LA COPERTA DEL MONDO

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Vogliamo realizzare una coperta composta da piccoli quadrati provenienti da ogni parte di Italia o meglio ancora del mondo.

La coperta, in linea di massima , avrà i colori della Terra vista dallo spazio come simbolo di protezione e calore per tutti i popoli uniti.

Chiunque potrà contribuire inviando un pezzetto autoprodotto a maglia, uncinetto o telaio.

Misure della mattonellina, colori e filati sono comunque lasciati alla fantasia e sensibilità di chi vuol contribuire.

Ad Arezzo si lavora in compagnia tutti i giovedì dalle 17 alle 19 , Via Po 37.
Per chi non è di Arezzo spedire il lavoro a Fior di Loto onlus via PO 37

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PRIMI ARRIVI …2013-10-26 14.08.25

Hiroshima, 68 anni fa: per non dimenticare

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n queste giornate afose rischiano di cadere in silenzio due date che rievocano un’immane tragedia per l’umanità. Mi riferisco al 6 e al 9 agosto 1945, quando gli americani sganciarono le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Solo nei mesi immediatamente successivi alla deflagrazione i morti furono oltre 200 mila. Secondo stime attendibili, fino ad oggi le vittime accertate sarebbero oltre 350 mila, in seguito soprattutto alle affezioni tumorali provocate dalle micidiali radiazioni termonucleari.

Quelle dell’agosto 1945 sono state le uniche volte in cui furono impiegate armi nucleari in un conflitto bellico contro popolazioni civili, sterminando intere generazioni e annichilendo intere città. Bisogna ricordare che la paternità storica di tali crimini contro l’umanità, rimasti tuttavia impuniti, va ascritta agli Stati Uniti d’America, che non hanno esitato un momento ad usare armi di distruzione di massa per vincere la guerra.

In particolare occorre riflettere sulla seconda bomba, sganciata su Nagasaki. Secondo vari storici si è trattato di un atto terroristico evitabile, eppure è stato ugualmente eseguito per due ragioni fondamentali. La prima, più che altro un alibi tecnico-scientifico, era che la bomba su Nagasaki, essendo composta di plutonio e non di uranio arricchito come quella su Hiroshima, aveva bisogno di essere sperimentata, ma un simile ragionamento è semplicemente cinico. Il secondo motivo era di ordine strategico, in quanto la seconda bomba era inutile per vincere la guerra contro il Giappone, un paese già stremato, ridotto alla mercé dei vincitori, per cui apparve subito evidente il vero scopo della seconda esplosione, vale a dire un atto scellerato in funzione antisovietica.

In tal senso le bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki, le ultime della seconda guerra mondiale, furono anche le prime della “guerra fredda”. Insomma, fu un chiaro segnale intimidatorio teso a far capire ai sovietici ed al mondo intero chi erano i nuovi padroni.

Negli anni successivi al 1945 le armi atomiche furono adottate dalle principali potenze: l’URSS la ottenne nel 1949 grazie alla decisione di alcuni scienziati che avevano concorso alla creazione della bomba H per il governo nordamericano, per ristabilire un equilibrio tra le parti avverse, la Gran Bretagna nel 1952, la Francia nel 1960, la Cina nel 1964.

In questo periodo, segnato da una prima proliferazione degli arsenali atomici, sorse un clima di “guerra fredda” nel quale i due blocchi politico-militari (la NATO, ancora esistente e il Patto di Varsavia, che ruotava attorno all’Unione Sovietica) erano coscienti di annientarsi vicendevolmente con il solo impiego delle armi atomiche. Era la teoria della “distruzione mutua assicurata” alla base del cosiddetto “equilibrio del terrore”, la strategia della deterrenza che, in qualche occasione, ha scongiurato il rischio catastrofico di un conflitto termonucleare totale. Tale “equilibrio”, ancorché fosse un utile deterrente sul piano strategico, tuttavia non impedì un’enorme proliferazione degli arsenali atomici sia ad Ovest che ad Est. Al contrario, le armi nucleari divennero più numerose, ma soprattutto più sofisticate, quindi più potenti, al punto che confrontate con quelle successive le bombe gettate su Hiroshima e Nagasaki parevano “giocattoli”.

Gli arsenali atomici a disposizione dei due blocchi (Est ed Ovest: nemici sulla carta, ma in realtà complici rispetto alla spartizione economica, politica e militare del globo) erano potenzialmente in grado di disintegrare il pianeta, non una, ma decine di volte.

Nel corso degli anni ‘80 il dialogo tra Reagan e Gorbaciov condusse alla stipulazione dei trattati START I e START II che sancivano una graduale riduzione degli armamenti atomici posseduti dalle due superpotenze. In quegli anni, esattamente nel 1985, uscì un film intitolato “War games” (tradotto in italiano “Giochi di guerra”) che narra la storia di un ragazzo di Seattle che, giocando col computer, riesce ad inserirsi nella rete informatica della difesa nucleare statunitense provocando, nella finzione cinematografica, il rischio di un conflitto termonucleare, poi scongiurato. Cito il film per evidenziare come in quegli anni la percezione dei pericoli di un conflitto atomico che avrebbe potuto causare l’autodistruzione del genere umano, era maggiore di oggi.

Eppure, la situazione odierna è ben più pericolosa di quella descritta relativamente al periodo della “guerra fredda”. Attualmente, gli Stati che dichiarano di possedere armi nucleari e fanno ufficialmente parte del cosiddetto “Club dell’atomo” sono esattamente otto: Stati Uniti d’America, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, India, Pakistan e Israele.

Inoltre la possibilità, non solo teorica, che alcune armi atomiche come le cosiddette “bombe sporche” (che non costano come le armi atomiche e non esigono particolari competenze scientifiche, se non quelle, ormai diffuse, che servono a costruire una bomba tradizionale) possano cadere nelle mani di gruppi terroristici al soldo dei servizi segreti delle varie potenze (USA ed Israele sono in cima alla lista per la loro spregiudicatezza) può fornire una vaga idea della elevata pericolosità dell’odierna situazione internazionale, segnata da tensioni aggravate dalla politica della “guerra globale preventiva” che di fatto alimenta le spinte oltranziste in ogni angolo del mondo.

L’odierna situazione planetaria è dunque più insidiosa del passato, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino del 1989 e il disfacimento dell’Unione Sovietica, ma soprattutto dopo l’11 settembre 2001, quando sono state rilanciate la ricerca e la produzione di nuove generazioni di bombe nucleari, molto più piccole e facili da utilizzare. Nonostante ciò, la consapevolezza del pericolo rappresentato dagli arsenali atomici da parte dell’opinione pubblica mondiale, è ad un livello più basso rispetto agli anni della “guerra fredda”, un periodo in cui l’equilibrio tra le superpotenze esercitava un effetto deterrente. Oggi quell’equilibrio non esiste più ed è rimasto solo il “terrore”.

Anzi, la situazione odierna è profondamente instabile e gli USA non sono in grado di gestirla da soli attraverso un ruolo di gendarmeria planetaria che si sono auto-attribuiti con la consueta arroganza che li ha condotti in uno stato di isolamento. Oggi assistiamo ad un insidioso rilancio della ricerca nucleare per fini militari, che vede un coinvolgimento crescente anche dell’Italia. Si pensi che all’aeroporto militare di Ghedi (Brescia) e nella base americana di Aviano sono già pronte almeno 90 testate nucleari.

Per capire l’estrema pericolosità derivante dall’odierno scenario internazionale, ricordo un episodio del 2002, quando India e Pakistan (che già nel 1998 avevano condotto alcuni test nucleari) si trovarono sull’orlo di un conflitto per il controllo del Kashmir, un territorio al confine tra i due Stati, famoso per un tessuto morbido e leggero di lana omonima ricavata da una particolare razza di capre che vive solo in quella regione. Si trattò di una pericolosa contesa politica che avrebbe potuto degenerare apertamente e facilmente in uno scontro bellico, con un eventuale ricorso ad armamenti termonucleari.

Oggi esistono alcune micro potenze regionali, quali la stessa Israele, che detengono arsenali atomici micidiali e assumono atteggiamenti ostili e belligeranti verso gli Stati confinanti. E nessuno osa denunciare la situazione. Anzi, chi si azzarda è tacciato di “antisemitismo”. Naturalmente sarebbe ipocrita non riconoscere che la più grave minaccia proviene da quelle superpotenze mondiali come Usa, Cina e Russia che mirano ad una nuova spartizione geopolitica ed economica del mondo ed agiscono in modo espansionistico sul terreno commerciale, entrando spesso in contrasto tra loro. Si pensi alla competizione tra Usa, Cina ed Europa o alla guerra monetaria tra l’euro e il dollaro.

Certo, dal ‘45 ad oggi le guerre finora combattute e quelle in corso non hanno mai registrato il ricorso ad armi atomiche, ma solo a quelle convenzionali. Finora ho fornito una ricostruzione storica in materia di armi nucleari, provando ad evidenziare un confronto tra gli anni della “guerra fredda” e la realtà odierna che è assai più insidiosa, benché la coscienza della gente sia meno diffusa e profonda rispetto al passato. A tale proposito mi sembra utile citare un brano tratto da un articolo di Giorgio Bocca (apparso diversi anni fa nella rubrica “L’antitaliano”), nel quale l’anziano giornalista scriveva testualmente: “Già nel 1945 avremmo dovuto capire che l’apocalisse era ormai entrata nella normalità. Scoppia la prima atomica a Hiroshima e sui giornali dell’Occidente, anche sui nostri, la notizia venne data a una colonna in basso e non destò particolare emozione. Aveva ucciso in un colpo 100 mila persone e ne aveva avvelenate a morte altrettante. Non se ne sapeva molto, è vero, ma in breve si capì che era l’arma della distruzione totale, ma l’Occidente civile in sostanza non fece obiezione: la bomba segnava in pratica la fine della guerra, perché condannarla?”. In altri termini, il fine (ossia la conclusione della seconda guerra mondiale) ha giustificato il mezzo, ovvero il ricorso alla bomba H, vale a dire ad un terrificante strumento di distruzione di massa.

Oggi, più che in passato, la bieca logica machiavellica del “fine che giustifica i mezzi” non può e non deve essere tollerata, ma va respinta con fermezza ed in modo definitivo, pena l’annientamento dell’umanità e di quasi ogni forma di vita sul nostro pianeta.

Le cause delle guerre, siano esse convenzionali o meno, sono fondamentalmente le stesse: il possesso e il controllo della terra, dell’acqua, del petrolio o di altre preziose materie prime, lo sfruttamento dell’uomo e della natura, l’oppressione di un popolo da parte di un altro popolo, vale a dire di una classe sociale da parte di un’altra classe.

Queste sono le ragioni primarie che possono scatenare un conflitto bellico. Il fatto poi che alla guerra condotta con armi convenzionali si sostituisca la guerra “termonucleare”, non cambia e non toglie assolutamente nulla alle cause, al carattere e al significato di classe della guerra medesima. Tuttavia, è evidente che la differenza tra guerre tradizionali e guerra nucleare sta nel fatto che le armi atomiche sono strumenti di distruzione totale: un “dettaglio” non certo trascurabile, che non va sottovalutato.

Lucio Garofalo

Noi fondatori e organizzatori del NBD del 5 dicembre 2009

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foto Ansa

foto Ansa

I fondatori  della grande manifestazione del 5 dicembre 2009 comunemente nota  come NO BERLUSCONI DAY insieme a molti collaboratori all’organizzazione della stessa , precisano che il cosidetto Popolo viola nato successivamente allo svolgimento della manifestazione, non è assolutamente rappresentato dal Sig. Mascia, le cui iniziative sono personali oltrechè , a volte , criticabili.

Franca Corradini

Franco Lai

Tony Troja

Giovanna Paschero

Andy Wallace

Silvia Rovelli

Anna Porta

Gabriella Costantino

Stefania Uggeri

Passerini Roberta

Elisabetta Simonti

Gianni Rosa

e altri ancora che , dato il periodo agostano, non siamo riusciti a  raggiungere

 

Siamo uomini o caporali?

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Come è noto, l’esperienza dei Soviet degli operai e dei contadini è finita male, ma Lenin ha fatto il suo “dovere” nelle condizioni storiche oggettive in cui era costretto ad agire, sebbene abbia commesso qualche errore politico, più o meno grave. La degenerazione in senso burocratico ed oppressivo dello stato sovietico ebbe inizio, seppure in minima parte, già con Lenin, ma si realizzò pienamente sotto Stalin, che fece strage di comunisti, anarchici e rivoluzionari vari, attuando una vera e propria controrivoluzione.

Un movimento di proletari auto-organizzati, non etero diretto da un manipolo di rivoluzionari di professione, o che dir si voglia, agisce sempre meglio di un nucleo di militanti o, peggio ancora, di funzionari e burocrati di partito. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che senza uno “stato maggiore” la guerra non si vince. In linea teorica è così: almeno in guerra. Con gli eserciti e, appunto, gli stati maggiori. Ma la lotta di classe non è una guerra intesa in senso militaresco, o militarista, bensì un movimento di massa di un popolo che lotta per emanciparsi rispetto al giogo imposto dai dominanti. Che debba servire uno stato maggiore o un gruppo dirigente alla guida di una rivoluzione, nutro dei seri dubbi visto che tutte le esperienze storiche etero dirette, ovvero gestite dall’alto, sono finite puntualmente male. E’ l’idea (di origine giacobina e poi leninista) del Partito demiurgo che surroga il proletariato, cioè che pretende di sostituirsi alle masse popolari nella gestione dello Stato e, quindi, della società, che va messa radicalmente in discussione, poiché è la storia che ha dimostrato, nei fatti, il suo carattere fallimentare.

Insisto che la rivoluzione russa fu il prodotto di una visione giacobina che ancora permaneva nella struttura del partito bolscevico inteso come manipolo di “professionisti della rivoluzione”. Senza dubbio questo nucleo di rivoluzionari seppe inserirsi nelle dinamiche reali del movimento proletario russo e seppe conquistare un ruolo egemonico al suo interno fino alla conquista del potere. Ma, al di là dell’isolamento internazionale della Russia post-rivoluzionaria e della mancata estensione del successo rivoluzionario altrove, non solo in Germania, il punto cruciale è quella scissione che si verificò ad un certo punto tra il partito-stato ed il proletariato russo, portando alla degenerazione burocratica dello stato operaio ed infine alla controrivoluzione operata dallo stalinismo.

Il modello organizzativo da seguire è, invece, quello della Comune parigina del 1870. La nozione di un partito concepito in termini di “trascendenza politica”, che si incarna nel partito, è un’idea di origine giacobina nella misura in cui, come la trascendenza divina è un ente superiore, scisso ed esterno rispetto al mondo naturale, così il partito è un soggetto politico trascendente, quindi separato ed esterno rispetto alla classe operaia ed alle masse popolari. E’, insomma, il concetto del partito “demiurgo”, del partito inteso come “Dio in terra” legittimato a sostituire la classe stessa. A tale proposito Stalin usava la formula “dittatura del proletariato” per indicare la “dittatura del partito”. Sia chiaro che la funzione dei comunisti è indispensabile, talora decisiva, per indicare al movimento proletario la prospettiva di un mondo possibile oltre il capitalismo, ma un compito simile non richiede caporali, né ufficiali, né stato maggiore.

Il senso del mio ragionamento mi sembra evidente: un partito concepito come un “ente trascendente” finisce per degenerare in una tirannide. E’ accaduto in Francia dopo la rivoluzione del 1789, una rivoluzione senza dubbio borghese, ma è accaduto anche in Russia dopo la rivoluzione del 1917, una rivoluzione di tipo proletario, che poi è degenerata nella sua esatta negazione. Sia chiaro che io ammiro quelle rivoluzioni, senza le quali l’umanità sarebbe ancora imprigionata sotto il giogo aristocratico-feudale.

Nel contempo conviene prendere atto dei limiti e delle contraddizioni che ne hanno causato il fallimento. Per “ente trascendente” intendo un soggetto (che sia Dio per quanto concerne la religione, ovvero il “partito-demiurgo” in ambito politico) che è nettamente scisso ed esterno rispetto alla realtà, scisso ed esterno rispetto al mondo naturale per quanto riguarda il rapporto religioso, o rispetto al proletariato per quanto riguarda il discorso politico. Mi pare abbastanza chiaro il concetto che tento di esporre.

Quando parliamo di stato maggiore, oppure di un partito centralizzato, è opportuno chiarire che si intende di norma un gruppo dirigente separato dalle masse che agisce in modo autonomo dal volere del popolo. Anzi, spesso agisce apertamente contro di esso.

Probabilmente, all’inizio i capi della rivoluzione non sono separati nettamente dalle masse che li hanno scelti ed acclamati come leader. Ma dopo la conquista del potere, puntualmente (direi quasi “ineluttabilmente”) si verifica la scissione tra Stato e popolo.

La storia dell’umanità è zeppa di esempi chiari ed illuminanti in tal senso. Basterebbe solo studiarli. Ma come diceva Antonio Gramsci: “la storia insegna, ma non ha scolari”.

Lucio Garofalo

La siciliana ribelle

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rita-atria-partannaTemo che non siano molti coloro che conoscono la figura di Rita Atria. Personalmente ho conosciuto la storia di Rita Atria grazie al film di Marco Amenta, La siciliana ribelle, uscito nelle sale cinematografiche nel 2009. Il film è liberamente ispirato alla vicenda di questa ragazza, figlia di un boss mafioso assassinato nei primi anni ‘80. Rita fu testimone oculare dell’omicidio del padre e, alcuni anni dopo, venne ammazzato anche suo fratello. Per vendicare i suoi cari la ragazza decise di denunciare gli assassini. Grazie alla sua collaborazione con la magistratura, in modo particolare con il giudice Paolo Borsellino che diventò per lei come un secondo padre, furono arrestati i mafiosi da lei accusati e fu avviata un’indagine sull’ex sindaco di Partanna, il paese natale di Rita.

Il 26 luglio di ogni anno si commemora la figura di Rita Atria, che a soli 18 anni decise di togliersi la vita gettandosi da un balcone posto al settimo piano di una palazzina di Roma, dove viveva segretamente. Accadde esattamente una settimana dopo la strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992, nella quale perirono il giudice Borsellino e la sua scorta. La decisione di collaborare con la giustizia aveva spinto Rita in uno stato di estrema solitudine anzitutto sotto il profilo socio-affettivo. L’omicidio di Borsellino le fu fatale. Per infangarne la memoria anche dopo la morte, la madre, che l’aveva già ripudiata in vita, ne danneggiò la lapide a colpi di martello.

Ciò che mi preme sottolineare è soprattutto il coraggio interiore e la forza morale di questa “novella Antigone”, un’eroina dei nostri tempi, una ragazza capace di rinunciare addirittura alla sfera degli affetti più cari pur di realizzare il proprio ideale di giustizia. In un’epoca in cui i simboli dell’anti-mafia sono personaggi del calibro di Falcone e Borsellino, oppure Peppino Impastato ed altri, figure considerate minori o secondarie come quella di Rita sono di fatto eclissate e ridotte ai margini della memoria collettiva.

Il gesto di chi sacrifica tutto per un ideale, impone un ragionamento sul tema dell’“omertà sociale”, cioè la tacita complicità con chi delinque. Nel gergo mafioso chiunque infranga il codice dell’omertà, tentando di far luce su una verità, è disprezzato come un “infame”. L’infausta catena omertosa è la base culturale su cui si erge il potere costrittivo e terroristico delle mafie. Per cui la frase che esprime meglio l’omertà sociale è: “Non vedo, non sento, non parlo”. Da qui l’uso intelligente del linguaggio, se necessario urlato, per comunicare un gesto di rottura contro il silenzio dell’omertà, della complicità con il crimine economico e politico in generale. Il linguaggio della verità costituisce un modello educativo improntato a codici non oscurantistici, bensì più aperti e democratici.

In teoria la parola può servire a spezzare le catene dell’ignoranza, dell’indifferenza e dell’ipocrisia sociali derivanti dal codice omertoso. Antonio Gramsci scriveva che “la verità è sempre rivoluzionaria”. Il linguaggio della verità è, infatti, profondamente “sovversivo” e giova alla causa della libertà e della giustizia sociale, rompendo o modificando comportamenti che ci opprimono e ci indignano. La parola, in quanto testimonianza di un altro modo di intendere e di costruire i rapporti interpersonali, improntati ai principi della solidarietà, della libertà, della giustizia e della convivenza democratica, è una modalità eversiva rispetto all’ordine omertoso imposto dalla mafia e, per estensione, rispetto al potere oppressivo della criminalità economica capitalistica.

Il delitto, il cinismo, l’ipocrisia, la sopraffazione sono elementi intrinseci al sistema mafioso, ma si iscrivono nella natura più intima dell’economia capitalista. La logica mafiosa è insita nella struttura stessa del sistema affaristico che domina in ogni angolo del pianeta, ovunque riesca ad insinuarsi l’economia di mercato e l’impresa capitalista con i suoi misfatti. Ciò che eventualmente può variare è solo il differente grado di “mafiosità”, di irrazionalità e di aggressività terroristica dell’imprenditoria capitalistica.

C’è chi sopprime fisicamente i propri avversari, come nel caso delle “onorate società” riconosciute apertamente come criminali, mentre c’è chi ricorre a metodi meno rozzi, apparentemente più raffinati, ma altrettanto spregiudicati e pericolosi.

Non a caso, Honoré de Balzac scriveva: “Dietro ogni grande fortuna economica si annida un crimine”.

Lucio Garofalo

Capitalismo e comunismo: competizione e cooperazione

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Se vogliamo discutere seriamente della natura umana, il discorso si fa lungo e complesso. Cercherò di essere breve, sempre che ciò sia possibile. Anzitutto, non si possono esprimere giudizi di valore morale, come il termine “egoista”, su un animale.

Sarebbe come dire che il leone è cattivo perché uccide le sue prede. Il leone, come gli altri predatori, segue solo il suo istinto di sopravvivenza. Anche l’istinto dell’uomo è un istinto animale. La specie Homo, infatti, nasce come predatori di savana riuniti in branchi, discendendo a loro volta da piccole scimmie antropomorfe che si cibavano di frutta e vivevano prevalentemente sugli alberi. I nostri denti (si pensi ai canini, che sono omologhi alle zanne delle belve e servono ad afferrare e strappare la carne: iniziano a spuntare già all’età di due anni), i nostri tessuti nervosi e muscolari, le nostra ossa, tutta la nostra anatomia indica chiaramente una struttura corporea da animali predatori. Una consociazione di predatori di savana fu la prima forma di convergenza di un numero di cacciatori sufficiente ad abbattere grandi prede che potevano fornire carne in abbondanza. Ma spesso la caccia era infruttuosa e bisognava sacrificare qualche individuo al fine di nutrire il gruppo dei cacciatori. Il cannibalismo fu una prassi abituale tra gli uomini per millenni ed è giunto fino ai nostri giorni. Vuol dire che l’uomo è un “essere malvagio”? No, si tratta solo di una questione di sopravvivenza. E’ evidente che la tecnica del branco è all’origine di quelli che sono oggi gli eserciti o le bande criminali.

Nel contempo, però, la vita di branco ha favorito lo sviluppo di un altro istinto assai importante: l’istinto di cooperazione che, in termini diversi, definiamo “solidarietà”. A cui fa da contraltare l’istinto di competizione. Per farla breve, è chiaro che il capitalismo esalta fino all’estremo l’istinto di competizione, mentre il comunismo promuove la cooperazione. E se è vero che l’uomo è un soggetto in continua evoluzione, allora dobbiamo progettare o favorire un’evoluzione cosciente verso il compimento della sua socialità, per quanto ciò sia possibile. Di fronte al fallimento epocale del capitalismo si fa impellente un rinnovato bisogno di comunismo. Ma perché è indispensabile il comunismo? Perché, di fatto, è l’unico sistema sociale in grado di eliminare o ridurre l’eccesso di competitività e completare l’evoluzione psico-sociale dell’umanità. Il compito del comunismo è di creare le condizioni che rendano possibile l’evoluzione psico-sociale della specie umana. Questo è il vero trapasso dalla preistoria alla storia.

Lucio Garofalo

Il re è nudo

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E’ sempre più evidente che il primo obiettivo di Grillo e del M5S, in questo momento, è quello di spaccare il PD. Un obiettivo che è facilmente alla loro portata, specie se si valutano la debolezza (o l’inerzia) politica del “gruppo dirigente” (si fa per dire) di quel partito e la permeabilità agli umori della piazza (anche virtuale) dei nuovi deputati piddini e la loro insofferenza alla vecchia nomenclatura. Sono caduti ormai nella paranoia del loro stesso fallimento, mentre i grillini urlano che “il re è nudo”.

C’è ancora chi si illude che una “svolta radicale” sia praticabile all’interno di un sistema sempre più marcio e putrefatto, ma l’alternativa non si crea suggerendo semplicemente altri nominativi, ancorché più onesti e puliti, ovvero promuovendo un ricambio generale (o generazionale) del personale politico ai vertici delle istituzioni statali borghesi.

Non c’è una “malattia mentale” peggiore del riformismo. A proposito di riformismo, direi che oggi non c’è alcun riformismo possibile perché il riformismo funzionava ed ha funzionato solo quando il capitalismo era in fase di sviluppo in quanto è un elemento assolutamente organico e funzionale al sistema del capitale. In attesa del vero protagonista della storia, in attesa che questo protagonista mobiliti le sue forze ed inizi ad organizzare una presenza soggettiva indispensabile nello sfascio della crisi e dei sistemi politici di supporto al capitale, si va diffondendo tra le masse popolari la convinzione che con questo tipo di politica (non solo di classe politica, bensì di forma organizzativa della politica, quindi dello stato) non si può fare altro che morire di crisi.

La storia inizia a pretendere un nuovo protagonista politico: un protagonista collettivo.

Lucio Garofalo