nelle quali 78 giovani su 100 sono disoccupati, come ad esempio la Campania, o che 68 su 100, come in Lombardia, svolgono lavori sottopagati con salari, piuttosto diffusi, che non superano i 10 euro al giorno e solo per i giorni effettivamente lavorativi.
“La politica – diceva Lenin – è l’arte di preparare il futuro”: ma quale futuro attende questi nostri giovani? Un futuro privo di prospettive, che sprofonda in un abisso di sfruttamento e di miseria obbligatoria, la precarietà imposta come esistenza ed unico elemento di stabilità, la svalutazione e la vanificazione di ogni loro sforzo per qualificarsi, nessun tipo di previdenza sociale, l’impossibilità di dare un senso qualsiasi alla propria vita in una famiglia propria, la morte civile e addirittura la fame, quando le pensioni dei genitori non potranno più sostentarli. E nel frattempo solo il vagare a vuoto, la condizione psicologica di inutilità, la sconfitta di ogni aspettativa e di ogni speranza.
Il senso di solitudine, di incomunicabilità, di sconfitta e di precarietà che pervade ormai la vita di centinaia di migliaia di giovani, la loro assenza oggettiva di speranze, di attese e di prospettive, la mancanza di punti di riferimento a livello politico, istituzionale, sindacale, per certi versi sono una condanna micidiale ed un motivo di drammatica rassegnazione e di resa, anche per i meno giovani, per le vecchie generazioni. Ma non si può assolutamente tollerare l’idea che non possa muoversi ancora un alito di speranza.
Ebbene, questi giovani senza futuro costituiscono il moderno proletariato, gli equilibristi dell’indigenza, gli esclusi da ogni forma di esistenza dignitosa, i condannati alla non-vita, i nuovi dannati. A loro vale la pena di chiedere: “Cosa avete più da perdere, se non le vostre illusioni?”. A loro vale la pena di dire: “Piuttosto che fidarvi di un buffone che fa marciare la sua vanagloria sulla vostra disperazione, fidatevi di voi stessi. Siate voi a promuovere ed a costruire una via d’uscita dalla catastrofe del capitalismo. Unitevi!”.
A scanso di eventuali equivoci, chiarisco ulteriormente alcuni concetti fondamentali. Qui non si tratta di proteggere o meno i propri figli (un comportamento che mi pare oltretutto normale e naturale, a parte ovviamente alcuni eccessi che tendono all’iper protezionismo, un tema che meriterebbe una trattazione specifica e adeguata), bensì di aiutarli a maturare la consapevolezza che serve una scossa collettiva, uno scatto di orgoglio generazionale, ma soprattutto una nuova lotta di classe. Nel senso che se ancora esiste ciò che un tempo era detto “proletariato”, vale a dire il Quarto Stato che “non ha più nulla da perdere se non le proprie catene” (le proprie illusioni), oggi questo è esattamente l’esercito composto dai giovani precari condannati ad esserlo per la vita.
Probabilmente sarebbe persino più triste dover sperare che i propri figli scelgano la via della fuga dal proprio luogo d’origine, tuttavia non riesco a dar torto al pessimismo. Nel contempo sono convinto che finché le nostre forze, le nostre energie fisiche e spirituali reggeranno, finché le residue speranze di cambiamento e le ultime possibilità di riscatto non si esauriranno, abbiamo il dovere morale di continuare a sperare in un futuro migliore, a progettarlo incitando i giovani all’unione e alla lotta, proprio per l’avvenire dei nostri figli, delle future generazioni. Sembrano parole intrise di facile retorica, ma temo siano tanto necessarie quanto realistiche. In caso contrario non scorgo alternative.
A riguardo non è più proponibile, né percorribile la via di affidarsi ancora alle deleghe, ai soliti, vecchi “pifferai magici” che non si sa dove condurranno il loro seguito di “topi”. Anzi, si sa benissimo: verso il baratro dove sono già precipitati. Quando parlo di pifferai magici non mi riferisco solo a Grillo, ma potrei citarne molti altri: ad esempio, penso anche a Bertinotti. Ma a questo punto, sono preferibili mille volte i “carbonari”.
Rammento che nel corso della storia umana non c’è stato un solo traguardo raggiunto, una conquista di civiltà e di progresso, senza la lotta. E per vincere serve organizzarsi ed unirsi. D’altronde, lo ribadisco, cosa altro si può perdere se non le proprie illusioni? A proposito dell’unità del proletariato e di emergenze concrete, nell’11^ Tesi su Feuerbach, Marx sintetizzò tutto nella celebre frase: “I filosofi finora hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; d’ora innanzi dovranno cercare di trasformarlo”.
Pertanto, accantoniamo i ragionamenti speculativi sui massimi sistemi, i dibattiti sui teorici del pensiero marxista e via discorrendo, non tanto perché troppo astratti, astrusi o incomprensibili, bensì per riagganciare quella che è la questione cruciale e decisiva del socialismo e del marxismo rivoluzionario, vale a dire il tema della coscienza e della lotta di classe e del partito, quindi il modo in cui, nell’odierna fase storica del capitalismo, è possibile agire per trasformare radicalmente lo stato di cose esistente.
Oggi è più che mai necessario solidarizzare con le lotte dei proletari in ogni angolo del pianeta, in modo particolare con gli operai che lottano contro la crisi e contro lo sfruttamento in fabbrica, per non essere più ingannati da governi, padroni e sindacati.
Oggi ci troviamo di fronte ad un compito assolutamente nuovo, dettato da ciò che è realmente il moderno proletariato. Le vecchie forme-partito sono storicamente improponibili. Inoltre, tali formule organizzative non sarebbero accettate dagli stessi proletari, che le sbeffeggerebbero in modo irriverente. Tuttavia, una “consociazione di comunisti e di rivoluzionari” è una necessità oggettiva ed innegabile poiché è necessario trasmettere l’idea e la prospettiva di una società di liberi e di eguali oltre il capitalismo.
Serve un partito in grado di immettere idee, ragionamenti, proposte nel corpo vivo del movimento, svolgendo un ruolo importante per il suo sviluppo. Di questo ipotetico partito al momento non è possibile prefigurare né la morfologia, né la fisiologia. Se non si accetta il presupposto che il partito è uno strumento della classe e non viceversa, si parte già col piede sbagliato. Un partito è un prodotto delle dinamiche sociali e di per sé non può esistere in assenza di tali dinamiche, se non come una mera forma di testimonianza di carattere simbolico. E cosa può essere un corpo separato e sovrapposto alla classe, pieno delle sue presunte verità, impermeabile alla dialettica sociale, ossificato nelle sue gerarchie e nei suoi organismi, che riconosce solo a sé stesso il diritto di decidere e magari contro altri compagni che non professano il loro stesso “credo” nelle dovute forme canoniche, se non un pesante retaggio o un riflesso dell’ideologia borghese? Tale visione ideologica è un reperto “archeologico” del passato di cui occorrerebbe disfarsi per poter cominciare a ripensare “ex novo” la questione. Sia chiaro. La funzione dei comunisti è assolutamente importante, talora decisiva, per indicare al movimento proletario la prospettiva di un mondo possibile oltre il capitalismo, ma un simile compito non richiede né caporali, né ufficiali, né “pifferai magici”. Non si può più indulgere verso il persistere di una visione mitizzata del partito.
Il partito è da ritenersi uno strumento, non un’avanguardia o un corpo di eletti, proprio perché non bisogna più nutrire il culto della “organizzazione”. L’organizzazione di un partito dipende direttamente dal lavoro da svolgere, ma ciò non implica alcuna gerarchia di ruoli e funzioni. Il partito deve essere una “consociazione di comunisti e di rivoluzionari”: sottolineo il vocabolo “consociazione”, da non confondere con “associazione”, in quanto nel dizionario si intende esprimere non l’immagine di un partito come un corpo chiuso ed autoreferenziale, per accedere al quale bisogna recitare un “credo ideologico”. Al contrario, questa tipologia di “partito” è il luogo politico dove tutti coloro che desiderino spendersi per il comunismo, vale a dire per la causa e per l’emancipazione del proletariato, trovino una piena e totale cittadinanza. I comunisti non hanno alcun bisogno di imporre la loro linea mediante un apparato gerarchico che, alla fine, si identifica nel partito medesimo: se i comunisti credono in quello che pensano allora vogliono e debbono confrontarsi, con tutti, vogliono e debbono convincere, non vincere e magari grazie alla forza di un apparato burocratico.
Qualcuno potrebbe obiettare che la mia visione è di origine “anarchico-comunista”. A parte il fatto che i nominalismi verbali servono a poco o a niente, poiché non spiegano assolutamente niente e non servono a niente in un’epoca che è totalmente diversa da quella in cui tali nominalismi furono concepiti, redatti e adoperati per la prima volta. E tanto meno mi interessa una sorta di attivismo politico inconcludente, fine a sé stesso, come giustificazione esistenziale. C’è ben altro da fare. Chi propone oggi l’idea di un partito deve, a priori, definirne compiti e forme, e qui si inceppa il discorso di chi celebra ed assolutizza in chiave mitologica il ruolo del partito. Delle due l’una: o un partito astratto, metastorico, mutuato dalle vecchie esperienze, che peraltro sono manipolate e distorte ad arte dall’agiografia burocratica, o servirebbe ridefinirne compiti e forme sulla base di ciò che realmente è il moderno proletariato e l’ambiente proletario, con cui bisognerebbe provare ad interagire e confrontarsi. Credo sia giunto il momento di iniziare a discutere seriamente, serenamente, liberamente dell’argomento.
Lucio Garofalo
Il papa “relativista”
Da oggi, martedì 12 marzo, si riunisce il conclave chiamato ad eleggere il nuovo papa.
Nella Città del Vaticano, che è uno Stato nello Stato, per l’esattezza è lo Stato più piccolo del mondo, eppure è sempre molto influente, la figura del papa è praticamente simbolica, un po’ come avviene nel caso del nostro Presidente della Repubblica. Invece, l’organo che detiene il massimo potere decisionale ed esercita il ruolo politicamente più rilevante è la Segreteria di Stato, vale a dire l’equivalente del nostro Primo Ministro.
Detto ciò, è evidente che il pontefice non può dimettersi come se fosse un premier che rinuncia al proprio incarico politico. Egli rappresenta il vicario di Cristo e la stragrande maggioranza dei cattolici dovrebbe saperlo sin dai tempi del catechismo, che spiega appunto come il papa, che è considerato “infallibile” in quanto vicario di Dio, non possa rinunciare ad esserlo se non con la propria morte. E, come impone la tradizione, morto un papa se ne fa un altro, ma in questo caso il papa non è defunto, si è solo dimesso. E questa non è affatto una novità di poco conto. Anche perché la notizia ha provocato una ridda di congetture e di supposizioni sui feroci scontri intestini tra le fazioni che imperversano all’interno della curia pontificia romana e molte altre illazioni a riguardo.
Io sono ateo relativista e so che il codice canonico contempla l’ipotesi della rinuncia al Sacro Soglio Pontificio benché la sconsigli giudicandola una decisione assai sconveniente. Pur tuttavia, ai miei occhi di “ateo relativista” ha destato non poco scalpore e stupore il fatto che il mondo cattolico abbia reagito senza battere ciglio all’annuncio delle dimissioni di Ratzinger come se fosse accaduto un avvenimento normalissimo. Segno che il cattolicesimo è addirittura più “realista del re”, vale a dire sia diventato relativista più di quanto si possa immaginare. Insomma, la vicenda delle dimissioni di papa Ratzinger ha segnato il trionfo del relativismo e l’apoteosi del soggettivismo. Il papa che più di tutti ha lanciato anatemi ed ha inveito contro il relativismo, alla fine si è dimostrato più relativista e soggettivista di tutti gli atei presenti sulla faccia della terra.
Lucio Garofalo
Cui prodest Grillo?
Se non erro, Beppe Grillo ha dichiarato: “Ho incanalato tutta la rabbia in questo movimento. Dovrebbero ringraziarci uno ad uno: se noi falliamo l’Italia sarà guidata dalla violenza nelle strade”. Inoltre, mette in guardia: se il suo movimento fallirà ”questo accadrà”. Finalmente un po’ di verità dal comico genovese, il quale rende noto:
1) che ha incanalato tutta la rabbia dei proletari in modo che questa potesse essere controllata (da chi?) poiché l’alternativa era la violenza nelle strade (la violenza di chi?);
2) che dovrebbero ringraziarlo e ringraziarli uno ad uno (riferito ovviamente agli elettori e supporter grillini; ma chi dovrebbe essere grato a Grillo e al Movimento 5 Stelle?);
3) che lui rappresenta l’ultima risorsa (ma per chi?) altrimenti accadrà “l’irreparabile”.
Cominciare a porsi queste domande potrebbe già significare tutta una serie di risposte.
Probabilmente c’è chi ha la testa molto dura, o la faccia tosta da fingere di non capire.
Il pericolo più grave è insito nella funzione ideologica e strumentale che il grillismo sta (inconsapevolmente o meno) svolgendo in quanto fa esattamente il gioco dei poteri forti che esigono un ricambio generale dei vertici dello Stato, una “rottamazione” (uso un linguaggio renziano) della “casta” per proseguire quella politica di rapina e di estorsione legalizzata del plusvalore a beneficio esclusivo del capitale finanziario internazionale e a netto discapito delle masse lavoratrici del nostro paese.
Grillo e il Movimento 5 Stelle rappresentano un chance utilissima per evitare una deflagrazione della situazione socio-politica italiana, che si estenderebbe subito ad altri importanti paesi europei. Meglio consumare la reazione popolare contro una “casta” di farabutti, distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica mentre si ridefinisce un nuovo meccanismo per perpetuare lo sfruttamento dell’economia del continente, e cioè dei popoli europei. D’altra parte è Grillo stesso ad aver creato la prima condizione perché ciò sia accettato, con la paura che non saranno più pagabili stipendi e pensioni.
Sembra circolare un diffuso ottimismo sull’Italia da parte della finanza internazionale (si pensi all’intervento di Draghi ed alla prossima emissione di nuovi titoli di stato). Perché?
Perché l’instabilità politica non determina una caduta dello spread, cioè il differenziale comparato di interesse sul debito tra i titoli italiani e quelli tedeschi di riferimento?
La mazzata più pesante che poteva ricevere Grillo nel post-elezioni sarebbe stata un’impennata dello spread in modo da dimostrare agli italiani l’errore del loro voto. E invece no. Anzi, lo spread è calato da 340 a 325, cioè al di sotto del livello ottenuto da Monti dissanguando il paese. Sembra che l’esito del voto in Italia, l’impossibilità di varare un governo stabile non preoccupi eccessivamente i circoli finanziari e le borse.
Perché? La risposta potrebbe essere che è cambiata la politica del capitale finanziario internazionale nei confronti dell’Italia. Essendo il nostro paese al limite della sopportazione fiscale e quasi affondato nell’indigenza, riesce impossibile forzare ulteriormente col rischio di una rottura del meccanismo. Veri fenomeni di defezione fiscale già in atto in molti paesi europei (ad esempio, Grecia e Portogallo) e le pesanti sofferenze del credito consigliano di cambiare tattica. Per farlo servono due condizioni:
1) cambiare un quadro politico che ormai pare disabilitato ad imporre ulteriori sacrifici;
2) ricontrattare e dilazionare il debito pubblico affinché, lavorando a più basso regime, l’estrazione del plusvalore complessivo del paese non si inceppi ma possa proseguire.
Un paese nelle condizioni in cui versa l’Italia, con un debito pubblico immenso, una crisi politica che, a prima vista, appare irrisolvibile, con un apparato produttivo alla sfascio, una crisi sociale terribile, una corruzione imponente ed inarrestabile, una criminalità organizzata giunta ad insediarsi in quasi tutti i gangli del potere, un grado di inefficienza paralizzante della macchina pubblica, dovrebbe indurre alla valutazione opposta, vale a dire al pessimismo più nero. E tale era la valutazione dei circoli finanziari internazionali.
Invece, “stranamente” in concomitanza con l’esito elettorale, il giudizio sembra essersi rovesciato e quasi tutte le principali istituzioni finanziarie diffondono ottimismo e fiducia sulla tenuta dell’Italia. Ripeto ancora: perché? Cos’è che ha determinato l’inversione subitanea dell’atteggiamento della finanza internazionale verso l’Italia? Tale domanda è la chiave che consente di interpretare quanto è successo e sta succedendo.
Perché la valutazione dell’Italia sul piano della solvibilità finanziaria si è letteralmente capovolta il giorno dopo i risultati elettorali? Il resto è secondario, è pura scenografia.
In sintesi penso questo. Monti ha raschiato il fondo della pentola, ha portato l’estrazione del plusvalore complessivo dell’Italia fino al limite massimo di sopportazione ed oltre.
Il meccanismo era prossimo ad incepparsi e a scatenare una reazione di defezione fiscale (come accade già in Portogallo e in Grecia) che, per le dimensioni dell’Italia, avrebbe comportato una rottura degli equilibri continentali ed innescato una spirale di lotte sociali durissime. Per queste e altre ragioni non era più possibile proseguire oltremisura.
In secondo luogo, la casta politica non é più in grado di fornire una sufficiente copertura al potere vero. Il rischio che essa crollasse per la spinta dell’indignazione popolare comportava il rischio che il potere vero, quello del capitale finanziario, diventasse a quel punto il successivo polo di concentrazione dell’odio popolare (cosa che in parte già avviene). Occorre dunque liquidare la “casta” e sostituirla con qualcosa di più credibile.
Il capitale finanziario ha perfettamente compreso di non poter più esigere l’estrazione massiva di plusvalore complessivo dal nostro paese e sceglie di dilazionare ulteriormente il debito pubblico italiano entro i limiti che ne assicurino un pagamento a basso regime.
Ecco che a questo punto si inserisce il ruolo di Grillo e del Movimento 5 Stelle con l’istanza, condivisa e rivendicata dalla gente comune, di “rottamazione” dell’attuale ceto politico dirigente, immerso nell’illegalità, tra abusi e privilegi, e travolto dagli scandali sulla corruzione, e la richiesta di “ricontrattare il debito pubblico italiano”.
Insomma, serviva dirottare l’indignazione della gente verso un obiettivo (la “casta”) che non fosse letale per il potere vero. Un bersaglio che consentisse di abbassare la temperatura sociale facendo “sfogare” la rabbia popolare. E’ quanto si è verificato. E nelle temperie di questa operazione strategica, si punta a rimodellare una forma della politica e delle istituzioni statali del nostro paese in grado di presentare e far passare il pagamento del debito pubblico come una “necessità ineluttabile”. Grillo e il Movimento 5 Stelle servono perfettamente a questo scopo. Ma il calcolo è sbagliato e il fattore di errore risiede esattamente nella natura irreversibile e sistemica della crisi capitalistica.
Lucio Garofalo
Il complotto
Provo a scrivere un post dedicato al tema del “complotto”, visto che ultimamente sta circolando la notizia concernente il giudizio entusiastico espresso da Goldman Sachs sull’esito delle elezioni politiche italiane ed in particolare rispetto alla vittoria del M5S.
Premetto anzitutto che non amo le dietrologie o le ipotesi complottiste, anche perché costituiscono un retaggio ed un malcostume culturale tipico dell’estrema destra, in modo particolare delle tradizioni esoteriche ed occultiste di origine e di marca nazista.
Detto ciò, aggiungo che il mio ragionamento aspira ad essere molto più ampio, articolato e complesso e non limitarsi semplicemente a riportare o a commentare una semplice “notizia di cronaca”, la cui veridicità è, ovviamente, tutta da dubitare e da verificare.
Nel contempo, è evidente che non è possibile costruire, sulla base di un solo elemento di cronaca, un impianto di natura complottistica e dietrologica. E’ un’operazione ottusa.
Infatti, esistono ulteriori dati di fatto, come la “devozione” del comico genovese verso Santa Romana Chiesa, in modo particolare la sua devozione, da buon genovese, verso le finanze vaticane e, nella fattispecie specifica, verso gli affari e i conti bancari dello IOR.
Ecco spuntare, guarda caso, l’inquietante figura del cardinal Bertone, prossimo “papabile” al quale il “leader maximo” del M5S ha reso di recente i suoi umili omaggi, essendo, per sua stessa ammissione, un “servo devoto” alle gerarchie ecclesiastiche.
Parimenti esistono altri “indizi” che mi inducono a ragionare, non a sospettare, sulle ragioni della rapida ascesa del movimento grillino, elementi che tuttavia non giustificano affatto una tesi complottistica, bensì un’idea molto più verosimile e legittima, di stampo meno nazista e più marxista, secondo cui il fenomeno grillino, assorto improvvisamente alla ribalta istituzionale, possa godere del sostegno (in parte attuale, ovverosia in atto, in parte ancora potenziale) di alcuni sponsor che sono facilmente riconducibili ai cosiddetti “poteri forti” che da sempre condizionano ed inficiano la vita democratica del Belpaese: il Vaticano, la Nato, la massoneria, le banche d’affari e l’alta finanza internazionale, le multinazionali, la stampa e le televisioni nazionali, insomma i principali organi dell’informazione di regime e via discorrendo.
Aggiungo altresì che non sono affatto felice né soddisfatto che tanti, troppi compagni siano stati sedotti dalle “sirene” del grillismo in quanto considero questo un movimento oltremodo ambiguo, eterogeneo e controverso sul piano ideologico, dunque pericoloso.
Non a caso il suo stesso programma è alquanto confuso e contraddittorio. Il substrato ideologico del movimento è intriso di un mix di fanatismo, estremismo parolaio e fascio-qualunquismo. Non a caso, sul web è molto facile incrociare numerosi fascio-grillini che non apprezzano e non tollerano le critiche rivolte al loro “ducetto”. Si tratta di fanatici che non esitano a ricorrere alla violenza verbale e allo squadrismo sia pure solo virtuale.
Converrebbe imparare a discernere tra il programma politico di un partito (o un movimento che sia), che può essere redatto ed elaborato in una forma elegante, gradevole e corretta, e può presentare contenuti accettabili e persino seducenti, e l’ideologia politica, che invece è solitamente ben mascherata e riparata dietro falsi orpelli, tra cui potrebbe brillare un bel “programma di sinistra” oppure una serie di proposte che fanno presa sulla gente comune. Questa è la politica. Non so se mi spiego.
Aggiungo pure che sono alquanto sospettoso e diffidente verso un movimento politico assorto alla ribalta istituzionale in breve tempo senza partire dal basso, cioè dalla partecipazione alle lotte e ai movimenti di piazza, eccetto forse le manifestazioni No Tav (nelle vertenze operaie degli ultimi anni, dei grillini non s’è vista neanche l’ombra).
Insomma, appare evidente che qualcuno, dall’alto, ha permesso e ha voluto che il M5S diventasse ciò che è diventato: si pensi solo all’enorme spazio televisivo che è stato generosamente concesso a Grillo, malgrado questi avesse espresso la volontà di boicottare i talk-show politico-televisivi. Di contro, la stessa ospitalità non è stata concessa ad altri. E’ pertanto legittimo sospettare o supporre che in questo particolare momento storico il M5S faccia comodo a qualcuno collocato nelle “alte sfere”, essendo funzionale al sistema di potere in quanto serve a distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale da quelli che sono i veri detentori del potere e della ricchezza e a catalizzare la rabbia popolare contro la cosiddetta “casta” dei politici che non conta una mazza rispetto ai superpoteri costituiti dalle banche e dal capitale finanziario globale.
Infine, ancora in tema di parallelismi storici ricordo che nel programma nazional-socialista di Hitler erano presenti vari aspetti e contenuti “di sinistra” e tra le fila del partito nazista militavano elementi “di estrema sinistra”: si pensi alle famigerate SA, le formazioni para-militari guidate da Ernst Röhm, che manifestavano una forte componente proletaria e sovversiva, tant’è vero che le loro posizioni estremistiche scavalcavano “a sinistra” i partiti che in Germania si proclamavano apertamente tali.
Lucio Garofalo
Riflessioni sui risultati delle elezioni politiche 2013
Come volevasi dimostrare: hanno funzionato a meraviglia i “trucchi” e i “prodigi” delle false promesse elettorali sbandierate da Berlusconi e soci, per cui ora sarebbe lecito pretendere quantomeno la restituzione dell’IMU. Parimenti hanno sortito il loro effetto le altre menzogne proferite in questa curiosa campagna elettorale, le fandonie elargite a piene mani a destra e a manca, come pure le visioni misticheggianti e mistificanti di Grillo e dei suoi discepoli, o le favole raccontate al popolo sul cosiddetto “voto utile”.
A questo punto, piuttosto che parlare di una “vittoria di Pirro”, credo sia il caso di coniare una nuova definizione che sembra adattarsi perfettamente alla circostanza attuale, vale a dire: una “vittoria di Grillo”. A tale proposito conviene lanciare un monito a chi ha vinto queste elezioni: non montatevi la testa. Fino ad ieri vi accusavano di essere populisti, qualunquisti, fascisti, oggi vi blandiscono, vi lisciano, vi accarezzano, vi coccolano, vi invitano a pranzo e a cena. Ma la coerenza dove sta? E’ stata rinchiusa a chiave in soffitta. Ai “realisti” della politica non serve la coerenza. Non sanno che farsene. Eppure io continuo a sostenere, realisticamente, che il movimento grillino è un fenomeno ideologicamente eterogeneo, multiforme e controverso, ambiguo per certi versi, ma il problema è che al suo interno esiste una forte componente di origine fascio-qualunquista, di natura autoritaria e forcaiola, al limite dello squadrismo, ancorché solo verbale e virtuale, che a mio modesto parere è identificabile come “fascio-grillismo”.
Faccio altresì presente che io ero tra quanti avevano previsto (e non serviva la magia per questo) il “trionfo” elettorale del M5S, che rischiava di diventare, come di fatto è accaduto, il primo partito politico in Italia, non perché fossi diventato un indovino, ma perché avevo semplicemente colto nel segno grazie ad un’analisi corretta e realistica che mi ha consentito di anticipare il risultato elettorale così come mi ha permesso di comprendere la reale matrice ideologica e culturale di un fenomeno politico che rappresenta una sorta di populismo inedito corrispondente ai tempi moderni, un populismo travasato direttamente dalla Democrazia Cristiana a Berlusconi, alla Lega ed oggi a Grillo e che si configura come un prodotto del conformismo politico di massa.
Non commettiamo l’errore di sottovalutare le doti “miracolose” del nuovo “Unto del signore”, il “guru” della nuova religione laica di massa, il grillismo. Infatti, come si sono moltiplicati “miracolosamente” i numeri relativi alla partecipazione dei grillini al comizio del loro “santone” in piazza San Giovanni, malgrado le leggi della fisica e della matematica non lo consentano, così si sono moltiplicati “miracolosamente” i loro voti.
Ripeto: è un “miracolo” di cui solo Grillo e i suoi discepoli sono capaci. Ma non si tratta di miracoli. La verità è che il grillismo è diventato improvvisamente il fenomeno politico del momento solo perché qualcuno lo ha permesso e voluto dall’alto. Mi riferisco, ad esempio, all’enorme ospitalità offerta al movimento grillino proprio sui giornali e sulle emittenti televisive nazionali che esso ha dichiarato di voler disertare e boicottare. Uno spazio che, guarda caso, non è stato concesso ad altri, e probabilmente servirebbe interrogarsi seriamente sul perché. Insomma, siamo di fronte ad una forma di conformismo politico e sociale di massa, largamente incoraggiato e foraggiato ad arte dai mass-media ufficiali. Un populismo, di destra o meno poco importa, che sarà ingoiato e spazzato via dai poteri forti e scomparirà in breve tempo dalle televisioni e dai giornali appena non sarà più funzionale al sistema che esso ha presidiato come un vero e proprio baluardo istituzionale, arginando e prevenendo eventuali sollevazioni popolari. Un movimento composto in gran parte da gente che non è in grado di comprendere le cause reali della crisi economica e le contraddizioni insite nel sistema capitalistico, limitandosi ad accusare e denunciare i privilegi e la corruzione della casta dei politici senza riuscire ad intravedere e smascherare i principali detentori del potere e della ricchezza, ovverosia altre caste parassitarie molto più ricche, potenti e corrotte.
A proposito di populismo servirebbe qualche utile chiarimento per sgombrare finalmente il campo da eventuali equivoci e pregiudizi, puntualizzando meglio taluni concetti. La categoria del populismo, confusa abitualmente con la demagogia autoritaria e paternalista, gode di una pessima reputazione presso gli ambienti della sinistra radical chic e politically correct, affetta da un viscerale antipopulismo e snobismo intellettuale.
Un vizio atavico ed incorreggibile che la induce a nutrire un profondo disprezzo nei confronti delle masse popolari, in particolare verso il “popolo profondo”, visto con alterigia e spocchia aristocratica. Tuttavia, il discorso è più ampio nella misura in cui la categoria del populismo è invisa alle moderne democrazie liberali, le quali ravvisano nel populismo una strategia utile a riscuotere facili consensi tra le classi ritenute poco colte ed evolute, facendo leva sui cliché che garantiscono un immediato riscontro emotivo.
A tale riguardo è giunto il momento di sfatare alcuni luoghi comuni della politica italiota. Una di queste persuasioni è la tesi che qualifica Berlusconi come un “leader populista”. Nulla di più falso e becero. Al di là degli stereotipi più banali e mistificanti, Berlusconi è solo un populista di comodo. Mi spiego. Se il popolo lo vota, allora il popolo ha ragione e Berlusconi si spaccia per essere un populista, ma se la gente non lo vota ed osa contestarlo, in tal caso il popolo ha torto, dunque Berlusconi non è un sincero populista. Il populismo di Berlusconi è capzioso, una menzogna ripetuta ossessivamente e metabolizzata acriticamente come un dato di fatto, che sarebbe il caso di riesaminare per svelarne la natura opportunista, cioè uno strumento di propaganda e mistificazione ideologica. Se fosse un autentico populista, Berlusconi dovrebbe riconoscere piena sovranità al popolo in ogni caso, sia quando lo vota e lo appoggia sia quando lo contesta.
Il populismo dovrebbe esprimere rispetto e devozione verso il popolo, un atteggiamento sincero e coerente, non basato su convenienze politiche, né sbandierato in termini di annunci o promesse elettorali menzognere, puntualmente disattese o tradite. Bisogna quindi ribadire che Berlusconi non è affatto un populista, bensì un nemico del popolo, un impostore che ha fatto regredire il popolo italiano di oltre 50 anni, lo ha ingannato ed impoverito. Un onesto leader populista ha in mente soprattutto il progresso e il benessere del proprio popolo. Invece altri statisti, passati o presenti, possono rivendicare i meriti di un populismo declinato nelle forme di un socialismo popolare ed antimperialista. Si pensi a personalità di notevole prestigio come Mao Tse-Tung, la guida carismatica di una rivoluzione che ha fatto compiere al popolo cinese un poderoso balzo in avanti di secoli, emancipandolo dal giogo oppressivo del feudalesimo; si pensi a Fidel Castro, che ha beneficiato il suo popolo affrancandolo dalle piaghe secolari della miseria e dell’analfabetismo, tanto che Cuba può vantare gli ospedali e le scuole migliori del continente americano; si pensi a Hugo Chavez, che sta facendo progredire notevolmente le condizioni materiali e sociali del popolo venezuelano. E si pensi ad altri leader populisti che sono il simbolo vincente della “rivoluzione bolivariana” in America Latina.
Occorre dunque smascherare il populismo ipocrita e parolaio di Berlusconi e contrastarlo su un terreno politico-culturale proponendo un modello alternativo e speculare insieme, sospinto da un’autentica ispirazione populista. Qui la nozione di populismo va intesa in un’accezione non demagogica, paternalista o sciovinista, bensì in un’ottica gramsciana, cioè nel senso di un blocco popolare avanzato ed innovatore. E’ in una prospettiva gramsciana che occorre imboccare la direzione di un populismo inteso nella versione di un socialismo popolare che sposi i valori della democrazia diretta e partecipativa. Nulla esclude che il populismo possa assumere una veste democratica moderna e progressista.
Inoltre, vorrei spendere qualche riflessione a proposito dell’ennesima sconfitta elettorale dei “comunisti”. Ormai il problema dei comunisti attiene più alla psicologia, esattamente alla psicopatologia, o addirittura alla psichiatria, che alla politica. E’ evidente che la questione è oramai riconducibile ad una forma di psicopatologia politica.
La vera malattia da cui sono affetti molti sedicenti “comunisti” è di origine isterica, è una forma di sadico snobismo intellettuale e di distorsione mentale che li perseguita e li affligge costantemente, per cui sembra che provino gusto, un piacere quasi masochistico nel dividersi in modo crescente, nello scindersi in particelle subatomiche sempre più ridotte, parcellizzate e infinitesimali. In tal guisa, ogni “atomo” diviene un referente del nulla, nella migliore delle ipotesi è un referente di se stesso, ragion per cui i governi dei padroni e i loro servi e lacchè avranno vita facile e vinceranno sempre più agevolmente, conservando e perpetuando a lungo il proprio potere sulle classi lavoratrici e subalterne.
Se questo è il modo di far politica dei “comunisti”, di intendere la politica e la vita da parte delle “particelle comuniste” (almeno un tempo si parlava di “cellule comuniste”: infatti, la cellula è una grandezza superiore rispetto all’atomo), allora io mi sento distante anni luce da un mondo così assurdo e nevrotico e me ne discosterò sempre più.
Chiudo infine con alcune postille, nient’affatto esaustive, sull’argomento. L’ho scritto altre volte, ma ritengo che il concetto sia più valido oggi rispetto al passato. Il vero “miracolo della democrazia” consiste nell’estrema facilità con cui la gente crede nella cosiddetta “democrazia”, quella liberale e rappresentativa, nell’eccessiva ed incredibile facilità con cui la gente si lascia abbindolare e si convince a recarsi alle urne per “premiare” i propri aguzzini e scegliere ogni cinque anni i parassiti da cui farsi sfruttare.
La credulità popolare non ha confini, lo dimostra l’estrema facilità con cui la gente crede ai santi, ai mistici, ai predicatori, sia religiosi che televisivi, ma pure a certi politici impostori. La credulità è sinonimo di idolatria, feticismo, superstizione, è adorazione cieca, mentre la filosofia è l’esatta antitesi. Sin dagli albori del pensiero greco, nel mondo antico, la filosofia si esplica come un esercizio intellettuale intrinseco alla libertà dell’uomo, per cui non ha assolutamente nulla a che spartire con il fanatismo di qualsiasi specie. Il problema è che taluni si spacciano per liberi pensatori, mentre sono millantatori che amano circondarsi di discepoli adoranti, sprovvisti di senso critico.
E’ risaputo che quando il saggio indica la luna, lo stolto osserva il dito. Ma il saggio che presume, oppure afferma di sapere solo lui dove si trova la luna, è addirittura più stolto.
Un altro “miracolo della democrazia” si manifesta nella rapida ascesa al potere di individui che si ergono a “moralizzatori” della vita pubblica, improvvisandosi tribuni del popolo, mentre sono politicamente, intellettualmente ed eticamente osceni, poiché non hanno assolutamente nulla a che spartire con l’essenza autentica della democrazia. A giudicare dalla nostra esperienza storica collettiva, più o meno recente, temo che ormai siamo diventati fin troppo tolleranti verso l’indecenza e l’arroganza di simili personaggi.
Lucio Garofalo
Radiografia del “grillismo”
Rispetto alla natura ideologica e alla composizione sociale, economica e geografica del movimento grillino, recentemente ho letto (ma ora non ricordo esattamente la fonte giornalistica) alcune cifre che ritengo siano verosimili. Espongo in rapida sintesi tali dati.
Anzitutto, il grillismo è un movimento in grado di intercettare oltre il 65 % del voto giovanile ed oltre (se non erro) il 70 % del voto di protesta e di rabbia, mentre il restante 30 % dovrebbe distribuirsi altrove, oppure esprimersi attraverso il non voto. Inoltre, chi vota per Grillo è un elettorato in gran parte composto da gente delusa dai partiti tradizionali, sia di centro-sinistra (ivi inclusa la sedicente “sinistra radicale” e persino ampi settori della cosiddetta “sinistra antagonista”) che di centro-destra, quindi è un voto ideologicamente trasversale, anzi, è un voto confusionario, contraddittorio e disfattista, una volta si sarebbe detto qualunquista, ma che attraversa le varie posizioni ideologiche che erano in qualche misura ascrivibili ai vecchi schieramenti elettorali.
Il voto per il movimento di Grillo è altresì un voto “interclassista”, non tanto nel senso dell’interclassismo tipico della vecchia “balena bianca”, vale a dire la Democrazia cristiana, una forza conservatrice che riusciva a catturare e manipolare il consenso di fasce sociali stratificate in termini classisti, per gestire e perpetuare il potere (un sistema di potere che si configurò per quasi 50 anni come un vero e proprio “regime politico”) elargendo in modo verticistico, borbonico e paternalistico una serie di favori assistenziali, prebende, privilegi, concessioni e benefici vari ad una rete clientelistica molto articolata e radicata sul territorio nazionale, bensì in quanto soggetto organizzato in un senso orizzontale, espressione di una rabbia popolare diffusa, prodotta senza dubbio dalla crisi che investe l’economia capitalista e il sistema partitocratico borghese.
Infine, sotto il profilo geografico, il grillismo è un movimento diverso, ad esempio, rispetto alla Lega Nord delle origini, il cui contesto territoriale era assai ridotto, in quanto il voto grillista si estende da Nord a Sud in modo (ancora una volta) trasversale.
Senza dubbio, la matrice populista incarnata dal grillismo è il comune denominatore che lo accomuna e lo rende accostabile ad altre esperienze storiche precedenti. Si tratta di un populismo che si attesta a metà strada tra neoleghismo e girotondismo, che presenta contenuti e rivendicazioni politiche parzialmente giuste e condivisibili, ma anche forti istanze giustizialiste e reazionarie, al limite dello squadrismo, tipiche dei movimenti di rabbia, protesta e rigetto antipartitocratico ed antidemocratico che si connotano in termini vagamente e confusamente “anti-sistema” (si pensi al fascismo delle origini) e che, guarda caso, scaturiscono ed esplodono proprio in periodi storici di transizione segnati da una profonda crisi economica, sociale, politica come quella che stiamo vivendo e per certi versi ricorda la crisi del 1929, che fu una delle cause storiche da cui trasse origine e linfa vitale il nazionalsocialismo di Hitler che salì al potere in Germania.
Lucio Garofalo