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Tariq Ramadan: contro i matrimoni forzati

Nessuno oggi è in grado di dire cosa accada veramente nel segreto delle famiglie degli immigrati e delle loro decisioni riguardanti i matrimoni dei figli. Si può constatare, in molteplici paesi europei, una recrudescenza delle fughe da casa dei giovani – adolescenti o adulti – appena prima dell’estate, perché temono di essere portati al paese di origine per essere costretti a sposarsi.
In base a questa constatazione, si può aggiungere qualche dato di fatto derivante dall’esperienza in loco. I matrimoni forzati non riguardano solo le ragazze o una determinata cultura o religione – vengono praticati in Africa, Asia, America o in Europa tra gli Induisti, Buddisti, Ebrei, Cristiani e Musulmani.. – e toccano tutte le classi sociali, dai più poveri agli ambienti aristocratici delle società contemporanee.

È difficile abbattere il muro del silenzio e determinare quando si tratta di un matrimonio forzato e quando di un “matrimonio combinato”, a favore del quale il soggetto in questione ha potuto decidere ed accettare i consigli e la scelta della famiglia. A volte, la sottigliezza psicologica che accompagna i matrimoni combinati li trasforma di fatto in matrimoni forzati, e tutto ciò è inaccettabile.
Ma non tutti i matrimoni combinati sono matrimoni forzati: bisogna dunque essere prudenti, ascoltare, dialogare, accompagnare e a volte intervenire con decisione. Quando il giovane adulto maschio o femmina, si vede costretto ad agire contro i suoi sentimenti, i suoi desideri e la sua coscienza, perché obbiettivamente o psicologicamente obbligato, allora si tratterà di matrimonio forzato, che bisogna prevenire e rifiutare. E non sempre è facile.

Per quattro anni l’associazione Spior di Rotterdam ha lavorato su quest’argomento e ha organizzato incontri con i genitori, i giovani ed i responsabili religiosi, per ribadire con forza che nulla può giustificare questo genere di matrimoni. I responsabili di Spior hanno anche ribadito che non si trattava di pratiche esclusivamente musulmane, ma dato che queste cose accadevano anche in comunità musulmane e certi genitori si giustificavano in nome dell’Islam, bisognava prendere una posizione netta contro questo tradimento degli insegnamenti islamici.
Un manuale di informazione e consigli pratici (« Mano nella mano contro i matrimoni forzati ») è stato pubblicato e distribuito alle famiglie, agli operatori sociali ed ai responsabili di associazioni. Nell’ambito del mio impegno accademico e sociale presso il comune di Rotterdam, ho incontrato i responsabili di Spior e ho proposto loro di lanciare insieme una campagna europea contro i matrimoni forzati. Il manuale è stato tradotto in 8 lingue (tra cui italiano, arabo e turco) e sono stati organizzati degli incontri nelle capitali europee da Bruxelles a Berlino passando per Londra e Madrid ecc. Oggi (mar 21.10) saremo a Torino per lanciare la campagna in Italia e mobilitare l’opinione pubblica, così come i politici e i responsabili di associazioni.
Questa campagna è stata molto ben accolta da tutti e abbiamo constatato, come è accaduto in Belgio, che il consiglio degli Imam ha chiesto a questi ultimi di dedicare uno dei loro sermoni (khutuba) a questa problematica. Circa una cinquantina di loro in tutto il Paese hanno risposto all’appello, mentre un comune in particolare (Molenbeck) insieme ai media, ha gestito l’iniziativa in modo molto efficace, comprendendo che bisognava rompere questo silenzio tutti insieme.

Tuttavia abbiamo anche raccolto critiche : alcuni musulmani ci hanno rimproverato di aver stigmatizzato l’Islam e di aver parlato di un fenomeno marginale. Eppure, abbiamo ribadito che questo fenomeno non riguardava unicamente i musulmani, ma bisognava categoricamente denunciare le false giustificazioni religiose.
Il matrimonio forzato è semplicemente anti-islamico. Nessuno conosce il numero esatto di casi ma è il silenzio di piombo che copre queste pratiche che potrebbe far pensare che il fenomeno è marginale. Ci sono troppi casi e bisogna avere la dignità di parlarne.
Certi ambienti laici ci hanno rimproverato di averne fatto una questione religiosa o di voler recuperare la “loro” causa : è avvilente dover constatare che alcuni pensino che la causa dei diritti umani o del rispetto dell’integrità delle persone sia terreno di competizioni e dispute sterili. Bisogna invece lavorare insieme, e se alcuni giustificano tali pratiche in nome di una percezione distorta della religione, allora un parere religioso deve esprimersi e contestare la legittimità di queste negazioni di diritto.
Il parere religioso non è, e non può essere esclusivo, ma è necessario, come abbiamo constatato parlando con dei genitori che pensano di agire secondo i dettami islamici, con amore e per il bene dei loro figli. La questione è delicata : bisogna condannare i matrimoni forzati e le soluzioni richiedono tempo, ascolto, empatia e riconoscere l’amore dei genitori senza accettare l’usurpazione del diritto dei figli. Ed è insieme, sommando le nostre risorse e le nostre competenze, in nome dei nostri valori comuni che vinceremo questa lotta.

(T. Ramadan; Il Riformista 21.10.08)
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