I Forconi, dejavù e rabbia sociale

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Dal sud sta salendo una ondata di rabbia  che molti si sono affrettati a definire ed etichettare nei modi più svariati, spesso alludendo a legami con mafia e neofascismo. Non che tali contatti siano una novità per certi movimenti apparentemente antisistema, ma in realtà creati dal sistema stesso: basti pensare alle pulsazioni mafiose ad antidemocratiche dei separatisti del dopoguerra che usarono il bandito Giuliano in chiave antipopolare, o al movimento parafascista di Ciccio Franco a Reggio Calabria . Senza andare tanto lontano nel tempo ( i tassisti spalleggiati da Alemanno ) e nello spazio ( il ruolo dei trasportatori nel Cile di Allende) il potere ha spesso usato la rabbia della gente in periodi di crisi economica armeggiando contro la democrazia e contro le conquiste sociali.

L’esempio più grave fu la nascita dei fascismo (la debole e corrotta italia di Giolitti e dei Savoia incapace di reggere al cospetto non solo delle  prime forme di turbolenza proletaria per via della riscossa leninista, ma financo di comprendere e guidare le prime arcaiche forme di sindacalismo cattolico nelle campagne)   e del nazismo dopo periodi di confusione e di crisi ( vedi la debole repubblica di Weimar ).

Per questo la sottoscritta ha avuto un fastidioso senso  di dejavù quando ha sentito per la prima volta parlare dei forconi, anche se talvolta si rende conto che usare gli strumenti classici di analisi non sempre porta a centrare il bersaglio. Dopo la lettura di questa intervista di Franca Corradini ad un esponente cartanese aumentano i dubbi e si rende necessario un approfondimento del fenomeno.

Nell’articolo di Franca,  a cui comunque rimando per la lettura complessiva (Da SCUOLA DI BUGIE –  Movimento dei Forconi : nostra intervista a un catanese ) viene confermata l’infiltrazione fascista di Forza Nuova, la divisione in due tronconi del movimento ed anche la genuinità di una rabbia e di una disperazione  che vede come al solito la sinistra in ritardo…

Ultima ora : la questione sa salendo su anche in senso geografico e merita un’ulteriore approfondimento, anche di cronaca ( Movimento dei Forconi : si estende la rivolta a macchia d’olio in varie parti d’Italia )

Rosellina970


La mafia è una montagna di merda. Pensieri di un diciottenne.

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Riceviamo da Gianluca Daluisio di Riccione questo bel post e lo ringraziamo perchè accende un lume di speranza nel deserto di lobotomizzati che ci circonda

Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente! “.

A pronunciare queste parole fu Peppino Impastato, politico, attivista, conduttore radiofonico italiano, famoso per le denunce delle attività della mafia in Sicilia, che gli costarono la vita.  Ormai sono passati più di 32 anni dalla morte di Impastato, un uomo che ebbe il coraggio, ma soprattutto la volontà di denunciare quel sistema di mafie, di illegalità diffusa che soffocava una terra bellissima, ma disgraziata come la Sicilia. Nonostante sia passato cosi tanto tempo il problema della mafia è ancora di primissimo ordine. Da un po’ di tempo a questa parte sentiamo in televisione e leggiamo sui giornali la grande pubblicità che il governo Berlusconi sta facendo, dicendo che loro stanno avendo dei veri risultati contro la mafia, che la riusciranno a sconfiggere entro fine legislatura. Si è vero ultimamente si sono avuti grandi risultati contro “il braccio armato” della mafia. Però prima di tutto io penso che il merito più che alla politica vada ai tanti magistrati, forze armate, poliziotti che combattono il crimine organizzato al rischio della propria vita ogni giorno, nonostante il governo gli tagli tantissime risorse.

Come dicevo se contro il lato “armato” della mafia si stanno avendo ottimi risultati, dall’altro, nei confronti della cosiddetta mafia dai “colletti bianchi” c’è ancora molta pulizia da fare.

Vedete, io sono molto giovane, ho appena 18 anni. Sto veramente molta male a pensare che in parlamento, a ricoprire ruoli prestigiosi all’interno delle nostre istituzioni ci siano persone colluse con la mafia. Marcello Dell’Utri(ideologo di Forza Italia) condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa è ancora li, a ricoprire il ruolo di Senatore della Repubblica, e nessuno dice niente. Silvio Berlusconi è indagato insieme allo stesso Dell’Utri dalla procura di Firenze come mandanti delle stragi del 93’, è anche qui tutti tacciono, d’altronde lui è soltanto il Presidente del Consiglio. La cosa, però, che mi da ancora più fastidio non sono le persone come Dell’Utri, come Totò Cuffaro. Io non me la prendo con loro, quelli fanno il proprio lavoro fanno i collusi con la mafia. A me fa rabbia la molta gente che non si indigna che rimane la a testa bassa, indifferente. M.L. King diceva :”Non mi fanno paura le parole dei disonesti, ma il silenzio degli onesti”. Non bisogna mai essere indifferenti, bisogna sempre avere la forza, ma soprattutto la volontà di reagire, come fece Peppino Impastato, come hanno fatto Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e tutti gli altri martiri. ITALIANI ALZATE LA TESTA.

Il grande problema Italiano è di livello culturale. Gli Italiani se ne fregano o per apatia, o per rinuncia. Vedete io penso che il vincitore sia semplicemente un sognatore che non ha mai mollato, per questo non bisogna mai rassegnarci anche se purtroppo è la cosa più spontanea che ci viene da fare quando pensiamo che non ci siano più speranze.

Io mi voglio rivolgere a tutti gli italiani e soprattutto ai giovani, alla mia generazione: fate sempre il vostro dovere, al di là dei vari pericoli o delle varie difficoltà che potrete incontrare nel farlo. Io cercherò sempre di combattere per ciò in cui credo. Probabilmente sarò un illuso, forse perderò tutte le mie battaglie, ma come diceva Indro Montanelli, una battaglia la riuscirò sempre a vincere, la più importante, quella che si ingaggia ogni mattina davanti allo specchio. L’importante non è il risultato, ma la consapevolezza di aver fatto il proprio dovere.

Per questo dobbiamo combattere per il nostro paese, per il nostro futuro. Molto mi dicono di scappare all’estero se voglio vivere in un paese normale. No. Io non scapperò perché so che il mio posto, il mio futuro è qui nella mia terra e noi tutti, e specialmente noi giovani, dobbiamo batterci per questo. Perché lo dobbiamo ai nostri morti, a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato e molti altri, ma soprattutto lo dobbiamo ai noi stessi.

Io sono convinto che il nostro paese possa essere una nazione normale, ma per far questo ci vorrà una rivoluzione culturale e morale che smuoverà le coscienze di tutti gli italiani. Gli Italiani si devono iniziare ad indignare e a reagire. Ognuno nel suo piccolo può migliorare il nostro paese. Essere onesti nella vita di tutti i giorni, informare i propri amici. Si perché un altro grosso cancro del nostro paese è l’informazione. Sono veramente poche le voci libere,  al contrario dei tantissimi giornalisti servi dei poteri. Quindi noi tutti dobbiamo fare qualcosa nel nostro piccolo. Ricordiamoci che tante piccole gocce formano un oceano.

Lo so è difficile, ma occorre farlo e soprattutto bisogna crederci nel cambiamento.

Spero che un giorno io possa raccontare ai miei figli, ai miei nipoti questo periodo parlandone soltanto come un brutto ricordo, una situazione totalmente differente dalla realtà.

Aiutatemi a crederci e realizzare questo sogno.

Gianluca Daluiso

Chiunque mi voglia contattare lo può fare attraverso il mio profilo FACEBOOK :

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Per loro un numero ossessivo: RGnm 11531/09. Per noi un appello : teniamo gli occhi aperti in questa notte scura

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Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri sono iscritti nel registro degli indagati della Procura di Firenze. Per strage. Lo scrive oggi il quotidiano l’Unità, rivelando che il presidente del Consiglio e il senatore Pdl compaiono nel fascicolo numero 11531 del 2009 con generalità protette, “Autore Uno” e “Autore Due”, come già successe nella prima indagine sulle stragi del 1993, poi archiviata nel 1998. “Da settimane, forse da mesi”, scrive sull’Unità Claudia Fusani, “risultano iscritti nel registro degli indagati della Procura di Firenze che da 17 anni indaga senza sosta sui mandanti occulti di quelle bombe che hanno ucciso sette persone, ne hanno ferite decine e messo in ginocchio l’Italia, che in quella primavera, dopo le bombe che nel 1992 avevano ucciso Falcone e Borsellino, si trovò a un passo dall’abisso e dal golpe”.
Il salto di qualità dell’inchiesta è stato determinato innanzitutto dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, il boss di Brancaccio, vicino ai fratelli Graviano, poi diventato collaboratore di giustizia. “I Graviano mi dissero che gli attentati di Firenze, Milano e Roma non ci appartenevano. Quello era terrorismo. Ma mi dissero anche che era bene portarsi dietro questi morti, così chi si doveva muovere si sarebbe mosso”. E ancora: “Giuseppe Graviano mi disse che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo. Mi parlò di Berlusconi e Dell’Utri: con loro ci eravamo messi il paese nelle mani”.

Trascorre il tempo ma è sempre questo il fascicolo che toglie il sonno a Berlusconi. I fratelli Graviano , in risposta alle dichiarazioni di Spatuzza, con il loro atteggiamento processuale hanno lanciato messaggi chiari nel codice mafioso. Innanzitutto non hanno deriso e diffamato Spatuzza chimandolo “infame pentito” e questo per chi conosce i fatti di mafia sa che vuol dire molto.

Inoltre hanno parlato direttamente col berlusca.

Della serie : ” attendiamo speranzosi qualche concessione altrimenti cominciamo a cantare anche noi la stessa canzone di Spatuzza…”

La ricostruzione di Spatuzza è nota, è arrivata anche davanti alla Corte d’Appello di Palermo che processava Dell’Utri ma in questa sede sono state considerate  tardive, mentre per la Procura di Firenze che indaga sulle stragi del 1992 1993 sono ritenute rilevanti e probanti ai fini della richiesta di proroga delle indagini.

Tra le tante ossessioni giudiziarie del berlusca ( il processo Mills, ad esempio, che riprenderebbe slancio anche contro S.B. se in autunno dovesse essere considerata incostituzionale la normatiiva sul Legittimo Impedimento) questa è sicuramente la più dirompente.

Già perchè concerne le origini del potere berlusconiano e le relazioni inizali con la mafia che in quegli anni chiedeva a suon di bombe un nuovo rapporto con la politica, rimasti come erano i boss ed compari scoperti  di ogni relazione dalla voragine  lasciata  da Tangentopoli…La verità processuale fino ad ora ci dice che Dell’Utri è stato il riferimento con la mafia di Berlusconi fino al 1993. Ora vediamo cosa ci diranno le carte per il periodo successivo.

E’ comprendibile che in queste ore si rinnovi l’ansia del cainano che è alla ricerca di nuove coperture girudiche ( vedi il rilancio del processo breve) e politiche ( vedi la necessità di ricoprire i vuoti lasciati dai finiani con una disperata campagna aquisti, rivolta specialmente verso certi ambienti sensibili anch’essi alle esigenze del premier: mi riferisco a Cuffaro ed i suoi compari, per esempio).

Per questo in conclusione concordo con l’allarme lanciato in questo blog sulla necessità di vigilare senza interruzioni ed a questo proposito non può non evidenziarsi come  la sospensione feriale della politica è sostanzialmente saltata per tutti , tranne che per i servi di RAISET ( da Masi a Minzolini, per intenderci ) che hanno impedito su ordine del sultano ogni approfondimento giornalistico diverso dai TG.

Quindi sarà una partita TG3 contro tutti, perchè il governo in questa fase teme anche la semplice cronaca degli avvenimenti e sarà uno spasso vedere i servi e gli scudieri cercare disperatamente di omettere ogni cosa.

Noi per nostro conto siamo gente abituata a tenere gli occhi aperti nella notte scura e come in altri momenti storici molto delicati, faremo il nostro dovere anche stavolta.

Peccato per la massa di cialtroni e di parassiti  lobotomizzati che ci circonda ma tant’é. Ormai non c’é neanche più tempo nè voglia per analisi sociologiche sulla natura  beota dei berlusconici, occorre semplicemente contrastarla con tutti i mezzi come contro una invasione degli ultracorpi.

Crazyhorse70

Il mondo di Mafiopoli

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Durante la colonizzazione del selvaggio West americano, il Popolo degli uomini venne massacrato dall’esercito yankee nel corso delle sanguinose “guerre indiane”. La tribù pellerossa dei Sioux Dakota Hunkpapa era guidata dal grande capo e sciamano indiano Toro Seduto. In realtà il suo nome era Bufalo Seduto, o Tatanka Yotanka nella lingua dei nativi americani. Egli divenne famoso in seguito alla storica vittoria ottenuta nella battaglia del Little Big Horn contro le truppe comandate dal tenente colonnello George Armstrong Custer, soprannominato “capelli gialli”, grande capo dei “visi pallidi”.

Molto tempo dopo, nel mondo della mafia siciliana, esattamente a Cinisi, sovrastava e tuonava don Tano Seduto, come a Corleone troneggiava don Totò Seduto, mentre altrove spadroneggia qualche altro don Seduto sul trono. Ma la mafia non è tramontata con l’arresto dei boss più spietati, cioè Riina e Provenzano, braccati e latitanti per anni, improvvisamente catturati allorché si sono rivelati inutili come arnesi ormai vecchi.

La rivoluzione antropologica della mafia

Quella che è morta e sepolta è senza dubbio la mafia più arretrata, anacronistica e tradizionale, la mafia rurale messa sotto processo dalle inchieste dei giudici Falcone e Borsellino, uccisi proprio dai sicari della cosca più feroce e sanguinaria, all’epoca vincente, quella dei Corleonesi. Al contrario, oggi la mafia è più ricca e potente che mai, non è scomparsa solo perché non ammazza più come sua abitudine, con metodi brutali e truculenti, vale a dire usando le armi, minacciando e terrorizzando la gente, compiendo stragi cruente per eliminare fisicamente i suoi nemici, siano essi tenaci e audaci sindacalisti come Placido Rizzotto, intrepidi attivisti politici come Peppino Impastato, giudici onesti e integerrimi come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ci sono altre mafie che continuano a massacrare le persone, ricorrendo ad eccidi eclatanti e indiscriminati: la Camorra dei Casalesi, la ‘Ndrangheta calabrese o alcune mafie straniere. La mafia siciliana evita di ammazzare perché si è in qualche modo “evoluta” e “civilizzata”, per meglio dire si è “mimetizzata”, in quanto non vuole più esporsi alle eventuali ritorsioni dello Stato, non intende più essere visibile per offrire l’impressione di non esistere più. Infatti rinuncia a mostrarsi, preferisce ripararsi dietro una facciata apparentemente più civile e rispettabile. Ciò significa che Mafiopoli non esiste più? Niente affatto. La mafia ha solo imparato a dissimularsi meglio.

Essa continua ad agire indisturbata, molto meglio di prima, in una veste moderna e aggiornata. L’assetto del potere di Mafiopoli si è modificato profondamente, riciclandosi in forme nuove e più sofisticate. Anche la mafia, quella arcaica e primitiva, ha subito un processo di rivoluzione capitalistica che ha generato una mutazione antropologica e culturale, la stessa che Pasolini ha descritto a proposito dell’odierna civiltà edonistica e consumistica di massa. Dunque, la mafia si è ristrutturata e globalizzata, diventando una holding company estremamente potente, una corporation tecnologicamente avanzata, un’impresa finanziaria multinazionale. Insomma, la mafia è a capo di un vasto Impero economico mondiale ed è oggi la prima azienda del sistema capitalistico italiano, una grossa compagnia imprenditoriale che può vantare il più ricco volume di affari del Paese.

Mafia S.p.A.

La mafia è diventata una complessa e potente società finanziaria privata, che potremmo chiamare Mafia S.p.A.: una Società per Azioni. Azioni criminali! Come criminale, o quantomeno immorale, è l’intero apparato economico capitalistico, le cui ricchezze sono di origine perlomeno dubbia. “Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”, scriveva Honoré de Balzac. Questa citazione mi serve per chiarire come la natura della proprietà privata, del grande capitale, delle immense rendite economiche, sia sempre illecita e sospetta, se non di origine criminale, in quanto discende da un atto iniquo di espropriazione violenta del prodotto, ossia del valore materiale creato dal lavoro collettivo. La matrice reale del sistema capitalistico è di per sé violenta e disonesta, come tenta di dimostrare Roberto Saviano nel suo best seller, Gomorra.

“Gli affari sono affari” per tutti gli uomini d’affari, siano essi personaggi incensurati, approvati moralmente e socialmente, siano essi figure losche e notoriamente riconosciute come criminali. Belve sanguinarie o meno, assassini e delinquenti o meno, pregiudicati o incensurati, gli uomini d’affari sono sempre poco onesti, in molti casi astuti e crudeli, cinici e spregiudicati per necessità, per indole o vocazione individuale.

Del resto, le mafie non sono altro che imprese economiche criminose. La mafia è fondamentalmente un’organizzazione imprenditoriale che esercita i suoi affari e le sue attività illecite con un obiettivo primario: il profitto economico. Per raggiungere il quale è disposta anche a servirsi dei mezzi più disonesti, a ricorrere al delitto più atroce. Per vincere la competizione delle società rivali è pronta a ricattare e corrompere, ad eliminare fisicamente i suoi avversari. Parimenti ad altri gruppi imprenditoriali, come le compagnie multinazionali che uccidono gli attivisti politici e sindacali che in America Latina o in Africa si oppongono all’ingerenza economica e imperialistica occidentale.

In altri termini, il delitto e la sopraffazione appartengono alla natura più intima dell’economia borghese, in quanto componenti intrinseche di un ordine retto sul “libero mercato”, sulle sperequazioni e le ingiustizie che ne derivano. La logica “mafiosa” è insita nella struttura medesima del sistema economico affaristico dominante, a tutti i livelli e in ogni angolo del pianeta, ovunque riesca ad insinuarsi l’economia di mercato e l’impresa neocapitalista. Ciò che eventualmente può variare è solo il differente grado di “mafiosità”, cioè di irrazionalità e di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalista. C’è chi elimina direttamente e brutalmente i propri nemici, come nel caso di tante “onorate” società riconosciute come criminali, c’è chi invece impiega sistemi meno rozzi, più eleganti e raffinati, ma altrettanto spregiudicati, cinici e pericolosi.

Non vedo, non sento, non parlo

In dirittura d’arrivo un ragionamento finale, ma non esaustivo, vorrei riservarlo al fenomeno dell’omertà sociale. Mi permetto di suggerire anzitutto una definizione sommaria assunta da un comune dizionario: “l’omertà è la solidarietà col reo, è l’atteggiamento di ostinato silenzio teso a coprire reati di cui si viene direttamente o indirettamente a conoscenza”. Il termine omertà è di origine incerta, con molta probabilità è riconducibile all’etimo latino humilitas, cioè umiltà, adottato successivamente nei dialetti dell’Italia meridionale e modificato in umirtà. Da questa fonte vernacolare potrebbe scaturire l’odierna voce italiana.

Nel gergo mafioso chiunque infranga il codice dell’omertà, o tenti di far luce su una verità, viene disprezzato come “infame” e “presuntuoso”. Il codice dell’omertà, consuetudine tipica del sistema mafioso, rappresenta da un punto di vista psicologico la salvaguardia dell’ambito familiare, la tutela dell’onore del clan di appartenenza. La famiglia mafiosa impartisce ai suoi membri il culto del silenzio, della reticenza, quale requisito essenziale della virilità. L’infausta catena omertosa si configura come una delle basi su cui si erge il lugubre potere della mafia. Per estensione, il codice omertoso si impone ovunque sia egemone una realtà di stampo mafioso, nell’accezione più ampia del termine, cioè nel senso di un potere costrittivo, violento e terroristico.

Dunque, l’uso intelligente e raffinato del linguaggio, se necessario urlato, il parlare ad alta voce, può esprimere un gesto di rottura e di rivolta contro il silenzio dell’omertà mafiosa in senso lato, può ispirare anche un modello di educazione basato su codici di comportamento meno oscurantistici, più liberi e democratici. Personalmente credo molto nel potere e nella priorità della parola, intesa ed esercitata non solo come veicolo di comunicazione, ma anche come metodo di critica e denuncia della realtà, come strumento di interpretazione e trasformazione del mondo, che non è l’unico esistente.

Il linguaggio contiene in sé la forza necessaria a mutare lo stato di cose presenti, a migliorare le nostre condizioni di vita e la realtà circostante. Potenzialmente la parola vale molto più di un pugno nello stomaco e può contribuire a spezzare le catene dell’oscurantismo e dell’indifferenza sociale derivanti dal codice omertoso. Il linguaggio della verità può giovare e concorrere alla causa della libertà e della giustizia sociale, rompendo o rettificando situazioni e comportamenti che ci opprimono e ci indignano.

La parola, come testimonianza di un altro modo di vivere, di intendere e costruire i rapporti interpersonali  improntati ai principi della solidarietà, della libertà e della convivenza democratica, è senza dubbio una modalità alternativa, “eversiva” e destabilizzante rispetto all’ordine oppressivo ed omertoso imposto dalla mafia. L’uso della parola rinviene un senso concreto ed acquista maggior vigore e consapevolezza nella misura in cui può servire a violare il potere coercitivo della malavita organizzata, provando a vincere la diffusa e coatta mentalità mafiosa.

Lucio Garofalo

I fiori di campo muoiono sciogliendo sulla terra gli umori segreti

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Il 9 maggio del 1978 è una data che molti associano al ritrovamento del cadavere dell’onorevole Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse. Ma è anche il giorno in cui fu ucciso a Cinisi, vicino a Palermo, Giuseppe Impastato, meglio noto come Peppino. Lui fondò Radio Aut e attraverso la sua radio denunciò lo strapotere mafioso del boss Tano Badalamenti, padrone di Cinisi, ribellandosi al padre e alla maggioranza dei suoi compaesani.

La notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 Peppino venne ucciso dagli uomini del mafioso Tano Badalamenti. Era era un giovane giornalista e attivista siciliano che lottava contro la mafia, e per lottare contro la mafia doveva lottare contro la politica, la morale, la societa’ e persino contro suo padre.

Solo nel 2002 Badalamenti fu condannato all’ergastolo come mandante del delitto, per anni archiviato come un incidente da inquirenti che avevano preso per buona la ridicola messinscena dei mafiosi.

A Cinisi 32 anni dopo, nasce la Casa dei cento passi
La casa del boss Tano Badalamenti, affidata oggi ufficialmente all’associazione Peppino Impastato, che porta il nome del militante di Democrazia proletaria ucciso il 9 maggio del ’78 proprio su ordine del boss mafioso di Cinisi, diventera’ un centro culturale.
Ospitera’ una biblioteca pubblica comprendente i circa duecento volumi di proprieta’ di Impastato e gli oltre mille libri acquisiti con diverse donazioni: si tratta di testi di storia, geografia, letteratura, filosofia, sociologia, economia, con una specifica presenza di argomenti relativi alla storia della Sicilia e del movimento operaio e contadino pubblica.
Nel centro si svolgeranno attivita’ come quelle che caratterizzarono il ‘Circolo Musica e Cultura’, fondato da Impastato negli anni ’76 e ’77: cineforum, dibattiti, recital, presentazioni di libri e mostre. Nei locali dell’edificio si organizzeranno anche corsi di recupero scolastico e di educazione musicale rivolti ai bambini e ai ragazzi.

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26 anni fa l’assassinio del giornalista Giuseppe Fava.

“….Bisogna tentare disperatamente, quotidianamente lottare e sperare altrimenti ignoranti, ladri e imbecilli ti affonderanno definitivamente nella merda!…”, queste parole, di drammatica attualità sono state scritte da Pippo Fava, giornalista, scrittore autore, ammazzato dalla mafia 25 anni fa.

Era diventato un bersaglio da colpire perché insieme a pochi altri, non si stancava di denunciare gli illeciti, le corruzioni diffuse, gli intrecci, le relazioni pericolose. Non lo faceva in modo generico ma indicando nomi e cognomi, senza farsi condizionare dalle logiche della vicinanza, della presunta appartenenza, delle convenienze.

Fu ammazzato perchè era diventato scomodo per tanti, persino all’interno della professione era sopportato, considerato un “malato di protagonismo”, la stessa accusa che oggi viene rivolta ai Roberto Saviano e a quanti osano ribellarsi al conformismo imperante.

Fava scriveva nel 1983, molti di quei lazzaroni sono ancora al loro posto, Gelli pontifica dalle tv, gli uomini della P2 sono onorati e riveriti, il presidente del consiglio in carica era un socio della loggia.


Per non dimenticare dobbiamo parlarne. Sempre

Alfonso

Forum Sociale Antimafia Felicia e Peppino Impastato

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Il 21 marzo 2010, primo giorno di primavera e giornata della Memoria e dell’Impegno in Ricordo di tutte le Vittime di Mafia, il popolo viola di Ivrea ha avuto la fortuna e l’onore di conoscere Giovanni Impastato, fratello di Peppino, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978.

Ogni anno in quella data viene commemorata la vita di Peppino, passata a lottare la mafia.
Nonostante l’impegno costante di Peppino e dei suoi compagni, ad oggi la mafia continua ad essere il cancro della Sicilia, e non solo.

Durante l’incontro, Giovanni, ci ha posto le seguenti domande:
Vi riconoscete nei valori della Costituzione?
Vi riconoscete nella lotta alla mafia?
Vi riconoscete nell’antifascismo?

La nostra risposta è stata:
SI

Per questo motivo Giovanni ci ha invitati a partecipare al“Forum Sociale Antimafia Felicia e Peppino Impastato” ( Cinisi 9 maggio 2010 ) ,richiedendo l’aiuto dei gruppi locali del popolo viola.

Il popolo viola  vuole, per questo motivo, fare da cassa di risonanza e richiede a tutto il movimento di collaborare attivamente all’organizzazione dell’evento, con una massiccia partecipazione e con il

coinvolgimento di tutte le associazioni e movimenti conosciuti.

Sarà anche un’opportunità per il nostro movimento di riunirsi e partecipare ai forum programmati sui temi lavoro, ambiente, rapporti e spazi sociali e territorio.

Dimostriamo ancora oggi che Peppino non è stato dimenticato, perché

CON LE IDEE E IL CORAGGIO DI PEPPINO NOI CONTINUIAMO

Appello integrale su

http://www.peppinoimpastato.com/visualizza.asp?val=878



13 marzo : NO MAFIA DAY. La festa dei cittadini onesti

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Nuove adesioni per la manifestazione
di sabato 13 a Reggio Calabria
Appuntamento alle 15 in piazza Garibaldi

Da Pavia a Palermo, da Roma a Bari. Ci saranno delegazioni provenienti da tutta Italia sabato a Reggio Calabria per il No Mafia Day, la manifestazione contro tutte le cosche nata sul web e che, giorno dopo giorno, raccoglie sempre nuove e importanti adesioni. In un momento di straordinaria voglia di partecipazione che sta attraversando il Paese con appuntamenti, sit-in, manifestazioni e cortei da Nord a Sud, Reggio Calabria non vuole essere da meno e sceglie l’impegno antimafia e il No Mafia Day.
“Questa è la manifestazione di tutti i cittadini onesti – spiegano gli organizzatori – di tutte le persone che vogliono dire basta allo strapotere delle cosche, di quelli che non si rassegnano. Come sostengono i magistrati della procura reggina, è necessario stare uniti, mostrare pubblicamente il nostro no alla ‘ndrangheta e a tutte le mafie. Per questa ragione invitiamo ancora una volta tutti le cittadine e i cittadini, le persone impegnate nelle associazioni e nei movimenti a scendere in piazza insieme a noi sabato 13. Per una giornata di festa, di musica, di impegno. Il No Mafia Day è un punto di partenza per riprogettare il futuro di Reggio Calabria, del Sud, di tutto il Paese che sta via via subendo l’inquinamento delle mafie”.
E i segnali positivi sono numerosi. In queste ore, hanno annunciato la loro presenza alla manifestazione, tra gli altri, la Provincia di Reggio Calabria, il Museo della ‘ndrangheta, la Confesercenti, Confindustria, l’archivio multimediale Stopndrangheta.it, la Tavola provinciale della legalità, Sos Impresa e l’Atam (l’azienda di trasporti municipale). E poi associazioni, comitati, reti, movimenti e partiti politici, studenti e professori, tante cittadine e cittadini. Tutti insieme per dire “no” alle cosche.
L’appuntamento è per sabato 13 alle ore 15 in piazza Garibaldi. Dopo il corteo, per le principali vie del centro storico, tutti in piazza Duomo fino a sera nel villaggio antimafia allestito dagli organizzatori con musica, performance, interventi di personalità impegnate contro le mafie e per i diritti, stand. La festa dei cittadini onesti.


No Mafia Day : le ragioni per manifestare il 13 marzo a Reggio Calabria

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MAFIA E POLITICA

Le ultime inchieste dimostrano che le cosche siedono nel Parlamento italiano. Ancora un segnale inquietante. Che non può passare sotto silenzio. Come non si può tacere di fronte alle infiltrazioni delle cosche nelle istituzioni locali, nelle società miste, nei grandi appalti, nelle liste per le prossime regionali e di fronte ai rapporti opachi tra mafia e massoneria, tra cosche e apparati deviati dello Stato. Esiste un gravissimo problema – mafie in tutta Italia e il Caso Calabria – ‘ndrangheta oggi deve diventare una priorità del Paese.

IL RICATTO DEL LAVORO

Ma sono le questioni del precariato e del lavoro nero il vero nodo. Che si tratti di migranti ridotti in schiavitù e deportati come è avvenuto a Rosarno o di giovani laureati, un contratto di lavoro resta un miraggio, così come una prospettiva di carriera e di vita indipendente. Zero controlli, corruzione dilagante, diritti calpestati, un contesto che alimenta il ricatto occupazionale della mafia (mediato dalla politica). Le battaglie per i diritti di cittadinanza, per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici (tutti), per i diritti sociali sono le vere battaglie contro la mafia. A Rosarno esiste un vuoto di democrazia e di agibilità politica di cui occorre farsi carico.

CONTROLLO DEL TERRITORIO

Tutti, o quasi, gli imprenditori e i commercianti meridionali pagano il pizzo: un cancro per lo sviluppo del sistema economico locale. A cui si aggiungono forme anomale, celate e “legalizzate” di imposizione del racket. Nonostante alcune campagne mediatiche lanciate dalle associazioni di categoria e alcuni singoli significativi casi di ribellione, ancora troppo poco è stato fatto. Serve uno scatto in avanti sul modello di quanto è accaduto in Sicilia.

….E DISPREZZO DEL TERRITORIO

L’aggressione del territorio e l’assenza di cura delle risorse naturali sono la regola. Bisogna invertire la rotta contrastando le ecomafie, i traffici di rifiuti, andando a ripescare le navi dei veleni che stanno inquinando i mari italiani, contrastando progetti di devastazione ambientale come la centrale a carbone di Saline Joniche.

DOVE VA IL DENARO PUBBLICO?

Bisogna dire no al Ponte, senza se e senza ma. Ed è indispensabile escludere le cosche dalla torta miliardaria legata a questa maxiopera: il meccanismo attuale, in assenza ancora di un progetto esecutivo, va in tutt’altra direzione. Per questo bloccare l’avvio dei cantieri è prioritario per combattere le mafie ed evitare gigantesche speculazioni. Da Nord a Sud, bisogna investire in infrastrutture utili, contrastare la corruzione e le infiltrazioni dilaganti, aumentare i controlli e garantire la trasparenza sugli appalti e i subappalti.

INFORMAZIONE SOTTO ASSEDIO

Da Roberto Saviano a Rosaria Capacchione, da Lirio Abbate a Sandro Ruotolo, le mafie alzano il tiro contro i giornalisti più esposti. Ma sono tantissimi i cronisti intimiditi (cinque in Calabria nelle ultime settimane), meno noti e ancora più esposti alle ritorsioni delle mafie. Il No Mafia day difende i giornalisti liberi e vuole editori onesti.

Franca Corradini

La gastrite di D’Alema fra cannoli amari e abbuffate di orecchiette

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Il nuovo laboratorio politico,  come pomposamente viene definito il tentativo dalemiano di allearsi dove possibile con Casini,  da ieri mostra crepe profonde bombardato da due eventi che smorzano gli entusasmi dei nuovi inciucisti.

Brutta domenica per Massimo D’Alema:   in questa fredda domenica che porta ai giorni della merla i nuovi parenti dello zio Casini all’ora di pranzo gli portano ben infiocchettato su carta del tribunale un bel pacchetto di Cannoli inaciditi.

Per rifarsi del palato rovinato verso sera cerca di rifugiarsi sul salato, orecchiette alla cima di rapa dalla puglia. Ne aveva ordinato un buon piatto ma gliene arrivano si e no due forchettate scarse ed immangiabili. In entrambi i casi è la natura, la forza e l’efficacia del rapporto con Casini ad essere sondata da questa strana e per lui maledetta domenica…

Per aver favorito la mafia , in Appello Totò Cuffaro viene condannato a sette anni,  due in più che in primo grado, perché secondo i giudici e’ stato provato che egli fosse consapevole di favorire Cosa Nostra. Vasa Vasa Cuffaro che all’epoca del suo regno distribuiva cannoli e baci a profusione ( a lui Berlusconi deve aver rubato l’idea del partito dell’amore, brevetto vasa vasa), rimane senatore  ma si è dimesso dal partito.

Tra qualche giorno dovrà rispondere anche di associazione mafiosa, il miracolo della grazia di Sant’ Enrico a Calogero Mannino non si è ripetuto.

Piuttosto non sapremo mai cosa intendeva dire Berlusconi il 10 Gennaio 2004 quando Totò gli chiese consiglio ed il papi replicò ( intercettato ) “ io ho saputo….il ministro dell’interno mi ha parlato…e mi ha detto che tutta la …è tutto sotto controllo” . La telefonato non fu utilizzata e sfumò ogni possibilità di chiederne spiegazioni al super papi.

Chissà che cosa era ad essere sotto controllo, eh silvietto?

D’altra parte  vasa vasa in queste condizioni è un enorme problema sulla strada dell’accordo strategico D’alema- Casini non solo in sicilia; è un fardello pesantissimo per lo stesso Casini che non può vantarsene nè troppo facilmente gettarlo a mare , essendo il baciatore  un buon serbatoio di voti a cui il belloccio non intende rinunciare.

Altro schiaffo al leader più lucido della sinistra -  più che altro lucido nell’andar dritto dritto verso la  sconfita convincendo tutti di quanto sia una scelta intelligente, l’unica possibile, s’intende -  viene dalla puglia dove l’ex premier si è sprecato come una balia asciutta vicolo per vicolo per spingere tal Boccia , già perdente 5 anni fa da Vendola nelle  primarie, con quest’ultimo che poi trionfò alle elezioni vere e divenne “governatore “.

La sconfitta di Boccia viene confermata ieri con proporzioni inaspettate anche dal clan di Nichi ed è una vera batosta  per il protetto di D’Alema, con Vendola che vola dappertutto e D’Alema che nel suo antico feudo mostra di aver perso potere ed influenza.

Ed ora due domande: può Vendola rapresentare qualcosa di nuovo ed utile non solo per la Puglia ?

A cosa è servito questo cannoneggiamento interno alla sinistra contro colui che appariva a tutti il vincitore?

Dove sta la lucidità del leader maximo? Se il prezzo da pagare a Casini era fare questa manfrina anche sapendo di perdere, dove porta la sinistra questa misera tattica completamente subalterna  a Casini?

Quando si capirà l’enorme ostacolo rappresentato da D’Alema per lo sviluppo della opposizione? Quando ci si chiederà davvero il motivo per cui la destra Berlusconica si è sempre sostanzialmente ed animosamente battuta per avere D’Alema come contr’altare politico?

Quando infine si chiederà conto al più baldanzoso dei reduci del PCI di tutti i suoi lucidissimi errori di strategia nel rapporto con berlusconi ?

Diceva Belzebù Andreotti che a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca

Crazyhorse70