La “diaria”, il M5S e il proletariato
Il Movimento 5 Stelle non sembra reggere alla prova di alcuni fatti. Vediamo il perché.
A pochi mesi dal successo elettorale il movimento di Grillo si avvia verso un’implosione auto-distruttiva. L’idea di sostituire la politica con la critica di costume collassa di fronte al fatto che gli eletti del M5S non sono asceti, bensì persone emerse dal corpo del moderno proletariato, che mantengono uno status di bisogno materiale. Tutta la storia della “diaria” è impregnata del cinismo del “capo”. Grillo, inconsapevole dei costi del vivere quotidiano, detta una linea che è materialmente insostenibile per i “suoi” eletti.
Verrebbe la voglia di chiedere al comico miliardario se conosce il prezzo corrente del pane. Grillo deve mantenersi ob torto collo su questa linea di moralismo fanatico, non può fare altrimenti poiché oltre il moralismo fanatico emergono la condizione e la natura sociale dei suoi stessi eletti e del suo elettorato che sottintende un’istanza di classe che Grillo cerca di espungere e di rimuovere dal contesto delle vicende politiche.
L’idea che basti una politica moralizzatrice per rimettere in sesto il paese inizia a rivelare tutti i suoi limiti e le sue insufficienze e non convince più coloro che, spinti da sentimenti di indignazione e di rabbia verso una casta politica corrotta e ributtante, iniziano ad accorgersi che il male non consiste solo e semplicemente nell’uso degenere del potere politico, bensì nella natura stessa della politica nel quadro statale borghese.
Una politica che, anche laddove fosse in teoria ricondotta in un ambito di decenza o decoro, in pratica continuerebbe a funzionare e ad agire contro le masse proletarizzate.
Grillo non si accorge, o finge di non accorgersi, che sono ben altre e molto più profonde le pulsioni sociali che vanno germinando nella coscienza del suo elettorato. C’è anzitutto un’idea di giustizia sociale che non può essere soddisfatta dal moralismo o dal giustizialismo deteriore. C’è un rigetto della propria condizione di sottomessi ad un’economia decisa altrove e che funziona come una vera e propria macelleria sociale.
C’è un’idea diversa del modo di produrre il cambiamento dello status sociale di milioni di persone e tutto ciò genera un senso di inquietudine, di insofferenza verso le prediche del “capo”, un fastidio verso una linea politica che si dimostra sempre più una dissimulazione delle ragioni reali che stanno all’origine delle sofferenze e dei disagi di milioni di proletari. E più di tutto Grillo non comprende che l’operazione di demoralizzazione dei proletari, provocata dall’inutilità del voto, non è per nulla riuscita.
Le elezioni hanno denunciato esattamente la fragilità e l’attaccabilità del quadro politico borghese. L’aver messo in moto un processo che ha coinvolto milioni di proletari è una testimonianza palese di come la politica borghese non sia onnipotente, ma possa essere battuta e disarticolata dall’iniziativa cosciente e attiva del moderno proletariato.
Lucio Garofalo
Sulla controversa questione del “diritto di anonimato sul web”
Detesto la saccenteria, l’arroganza, la supponenza dei numerosi “soloni” della politica, sparsi a livello locale e nazionale. I quali pretendono di impartire lezioni dall’alto, predicando bene e razzolando male, in alcuni casi predicando male e razzolando peggio.
Essi ignorano, tra le altre cose, che il diritto all’anonimato è una peculiarità caratteristica della comunicazione tramite il web, una prerogativa lecita ed intrinseca alla natura stessa di Internet, che è una rete virtuale indubbiamente anarcoide, ma è evidente che costoro non amano, né tollerano la libertà quando questa viene esercitata realmente. Anzi la temono e la osteggiano, viste anche le inclinazioni politiche di alcuni di essi, simpatie manifestate apertamente a favore di un partito ipocrita e rinnegato come il Pd, “democratico” solo di nome, ma autoritario ed antidemocratico nei fatti. Un partito che non è più inquadrabile nemmeno nell’area del “centro-sinistra”. Un tempo si sarebbe definito “socialdemocratico” in riferimento al PCI, ma era tutta un’altra storia.
Costoro, i “soloni della democrazia”, esibiscono forse il “coraggio” di mettere nome e cognome per firmare i propri post e commenti, ma poi non hanno il coraggio che conta effettivamente, vale a dire l’onestà intellettuale di raccontare la verità nella sua interezza, mentre ne rappresentano solamente una frazione che, guarda caso, fornisce sempre la versione più comoda e conveniente rispetto al proprio interesse “particulare”.
Personalmente non ho mai avuto problemi a metterci la faccia, non è mia abitudine ripararmi dietro l’anonimato. Oltretutto c’è chi si dissimula in modo abile anche dietro la propria immagine reale o dietro parole sottoscritte con il proprio nome e il cognome.
Inoltre, la vita reale non è certamente meno fittizia o meno ipocrita di quella virtuale.
Invece, a proposito di “verità”, si sa che la verità assoluta non appartiene a questo mondo, ma può esisterne solo un’interpretazione parziale e limitata, che è sempre una versione più o meno soggettiva e relativa. Eppure si preferisce raccontare soltanto la versione che conviene maggiormente ai propri scopi. L’onestà ed il coraggio intellettuale dovrebbero spingere ad aggiornare e completare il più possibile l’analisi, la conoscenza e la rappresentazione della realtà, a prescindere dagli interessi egoistici di una fazione.
Sarà probabilmente un mio limite personale, ma francamente non riesco a capire questo bisogno di conoscere l’identità di chi scrive, che a mio avviso esprime un falso problema.
Che l’identità sia reale o virtuale poco importa, visto che in molti casi l’identità di una persona coincide con l’essere ugualmente fittizia e camuffata, anche quando appare autentica. Basti pensare al celebre romanzo di Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”, in cui emerge la consapevolezza che l’identità di un uomo non è una, bensì molteplice, che la realtà non è oggettiva in quanto si perde nel relativismo.
Dunque, il punto cruciale è ciò che uno dice, non chi lo dice. A tale riguardo mi viene in mente Pasquino, la famosa “statua parlante” di Roma, una figura caratteristica della città eterna. Nella Roma papalina, ai piedi della statua dell’imperatore Marco Aurelio, anonimi autori appendevano nottetempo dei foglietti contenenti versi satirici mordaci e dissacranti, rivolti contro i rappresentanti del potere dell’epoca. Questi epigrammi satirici erano le famose “pasquinate”, che interpretavano il malumore e l’avversione popolare contro la corruzione e l’arroganza del potere temporale dei papi. Dopo la caduta dello Stato Pontificio, avvenuta in seguito alla presa di Roma nel 1870, si estinse anche la produzione satirica contro il governo del papa-re. Ovviamente, la citazione della figura letteraria di Pasquino non è casuale, in quanto rappresenta tuttora il simbolo allegorico di un sentimento popolare beffardo e sarcastico che mette alla berlina ogni potere, uno spirito satireggiante ed anarchico che si esprime nei versi pungenti scritti da anonimi autori che incarnano il comune sentire del popolo di Roma.
Sempre a proposito di citazioni letterarie mi viene in mente Trilussa, pseudonimo di Carlo Alberto Salustri, più esattamente l’anagramma del cognome. Gli esempi da citare in tal senso sarebbero numerosi, dal momento che la storia della letteratura è zeppa di autori che si sono avvalsi intenzionalmente di pseudonimi o nomi d’arte. Eppure, nessuno di questi grandi scrittori è ricordato per la sua vera identità, bensì per le opere.
Lucio Garofalo
Il ricompattamento del sistema nel segno di Napolitano
Appare evidente che ha vinto l’astuta strategia di Berlusconi, mentre gli altri (chi più chi meno) si sono rivelati o confermati dei dilettanti allo sbaraglio. La rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica è il risultato “machiavellico” di un accordo consociativo, o “inciucio”, raggiunto tra PD e PDL per la costituzione di un supergoverno in perfetta continuità con le politiche seguite negli ultimi tempi, in modo particolare con le direttive impopolari ed antipopolari imposte dall’UE al proconsole Monti.
Siamo stati ancora una volta tratti in inganno nel momento in cui hanno condotto il quadro politico dove volevano: le larghe intese, il ricompattamento della vecchia politica e della borghesia al fine di resistere alle istanze sociali che emergono con forza dal paese.
D’Alema è stato il diversivo (aspettatelo ministro), Renzi è stato il supporter di D’Alema.
Hanno lasciato Bersani a fare da “testa di turco” (o “capro espiatorio”) mentre facevano maturare questa soluzione. Non poteva essere il grillismo il fattore in grado di provocare un cedimento risolutivo del quadro di potere, né era quello che Grillo voleva in realtà.
Ma c’è un ma: la crisi. Un paese che perde migliaia di posti di lavoro a settimana, una miseria che va approfondendosi nel corpo vivo del paese, due generazioni senza futuro, la debacle dell’industria, il debito pubblico, ecc. Se questa operazione presuppone una prova di forza della borghesia per tenere il potere, allora è un suicidio per loro, un suicidio un po’ più diluito, perché il quadro sociale non regge più il peso della crisi e la politica appare sempre più come dominio, prepotenza, imposizione degli interessi delle banche ad un popolo stremato da tasse, disoccupazione e miseria.
Quanto durerà questo nuovo assetto: 3 mesi, 6 mesi, un anno? I tempi sono più o meno questi, altro che governo di legislatura. Con questa operazione la gente capisce di non avere rappresentanza nella politica, perché anche Grillo ha fallito non riuscendo a tenere il cambiamento al centro della discussione. Comincia quella macerazione delle coscienze che porta a comprendere che il sistema non è correggibile, che nessun sistema si emenda da sé, che l’unica soluzione è liberarsene. Ci vorrà tempo, ma la crisi accelera tali processi. Nessun cambiamento è possibile nel quadro della democrazia borghese, nessuna evoluzione possibile in questo sistema: occorre superare l’orizzonte capitalista.
La vecchia “cariatide” del PCI “migliorista”, la cui storia è la storia dell’attacco e dell’abbandono degli ideali di sinistra, il teorico del passaggio dal comunismo al collaborazionismo e poi al mero servilismo, è l’immagine di un paese fallito, dove ogni vitalità è stata abilmente strangolata, o raggirata e demoralizzata, per garantire il potere di suggere ancora le energie vive ad esclusivo vantaggio del capitale finanziario.
Ci hanno ingannati con una grottesca pantomima politica orchestrata in modo geniale.
La rielezione di Giorgio Napolitano, al di là dei limiti anagrafici, era la migliore garanzia politica per il capitale finanziario internazionale. In fin dei conti è lui che ha messo a capo del governo il proconsole delle banche, garantendo quella maggioranza necessaria a far passare i provvedimenti di macelleria sociale varati da Monti. Ma, nelle condizioni date, la sua riconferma poteva essere presentata solo come necessità da ultima risorsa.
Questa riconferma ha lo scopo di ricompattare il quadro politico borghese per permettergli di affrontare a muso duro la protesta sociale emergente e di infliggere nuovi colpi al popolo italiano. Nella crisi post-elettorale, Napolitano ha caldeggiato l’ipotesi delle “larghe intese” che sono la formula politica di questo ricompattamento.
Ha iniziato dichiarando la sua indisponibilità, il suo desiderio di distaccarsi dal compito, di non accettare la rielezione, un’ottima copertura per lavorare allo scopo opposto. Era evidente che i partiti che avevano appoggiato il governo Monti, cioè PD e PDL, dovevano continuare poiché il blocco sotterraneo aveva funzionato. Tuttavia occorreva tacitare o demoralizzare la protesta montante, canalizzarla e ricondurla nell’alveo istituzionale fin dove fosse stato possibile. A quel punto affiora Grillo, ma si verifica un imprevisto: l’indignazione della gente è così intensa da consegnare a Grillo molto più di quanto serviva ad una mera opposizione simbolica.
Che fare? Innanzitutto occorreva rendere impraticabili altre soluzioni che non fossero le “larghe intese”, compito svolto da Grillo molto egregiamente. In secondo luogo, svalutare al massimo possibile il voto di protesta ed in ciò Grillo ha trovato un alleato davvero abile, Bersani, che ha fatto girare a vuoto la politica per il tempo necessario a creare le condizioni per gli altri obiettivi. In terzo luogo, eliminare ogni concorrenza a Napolitano: la “remissività” di Berlusconi ha questo significato. E nel frattempo il socio di Berlusconi, D’Alema, uno specialista degli agguati politici, ha mosso i suoi uomini, reclutando anche Renzi, per bruciare tutti i concorrenti.
Infatti, cento voti in meno (i cosiddetti “franchi tiratori”) non si possono improvvisare, ma rappresentano un’operazione ben congegnata ed organizzata. Fallito tutto, rispunta il nome di Napolitano e tutto resta come prima. E adesso che il blocco politico borghese si è ricompattato e che dispongono di un presidente dirigista che detta la linea, ora che la protesta è stata demoralizzata dalla sconfitta, si andrà avanti con la politica inaugurata da Monti e stavolta col sostegno del blocco politico borghese nel suo insieme. Ma c’è un elemento decisivo che hanno dimenticato in tutto ciò ed è la crisi.
E il cambiamento? Resta una chimera. Nessun sistema politico si emenda da sé: è la lezione trasmessa dalla cronaca politica più recente, che ormai è storia.
Lucio Garofalo
Un protagonista collettivo
E’ sempre più evidente che il primo obiettivo di Grillo è quello di spaccare il PD. Un obiettivo che è alla sua portata valutando la debolezza politica del suo “gruppo dirigente” (si fa per dire) e la permeabilità agli umori della piazza dei nuovi deputati del PD, insofferenti ai comandi di questo gruppo. Il rischio è ora di ritrovarsi Massimo D’Alema alla presidenza della Repubblica dato che egli è il più gradito a Berlusconi, poiché da presidente del consiglio lo ha salvato ben quattro volte; inoltre, manovra Renzi come un burattino e lui e Renzi sono fautori del “governissimo”. Possono riuscire ad eleggere D’Alema al Quirinale, ma poi? Non possono fermare la crisi e l’operazione rischia di aprire una voragine di ostilità con i sentimenti della gente. Staremo a vedere.
Inoltre, l’altro candidato, Giuliano Amato, risulta addirittura peggiore del Lider Maximo.
Pertanto, è sempre più evidente che passerà l’ennesimo inciucio: la “salma” del Lider Maximo piace molto al “cadavere” del cavaliere nero. D’altronde, a partire dal quarto turno, per eleggere il presidente della “Repubblica delle banane” basta la maggioranza assoluta e non servono più i due terzi dei voti. E’ un dato quasi matematico: ormai proveranno a far vincere il “baffetto sparviero” che è assai gradito al sultano di Arcore.
Nel contempo avanza una nuova forma di “fascismo”, che è estremamente subdola e strisciante: è la dittatura “virtuale” di Internet, una sorta di semi-presidenzialismo proveniente dalla rete del web. Per quanto mi riguarda, propongano pure chi gli pare e brucino chi gli pare. Alla fine si beccheranno, al posto della “mortadella”, il “baffetto”.
Si illudano pure che una “svolta radicale” sia davvero possibile all’interno di un sistema che è sempre più marcio, corrotto e putrefatto, ma l’alternativa non si crea suggerendo semplicemente un altro nominativo, ancorché più onesto e pulito, oppure promuovendo un ricambio generale del personale politico al vertice delle istituzioni statali borghesi.
Non c’è una “malattia mentale” peggiore del riformismo. E’ assolutamente impossibile comunicare con una massa di lobotomizzati. Oltretutto, la psichiatria è una pseudo-scienza creata solo per controllare le menti delle persone, dunque la società. Non è un caso se i manicomi siano sempre stati (ovunque) luoghi alienanti e disumanizzanti dove vengono segregati i dissidenti e le persone ritenute troppo ingombranti e scomode.
A proposito di riformismo, direi che oggi non c’è alcun riformismo possibile perché il riformismo funzionava ed ha funzionato solo quando il capitalismo era in fase di ascesa e sviluppo, in quanto esso è un elemento assolutamente interno, organico e funzionale al sistema del capitale. In attesa del vero protagonista della storia, in attesa che questo protagonista attivi e mobiliti le sue forze, che cominci ad organizzare una presenza soggettiva divenuta per lui indispensabile nello sfascio della crisi e dei sistemi politici di supporto al capitale, si va diffondendo la convinzione che con questo tipo di politica (non solo di classe politica, bensì di forma organizzativa della politica, e quindi dello stato) non si può fare altro che morire di crisi. Non riescono a trovare neppure un nome che abbia un minimo di dignità e di decoro per fornire un’immagine decente al paese.
Sono caduti ormai nella paranoia del loro fallimento, mentre i grillini urlano che “il re è nudo”. Ma anche se riuscissero a trovare una personalità del genere cambierebbe ben poco: in questo ignobile tiro al bersaglio contro i vari pupazzi del sistema si sono dimenticati della crisi e continuano a ballare sul solaio marcio nel quale sono rinchiusi.
La storia comincia a pretendere un nuovo protagonista, cioè un protagonista collettivo.
Lucio Garofalo
L’insostenibile leggerezza dello spread
“Lo spread , la detestata spia del costo del debito, continua a sgonfiarsi fino a sotto i livelli di prima delle elezioni dall’esito più surreale nella storia repubblicana. La Borsa nel frattempo sta registrando segnali di ottimismo. Nell’ultimo anno, mentre il lavoro e le imprese vivevano la più grande devastazione registrata in tempo di pace, il principale listino di Milano è positivo: chi avesse investito un anno fa, oggi starebbe guadagnando un invidiabile 6,7%”. E’ un breve estratto di un editoriale apparso ieri sul Corriere on-line, dal titolo L’illusione di avere tempo, firmato da Federico Fubini.
Sembra un paradosso per un paese devastato dalla crisi e dove cresce senza rimedio la miseria sociale. Sembra, ma in economia tutto ha una logica ferrea e nulla accade per caso, senza un fine predisposto dal capitale finanziario internazionale. Dunque, da dove viene e come si sostanzia l’euforia degli acquirenti dei titoli di stato di un paese che versa in queste disastrate condizioni? L’effetto di questa discesa dello spread è, ovviamente, un allentamento della tensione finanziaria e la possibilità di evitare nuovi ricorsi alle tasse per questioni di pareggio, un aumento della liquidità dello stato, ecc.
Poiché lo spread è un valore comparativo tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi per quanto riguarda il loro rendimento (e la loro solvibilità) e poiché non sono pensabili né cedimenti dei titoli tedeschi, né rivalutazioni della base di stima dei titoli italiani, ecco che spunta fuori l’incognita. Che l’Italia sia al limite della sua solvibilità è un dato di fatto: 100 miliardi di interessi sul debito pubblico sono insostenibili per il nostro paese e questo limite implica un rischio di inceppamento dei meccanismi di riscossione, una defezione fiscale generalizzata nella forma di un conflitto con contenuti di classe. E’ già accaduto, sta già accadendo in paesi troppo stressati dal prelievo fiscale e dal taglio della spesa pubblica come, ad esempio, il Portogallo e la Grecia. Allora, il problema posto al capitale finanziario internazionale è il seguente: come evitare che l’eccesso di sfruttamento di interi paesi possa generare una rivolta fiscale diffusa ed il rifiuto di continuare a pagare a questo regime usuraio oppure di continuare a pagare tout-court?
Meglio lasciare respirare le finanze dei paesi spremuti finora, abbassando la tensione finanziaria e sociale, e magari abbassando le quote del cosiddetto fiscal compact. Nella fattispecie, l’abbassamento dello spread significa allontanare l’imminenza di una conflittualità il cui oggetto del contendere potrebbe diventare lo stesso meccanismo di estrazione del plusvalore complessivo dell’Italia. In altri termini: “paghino di meno, ma continuino a pagare”. Nel corso della storia, i casi in cui il debito pubblico è stato semplicemente cancellato di forza, sono le rivoluzioni. Quelle vere, non quelle finte o quelle compiute a metà, solo per illudere la gente che tutto sia finalmente cambiato.
Lucio Garofalo
Avanguardia di “ciarlatani e pifferai magici” o consociazione di rivoluzionari?
Appunti sul moderno proletariato e sulla “nuova” questione operaia
L’Italia è da sempre il regno della retorica e dell’ipocrisia dei ciarlatani, degli impostori e dei pifferai magici. Ma il degrado etico e culturale in cui è sprofondato il Paese è tale da non permettere più di discernere la verità dalla menzogna, l’equità dall’ingiustizia.
L’attuale recessione non è un episodio accidentale, ma una crisi strutturale causata dall’eccessivo sviluppo delle forze produttive, una crisi accelerata dalla saturazione dei mercati internazionali: finora si è prodotto in eccesso sfruttando troppo i lavoratori, che si sono impoveriti e sono destinati ad impoverirsi ulteriormente. E’ una crisi che si spiega in virtù dell’enorme divario tra la crescente produttività del lavoro e la declinante capacità di consumo dei lavoratori. In altri termini, gli operai producono troppo, a tal punto che non si riesce a vendere quanto essi producono. E’ questa la radice delle contraddizioni del capitalismo, che è riconducibile alla sua tendenza intrinseca (e cioè innata) alla sovrapproduzione di merci. In questo quadro complessivo l’azione dei governi (qualsiasi governo) asseconda gli interessi del capitalismo di finanza.
Infatti, le politiche di liberalizzazione selvaggia attuate dai governi negli ultimi decenni procedono senza sosta, malgrado aumenti la consapevolezza che esse favoriscono il predominio dei grandi potentati economici, delle banche e delle società finanziarie, a netto discapito dei lavoratori. Impresa, mercato, produttività, profitto, non sono mai stati termini asettici o neutrali, ma hanno sempre definito affari e poteri concreti, persone in carne ed ossa. Eppure, tali interessi privati sono esibiti come il bene comune.
La contraddizione centrale è tuttora quella che contrappone l’impresa capitalista al mondo del lavoro sociale. I lavoratori devono prendere coscienza che il vero problema risiede nel costo del capitale, nell’inasprimento delle condizioni di sfruttamento e nell’aumento degli straordinari, nella crescente precarizzazione delle condizioni di lavoro e di vita degli operai, insomma nel sistema dell’alienazione capitalista del lavoro.
Di fronte alla crisi internazionale la risposta della FIAT è stata un disegno strategico che punta alla “terzomondizzazione” del lavoro in Italia, un’intensificazione dei ritmi e dei tempi di lavoro, alla piena precarizzazione dei diritti e delle tutele sindacali, dei salari, delle condizioni di sicurezza degli operai. Dopo aver dissanguato i lavoratori polacchi, la FIAT pianifica il rientro in Italia di una produzione trasferita all’estero negli anni scorsi, malgrado le generose sovvenzioni elargite dallo Stato italiano, ovvero dai contribuenti.
Inoltre, in un paese civile la sicurezza sul lavoro dovrebbe essere anteposta ad ogni altro tipo di questione. Eppure, il macabro bilancio degli “omicidi bianchi” comporta un aggiornamento costante. Il lavoro nelle fabbriche, nei cantieri, sulle strade, è ormai un lavoro ad altissimo rischio. Infatti, l’impressionante bilancio degli “omicidi bianchi” è un vero bollettino di guerra. Si calcola che nel mondo gli infortuni mortali sul lavoro, secondo i dati ufficiali forniti dall’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), superano le cifre dei morti causati dalle guerre in generale. Se non bastasse l’evidenza ci sono le statistiche a confermare che nei luoghi di lavoro è in corso un vero e proprio stillicidio. Le stime dell’INAIL rivelano che gli “omicidi bianchi” riprendono ad aumentare, segnalando una recrudescenza del fenomeno. La media quotidiana di 3/4 vittime causate dallo sfruttamento capitalistico, segnala la scarsa severità delle norme vigenti e la debole inflessibilità della loro applicazione e dei controlli ispettivi. In tal modo gli operai continuano a crepare nelle fabbriche, nelle officine, nei cantieri edili, nei luoghi malsani ed insicuri della precarietà e dello sfruttamento economico, mentre nessun governo, partito e sindacato può assolutamente intervenire, ammettendo così la propria impotenza e dichiarando il proprio fallimento.
Ma al di là delle circostanze che sono riconducibili a “tragiche fatalità”, gli infortuni mortali recano sempre responsabilità ben precise in quanto c’è sempre chi non ha fatto il suo dovere per evitare quell’incidente, una responsabilità che andrebbe ricercata e perseguita. In genere, le stragi sul lavoro sono legate ai seguenti ordini di cause: anzitutto i costi e la logica del profitto economico, l’inasprimento delle condizioni di sfruttamento in fabbrica e l’incremento degli straordinari. In altre parole, la causa prima è la precarizzazione delle condizioni di sicurezza dei lavoratori. Invece, nell’agenda dei governi tale emergenza viene puntualmente scalzata da false priorità.
Negli ultimi anni, all’estero e in Italia, gli effetti destabilizzanti della crisi economica hanno spinto molti operai, esposti alla minaccia dei licenziamenti, a ribellarsi e ad intraprendere forme di protesta prima impensabili. C’è l’operaio che tenta il suicidio perché non riesce ad arrivare alla fine del mese, ma ci sono anche casi di lavoratori che scelgono di resistere strenuamente contro i licenziamenti, la disoccupazione e la crisi, che i padroni tentano di far pagare alla classe operaia, come sempre. Aumentano le lotte intraprese da gruppi di operai ribelli, perciò perseguitati, in molte fabbriche, lavoratori che si organizzano autonomamente e perciò vengono sottoposti a tentativi di criminalizzazione e di repressione condotti dai padroni e dallo Stato che è loro complice.
L’ISTAT, un istituto di statistica ufficiale, noto per la sistematica manipolazione dei dati reali ad usum Delphini, cioè della casta politica, riferisce che 4 giovani su 10 non hanno occupazione. Si tratta di un dato falso per difetto e riduttivo della reale portata del fenomeno. Studi meno contraffatti dimostrano invece che su 100 giovani 53 sono disoccupati, 42 svolgono lavori sottopagati precari e solo 5 hanno qualcosa che assomiglia vagamente ad un’occupazione, sia pure senza alcun diritto o tutela sindacale.
Ovviamente si tratta di una media di carattere nazionale, per cui vi possono essere zone del paese nelle quali 78 giovani su 100 sono disoccupati, come ad esempio la Campania, o che 68 su 100, come in Lombardia, svolgono lavori sottopagati con salari, piuttosto diffusi, che non superano i 10 euro al giorno e solo per i giorni effettivamente lavorativi.
“La politica – diceva Lenin – è l’arte di preparare il futuro”: ma quale futuro attende questi nostri giovani? Un futuro privo di prospettive, che sprofonda in un abisso di sfruttamento e di miseria obbligatoria, la precarietà imposta come esistenza ed unico elemento di stabilità, la svalutazione e la vanificazione di ogni loro sforzo per qualificarsi, nessun tipo di previdenza sociale, l’impossibilità di dare un senso qualsiasi alla propria vita in una famiglia propria, la morte civile e addirittura la fame, quando le pensioni dei genitori non potranno più sostentarli. E nel frattempo solo il vagare a vuoto, la condizione psicologica di inutilità, la sconfitta di ogni aspettativa e di ogni speranza.
Il senso di solitudine, di incomunicabilità, di sconfitta e di precarietà che pervade ormai la vita di centinaia di migliaia di giovani, la loro assenza oggettiva di speranze, di attese e di prospettive, la mancanza di punti di riferimento a livello politico, istituzionale, sindacale, per certi versi sono una condanna micidiale ed un motivo di drammatica rassegnazione e di resa, anche per i meno giovani, per le vecchie generazioni. Ma non si può assolutamente tollerare l’idea che non possa muoversi ancora un alito di speranza.
Ebbene, questi giovani senza futuro costituiscono il moderno proletariato, gli equilibristi dell’indigenza, gli esclusi da ogni forma di esistenza dignitosa, i condannati alla non-vita, i nuovi dannati. A loro vale la pena di chiedere: “Cosa avete più da perdere, se non le vostre illusioni?”. A loro vale la pena di dire: “Piuttosto che fidarvi di un buffone che fa marciare la sua vanagloria sulla vostra disperazione, fidatevi di voi stessi. Siate voi a promuovere ed a costruire una via d’uscita dalla catastrofe del capitalismo. Unitevi!”.
A scanso di eventuali equivoci, chiarisco ulteriormente alcuni concetti fondamentali. Qui non si tratta di proteggere o meno i propri figli (un comportamento che mi pare oltretutto normale e naturale, a parte ovviamente alcuni eccessi che tendono all’iper protezionismo, un tema che meriterebbe una trattazione specifica e adeguata), bensì di aiutarli a maturare la consapevolezza che serve una scossa collettiva, uno scatto di orgoglio generazionale, ma soprattutto una nuova lotta di classe. Nel senso che se ancora esiste ciò che un tempo era detto “proletariato”, vale a dire il Quarto Stato che “non ha più nulla da perdere se non le proprie catene” (le proprie illusioni), oggi questo è esattamente l’esercito composto dai giovani precari condannati ad esserlo per la vita.
Probabilmente sarebbe persino più triste dover sperare che i propri figli scelgano la via della fuga dal proprio luogo d’origine, tuttavia non riesco a dar torto al pessimismo. Nel contempo sono convinto che finché le nostre forze, le nostre energie fisiche e spirituali reggeranno, finché le residue speranze di cambiamento e le ultime possibilità di riscatto non si esauriranno, abbiamo il dovere morale di continuare a sperare in un futuro migliore, a progettarlo incitando i giovani all’unione e alla lotta, proprio per l’avvenire dei nostri figli, delle future generazioni. Sembrano parole intrise di facile retorica, ma temo siano tanto necessarie quanto realistiche. In caso contrario non scorgo alternative.
A riguardo non è più proponibile, né percorribile la via di affidarsi ancora alle deleghe, ai soliti, vecchi “pifferai magici” che non si sa dove condurranno il loro seguito di “topi”. Anzi, si sa benissimo: verso il baratro dove sono già precipitati. Quando parlo di pifferai magici non mi riferisco solo a Grillo, ma potrei citarne molti altri: ad esempio, penso anche a Bertinotti. Ma a questo punto, sono preferibili mille volte i “carbonari”.
Rammento che nel corso della storia umana non c’è stato un solo traguardo raggiunto, una conquista di civiltà e di progresso, senza la lotta. E per vincere serve organizzarsi ed unirsi. D’altronde, lo ribadisco, cosa altro si può perdere se non le proprie illusioni? A proposito dell’unità del proletariato e di emergenze concrete, nell’11^ Tesi su Feuerbach, Marx sintetizzò tutto nella celebre frase: “I filosofi finora hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; d’ora innanzi dovranno cercare di trasformarlo”.
Pertanto, accantoniamo i ragionamenti speculativi sui massimi sistemi, i dibattiti sui teorici del pensiero marxista e via discorrendo, non tanto perché troppo astratti, astrusi o incomprensibili, bensì per riagganciare quella che è la questione cruciale e decisiva del socialismo e del marxismo rivoluzionario, vale a dire il tema della coscienza e della lotta di classe e del partito, quindi il modo in cui, nell’odierna fase storica del capitalismo, è possibile agire per trasformare radicalmente lo stato di cose esistente.
Oggi è più che mai necessario solidarizzare con le lotte dei proletari in ogni angolo del pianeta, in modo particolare con gli operai che lottano contro la crisi e contro lo sfruttamento in fabbrica, per non essere più ingannati da governi, padroni e sindacati.
Oggi ci troviamo di fronte ad un compito assolutamente nuovo, dettato da ciò che è realmente il moderno proletariato. Le vecchie forme-partito sono storicamente improponibili. Inoltre, tali formule organizzative non sarebbero accettate dagli stessi proletari, che le sbeffeggerebbero in modo irriverente. Tuttavia, una “consociazione di comunisti e di rivoluzionari” è una necessità oggettiva ed innegabile poiché è necessario trasmettere l’idea e la prospettiva di una società di liberi e di eguali oltre il capitalismo.
Serve un partito in grado di immettere idee, ragionamenti, proposte nel corpo vivo del movimento, svolgendo un ruolo importante per il suo sviluppo. Di questo ipotetico partito al momento non è possibile prefigurare né la morfologia, né la fisiologia. Se non si accetta il presupposto che il partito è uno strumento della classe e non viceversa, si parte già col piede sbagliato. Un partito è un prodotto delle dinamiche sociali e di per sé non può esistere in assenza di tali dinamiche, se non come una mera forma di testimonianza di carattere simbolico. E cosa può essere un corpo separato e sovrapposto alla classe, pieno delle sue presunte verità, impermeabile alla dialettica sociale, ossificato nelle sue gerarchie e nei suoi organismi, che riconosce solo a sé stesso il diritto di decidere e magari contro altri compagni che non professano il loro stesso “credo” nelle dovute forme canoniche, se non un pesante retaggio o un riflesso dell’ideologia borghese? Tale visione ideologica è un reperto “archeologico” del passato di cui occorrerebbe disfarsi per poter cominciare a ripensare “ex novo” la questione. Sia chiaro. La funzione dei comunisti è assolutamente importante, talora decisiva, per indicare al movimento proletario la prospettiva di un mondo possibile oltre il capitalismo, ma un simile compito non richiede né caporali, né ufficiali, né “pifferai magici”. Non si può più indulgere verso il persistere di una visione mitizzata del partito.
Il partito è da ritenersi uno strumento, non un’avanguardia o un corpo di eletti, proprio perché non bisogna più nutrire il culto della “organizzazione”. L’organizzazione di un partito dipende direttamente dal lavoro da svolgere, ma ciò non implica alcuna gerarchia di ruoli e funzioni. Il partito deve essere una “consociazione di comunisti e di rivoluzionari”: sottolineo il vocabolo “consociazione”, da non confondere con “associazione”, in quanto nel dizionario si intende esprimere non l’immagine di un partito come un corpo chiuso ed autoreferenziale, per accedere al quale bisogna recitare un “credo ideologico”. Al contrario, questa tipologia di “partito” è il luogo politico dove tutti coloro che desiderino spendersi per il comunismo, vale a dire per la causa e per l’emancipazione del proletariato, trovino una piena e totale cittadinanza. I comunisti non hanno alcun bisogno di imporre la loro linea mediante un apparato gerarchico che, alla fine, si identifica nel partito medesimo: se i comunisti credono in quello che pensano allora vogliono e debbono confrontarsi, con tutti, vogliono e debbono convincere, non vincere e magari grazie alla forza di un apparato burocratico.
Qualcuno potrebbe obiettare che la mia visione è di origine “anarchico-comunista”. A parte il fatto che i nominalismi verbali servono a poco o a niente, poiché non spiegano assolutamente niente e non servono a niente in un’epoca che è totalmente diversa da quella in cui tali nominalismi furono concepiti, redatti e adoperati per la prima volta. E tanto meno mi interessa una sorta di attivismo politico inconcludente, fine a sé stesso, come giustificazione esistenziale. C’è ben altro da fare. Chi propone oggi l’idea di un partito deve, a priori, definirne compiti e forme, e qui si inceppa il discorso di chi celebra ed assolutizza in chiave mitologica il ruolo del partito. Delle due l’una: o un partito astratto, metastorico, mutuato dalle vecchie esperienze, che peraltro sono manipolate e distorte ad arte dall’agiografia burocratica, o servirebbe ridefinirne compiti e forme sulla base di ciò che realmente è il moderno proletariato e l’ambiente proletario, con cui bisognerebbe provare ad interagire e confrontarsi. Credo sia giunto il momento di iniziare a discutere seriamente, serenamente, liberamente dell’argomento.
Lucio Garofalo
Disoccupazione: intervista al Presidente Associazione Lavoro Over 40

di Luchino Galli, blogger e mediattivista
Dopo la pubblicazione di una serie di dati qui sul blog ricevuti in un commento da parte del Dottor Zaffarano, ecco un intervista di Luchino Galli collaboratore del blog sui temi delle disoccupazione e gestore della pagine facebook Maipiùdisoccupati.
1) Dottor Zaffarano, quando è stata costituita l’Associazione Lavoro Over 40, e a quali scopi?
L’associazione è sorta nel 2003 a cura di un gruppo di persone che hanno vissuto sulla propria pelle la disoccupazione in età matura con difficoltà infinite al reinserimento lavorativo, e che hanno deciso di dare voce a questa difficoltà, raccogliendo da subito un buon gruppetto di soci e simpatizzanti. Allo stereotipo di moltissime aziende che rifiutavano, ed ancora oggi rifiutano, il lavoratore maturo, si accompagnava anche una mancanza di strumenti legislativi idonei a sostenere queste persone ed una sordità del sindacato, che continuava invece la politica di dismissione dei lavoratori maturi in accordo con le associazioni di categoria.
Il risultato? Una fascia di persone over 40 completamente dimenticata. Ecco perché occorreva fare emergere la propria voce.
2) Chi si rivolge all’associazione, e per quali motivi? Com’è cambiato negli anni l’utente dell’associazione?
L’associazione viene contattata da persone – che si trovano in diverse situazioni lavorative, o meglio non lavorative: disoccupati di lunga durata, persone in CIG, mobilità – che si aspettano una esclusione dal mondo lavorativo a breve, lavoratori che sono in mobbing; insomma persone che provano una sofferenza lavorativa e che non riescono più a ritrovare la loro dignità di lavoratore, e l’identità di uomo. Non esiste una tipologia precisa: si presentano donne, uomini, operai impiegati, dirigenti, direttori, ex artigiani, lavoratori autonomi. Una panorama umano quindi; sono accomunati da due elementi: l’aver perso la loro sicurezza con poca speranza di riconquistarla e il non vedere un futuro per sé e per i propri cari. Un panorama che mostra tutti i lati di difficoltà, e a volte di tragicità, nel vivere tale condizione di difficoltà, con l’aggravante di avere avanti a sé un muro fatto di incomprensione ed un rifiuto spesso secco al reinserimento con la conseguenza di sentirsi zavorra e relegato ai margini della società.
Negli anni l’utente non è cambiato molto: mostra sempre le medesime difficoltà ma in un mondo in crisi che accentua ancor più la criticità del lavora al pari e ancor più dei giovani.