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Bizzarrie berluscoMiche e astrusità istituzionali (berlusconismo come ideologia/2)

Per una volta, partirei dal fondo, cioè dal nr. 15: “se cade il governo si deve ri-votare”, e dal nr. 14: “il capo del governo è l’unica autorità legittimata dal voto popolare.”
Primo, non è vero che sia l’unica: c’è anche il Parlamento. Secondo, dove mai è scritto che in democrazia sono legittimate solo le cariche elettive? I magistrati non sono eletti dal popolo. I commissari di polizia, tanto meno. Non parliamo dei vigili urbani. Ma nemmeno il Presidente della Repubblica è eletto dal popolo. E nemmeno la Corte Costituzionale. Quindi l’idea che la democrazia coincida sic-et-simpliciter con il voto è quanto meno bizzarra. Per fare solo qualche esempio storico, Hitler e Mussolini vennero eletti. In pieno impero romano (un notevole esempio di autocrazia), non poche cariche pubbliche erano elettive (per esempio, gli edili).

Ma soprattutto è bizzarro che “se cade il governo si deve ri-votare”: secondo questo ragionamento, se il Parlamento sfiducia l’esecutivo, viene sciolto – il presupposto quindi è che il parlamento è legittimato a far leggi solo se si trova d’accordo con il capo del governo. Bizzarro, vero? In altri termini, l’organo controllante (il Parlamento) deve star bene attento a quello che fa, perché se osa ritirare la fiducia all’organo controllato (il governo), decade immediatamente. Con tanti saluti al primato del parlamento stesso, che fino a prova contraria è anch’esso eletto dal popolo, ed essendo un organo collegiale è tendenzialmente più democratico della presidenza del consiglio che, per definizione, è una carica occupata da un singolo cittadino.

Ed infatti è proprio qui una delle prime storture del quasi ventennio berlusconico: la pretesa che il parlamento sia semplicemente la stanza delle ratifiche delle decisioni governative, né più né meno qual era il Senato Romano sotto l’Impero (nel periodo repubblicano no, era un’altra storia).

“Ma sulla scheda elettorale c’è indicato il nome del candidato alla presidenza del consiglio”, argomentano alcuni. Certo, e infatti è invalsa la prassi (corretta) di assegnare al candidato della coalizione che ha vinto le elezioni politiche l’incarico di formare il nuovo governo. Ma ciò non toglie che il medesimo, subito dopo, deve ottenere la fiducia di entrambi i rami del Parlamento, proprio perché in Italia l’Esecutivo risponde al Legislativo, e non viceversa.

Ragionando per ipotesi, supponiamo che la coalizione “X” vinca le elezioni. Il Capo dello Stato incarica quindi il suo candidato, signor Pepito Sbezzeguti, di formare il nuovo governo. Costui lo fa, ma subito dopo, per una botta di megalomania o perché ha bevuto un po’ troppo, si presenta al Parlamento asserendo che il suo governo intende dichiarare guerra alla Germania, combattere la mafia bombardando Palermo, costruire un ponte che congiunga Genova a Olbia e portare a zero le tasse. E’ palese che, in questo caso, la “colpa” non sarebbe certo né dei parlamentari che hanno vinto le elezioni, né tanto meno di quelli – pur democraticamente eletti – che appartengono alla coalizione perdente. Per quale motivo costoro non dovrebbero negare la fiducia a un pazzoide, pena l’immediato ritorno alle urne?

L’esempio che ho fatto è volutamente paradossale, ma se anziché una settimana dopo le elezioni, il governo perde la fiducia dopo due anni, per quale motivo il Parlamento dovrebbe avere meno ragione a negarla?

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