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Disoccupazione: intervista al Presidente Associazione Lavoro Over 40

con un commento

di Luchino Galli, blogger e mediattivista

Dopo la pubblicazione di una serie di dati qui sul blog  ricevuti in un commento da parte del  Dottor Zaffarano, ecco un intervista di Luchino Galli collaboratore del blog sui temi delle disoccupazione e gestore della pagine facebook Maipiùdisoccupati.

1) Dottor Zaffarano, quando è stata costituita l’Associazione Lavoro Over 40, e a quali scopi?  

 L’associazione è sorta nel 2003 a cura di un gruppo di persone che hanno vissuto sulla propria pelle la disoccupazione in età matura con difficoltà infinite al reinserimento lavorativo, e che hanno deciso di dare voce a questa difficoltà, raccogliendo da subito un buon gruppetto di soci e simpatizzanti. Allo stereotipo di moltissime aziende che rifiutavano, ed ancora oggi rifiutano, il lavoratore maturo, si accompagnava anche una mancanza di strumenti legislativi idonei a sostenere queste persone ed una sordità del sindacato, che continuava invece la politica di dismissione dei lavoratori maturi  in accordo con le associazioni di categoria.

Il risultato? Una fascia di persone over 40 completamente dimenticata. Ecco perché occorreva fare emergere la propria voce.

2) Chi si rivolge all’associazione, e per quali motivi? Com’è cambiato negli anni l’utente dell’associazione? 

L’associazione viene contattata da persone – che si trovano in diverse situazioni lavorative, o meglio non lavorative: disoccupati di lunga durata, persone in CIG, mobilità – che si aspettano una esclusione dal mondo lavorativo a breve, lavoratori che sono in mobbing; insomma persone che provano una sofferenza lavorativa e che non riescono più a ritrovare la loro dignità di lavoratore, e l’identità di uomo. Non esiste una tipologia precisa: si presentano donne, uomini, operai impiegati, dirigenti, direttori, ex artigiani, lavoratori autonomi. Una panorama umano quindi; sono accomunati da due elementi: l’aver perso la loro sicurezza con poca speranza di riconquistarla e il non vedere un futuro per sé e per i propri cari. Un panorama che mostra tutti i lati di difficoltà, e a volte di tragicità, nel vivere tale condizione di difficoltà, con l’aggravante di avere  avanti a sé un muro fatto di incomprensione ed un rifiuto spesso secco al reinserimento con la conseguenza di sentirsi zavorra e relegato ai margini della società.

Negli anni l’utente non è cambiato molto: mostra sempre le medesime difficoltà ma in un mondo in crisi che accentua ancor più la criticità del lavora al pari e ancor più dei giovani. 

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Scritto da francacorradini

aprile 1, 2013 alle 08:08

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Chi sono i disoccupati adulti ?

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disoccupatidi Luchino Galli, blogger e mediattivista

Disoccupati adulti sono le persone relegate al margine o escluse dal mercato del lavoro, discriminate, emarginate per motivi anagrafici…

Disoccupati adulti sono le persone che nei Centri per l’impiego non trovano offerte di lavoro per le quali candidarsi, a causa di “sopraggiunti limiti d’età”.

Disoccupati adulti sono le persone che le agenzie per il lavoro faticano a presentare alle imprese, data l’età “avanzata”.

Disoccupati adulti sono le persone alle quali non sono rivolti gli annunci di lavoro pubblicati sui giornali e sui siti web, perché giudicate “anziane”.

Disoccupati adulti sono le persone costrette ad arrestarsi, con il loro bel curriculum in mano, davanti all’entrata degli esercizi commerciali, sulle cui vetrine sono affissi cartelli che recitano: “Cercasi personale, età massima 30 – 35 anni”.

I disoccupati adulti hanno almeno 35 anni perché, come chiarito dall’Istat nel “Rapporto annuale sulla situazione del paese nel 2008”, “le classi d’età fino a 34 anni” sono “oramai da identificare come la componente giovanile della disoccupazione”. I 35 anni costituiscono la soglia anagrafica, la linea di demarcazione tracciata dallo stesso mercato del lavoro, oltre la quale le persone incontrano ulteriori e rilevanti difficoltà nella ricerca di un’occupazione! Un esempio emblematico: dall’indagine dell’Associazione Direttori Risorse Umane (G.I.D.P./H.R.D.A.), “I trend occupazionali delle imprese italiane” per il 2010, emerse che nel corso dello stesso anno solo il 14,6% delle nuove assunzioni avrebbe riguardato personale dai 35 anni in su.

Disoccupati adulti… lavoratori accantonati, dimenticati, ritenuti superflui, condannati a una continua, dolorosa, troppo spesso infruttuosa ricerca d’occupazione; gli ultimi ad essere assunti, i primi ad essere licenziati: nel 2012, puntualizza l’Istat, l’incremento della disoccupazione ha coinvolto “in più della metà dei casi persone con almeno 35 anni”; nello stesso anno i nuovi iscritti ai Centri per l’impiego in seguito alla perdita del lavoro sono stati, in maggioranza, cittadini dai 35 anni in su.

Disoccupazione adulta che, aumentando di anno in anno, ha ormai eguagliato quella giovanile: nel secondo trimestre del 2012 l’Istat ha censito 1 386 000  disoccupati sotto i 35 anni e 1 320 000 disoccupati con almeno 35 anni, il 48.8% del totale dei disoccupati; nel terzo e quarto trimestre del 2012, la disoccupazione adulta ha ulteriormente accelerato e nel 2013, alla luce di questa tendenza, il numero complessivo dei disoccupati censiti dall’Istat con almeno 35 anni supererà quello dei disoccupati sotto i 35 anni.

Disoccupazione adulta, disoccupazione di massa, da paura, eppure ancora misconosciuta e sottaciuta da partiti e movimenti. Anche nella campagna elettorale delle politiche 2013 la disoccupazione adulta – come fenomeno sociale da contrastare con interventi mirati e qualificati – è stata ignorata. Intanto un dilagante e drammatico fenomeno sociale, che richiederebbe provvedimenti immediati, rimane senza prospettiva di soluzione, e sempre più persone e famiglie precipitano in una spirale – di povertà ed emarginazione – dalla quale è difficile risalire…

Scritto da francacorradini

marzo 22, 2013 alle 18:03

Baratto : una forma nobile di economia

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jazz1La prossima edizione di Barattowave, mercato Ecoscambio,sarà il prossimo 17 marzo a partire dalle ore 10,30 alle ore 18,30 sempre nello spazio del nuovo parcheggio di via Mecenate ad Arezzo.

Il sapore antico di un commercio che si basa sullo scambio è aperto “ad ogni uomo di buona volontà”.

Forse il termine migliore non è scambio ma contraccambio, perché nasconde in sé il restituire oltre che il dare ma con un significato più sociale e più fraterno. Partecipare è facile sia che si voglia aprire un proprio banchino sia che si voglia usare l’occasione di BarattoWave per liberarsi di qualcosa che oggi non ci serve più, con altro invece di più utile.

C’è però anche un’altra occasione e cioè quella di far vivere ai nostri figli un esperienza educativa unica: non si buttano via le cose ma si reciclano sempre e la sua forma più nobile per reciclarle è proprio il baratto.

Non è cosa da poco questa ultima opportunità nell’epoca per eccellenza dello spreco e nello stesso tempo della perdita di valori collegata anche ad un uso annoiato di tecnologie avanzatissime che non rispondono a vere esigenze personali e non ridanno quasi mai quello che all’apparenza promettono, entrando così in un circuito consumistico alienante che sempre porta all’isolamento e mai alla socializzazione.

BarattoWave ha soprattutto questa funzione educativa.

Certamente è il rischio/problema per i più giovani e giovanissimi ma anche per i nuovi dipendenti adulti da sms, chat e commercio in rete, che si ritrovano perduti tra le fredde nuove esperienze di comunicazione che regolano alla fine solo dei dialoghi agli specchi e scprire di colpo questa triste realtà è spesso causa di vere e proprie patologie.

Non è un caso che oggi la psicologia è obbligata ad occuparsi in maniera sempre più seria di questa problematica e al solito la risposta e la cura viene sempre dalla piazza.

La piazza è il luogo di incontro ed il mercato è la sua festa.

Il baratto, lo scambio,obbligano la trattazione e dentro alla trattazione si inseriscono empatie favorevoli all’amicizia.

Anzi il germe che porta alla “sana malattia” del legame amicale, risiede proprio nell’incontro e nel confronto. Non so se riesco a comunicare quanto di apparentemente secondario si nasconde dietro ad un evento come BarattoWave?

In più (e questo è il regalo aggiuntivo della festa BarattoWave) intorno alle ore 16, ormai è divenuta una consuetudine, si esibiranno il duo jazz composto da Roberto Casi alla chitarra e Michela Cartocci voce e magari con la sorpresa di qualche gradito ospite. Certamente ci sarà la piccola Lorenza Casi al cembalo, come già è capitato al suo debutto la scorsa volta e questa presenza ci serve a ricordare ancora una volta che BarattoWave è la festa dei bambini a cui partecipano anche i grandi più che il suo contrario e la presenza di Lorenza all’interno dell’esecuzione jazz ha proprio questo intento.

Roberto Casi


	

Scritto da francacorradini

marzo 16, 2013 alle 11:45

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Nuova vita agli oggetti : ci pensa FattoDiScarto !

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Intervista (esclusiva) per il blog  A SCUOLA DI BUGIE a Sauro e Licia di FattoDiScarto.

Come è nata l’dea dell’attività ? dal bisogno di inventarsi un lavoro che fosse nuovo ( strade non percorse ) o da una scelta ben precisa e motivata ?

FattoDiScarto, l’alterego di Sauro Montecchi, non nasce per un bisogno economico, ma per la necessità e voglia di esprimere una creatività interiore. Sauro è socio di un laboratorio di riparazioni di elettrodomestici in cui giornalmente vengono accomodati e molto spesso buttati pezzi e componenti che potrebbero ancora avere un processo vitale alternativo.

Questo “spreco” ha portato Sauro a riflessioni sulla brevità dell’utilizzo degli oggetti nel mondo di oggi, riflessioni che esprime attraverso la sua arte. Arte in quanto FattoDiScarto nasce come artista. Successivamente la voglia di sperimentare, ma soprattutto condividere, ha portato alla realizzazione di un Laboratorio Creativo gestito assieme a Licia (la sua attuale compagna).

I corsi organizzati nelle scuole e in luoghi pubblici sono generalmente gratuiti, giacché vengono portati avanti non come lavoro primario, ma come associazione non a scopo di lucro.

Leggendo il vostro sito,in particolare dove parlate della sedia “implasticata “,trapela un amore per gli oggetti che in teoria sono alla fine della loro vita e l’entusiasmo di dargliene una nuova. Sbaglio ?

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In un mondo consumistico, dove un oggetto appena acquistato è già obsoleto, è prevalsa la voglia di ritrovare valori morali, materiali, di vecchio artigianato, perché le nostre dita non servono solo a digitare parole su una tastiera. Quei valori di chi apprezza la vita per quello che è e non solo per quello che da. Ogni oggetto trovato ha avuto la sua importanza nel percorso del Laboratorio, perché ha permesso di poter applicare dei vecchi insegnamenti unendoli a nuove idee e materiali, come per la sedia. L’entusiasmo nasce dalla sperimentazione, dal vedere il nuovo “prodotto” finito, dall’utilizzo e anche dall’apprezzamento di tutte quelle persone che come noi amano il riciclo.

E’ esagerato dire che amare ciò è paragonabile all’amore per gli ultimi,i diseredati, gli invisibili?

Non ci paragoniamo a dei benefattori, poiché in definitiva utilizziamo scarti che persone non volevano più, di cui non sentiranno la mancanza. Noi amiamo solo i nostri oggetti, non quelli che ci fanno sentire “bene”, ma quelli di cui riconosciamo il valore e che ci sono utili. Ci innamoriamo di cose abbandonate in cui intravediamo nuove possibilità e sperimentazioni. Questo amore è però libero, infatti molto spesso cediamo, regaliamo, barattiamo e vendiamo le nostre creazioni perché questo è l’unico modo per portare avanti il progetto FattoDiScarto.

Soddisfazioni dalla vostra attività: personali per la “sfogo” della creatività o anche economiche o entrambe?

La più grande soddisfazione deriva dalla condivisione di un progetto, poiché abbiamo visto che ad ogni insegnamento dato traiamo anche noi una nuova idea, che i partecipanti dei corsi settimanali da perfetti sconosciuti ancora oggi si frequentano, a distanza di anni, anche al di fuori del laboratorio, che dando un piccolo input vengono fuori variazioni personali di grande spessore, che la gente sa chi siamo e ci apprezza, che ci vengono offerte tante possibilità di collaborazione in tutta Italia, che la nostra filosofia gira, che siamo entrati in contatto con importanti artisti locali e non solo, che continuiamo a divertirci come bambini. Bastano come soddisfazioni? Quelle economiche verranno in seguito, così ci auguriamo… per ora l’importante è sopravvivere e creare.

Come è nato il nome “FATTODISCARTO” ?

FattoDiScarto deriva dalla contrapposizione del termine fare e del termine scartare. Creare con un qualcosa che altri hanno buttato. Per chi conosce Sauro è facile capire come ciò nasca dal suo egocentrismo… per chi non lo conosce è bene spiegare che nel suo piccolo è come una divinità che ha potere di rigenerare e riportare a nuova esistenza ciò che è stato scartato, ma che può ancora esistere. La creazione di un piccolo mondo riciclato!

In due parole un auspicio : per voi…. per noi… e per l’ambiente …

Un auspicio per tutti? Che il progetto FattoDiScarto possa prosperare, che la nostra filosofia circoli liberamente per una decrescita sana e felice e che il vero valore venga dato alle cose realmente importanti.

Scritto da francacorradini

dicembre 30, 2012 alle 12:43

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L’emergenza neve e il solito scaricabarile delle responsabilità

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Qualcuno ha suggerito (non a torto) che le dispute verbali, le accuse e le attribuzioni delle responsabilità, ad ogni livello istituzionale, siano opportunamente rinviate al momento giusto, mentre adesso c’è bisogno di organizzarsi e di agire sul piano operativo per risolvere i notevoli disagi creati dall’emergenza maltempo ancora in corso. Superata la quale, ci si potrà confrontare in modo (se possibile) onesto, serio, civile e costruttivo.

Ebbene, visto che la fase critica dell’emergenza sembra avviarsi verso un progressivo miglioramento, mi permetto di anticipare una riflessione senza alcun intento polemico, né provocatorio, anche per “riscaldare” idealmente il clima gelido di queste giornate.

Allargando subito l’orizzonte del ragionamento, la notizia quantomeno inquietante e tragica riguarda l’Europa dell’Est, dove fino a questo momento si registrano oltre 600 morti causati dall’ondata di gelo proveniente dalle regioni siberiane. Ma tra le vittime per assideramento, addirittura 40 si contano in Italia. E non mi pare un dato irrilevante.

E’ vero che il clima terrestre sta letteralmente impazzendo, nel senso che l’estrema variabilità e l’instabilità meteorologica sono diventati ovunque una caratteristica costante e permanente, ed è altresì vero che i mutamenti atmosferici su scala planetaria sono stati provocati dall’azione umana che ha saccheggiato il territorio in modo irrazionale e scellerato. In particolare, le responsabilità vanno ascritte ad un modello di (sotto)sviluppo capitalistico inquinante e devastante, che si è rivelato fallimentare sotto ogni punto di vista, non solo sotto il profilo strettamente ecologico, ma pure sul versante economico e sociale, per cui fenomeni climatici che un tempo potevano risultare rari o eccezionali, oggi costituiscono la norma. Tuttavia, che una serie di nevicate così intense e prolungate, di portata e durata a dir poco eccezionali (stando alla mia memoria e alla mia esperienza personale, francamente non riesco a ricordarne un’altra di dimensioni simili), possa paralizzare per giorni l’attività di numerosi centri urbani che, almeno in teoria, dovrebbero essere attrezzati per prevenire e fronteggiare simili “emergenze meteorologiche”, per quanto si verifichino ogni mezzo secolo, non credo sia una notizia confortante. Dunque, c’è da preoccuparsi e interrogarsi molto seriamente sul sistema di prevenzione e protezione nazionale, al di là delle sterili polemiche e degli ignobili scaricabarile a cui abbiamo assistito ultimamente.

Chi fa politica, non credo costretto da qualcuno, decide volontariamente di cimentarsi nella gestione della pubblica amministrazione, a prescindere da ogni schieramento di parte, perciò si espone inevitabilmente alle critiche quando le cose non procedono bene. Di conseguenza, dovrebbe avere il coraggio e l’onestà intellettuale di assumersi le proprie responsabilità, non respingerle o scaricarle su altri livelli, come ha fatto il sindaco di Roma. Il quale ha preferito presenziare in un “tour” di trasmissioni televisive per scagionarsi e colpevolizzare altre figure istituzionali, non certo esenti da errori o inadempienze, anziché preoccuparsi di coordinare gli interventi necessari e idonei a fronteggiare e contenere l’eccezionale ondata di maltempo che ha investito la capitale.

Nella realtà quotidiana dell’Alta Irpinia, il maltempo ha innescato conseguenze estremamente drammatiche e rovinose, che oltretutto sono difficilmente tollerabili e perdonabili proprio perché si tratta di comuni situati in territori d’alta montagna, in cui le temperature glaciali, le bufere di vento gelido, sia pure di origine artica o siberiana, le abbondanti precipitazioni nevose come quelle verificatesi nei giorni scorsi, dovrebbero essere affrontate nell’ottica di un “fenomeno naturale” facilmente prevedibile grazie agli strumenti tecnico-scientifici dell’odierna meteorologia. Nelle nostre zone, anche un’ondata di gelo polare e le nevicate più fitte e copiose dovrebbero essere fenomeni atmosferici riconducibili e sopportabili nell’orbita della “normalità”, e non diventare una tragica calamità, o addirittura una emergenza regionale o nazionale.

Inoltre, benché questo elemento non rientri nel discorso sulle responsabilità legate all’emergenza, inviterei a ragionare molto onestamente e seriamente sulle funzioni e sulle competenze spettanti alle cosiddette “comunità montane”. A proposito delle quali è lecito domandarsi (già da tempo) quale siano i vantaggi concreti procurati ai cittadini da questi enti territoriali locali, inutili sin dalla loro istituzione, al di là dell’elargizione di rendite, prebende, appannaggi, franchigie e poltroncine ai soliti “amici degli amici”.

Premesso che “a monte” esiste anche una questione di mentalità, ossia un problema di ordine etico, culturale ed educativo, premesso che le responsabilità politiche e morali, oltre che personali, sono ascrivibili a vari livelli e ruoli istituzionali, ma non per questo ciascun soggetto è legittimato a discolparsi, accusando altri e rimbalzando le proprie responsabilità, sorge spontaneo chiedersi, soprattutto in un periodo non più di “vacche grasse” ma di grave austerità economica, perché si continuino a sprecare ingenti fondi pubblici per mantenere enormi carrozzoni politico-clientelari ed assistenziali che sono tanto inutili quanto costosi, invece di stanziarli a favore di una politica di risanamento ambientale, di prevenzione e salvaguardia del territorio, provvedendo affinché i singoli enti locali siano efficacemente attrezzati e coordinati per intervenire nel caso di abbondanti precipitazioni nevose, specie quando sono annunciate in modo tempestivo.

Lucio Garofalo

Scritto da francacorradini

febbraio 13, 2012 alle 15:44

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Dopo i blitz di Cortina e Milano

con 20 commenti

I recenti blitz compiuti dalla guardia di finanza nelle località di Cortina e Milano, con tutto il clamore e la risonanza mediatica che hanno suscitato, nonché altri casi meno eclatanti e i vari segnali provenienti dall’alto, ma più in generale il cambio di indirizzo governativo in materia di politica fiscale e il diverso clima culturale instaurato dal governo Monti, sembrano preannunciare una sorta di “rivoluzione copernicana” avviata nel campo della lotta all’evasione fiscale. E’ una battaglia che ovviamente riscuote enormi consensi presso vasti settori dell’opinione pubblica nazionale, incontrando l’approvazione entusiastica delle forze progressiste di sinistra e degli strati sociali operai che finora hanno sofferto maggiormente le conseguenze dolorose della crisi economica, cioè il proletariato industriale e i lavoratori dipendenti, in particolare i precari. Inoltre, questa “svolta epocale” sembra produrre effetti sedativi anche sul piano psicologico collettivo, quasi funzionasse come un farmaco palliativo utile ad appagare ansie di rivincita e desideri di riscatto e rivalsa sociale in una sorta di feroce “guerra tra poveri”.

A me pare che si tratti di una manovra strategica tesa ad abbattere definitivamente la piccola concorrenza economica e commerciale, sottraendo quella che è l’unica (o quasi) arma di sopravvivenza a disposizione della “vecchia piccola borghesia” (cito il titolo di una celebre canzone di Claudio Lolli), vale a dire il ricorso al sommerso e all’evasione (o elusione) fiscale. Ovviamente, a beneficiarne sarà non tanto lo Stato italiano, ormai destinato ad essere ridotto in brandelli, quanto (casualmente) il grande capitale finanziario monopolistico di origine bancaria, che ha tutto l’interesse ad annichilire ed eliminare la concorrenza esercitata dalla piccola e media borghesia industriale e commerciale nel campo della produzione manifatturiera e della distribuzione commerciale, visto che i maggiori gruppi che operano in questi settori economici usufruiscono del sostegno e del denaro provenienti dal capitale finanziario cosmopolita.

La piccola borghesia, che fino ad ieri si identificava completamente nel paradigma berlusconiano, riparandosi dentro l’involucro protettivo del potere berlusconiano, oggi rischia di essere massacrata e condannata ad una condizione di rapida proletarizzazione.

Stanno prosciugando l’acqua in cui sopravvivono a stento i residui della piccola borghesia con l’intento di sottomettere l’intero sistema commerciale. Questa operazione si combina con il regime dei prezzi mantenuti artatamente bassi dalla grande distribuzione che in pratica sta demolendo i super-mercati di piccole e medie dimensioni. Tale strategia punta anche a soggiogare il settore dei trasporti (che ultimamente è in grande fermento e agitazione) poiché senza controllare questo elemento vitale, i rifornimenti alla grande distribuzione sono esposti al ricatto dei padroncini dei camion. Svanite le sovvenzioni pubbliche, ai piccoli trasportatori autonomi non resta che lasciarsi ingoiare dalle grandi holding che monopolizzano il trasporto internazionale delle merci su strada.

Si tratta di vicende tanto complesse quanto controverse, non riducibili ad una volontà (senza dubbio più dichiarata rispetto al passato) di lotta all’evasione, come si vuol far credere agli occhi dell’opinione pubblica nazionale e internazionale. Ma ciò vale anche per la lotta alla corruzione, che al momento resta sul piano dei facili annunci mediatici o delle denunce scandalistiche che investono (guarda caso) solo i partiti politici, non il mondo dell’alta finanza o della grande industria monopolistica, ossia le multinazionali.

Intanto, sperano di consolarci con lo spread sceso a quota 390, ma c’è poco da esultare.

Lucio Garofalo

Scritto da francacorradini

febbraio 5, 2012 alle 15:52

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Tempi moderni :licenziate con un fax

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Oggi 12/01/2012 una delegazione Omsa sarà ospite alla trasmissione di Michele Santoro a Servizio Pubblico ,seguilo quì ore 21:00:00, a questa pagina: “https://www.facebook.com/pages/CGIL-di-FAENZA-nuovo-territorio-autonomo/121140914630665?sk=app_310720432275822

Le  lavoratrici Omsa sono state licenziate con un semplice  fax durante le vacanze natalizie, tra Natale e Capodanno.

Potenza dei tempi moderni !

I fidanzati si lasciano con un sms,i lavoratori si licenziano con un fax….

Le lavoratrici Omsa invitano tutte le donne ad essere solidali con loro, “boicottando” i marchi Philippe Matignon – SiSi – Omsa – Golden Lady – Hue Donna – Hue Uomo – Saltallegro – Saltallegro Bebè – Serenella e vi sarebbero grate se voleste dare il vostro contributo alla campagna, anche solo girando questo video a quante più persone potete se non altro per non alimentare l’indifferenza.

Le lavoratrici Omsa ringraziano per l’aiuto e il supporto che vorrete dargli quali ennesime vittime di una legislazione che protegge sempre più gli interessi unicamente lucrativi degli imprenditori che non la vita e la condizione lavorativa dei dipendent

Scritto da francacorradini

gennaio 12, 2012 alle 18:35

Un blocco sociale contro il regime dei banchieri

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La crisi odierna è inequivocabilmente dovuta a fenomeni di sovrapproduzione e sottoconsumo, in sostanza deriva da una restrizione dei mercati che è un effetto della variazione della morfologia sociale. L’enorme rigonfiamento della massa proletarizzata, con la riduzione di gran parte dei ceti medi alla condizione salariata, significa che non ci sono abbastanza compratori per le merci: il proletariato non può ricomprare tutte le merci che esso stesso ha prodotto. Ma ciò rappresenta un’antinomia del capitalismo, dato che non può esistere una società composta esclusivamente da borghesi e proletari.

 La razione di miseria obbligatoria imposta a paesi come Portogallo, Grecia, Italia, Spagna e progressivamente a tutti i popoli europei, non basterà a fermare la caduta di rendimento del capitale finanziario, per cui serviranno altre manovre finanziarie che spingeranno sempre di più verso una condizione di insopportabilità dei sacrifici imposti ai proletari. Ormai il capitalismo non ha più nulla con cui tacitare la protesta sociale, anzi, per sopravvivere è costretto ad estorcere sempre di più e in dosi sempre maggiori.

Se Obama è costretto a raddoppiare i fondi sociali di assistenza con cui vengono finanziati sottobanco i grandi supermercati dei distretti popolari al fine di non fare esplodere rivolte, se in Europa si procede all’abolizione di ogni copertura di welfare (pensioni, sanità, scuola, ecc.), se neppure uno solo dei grandi economisti borghesi è stato in grado di prospettare un modo per uscire dalla crisi e stabilizzare l’economia, tutto questo procedere verso il disfacimento totale del capitalismo ha una sua ragione d’essere ed è l’irrazionalità del capitalismo rispetto alle ragioni dell’intera umanità.

Oggi la miseria obbligatoria imposta dal proconsole della BCE per l’Italia, Mario Monti, al solo fine di garantire il pagamento degli interessi del debito pubblico italiano al capitale finanziario internazionale può valere qualche settimana di ripresa dei titoli italiani. Più del 97% di questi titoli sono incettati dalle banche che esigono i pagamenti, pena il default: sono le grandi banche mondiali, a cui la BCE e le banche italiane sono consociate. Di ripresa nemmeno l’ombra, anzi prosegue la liquidazione sistematica dell’industria e del piccolo commercio. La crisi abbatte chi non è abbastanza forte da resisterle: si contano già 60-70 mila piccoli esercizi commerciali chiusi con relativo numero di disoccupati, per lo più clandestini, dato che erano clandestini anche come lavoratori. Questa ecatombe forza il mercato in direzione dei grandi gruppi commerciali, cioè dei grandi supermercati nei quali i prezzi sono stabiliti nell’ambito dei commerci internazionali. Ci avviamo verso un commercio con forti connotazioni autocratiche, verso cui i consumatori non dispongono di alcun mezzo di influenza e di contrattazione.

Al momento i grandi centri commerciali mantengono i prezzi al di sotto di quelli del piccolo commercio, fa parte della strategia per liquidare quest’ultimo e la quantità di merci vendute assicura ai grandi gruppi margini soddisfacenti di profitto, dato anche che possono servirsi di lavoro precario a basso costo. Quando essi avranno imposto condizioni di monopolio, allora potranno esercitare tutta la loro forza per spremere i consumatori.

Il piccolo commercio è stata una delle attività fondamentali della piccola borghesia urbana. Le sue attuali condizioni di reddito non sono dissimili da quelle dei proletari. Ma molta della sua sopravvivenza dipende dall’evasione fiscale sistematica, da essa  concepita come lotta di sopravvivenza contro lo Stato e la concorrenza. Essa è oggi un rimasuglio di ciò che era quando il fascismo la mobilitò contro il movimento operaio.

Crollata l’illusione berlusconiana in cui essa si riconosceva completamente, oggi la piccola borghesia urbana si trova sul baratro della sua scomparsa come ceto sociale. Il capitale finanziario la sacrifica per acquisire il potere enorme di monopolizzare i commerci e utilizzarlo come forma di controllo e pressione sociale. E’ noto che i capitali dei grandi gruppi commerciali sono consociazioni internazionali gestite dalle banche.

E’ evidente che per gli ultimi residui della piccola borghesia urbana e commerciale le prospettive future sono uno status di proletarizzazione, disoccupazione e precarietà. Ma bisogna stare attenti poiché è proprio da questi ambienti sociali che stanno riemergendo le tesi complottiste, l’antisemitismo di ritorno, il razzismo contro gli extra-comunitari.

Di fronte alla proletarizzazione forzata della piccola borghesia urbana, il proletariato non può più combattere con gli strumenti, ormai anacronistici, della democrazia parlamentare borghese, un nemico di classe che ha finalmente gettato la maschera, uscendo allo scoperto e ponendosi direttamente al vertice di Stati come Italia e Grecia.

Un’analisi della situazione che sia attendibile, onesta e coerente, non può non generare una presa di posizione ferma ed intransigente di fronte all’inasprimento della crisi e alle soluzioni “lacrime e sangue” adottate dai governi in un quadro capitalistico. Governi che non sono più condizionati in modo occulto e latente, come succedeva all’interno dei precedenti scenari parlamentari, da lobby che fanno capo alle grandi banche d’affari e all’alta finanza, ma sono un’emanazione diretta e palese del potere capitalistico, poiché al vertice degli Stati, in Grecia e in Italia, si sono insediati ufficialmente dei regimi guidati da tecnocrati e alti funzionari del sistema bancario e finanziario internazionale.

Su questo punto non si può non concordare, a meno che non si voglia negare l’evidenza.

In un quadro di crescenti ingiustizie e diseguaglianze sociali, è inevitabile che le proteste, frutto della disperazione dilagante, non saranno più facilmente gestibili con gli strumenti tipici della legalità costituzionale e della democrazia liberale borghese, e da semplici movimenti di indignazione e contestazione pacifica e non violenta, potranno assumere la forma delle rivolte o dei tumulti di massa, ovvero una veste insurrezionale.

Pertanto, serve la formazione di un blocco sociale e popolare, di impronta classista, che sia in grado di esercitare un ruolo antagonista, intransigente e deciso, contro il regime dei banchieri, che è (per l’appunto) un’emanazione diretta e palese, persino dichiarata, di un blocco economico molto agguerrito che fa capo agli affari (di classe) del sistema bancario e dell’alta finanza internazionale, che sono evidentemente contrapposti in maniera irriducibile agli interessi del mondo del lavoro produttivo e salariato, precisamente a quelli delle classi operaie e, più in generale, delle masse proletarizzate.

Ma come e con quale durata temporale si potrebbe conseguire un simile obiettivo? E con quali metodi di lotta è possibile, oltre che necessario, agire per concretizzare tale progetto? Ed è un traguardo di breve termine, o di medio e lungo periodo? Sempre che sia realizzabile. Inoltre, ammesso che lo sia, il processo dovrà e potrà svilupparsi dal basso, quindi compiersi in modo spontaneo ed auto-organizzato, o dovrà essere diretto dall’alto, cioè da un soggetto politico che si configuri come avanguardia rivoluzionaria?

A tutti questi interrogativi, che non sono affatto accademici, astrusi o peregrini, bensì estremamente pratici, occorrerebbe dare una risposta. Una risposta che eventualmente può giungere solo dal basso, ovvero dal magma ribollente delle lotte sociali e materiali.

Lucio Garofalo

Scritto da francacorradini

gennaio 8, 2012 alle 15:14

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Il re è nudo (di Lucio Garofalo)

con un commento

Azzardo alcune riflessioni preliminari di ordine filosofico ed esistenziale, quindi politico.

Il re è nudo, si potrebbe osare. La realtà, che supera puntualmente ogni immaginazione, ispira e suggerisce un’elaborazione critica di straordinaria attualità storica.

Per decenni il sistema di potere creato dalla borghesia capitalista ha predicato nel mondo, a partire dal secondo dopoguerra, quella che si potrebbe qualificare come la religione più diffusa e vincente di ogni tempo e luogo, la fede cieca e incondizionata nel dio mercato e nel totem della finanza, il culto idiota e mondano del denaro e del successo, il feticismo della merce e del profitto, la morale utilitaristica dell’avere e dell’apparire ad ogni costo in luogo dell’essere, sacrificando e calpestando tutto e tutti.

Il corollario finale è stato l’avvento di una sottocultura di massa improntata al consumismo più esasperato, acritico ed alienante, all’edonismo ebete, individualista e conformista, quella che nell’età contemporanea è l’ideologia più ottusa e onnipotente, una mentalità autoritaria e pervasiva, più feroce e persuasiva rispetto a qualsiasi tipo di assolutismo e totalitarismo che si sia mai conosciuto nella storia millenaria dell’umanità.

Negli ultimi cinquant’anni, alle popolazioni del mondo occidentale è stato imposto uno stile di vita ultraconsumista: ci hanno bombardato il cervello per convincerci che bisognava lavorare e produrre al massimo per guadagnare e consumare il più possibile con il risultato che gli individui sono in gran parte stressati, assai insoddisfatti e infelici.

Pertanto, si potrebbe dedurre che la scelta più saggia sia quella di moderarsi in modo da lavorare il meno possibile e, di conseguenza, avvelenarsi il meno possibile, sentirsi meno stressati e puntare ad arricchirsi, non tanto sul versante strettamente materiale, quanto a livello umano, ossia affettivo e spirituale. In altri termini si può scegliere di condurre uno stile di vita più sobrio sul piano dei consumi in modo da permettersi un’esistenza più emancipata dal bisogno, ovvero più libera dallo stress e dalle tossine della vita moderna.

Certo, se un individuo non si accontenta di un cellulare, ma ne vuole due di ultima generazione, se invece di un’auto per ogni famiglia si avverte il “bisogno” di un’auto a persona, se si desidera la villa in campagna e l’appartamento al mare, insomma si inseguono ossessivamente le mode consumistiche, si moltiplicano i falsi bisogni indotti dal mercato, è inevitabile che non basta uno stipendio, è inevitabile essere assoggettati ad un “benessere” fittizio, essere succubi del bisogno e del lavoro, infelici e stressati.

Sia chiaro che tale ragionamento non inneggia alla filosofia, oggi in voga, della cosiddetta “decrescita”, né corrisponde ad una visione “pauperistica” o “francescana” del mondo, ma si limita a suggerire un’ipotesi che è tanto necessaria quanto realistica e praticabile, un’attitudine pragmatica che potrebbe rivelarsi utile per affrontare le gravi difficoltà legate all’attuale fase di austerità e di recessione dell’economia capitalista.

Bisogna rendersi conto che la decrescita è già presente oggettivamente nella realtà dei fatti, sia in Italia che altrove, nel senso che il tasso di crescita economica del nostro Paese è in costante diminuzione da quasi mezzo secolo, a partire esattamente dal “boom economico” degli anni ‘60. Occorre prendere onestamente atto che la decrescita o, meglio ancora, il sottosviluppo e la miseria, sono le conseguenze di un sistema di distribuzione iniqua, irrazionale e distorta delle ricchezze sociali, sono il risultato delle contraddizioni strutturali insite nel funzionamento del modo di produzione capitalistico.

Tornando al tema precedente, è ovvio che il discorso non vale in termini assoluti bensì relativi, per cui sono esclusi, ad esempio, coloro che versano in condizioni di estrema (o relativa) povertà o chi vive in realtà metropolitane in cui il costo della vita è altissimo e si è costretti a spendere oltre la metà dello stipendio per pagare l’affitto mensile. In questi casi temo che la filosofia “stoica” o la morale “francescana” servano a ben poco.

E’ chiaro che la condizione proletaria non va idealizzata, bisogna battersi per l’abolizione del proletariato in quanto classe, e la sobrietà intesa come stile di vita, saggezza o moderazione, non va vissuta “stoicamente” ma come necessità contingente.

Stiamo attraversando una fase in cui dobbiamo misurarci con le condizioni storicamente determinate, senza cedere alle mode consumistiche, né ad uno stile di vita francescano.

E’ altresì evidente che lo sfruttamento e la violenza di classe non possono durare a lungo senza essere accettati dagli sfruttati. A questo compito era deputata in passato la religione. Ma oggi questo strumento di convincimento è vecchio e superato, inadatto allo scopo nell’epoca dell’economia di mercato. Una nuova forma di condizionamento e debilitazione morale è intervenuta: dall’idolatria trascendente all’idolatria delle merci.

Le osservazioni esposte finora servono ad introdurre un ragionamento sul concetto di “proletariato” e sul significato (non solo simbolico) che assume oggi un vocabolo che per molti ha un sapore anacronistico e veterocomunista, di stampo addirittura ottocentesco.

E’ noto che i proletari sono coloro che possiedono esclusivamente la prole, ossia i figli. Il termine indicava in origine una classe di lavoratori il cui ruolo, nel modo di produzione capitalistico, è di prestare la forza lavoro in cambio di un salario, ma nel corso del tempo il significato si è modificato, adeguandosi alle nuove circostanze storico-sociali.

Se in passato il termine designava specificamente una classe di operai che hanno come sola ricchezza la prole, in seguito il senso letterale si è aggiornato ed è stato sostituito da un’accezione più ampia che comprende la totalità dei salariati, inclusi i lavoratori intellettuali ridotti in uno stato di precarietà e che percepiscono un salario miserabile.

E’ altresì indubbio che negli ultimi cinquant’anni il proletariato che vive nei Paesi sviluppati del mondo occidentale, si è imborghesito, in particolare sotto il profilo mentale e culturale. Nel contempo conviene ragionare sul fatto che l’attuale crisi recessiva sta producendo effetti di proletarizzazione dei ceti intermedi, un tempo agiati e benestanti, ed immiserisce in modo doloroso le classi operaie degli Stati occidentali.

Non serve rammentare che un numero crescente di famiglie italiane (ma il discorso vale a maggior ragione per Greci, Irlandesi, Portoghesi e via discorrendo) non riesce ad arrivare alla fine del mese, se non proprio alla terza settimana, quando tutto va bene.

Aggiungo una chiosa finale per chiarire che l’esperienza storica pregressa dovrebbe insegnarci che un rovesciamento radicale dell’ordine economico e sociale senza una corrispondente rivoluzione intellettuale in un senso antiautoritario, senza un processo di affrancamento culturale delle singole persone, non ha molto senso e rischia di rivelarsi fallimentare in quanto non produce un’effettiva emancipazione degli individui, come è accaduto nel caso delle rivoluzioni politiche e sociali compiute finora dal genere umano.

In sostanza, la trasformazione dell’esistenza si compie attraverso processi rivoluzionari paralleli che investono l’assetto della sociètà nel suo insieme e la formazione etica, civile, psicologica e spirituale delle persone, che altrimenti rischiano di sottostare ad una nuova forma di oppressione che non è solo politica e materiale, ma altresì culturale.

Scritto da francacorradini

dicembre 23, 2011 alle 12:53

Pubblicato in informazione, politica

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Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento, perché rubacchiavano….

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Solo una settimana fa ero a Pisa a moderare un dibattito molto interessante nell’ambito dell’iniziativa  Festival scARTI e alla rappresentante di Amnesty International che ci parlava della recente campagna a favore del popolo Rom ho chiesto quali fossero i mutamenti di atteggiamento degli italiani autoctoni nei confronti del popolo Rom.

Confesso di aver ricevuto un assordante quanto educato silenzio.

Difatti episodi come questo di Torino ( Torino,raid campo rom era annunciato) ci dimostrano quanto sia ancora pesante la diffidenza ed il razzismo nei confronti di questo popolo.

La mancanza di conoscenza della cultura del “diverso” porta questi episodi di intolleranza.

Il diverso ci fa paura, è un mondo sconosciuto che apre scenari di ogni genere.

Il diverso ci fa paura perchè non conosciamo.

Il diverso ci fa paura perchè è altro, non è noi.

Il diverso ci fa paura e diventa capro espiatorio delle nostre paure, dei nostri fantasmi, delle nostre vigliaccherie.
Basterebbe conoscere e capire che anche noi per l’altro, potremmo NOI essere “l’altro “

Tutto è relativo….

Ma una sedicenne arriva ad inventarsi uno stupro e adulti, in  corteo a suo sostegno, incendiamo un campo nomadi.

Follia, dettata dall’ignoranza voluta, in odore di tremenda storia passata…..

Franca C.

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.
(Bertold Brecht)

originale qui

Scritto da francacorradini

dicembre 11, 2011 alle 17:08

Pubblicato in cronaca, informazione

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