LA CONOSCENZA RENDE LIBERI

per favorire l'incontro di idee anche diverse

Archivio per settembre 2011

Contro il comma 29, cosiddetto ammazza-blog.

con 2 commenti

da un appello di Giulio Cavalli.. pubblichiamo questo testo:

Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog?

Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione.

Cosa è la rettifica?

La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi.

Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione?

La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito.

Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto?

La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata.

Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false?

E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.

Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica?

La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.

Sono soggetti a rettifica anche i commenti?

Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica.

Scritto da francacorradini

settembre 30, 2011 alle 00:26

Paura.

con 3 commenti

 di Marigo Giandiego

 Ci ho messo un poco per fare questo post. Ci ho pensato a lungo…il rischio era di fare leva sul  pietismo, parlandovi di me. Fare il piagnisteo è davvero l’ultimo dei miei desideri.

 Ancora una volta vi voglio dire, tranquillizzandovi, che non vi sto chiedendo niente. State  tranquilli alla fine di questo post non dovrete nemmeno fare un sms da un euro.

 Non vi chiedo nemmeno un’adesione, solo vorrei parlare e descrivere questa “sensazione”,  questo “dolore”, pechè lo scrivere per me sta diventando come il respirare, un’attività  normale, vitale, quasi automatica, anche se nessuno sembra volermene riconoscere la  capacità ( per un  poco di tempo ho accarezzato l’idea di farne il mio lavoro, di sentirmi poeta e scrittore ma pare che non sia possibile, se non hai fatto un passaggio televisivo o non sei figlio di…). Quindi non temete e soprattutto non moralizzatemi addosso, non cercate, maliziosamente, retroscena, non ci guadagno nulla. Non mi viene in tasca niente da tutto questo.

Ho paura, volevo dirlo!

Non l’ho avuta nemmeno quando il mio mondo e crollato e mi si è infranto addosso, togliendomi tutto…casa, lavoro, ogni garanzia…sino alla mia credibilità, distruggendomi la vita.

Non l’ho avuta le migliaia di volte che ho sfidato lo stato…il potere, il sistema.

Non l’ho avuta nemmeno il giorno in cui l’infarto mi ha portato sull’orlo della morte.

Oggi ho paura!

continua nel blog di Marigo Giandiego

Scritto da francacorradini

settembre 25, 2011 alle 19:02

Pubblicato in politica

Domani 21 settembre tutti a Montecitorio

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presidio e manifestazione sostenuta unicamente dallo ZOO DI 105

Scritto da francacorradini

settembre 20, 2011 alle 17:27

Pubblicato in politica

DISOCCUPAZIONE ADULTA: Mai Più Disoccupati intervista Stefano Giusti, Presidente di Atdal Over40

con un commento


Luchino Galli, per Mai Più Disoccupati, intervista il Dottor Stefano Giusti.16 settembre 2011

Dottor Giusti, quando nasce l’associazione Atdal Over 40, e con che finalità e obiettivi? Quali  iniziative ed eventi avete realizzato e quali sono in programmazione?

 L’ass.ne Atdal Over 40 (Atdal sta per Associazione Tutela dei Diritti dei Lavoratori) nasce a Milano nel 2002 su iniziativa di Armando Rinaldi, con base volontaria, per sensibilizzare le istituzioni sul problema dell’espulsione dei lavoratori in età matura. Problema che ne porta un altro con sé, quello della difficilissima se non impossibile ricollocazione di queste persone. Il nostro slogan “Troppo vecchi per lavorare, troppo giovani per la pensione” riassume precisamente il cuore del problema e il nostro pensiero.

In questi anni abbiamo realizzato tante iniziative da quelle di pubblicizzazione del problema tramite convegni e seminari sul tema, a quelle più pratiche di servizio.

In tre occasioni ATDAL è stata ricevuta al Senato ed ha presentato relazioni sul fenomeno dei disoccupati over40 e una serie di proposte di intervento legislativo. Dalle nostre proposte in tema di diritto al lavoro è nato un Disegno di Legge a firma del Sen. Pizzinato, mai discusso nella passata legislatura e riproposto in seguito al Senato dal Senatore Giorgio Roilo e alla Camera dall’Onorevole Gloria Buffo.  Nel corso della sua attività ATDAL ha promosso raccolte di firme su specifiche Petizioni ai Presidenti di Camera e Senato. Le oltre 8.000 firme raccolte sono state consegnate nel Maggio del 2003, Aprile 2004 e Ottobre 2006.

Poi abbiamo attivato iniziative pratiche come gli sportelli di orientamento e sostegno, ed accordi con Enti e istituzioni per corsi di formazione mirati direttamente al ricollocamento degli over 40. Va detto che noi non siamo e non vogliamo essere un’agenzia di collocamento  ma un punto di riferimento per tutti coloro che, vivono questo problema e sono abbandonati dalle istituzioni e da chi, fino al giorno prima, ha usufruito di loro come forza lavoro sia manuale che intellettuale. In futuro ci riserviamo di continuare su questa strada che fino ad oggi ha ottenuto se non altro il risultato di aver fatto parlare di questo problema sempre nascosto. In programma abbiamo tante iniziative soprattutto pubbliche per sensibilizzare al problema.

La disoccupazione adulta è un fenomeno sociale che sconvolge la vita delle persone, e ne devasta le famiglie; quanti sono i disoccupati adulti in Italia?

 Nessun Ente di ricerca ha mai fatto una campionatura esatta su questo fenomeno. I dati Istat non contemplano questa fascia e quindi i numeri che circolano sono  quelli che vengono raccolti  da Enti e Istituzioni locali (soprattutto regionali) che cercano di definire quantitativamente il problema  e dai dati che faticosamente riusciamo a mettere insieme nelle nostre strutture territoriali. Si può tranquillamente affermare che la disoccupazione Over 40 riguarda almeno 1,5 milioni di persone. E ovviamente a cascata, dietro questo dato ci sono i nuclei familiari. Fare il calcolo di cosa significhi questo dramma sociale è abbastanza semplice anche se le Istituzioni non vogliono riconoscerlo ufficialmente…

Quali sono le dinamiche e i caratteri della disoccupazione adulta?

 

L’insorgere del problema della ricollocazione lavorativa degli “over 40” risale alla metà degli anni ’90, anche se la questione ha cominciato a farsi sentire in misura più grave e patologica con l’arrivo del nuovo millennio. Strutturalmente il fenomeno nasce come maldestra conseguenza di una delle varie e cicliche enunciazioni teoriche di organizzazione aziendale, volte a ridefinire equilibri economici sempre nuovi e spesso contrari ai precedenti. In questo caso la matrice del fenomeno è riconducibile alla teoria dell’ “Old Out Young In”, tradotto letteralmente “vecchi fuori, giovani dentro”. È una teoria organizzativa che viene dall’altra parte dell’Oceano, da aree economiche come quelle americane, giapponesi e sud-coreane e naturalmente prende piede in Europa con circa dieci anni di ritardo, quando in quei paesi viene già vista con sospetto e più volte rivisitata e modificata.

Come tutte le teorie importate belluinamente, non tiene conto della diversa situazione cultural-economica dell’Europa e nel nostro caso dell’Italia, ma diventa in breve tempo una moda, una parola d’ordine aziendale da tutti accettata e vista come funzionale a chissà quale sviluppo. Ovviamente mai nessuno spiega effettivamente perché debba funzionare e su quali basi oggettive, però la si accetta come indispensabile e funzionante e se ne giustifica l’uso con il solito gioco di prestigio tautologico per cui la si applica perché funziona e funziona in quanto si applica (!) ignorando completamente il salato prezzo sociale che porta con sé.   La sua conseguenza più grave, è la difficoltà (per non chiamarla impossibilità) di ricollocazione per tutta questa fascia di lavoratori discriminata in tutte le maniere. Basta guardare i giornali specializzati e scoprire che oltre il 60% degli annunci contiene limiti di età compresi tra i 25 e i 35 anni. Limiti che oltre ad essere pazzeschi da un punto di vista sociale sono anche fuorilegge. Esiste infatti un Decreto Legislativo del 9 luglio 2003, n. 216 “Attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro” pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 187 del 13 agosto 2003 che all’articolo 3 recita:

Il principio di parità di trattamento senza distinzione di età si applica a tutte le persone sia nel settore pubblico che privato con specifico riferimento alle seguenti aree: accesso all’occupazione e al lavoro, sia autonomo che dipendente, compresi i criteri di selezione e le condizioni di assunzione…”

Insomma è illegittimo discriminare in base all’età e mettere un limite nelle offerte di lavoro, ma lo fanno quasi tutti, aziende multinazionali o piccole società, agenzie per il lavoro e grandi società di head hunting. Naturalmente non esiste nessun garante o figura che faccia rispettare questa legge dello Stato. L’anno scorso il Senato della Repubblica ha bandito un concorso per l’assunzione di personale impiegatizio. Tale concorso, in barba alle leggi vigenti, conteneva il limite di età fissato tra i 18 ed i 40 anni.

È chiaro che non basta togliere una riga con scritto “età compresa tra x ed y” per eliminare il problema ma riuscire a far rispettare le leggi sarebbe già un buon punto di partenza per arrivare a considerare il lavoratore Over 40, sia uomo che donna, ancora un protagonista attivo. Oltretutto, paradosso nel paradosso, in Italia come in tutti i paesi industrializzati, la lunghezza del periodo scolastico formativo anche per le posizioni medie, si prolunga ormai fino quasi ai trent’anni (laurea, + master + stage), in presenza di una dichiarata obsolescenza professionale e conseguente rischio licenziamento, che si presenta non appena si toccano i 40!

In questo deserto sociale, le uniche forme di assistenza vengono da organizzazioni di volontariato, spesso costituite da persone che hanno vissuto questo dramma e che affrontano in prima istanza questo problema. Fino a quando le istituzioni continueranno a far finta di niente?

E’ un dato di fatto che la disoccupazione adulta sia misconosciuta: sottaciuta dai mass media, ignorata dalla politica e trascurata dagli stessi sindacati; quali le ragioni e i motivi?

 

Non c’è un’unica causa  ma diversi fattori concomitanti. I mass media spesso peccano di superficialità e non fanno lo sforzo di diversificare e approfondire i temi. Preferiscono cavalcare le mode e parlare di “disoccupazione giovanile” come se a 35 o 40 anni si fosse anziani. I sindacati hanno una visione del problema obsoleta: loro difendono principalmente il lavoro, chi lo perde esce fuori dai loro schemi e non viene troppo considerato. Oltretutto molti dei loro dirigenti pensano ancora al disoccupato over 40 su stereotipi superati: non sa usare il computer,  non conosce l’inglese. Non vedono o a volte fanno finta di non vedere la trasformazione del problema. La politica beh, che dire, ormai politici e gruppi di potere partitico ragionano solo per numeri: i disoccupati Over 40 per ora non riescono a fare lobby, a far capire il loro peso politico ed elettorale. Quando lo faranno i politici li inseguiranno col cappello in mano… Su quest’ultimo punto poi si inseriscono anche le “responsabilità” dei disoccupati. Spesso molte persone che hanno questo problema, specie quelle che non sono state estromesse da grandi ristrutturazioni  industriali tipo Alitalia ma hanno perso individualmente il lavoro, quasi si vergognano della loro situazione, ne fanno una colpa non si manifestano pubblicamente. Così facendo rendono quasi impossibile far emergere la reale portata del problema.

Le persone discriminate per motivi anagrafici nel mercato del lavoro sono sempre più giovani: over 50, over 40, ed ora anche over 35. Perché questa deriva, e dove ci porterà?

 

La deriva rischia di essere inarrestabile e di finire per travolgere tutta la popolazione lavorativa e rendere i luoghi di lavoro ingestibili . Questo principalmente per via di alcune scellerate politiche del lavoro che permettono sgravi fiscali per fasce di età giovanili rendendo così quasi impossibile la ricollocazione dopo i 35 anni, Le stesse politiche che hanno usato la flessibilità per destrutturare il Diritto del Lavoro creando un universo di precarietà che inizia in età giovanile e continua in maniera sempre più esasperata con l’aumentare dell’età, finendo per emarginare chi perde il lavoro dopo i 40 anni. Tutto questo mentre gli stessi politici su altri tavoli tentano in tutti i modi di allungare l’età pensionabile. Una contraddizione insanabile:  tanto per fare un esempio pratico citiamo Montezemolo che di Confindustria è stato presidente nel periodo 2005-2007. Da presidente  degli industriali si batteva  strenuamente  per alzare l’età pensionabile e quindi per trattenere più tempo possibile i lavoratori in azienda. Nello stesso periodo come membro del CdA della Fiat  si prodigava  altrettanto strenuamente per ottenere una serie di prepensionamenti per i lavoratori della suddetta azienda, quindi mandarli a casa il prima possibile!

Non manca all’appello delle contraddizioni l’attuale presidente di Confindustria Marcegaglia che ha recentemente dichiarato che “Sull’innalzamento dell’età pensionabile dobbiamo seguire gli altri paesi dell’Unione Europea”. Naturalmente nelle sue aziende la Marcegaglia se ne guarda bene dall’applicare le strategie nord europee di incentivazione all’occupazione e persegue invece la politica più in voga degli ultimi decenni, quella che vede estromettere i lavoratori in età matura a favore di quelli più giovani. Anche lei ci dovrebbe anche spiegare come pensa che queste persone possano arrivarci alla pensione, considerando che per loro è difficilissimo ritrovare lavoro e che quasi nessuno ha un qualche sostegno al reddito. Ma forse il piano è proprio questo; a forza di allungare l’età pensionabile si spera che il lavoratore alla pensione non ci arrivi proprio così da risolvere il problema dei conti alla radice, non pagandole proprio.

La disoccupazione, nella fascia d’età tra i 30 e i 49 anni, è in costante crescita; per l’economista Francesco Daveri “potremmo assistere a una nuova emergenza, quella di un forte aumento di disoccupazione tra gli over 50” (La Stampa, 24 maggio 2011). A Suo avviso, quali politiche vanno attuate per contrastare efficacemente la disoccupazione adulta?

 

Atdal su questo ha una politica propositiva ben chiara con proposte mirate a combattere questa situazione. Atdal 40 ritiene che il discorso di un reddito sganciato dal lavoro debba essere una delle soluzioni con cui affrontare  le nuove forme di occupazione precaria e disoccupazione strutturale. Per questo avanza alcune proposte operative:

A) Istituzione di una indennità di disoccupazione generalizzata per tutti coloro che si trovano privi di lavoro calcolata in percentuale su l’ultimo salario percepito e comunque tale da garantire un reddito dignitoso e per un periodo di tempo idoneo a sostenere la ricerca senza angoscia di un nuovo lavoro;

B) L’ indennità di disoccupazione deve entrare in vigore anche per coloro che svolgono lavori precari nei periodi di inattività e deve prevedere la corresponsione dei contributi previdenziali figurativi;

C) Accanto all’indennità di disoccupazione occorre prevedere un sostegno economico per la copertura dei versamenti previdenziali volontari per disoccupati over50 che abbiano maturato almeno 30 anni di versamenti contributivi o, in alternativa, prevedere percorsi di accesso anticipato alla pensione per disoccupati over50 di lunga durata, considerati non più ricollocabili, eventualmente prevedendo una trattenuta sulla pensione pari ai contributi che dovrebbero ancora versare fino al raggiungimento dei requisiti anagrafici o contributivi di legge.

Nell’attuale contesto economico, la disoccupazione non è una colpa: persone e famiglie la subiscono. Come Lei puntualizza: “la società del lavoro si è trasformata e il lavoro stesso in alcuni casi tende a scomparire o quanto meno a riguardare la vita di sempre meno persone”. Tuttavia, molti vivono la disoccupazione con rassegnazione e vergogna, rinunciando a denunciarla e combatterla, accentuando il proprio isolamento. Dottor Giusti, cosa può convincere il disoccupato a cambiare atteggiamento e modificare il proprio comportamento?

 

Come dicevamo anche prima, solo convincendosi sull’utilità di far emergere le proprie situazioni, le proprie storie. Se questa massa per ora composta solo di individui che tendono ad agire isolatamente, saprà identificarsi e sentire una sorta di coscienza collettiva allora verrà anche considerata all’esterno. Poi, in termini anche utilitaristici, “fare rete” con altre persone nella stessa situazione, significa avere più possibilità di avere accesso a fonti utili per la ricollocazione. Insomma solo uscendo fuori dall’isolamento si ha la possibilità di far sentire la propria voce.

Lei scrive: “nel nostro strano paese il 69% dei disoccupati non ha nessun accesso a forme di sostegno reddituale né di ammortizzatore sociale. Secondo l’ultimo monitoraggio del Ministero del Lavoro, gli ammortizzatori sociali italiani coprono solo il 31% dei disoccupati con sussidi di varia natura. Gli altri devono arrangiarsi da soli”. Infatti, come ha evidenziato la CGIA (Associazione Artigiani e Piccole Imprese) di Mestre, il welfare italiano è caratterizzato da un pacchetto di ammortizzatori sociali riservato a determinate categorie di lavoratori: cassa integrazione ordinaria, straordinaria, mobilità, etc.; questi ammortizzatori intervengono – osserva il segretario Giuseppe Bortolussi -  “prima della perdita definitiva del posto di lavoro”, “prima che il rapporto tra lavoratore e impresa sia compromesso definitivamente”. Inoltre, le stesse indennità di disoccupazione sono temporanee e il loro importo è inversamente proporzionale al tempo di durata dell’inattività lavorativa! Tuttavia in Italia, come Lei precisa, “tra coloro che perdono il lavoro, solo il 25% lo ritrova entro i primi sei mesi, per gli altri le attese oltrepassano anche l’anno, con esiti ovviamente disastrosi sotto tutti i punti di vista”. In un tessuto socio economico caratterizzato da alta disoccupazione e precarizzazione crescente, diffuse e strutturali, è ormai prioritaria la riforma del sistema degli ammortizzatori sociali, per assicurare protezione ai tanti (troppi) che oggi ne sono esclusi!  Come realizzarla, e con quali risorse?

In Italia ogni volta che si parla di reddito di sostegno, di cittadinanza, o di qualsiasi altra forma di supporto, ci si scontra subito col discorso del debito pubblico e con l’impossibilità di mettere mani a riforme strutturali. Recentemente la Banca Mondiale ha calcolato che il costo della corruzione in Italia si aggira intorno ai 50 miliardi di Euro. L’evasione fiscale, combattuta nel nostro paese sempre a parole ma raramente nei fatti se non con scudi e condoni tesi a favorire chi aveva già allegramente evaso o esportato capitali all’estero,  sfiora i 250 miliardi di Euro. Volendo, i soldi per una riforma veramente rivoluzionaria ci sarebbe dove prenderli, senza contare poi che in Italia la spesa sociale (al netto della spesa pensionistica e delle indennità di disoccupazione riservate a pochi) è una delle più basse d’Europa, pari al 9,6% del Pil. Il problema dei soldi è un falso problema.

 

 

Scritto da francacorradini

settembre 17, 2011 alle 21:24

Pubblicato in società

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J’accuse

con 2 commenti

Dopo anni di sonnolenta “pace sociale “e sonno dei cuori e delle menti, un grande movimento, quello del No Berlusconi day 5 dicembre 2009, scuote l’italietta.

Un grande movimento trasversale politico  ma non partitico , gioioso ma fermo,movimento di cittadini decisi a prendere in mano le proprie sorti a dispetto dei partiti di destra e di sinistra.

Tanti i tentativi di appropriarsene.

Pochi, o nulli,  i tentativi di capire il perchè di questo successo.

Ma la disfatta di un movimento ancora in fasce che poteva avere la forza di cambiare  la politica e quindi le sorti del paese è venuta dall’interno.

Manie di protagonismo, ridicole nostalgie girotondine, profittatori dell’ultima ora, infiltrati dei partiti, incapacità politica di gestire questa grande novità…. di tutto e di più

Ma in particolare

j’accuse

Gianfranco Mascia ,parvenù di fine ottobre 2009, a cui è stato incautamente  affidato l’incarico di gestire localmente l’organizzazione della manifestazione a Roma…

Franz Mannino e Massimo Malerba  ( i finti San Precario ) e amiche intime per la gestione stalinista della pagina.Facebook….

Sotto i colpi di censure, liti,rappacificazioni ed ancora liti,  rivisitazione di girotondi  in chiave moderna e ridicola….il grande movimento ha ceduto, si è sbriciolato.

Coloro che furono tra i  primi promotori a diverso titolo ( tra cui  io ) abbiamo sofferto in silenzio, forse abbiamo anche pianto….dalla rabbia nella nostra  posizione di  estromessi ed isolati ….

Mascia, Malerba, Mannino io oggi vi accuso di aver ridotto in cenere il più grande movimento dell’Italia degli ultimi 150 anni.

Non è una battuta ,è la verità.

Ma alla verità occorre piegarsi, senza dolore, ma con l’animo sereno di aver fatto qualcosa di utile per l’Italia che muore.

Chi può ….chi l’animo l’ha sereno

Io , Giovanna Paschero , Freek, Giuseppe Grisorio,Gianni Rosa, Anna Porta, Vittorio Faraoni, Roberta Passerini e molti altri ( che non ci cito ma sono ben presenti !) possiamo…

e so che non demorderemo tanto facilmente,anche se con strade  diverse…

Franca C.

Scritto da francacorradini

settembre 11, 2011 alle 12:02

Pubblicato in politica

Salviamo Miranda dal suicidio

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RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO

di LETIZIA TASSINARI

“Sto male, sono disperata, non ce la faccio più. Sono arrivata al limite. Voglio togliermi la vita”.

La lettera, disperata, inviata via fax allo studio del suo legale, l’avvocatessa Cristiana Francesconi, è di Adriana Miranda Pereira, la transessuale brasiliana che il 26 febbraio del 2008 uccise con una coltellata il marito Sandro Grazzi, nella villetta a Lido di Camaiore in via Italica dove abitavano assieme.

Dopo una condanna in primo grado, con rito abbreviato, a 16 anni per omicidio volontario, la derubricazione in omicidio preterintenzionale in Corte d’Appello che gli ridusse la pena a 12 anni, la Corte di Cassazione ha di recente confermato quanto sentenziato dai giudici fiorentini.

Nonostante che il legale abbia portato avanti la sua tesi difensiva secondo la quale Miranda Pereira non avrebbe voluto uccidere il marito, ma lo avrebbe ferito accidentalmente durante un litigio in cui l’uomo l’avrebbe picchiata e minacciata. Cercando di dimostrare fino in fondo la legittima difesa con l’eccesso colposo.

Rinchiusa inizialmente nel carcere di Livorno, dove è rimasta a lungo, poi a Sollicciano, Miranda si trova ora, da circa un anno, nel penitenziario di Verona. “Ho bisogno di assistenza – scrive la trans alla sua avvocatessa riferendosi alle cure ormonali -, perdo i capelli, e questo carcere non mi passa i medicinali. Solo farmaci per dormire e sono come un vegetale, sdraiata sul letto ogni giorno. Non ho nessuno che mi aiuti, non ho soldi, qui non si può nemmeno lavorare, ho perso tutto: la mia casa, e la mia libertà. E non ho più forza per combattere, e lottare”. Quello che chiede Miranda è di essere trasferita, in un carcere vicino a chi, l’avvocatessa Cristiana Francesconi, le è stata vicino da sempre: “mi fido di lei, la prego, mi aiuti”.

L’arresto avvenne a meno di 48 ore dalla morte di Sandro Grazzi, e ad incastrarla fu una telefonata in Brasile alla madre in cui la trans avrebbe ammesso di aver ucciso il proprio consorte. L’uomo, che era stato trovato ancora vivo dentro la sua automobile sulla via Italica con una ferita profonda al petto, era poi deceduto una volta arrivato all’ospedale “Versilia”. Dai risultati dell’autopsia era emerso che a provocare la ferita mortale era stata una lunga lama che gli aveva sfondato la cassa toracica raggiungendo il cuore e provocandogli una emorragia fatale al miocardio.

Le indagini, coordinate dall’allora Pm Fiorenza Marrara, avevano portato da subito a sospettare della moglie, che nella stessa mattina era stata interrogata come persona informata sui fatti al Commissariato di Polizia di Viareggio, riferendo ai poliziotti che il marito si era ferito durante un incidente domestico. Ma dell’arma non si era trovata traccia. La svolta nelle indagini da parte della Polizia avvenne con le intercettazioni.

Adriana Miranda Pereira, come sostenuto dalla difesa in tutte le tre fasi del processo, era arrivata in Italia solo diciassettenne e aveva conosciuto Sandro Grazzi: “una vita fatta di soprusi e prostituzione, e proprio con i proventi del suo meretricio il marito italiano – secondo il legale – si sarebbe fatto mantenere”. Il racconto di una vita coniugale fatto di amore e di litigi, sfociato in un atto di difesa dalle tante sottomissioni e violenze subite, non ha però mai convinto i giudici che hanno condannato la donna. Anche in Cassazione.

Scritto da francacorradini

settembre 10, 2011 alle 19:24

Pubblicato in politica

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